Il mio ultimo giorno dei 40

Oggi è il mio ultimo giorno dei 40, una data importante perché da domani farò il fatidico giro di boa. In verità più che al giro di boa, mi viene da pensare al fantastico giro di giostra che ho fatto fino ad ora, ed arrivato alla soglia dei 50 mi sembra giusto fare un po’ un bilancio della strada fatta e di quella da fare. 

Al netto della bella famiglia che ho, posso, con certezza, affermare che il decennio appena trascorso è stato il migliore, almeno fino ad ora. Mi è successo di tutto: ho avuto successi nel lavoro che mi hanno portato fino in cielo, poi, più o meno volutamente, sono rimasto senza lavoro, e poi ne ho avuti altri due, forse tre.

Ho avuto tante persone vicine, tanti amici e tante amiche. Qualcuno è andato via, certe volte in maniera definitiva, ahimè, ma qualcuno di importante è arrivato. Ho viaggiato tantissimo: nell’ultimo decennio non mi sono fermato un attimo, tra Europa, Asia ed Africa. Ho scoperto nuove passioni ed ne ho ripresa una vecchia, quella dello scrivere. Ho pubblicato due libri, e già questo è motivo di orgoglio, ed altri ne arriveranno, per la gioia di alcuni ed il dispiacere dei detrattori. Un decennio fatto tutto d’un fiato.

Ma da domani si volta pagina, da domani sarò un cinquantenne. Prima a cinquanta anni si era vecchi, e forse agli occhi dei giovani di adesso, sono pur sempre un vecchio, però devo ammettere che non mi sento per nulla tale. Però sono pronto per iniziare questa nuova avventura.

Da domani si sale sulla giostra dei 50.

In forma di protesta nei confronti dell’ANPI

Una volta c’era “Non ci resta che piangere” e ora c’è “Non ci resta che protestare”

Ad ogni modo Buon 25 Aprile a tutti!

Sopra le righe-rassegna di arte e cultura

Mi onoro di prendere parte, in qualità di scrittore, alla bellissima rassegna di arte e cultura “Sopra le Righe”, dove la presentazione del mio libro sarà esattamente 8 giorni dopo la preservazione di Maurizio De Giovanni.

Porterà fortuna?

Ciao sono l’Ucraina

Caro Orsini ti scrivo, così mi distraggo un po’.
Aprile 2022: c’è un signore di nome Orsini, che va in televisione, e forse viene pagato, per dire un misto di ovvietà e di stupidaggini. Questo stesso signore ha organizzato anche uno spettacolo teatrale,sicuramente a pagamento, per continuare a dire, ad un pubblico più ristretto, le stesse ovvietà e banalità.
Dice di essere in contatto con i cittadini di Mariupol ( è alquanto improbabile pensare che persone che vivono in una città sventrata e sotto assedio possano conoscere un signore qualsiasi che appare sulla tv italiana) che gli chiedono di far cessare la guerra.
Beh mi sembra chiaro che nessuno voglia la guerra, soprattutto quelli che devono continuare a sopravvivere sotto alle bombe.
La sua posizione, invece, rispetto a come far cessare le ostilità da parte della Russia, è piuttosto ambigua. La sua posizione la si potrebbe riassumere in questa locuzione: gli ucraini dovrebbero arrendersi perché i russi sono più forti, riportando, di fatto, le lancette dell’orologio indietro di almeno diecimila anni, quando vigeva il diritto naturale, ed il principio che il più forte comanda. Quindi ragionando per sillogismi: se un camorrista, forte e ben armato, gli intimasse di lasciare casa sua, di cedergliela, lui, anziché cercare di difenderla o di chiedere aiuto alla polizia, o, magari, ai vicini di casa, gliela consegnerebbe seduta stante. Ho capito bene ? È questa la sua posizione? Ma continuo a chiedermi: se i russi dovessero prendere tutta l‘Ucraina, perché ceduta dagli ucraini stessi, pensa davvero che i russi si fermerebbero?
Denazificare un luogo dove i nazisti non esistono, ha un solo significato: significa annientare un popolo , annientare una cultura, russificare un popolo che vorrebbe vivere per conto proprio, significa deportare i loro figli, stuprare le loro donne.
Gli ucraini non hanno tante alternative, se non combattere, e lo stanno facendo con onore. Il fatto che i russi stiano devastando il paese dimostra due cose: 1) il loro grado di inciviltà 2) che dell’Ucraina non gli frega poi molto.
È come il marito geloso che uccide la moglie, perché quest’ultima vorrebbe andare via di casa. Tu da che parte stai? Della moglie che rischia di morire o del marito che vuole ucciderla, pur non lasciarla andar via?

Musica in “Storia di un Presidente che si credeva un topo”

C’è un aspetto della mia narrazione che spesso non viene presa in considerazione, ma che, al contrario, è parte integrante del racconto e , anzi, sottende all’intera vicenda umana del protagonista, Andrea.

Si tratta dell’aspetto musicale, ossia della presenza assidua e costante della musica all’interno del racconto. Non si tratta di una questione secondaria o di un di più rispetto alla poetica d’insieme, quanto piuttosto della sottile armonia che mette insieme tutti i personaggi e le vicende del racconto.

Vi faccio una rapida carrellata delle melodie presenti nel libro, con l’augurio che possiate ascoltarle e che possano portarvi completamente nelle rarefatte atmosfere del narrato.

Buon ascolto

Il pezzo che Andrea, ancora umano, ha in mente mentre si trova nel suo ufficio
Il pezzo dei Radiodervish che, nella fantasia di Andrea, si mischia con il pezzo dei Mogwai
La sinfonia che ascolta una volta uscito dalla finestra dopo essersi trasformato in topo
Melodia che torna alla mente di andrea, già topo, durante il cammino
Melodia che Andrea ascolta nel suo percorso verso Napoli
Battiato è la trama e l’ordito dell’intera narrazione
Il pezzo che ascolta la dottoressa Roberta Famiglietti del centro vaccinale sperimentale
L’ultimo pezzo del racconto

Caprarica zittisce le strampalate tesi di Orsini

In contrapposizione alle tesi strampalate di Orsini, c’è la voce autorevole di Caprarica che fa un po’ di chiarezza, evidenziando ciò che viene ignorato dalla gran parte dell’occidente e cioè il modo di pensare Russo. Non potrai mai fermare la guerra se non pensi come un russo. E Caprarica esprime bene questo concetto.

LE PERSONE CREDONO AI TOTALITARISMI PER SENTIRSI IMPORTANTI PERCHÉ IGNORATE DA TUTTI

Hannah Arendt, una delle filosofe più importanti del Novecento, nel 1949 terminò un saggio che diventerà un classico della politologia: Le origini del totalitarismo. L’ultimo capitolo del testo si apre con una discussione riguardo al ruolo dei totalitarismi nelle varie fasi della storia e si sviluppa con un elenco di elementi fondamentali – come la massa, la propaganda e l’antisemitismo – che sono stati il motore di un fenomeno che l’autrice definisce come “unico” e “tipicamente moderno”, perché solo nella modernità sono presenti strumenti capaci di permettere un tale controllo della società.

Hannah Arendt

Nel testo, Arendt sosteneva che il punto chiave dei totalitarismi fossero le masse, costituite per la maggior parte da persone che non aderivano a un particolare partito politico e faticavano a recarsi alle urne, gruppi di persone tipicamente considerate ignoranti, inutili o comunque innocue. I regimi totalitari del Novecento, infatti, esigevano secondo Arendt dai loro sostenitori una fedeltà cieca e incondizionata, e questo tipo di lealtà la si poteva ricevere in particolar modo da persone emarginate o escluse, che non avevano legami sociali soddisfacenti ed erano poco considerate dallo Stato, e grazie all’aderenza a questo tipo di sistemi provavano la sensazione di poter avere finalmente un posto definito nel mondo e un senso di rivalsa.

Fu proprio questo dettaglio a determinare l’ascesa del regime nazista in Germania e dei regimi dittatoriali comunisti dopo il 1930, che reclutarono i loro membri da una schiera di cittadini apparentemente indifferenti, che tutti gli altri gruppi politici avevano abbandonato, perché considerati passivi o troppo ottusi per la loro attenzione. Al contrario, questi dimostrarono che le masse politicamente neutrali potevano facilmente essere la maggioranza anche in un Paese governato democraticamente e che quindi diverse democrazie dell’epoca funzionavano effettivamente secondo le regole riconosciute in maniera attiva solo da una minoranza.

Adolf Hitler

La filosofa tedesca scriveva che le caratteristiche principali dell’uomo di massa non erano la brutalità e l’arretratezza, ma il suo isolamento e la mancanza di normali relazioni sociali. Come sappiamo, con la pandemia ampie fasce della popolazione che si trovavano già in una situazione precaria hanno visto da un lato peggiorare ulteriormente le proprie condizioni economiche e dall’altro hanno dovuto accettare mesi di isolamento forzato. L’assenza di contatto diretto e di relazioni interpersonali in grado di instaurare un dialogo aperto è ormai la norma sui social – che dall’inizio della pandemia oltre che spazio eletto dove scambiarsi opinioni sulla situazione, sono diventati soprattutto luogo di sfogo per la propria rabbia verso lo Stato, le istituzioni e chiunque esprimesse pensieri dissonanti. Frustrazione e reclusione hanno nutrito sentimenti di rabbia e invidia, fino a far emergere e polarizzare le coscienze di tanti.

A differenza di un secolo fa, però, le persone che una volta venivano escluse dal discorso pubblico oggi trovano spazio nel più contemporaneo dei mezzi di propaganda politica: il web. Proprio sui social, in particolare su Twitter e Facebook, è stato possibile notare un aumento di sentimenti xenofobi e razzisti, a volte anche a causa di messaggi veicolati dagli stessi partiti: basti pensare all’aumento degli attacchi verbali e delle aggressioni fisiche contro la comunità asiatica all’inizio della pandemia, trasformata in capro espiatorio e accusata di aver diffuso il virus in Europa; ai migranti di origine africana, che sono stati spesso accusati di portare il Covid-19 e altre malattie nei Paesi d’ingresso; o ancora alle stesse accuse rivolte verso i profughi in fuga dall’Ucraina.

Secondo Arendt, i regimi totalitari esigono dai loro sostenitori una fedeltà cieca e incondizionata. Non a caso, da quando il presidente Putin ha dichiarato guerra all’Ucraina il 24 febbraio, il governo russo ha tentato in vari modi di soffocare il dissenso della stampa libera e dei manifestanti nelle piazze: il Cremlino ha bloccato quelli che erano considerati i pilastri dei pochi media indipendenti russi degli ultimi anni, la radio Ekho Moskvy e il canale televisivo Dozhd, trasmissioni indipendenti e liberali, le testate che riportavano la quantità di perdite militari in Ucraina e la maggior parte delle fonti di notizie straniere. Alcuni, per paura, hanno risposto con l’autocensura: Novaya Gazeta, famoso per i suoi reportage investigativi, ha scelto di abbandonare i reportage di guerra per evitare ritorsioni. Elena Chernenko di Kommersant – ma anche Marina Ovsyannikova, la giornalista arrestata per aver mostrato un cartello contro la guerra in Ucraina durante una diretta televisiva – è stata cacciata dal gruppo della stampa del Ministero degli Esteri per aver espresso opinioni contro la guerra, e a oggi, sono state arrestate più di 13mila persone.

Marina Ovsyannikova

Il movimento totalitario si esplica attraverso una particolare propaganda a cui si affianca una sistematica azione di terrore e censura, che diventa elemento di complemento della propaganda stessa: non è un caso oggi che bambini e giovani russi siano diventati soggetti principali della campagna russa. Il Ministero dell’Istruzione, supervisionato da Sergej Sergeevič Kravcov, ha rilasciato poche settimane fa un video di trenta minuti in cui la dodicenne Sofia Khomenko – diventata famosa a livello nazionale nel 2017 grazie al canto – spiega a studenti e insegnanti come stia procedendo una cosiddetta “missione di liberazione” dell’Ucraina. A Kazan, invece, un gruppo di bambini russi malati sono stati costretti a scattare una foto nella neve fuori da un ospedale tenendosi la mano in una formazione a “Z” (il simbolo pro-guerra della campagna militare Russa), in un disperato tentativo di spettacolo propagandistico ispirato da Putin per sostenere l’invasione. Dietro le strategie di Putin, insomma, ci sono gli stessi meccanismi descritti e analizzati ne Le origini del totalitarismo: l’aggressione del presidente russo contro l’Ucraina non si limita infatti a meri obiettivi territoriali. L’obiettivo rappresentato da un nemico comune – in questo caso la stessa nazionalità ucraina – è alimentato dall’entusiasmo di Putin per le teorie ultranazionaliste, le stesse estrapolate e riprese in passato dal regime nazista in Germania e dallo stalinismo in Unione Sovietica.

Vladimir Putin

Il consenso di massa di cui i regimi totalitari hanno goduto nella prima metà del Novecento ha avuto diverse radici ma non così differenti da quelle che potrebbe avere oggi: nel 2021, coloro che sono stati dimenticati dal governo e messi in ginocchio dalla pandemia ripongono speranze e sicurezze nei partiti populisti, che sfruttano preoccupazioni e angosce della popolazione per acquisire adesioni e consensi, convogliando le paure della massa contro un nemico comune che, se eliminato, potrà finalmente risollevarci dai nostri problemi. Nel 2022, se pensiamo al totalitarismo in relazione alla situazione Russia-Ucraina, quello che a noi occidentali potrebbe sembrare un termine lontano e antiquato è invece sempre più attuale, alimentato da un livello di repressione nuovo e improvviso, da una missione propagandistica che non lascia spazio al dissenso, da una politica che presenta le stesse caratteristiche di una comune dittatura nazionalistica.

Nel 1996 in un video trasmesso dalla Cnn Putin affermava che “una svolta verso il totalitarismo per un certo periodo di tempo nel nostro Paese è possibile”. Attraverso l’imposizione di un’ideologia a senso unico e del terrore, il totalitarismo identifica se stesso con la storia del proprio Paese e tende ad affermarsi all’esterno con la guerra. La storia ci ha insegnato, però, che le cose non funzionano in questo modo. I totalitarismi fanno leva sui tratti psicologici insiti nell’essere umano e su immaginari utopici in cui vige il potere assoluto di una sola parte, incapace di conciliare le necessità e le esigenze di un mondo complesso e diversificato – come è a maggior ragione quello contemporaneo. I danni di questo idealtipo dovrebbero ormai essere noti a tutti: è necessario evitare che l’attuale situazione non ci disumanizzi al punto da cadere di nuovo in questi errori e far riemergere il pericolo di una deriva politica assolutista.

La settimana santa e l’arte culinaria che c’è dentro la Pastiera

Un po di leggerezza, si fa per dire, perché anziché di parlare di grandi sistemi, parliamo di un altro tipo di cultura: quella culinaria! Così, in questa settimana, che per il mondo cristiano è la settimana santa prima della Pasqua, per me è la settimana della passione, in cui si assaggiano le pastiere.

Lo so che non sono tradizione di ogni luogo d’italia, ma dovrebbe esserla.

Quel pasticciaccio dell’ANPI e l’imprevisto fattore P

Da alcuni giorni circola il manifesto dell’ANPI per le celebrazioni del 25 aprile del 2022, e che non poche polemiche ha suscitato. Qualcuno sostiene che nel Sacro Nome della Resistenza, si finisca sempre per perdonare tutto all’ANPI. Però alcuni rilievi vanno fatti.

Mettendo da parte il fatto che i pochi partigiani ancora rimasti in vita non ricoprono alcun ruolo di rilievo nell’associazione, e che spesso, soprattutto negli ultimi anni, la stessa è stata utilizzata per manifestazioni anti americane (ma va pur sempre ricordato che gli americani supportarono la lotta partigiana), e che in certi ambienti dell’associazione si è fatta una certa distinzione tra una resistenza buona (la nostra) ed una resistenza non buona (quella Ucraina), come se avessimo il potere di scegliere o determinare la bontà o meno di chi si difende, si pone ora la questione relativa alla guerra.

Nel bel manifesto fatto da Alice Milani si pongono due questioni che potrebbero far intendere un nuovo corso dell’associazione stessa: la scritta a terra che richiama all’art 11 della Costituzione ma in maniera monca e quelle due bandiere appese alle finestre. Per quanto riguarda il primo punto, l’art 11 recita: l’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali…. La frase monca scritta nel manifesto sottintende a ben altro, e ciò che l’Italia ripudia la guerra in ogni caso, di fatto, ripudiando la stessa guerra di liberazione fatta dai nostri partigiani. L’altra questione è relativa alle due bandiere appese sulla destra dell’immagine: messe in quel modo sembrano davvero troppo simili alle bandiere dell’Ungheria, in cui la destra omofoba, xenofoba e proputiniana di Orban ha appena vinto le elezioni.

Il dubbio sorge: vuoi vedere che la P di ANPI non stia proprio per putiniani?