Stavo pensando che, nel bene o nel male, il Sud Italia me lo sono girato tutto, sia per lavoro e sia per piacere. Da uomo del Sud, che non ha mai voluto abbandonare il Sud, posso dire, con cognizione di causa, che la nostra è una terra meravigliosa, ma bistrattata dalla politica, o anzi dai politici, che è cosa diversa, che l’hanno impoverita e ridotta a loro corte personale. Purtroppo i popoli del Sud sono stati abituati nei secoli a subire diverse occupazioni, allenando la loro resilienza, ma anche la loro incapacità a ribellarsi, così come è avvenuto quando i Sabaudi ci hanno invaso, dando inizio al corso moderno della storia, dando origine ad una nazione unica, che è nata, però, non da una unificazione, ma da una annessione territoriale, da cui sono derivati quasi tutti i problemi atavici che attanagliano le nostre regioni. Se ne può uscire? Sì, con una politica lungimirante, e con l’istituzione ex novo di strumenti, come ad esempio una nuova Cassa per il Mezzogiorno, che possano diminuire il divario tra le due Italie. Anche perché non è assolutamente vero che al Sud la gente non vuole lavorare, ma è vero il contrario e cioè che la gente Vuole lavorare e per questo è costretta ad emigrare e questo sta determinando lo spopolamento di questa parte di mondo. Io, sinceramente, non credo che una sostituzione etnica possa rimpiazzare la nostra gente che emigra per trovare lavoro, ma credo che se avessimo più servizi ed opportunità, tanta gente ritornerebbe qui, perchè queste sono, di gran lunga, le terre più belle al mondo. Parafrasando Vito Teti, più che di restanza, ci vuole la ritornanza, e bisognerebbe lavorare solo per quello.
Salire a Montefusco, soprattutto nei giorni di sole, è una sorta di pellegrinaggio, perché Montefusco è come un tempio. Un paesino arroccato sulla punta di un monte nel bel mezzo di una delle valli più belle della Campania, cioè quella del Calore, diventa un punto di osservazione privilegiato tra Irpinia e Sannio. E guardando da qui ti accorgi davvero quanto siano uguali l’Irpinia e il Sannio, o almeno quello che oggi chiamiamo Sannio, ossia la provincia di Benevento, perché in passato questi territori non conoscevano divisioni ed erano davvero tutti Sannio, quello vero, ossia quella confederazione di popoli che era chiamata Sannio. Oggi i Beneventani e gli Avellinesi litigano per questioni futili, come le partite di pallone, chiudendo gli occhi su quanto potremmo realmente contare stando insieme, così come abbiamo sempre fatto lungo il percorso della storia. Qui ha davvero funzionato l’antico principio del “dividi ed impera”, creando rivalità fittizie anche dove non esistono. Per fortuna che io, per metà sannita e per metà irpino, faccio da ponte e da punto di contatto tra le due realtà, riportando tutti con i piedi per terra. Credo che dovrebbero darmi le cittadinanze onorarie da una parte e dall’altra, e visto che ci siamo, anche nel Molise, che pure anticamente era parte importantissima del Sannio.
Oggi uno dei miei avvocati mi dice: “Presidente, in merito a questa faccenda, avremo delle brutte rogne da pelare”. Io lo guardo e gli rispondo: “preferirei avere queste rogne da pelare anche per tutta la vita, piuttosto che una sentenza infausta da parte di un medico”. Cala il silenzio, questione risolta.
Ora vi confido un segreto da scrittore. E questo segreto ve lo posso, oramai, passare con certezza, avendo all’attivo dieci libri, e centinaia di incontri divulgativi, sia in Italia che in Europa. Ecco il segreto é questo: riesco a parlare meglio di un mio libro quando é passato un po’ di tempo dalla pubblicazione (almeno un anno). In quel tempo i personaggi del testo cominciano ad avere una vita propria, cominciano a parlarmi ed io parlo di loro con maggiore distacco, fisico ed emotivo. É il tempo che deposita le parole in un luogo che sta a metà tra il cuore e l’anima, ed è lì che i miei personaggi prendono vita, vivendo di vita propria, provando proprie emozioni, parlando secondo il proprio carattere e mai secondo il mio pensiero. Anche in questo caso, così come in tanti altri casi della vita, é il tempo a fare la differenza e a rendere immortali certe parole e certi personaggi.
Scrivere un libro non è solo una faccenda di tecnica. Dietro alla scrittura si nascondono anni di studio, giornate infinite di letture, di ricerche e, soprattutto dentro a un libro c’è tutta l’esperienza che un autore ha maturato nel proprio percorso di vita. Non tutti gli scrittori scrivono. Per quanto strano possa sembrarvi, però, accade che alcune persone abbiano le idee o le esperienze, ma non sappiamo concretamente scriverle. In questi casi si affidano a dei professionisti che lo fanno al posto loro, i cosiddetti ghostwriters. Io stesso sono stato un ghostwriters, in almeno un paio di casi. Ma adesso sta succedendo qualcosa di molto più preoccupante, e cioè l’utilizzo dell’intelligenza artificiale che molti “soggetti” utilizzano per organizzare le proprie idee in un testo. La cosa ancor più preoccupante è che, spesso, non servono nemmeno le idee, perché te le fornisce la stessa intelligenza artificiale. Stiamo finendo per davvero nel mondo del sottosopra, con il rischio che le idee vere, le esperienze vere, vengano surclassate da un algoritmo artificiale. E voi lo leggereste mai un libro scritto da un’intelligenza artificiale? Se avete risposto no, la cattiva notizia è che con grossa probabilità l’avete già letto, senza nemmeno accorgervene.
Indagini geofisiche e rilievi con droni dotati di sensori termici e multispettrali, condotte dall’Università del Salento in collaborazione con SABAP SA E AV e Comune di Flumeri, hanno individuato le strutture del Foro e di un Teatro dell’antico centro di Fioccaglia sorto sulla Via Appia.
L’ultima campagna di ricerca presso il sito archeologico di Fioccaglia, nel territorio di Flumeri, in provincia di Avellino, ha prodotto risultati eccezionali riguardo all’articolazione urbanistica dell’antica città romana. L’insediamento, un punto strategico lungo la Via Appia, si conferma un tassello cruciale per la comprensione della romanizzazione in questo comparto territoriale in Irpinia.
Il sito di Fioccaglia di Flumeri è noto come insediamento romano risalente al II-I sec. a.C., la cui vita fu presumibilmente interrotta e ridimensionata in seguito alla Guerra Sociale. La rilevanza del luogo è anche legata al fatto che il sito, oltre a essere attraversato dalla Regina viarum, era il punto di origine di una Via Aemilia voluta dal console del 126 a.C. Marco Emilio Lepido. L’équipe di ricerca, sotto. La direzione del prof. Giuseppe Ceraudo, ha utilizzato tecnologie avanzate per individuare le strutture fondamentali dell’insediamento:
Una serie di assi stradali che confermano la struttura dell’impianto ortogonale – tipico delle città romane di nuova fondazione – e la pianificazione di ampi isolati urbani con all’interno la presenza di edifici pubblici e privati.
Il Foro: il cuore civile e commerciale della città, di cui è stata delineata la vasta piazza centrale e il perimetro degli edifici pubblici che vi si affacciavano.
Il Teatro: la presenza di una grande struttura votata agli spettacoli e alla vita pubblica, finora ignota, è essenziale per attestare l’importanza e la monumentalità per la vita sociale e culturale di un centro urbano romano. Queste nuove evidenze rafforzano la convinzione che Fioccaglia fosse un centro organizzato e dotato di strutture monumentali, un dato che ne rivaluta il ruolo storico e strategico in relazione al tracciato della Via Appia. (da Archeologia Viva)
Ho scelto di fare un lavoro nel quale le relazioni umane contano più del mero calcolo economico, dove cerco di tenere insieme le necessità di tutti, ricordandomi sempre che siamo umani e non intelligenze artificiali. Di pari passo porto avanti la mia vita parallela di scrittore, ed è per questo che vi lascio un mio scritto:
Gli Stati alterati della coscienza erano il mare primordiale dal quale, pescatori di anime, tiravano su reti cariche di effluvi vitali ed escrementi di scarto. Nel mare alterato della coscienza avevano catturato un’anima libera, che credeva di essere libera, con la quale ho colloquiato tutta la notte. Anche gli Dei erano passati da quelle parti, in barba alle raccomandazioni di Odino, camminando su un tappeto di suoni cupi e sostenuti, assistendo inermi alle discussioni tra le anime, fatte di parole forti e di profonda sincerità. Negli Stati alterati della coscienza venivano fuori verità scomode ed ancestrali paure, portate a spalla da lacerati sacerdoti isiaci. Una voce maschile, grave ed alta nello stesso tempo, intonava vecchi motivi, su una melodia prodotta da una tastiera su un tappeto di archi. Parlava la lingua dura dei vichinghi, che lasciava immaginare orme pesanti su una tundra ghiacciata, mentre il cielo, solcato da aurore boreali, si apriva in un caleidoscopio di colori primordiali. Le parole, scagliate come lance contro il silenzio, evocavano memorie di un mondo dimenticato, dove gli Dèi banchettavano e le anime trovavano il loro destino su campi di battaglia mistici. Eravamo poco più che macchie di luce. Nelle profondità di quello stato, sentii il sussurro di Pan, il dio cornuto dei boschi, che danzava nudo tra ombre e fuochi, chiamando gli spiriti erranti con il suono del suo flauto. Era un richiamo irresistibile, che risvegliava desideri sopiti e paure primordiali, un invito a unirsi alla danza sfrenata della natura, dove ogni maschera cadeva e ogni segreto era rivelato. Freya, nel suo passaggio, aveva lasciato dietro di sé un profumo di ambra e muschio, mentre il suono dei suoi passi si faceva un tutt’uno con il canto degli sciamani, che invocavano la benedizione dei Nornir, le filatrici del destino. La rete tirata su dal mare alterato straripava di simboli: piume di corvo, amuleti di bronzo, frammenti di ossa, ognuno portatore delle proprie storie. E lì, tra le onde del subconscio, vedemmo un antico sacrificio consumarsi: un fuoco sacro acceso su un altare di pietra, dove il sangue versato era l’offerta, a ciò che era trascendente. Una sacerdotessa velata, forse un’ombra di Hekate, tracciava segni incomprensibili nell’aria, mentre un corvo osservava dall’alto, scrutando l’eternità con occhi gelidi. Nel mare della mia coscienza alterata, tutte le voci di ogni visione portavano un messaggio dimenticato, un eco delle ere pagane, quando gli uomini e gli dèi parlavano la stessa lingua e il mistero della vita era accettato,e non temuto. Forse, quella rete non è altro che un frammento del Wyrd, il tessuto del destino, che ci unisce tutti in un intreccio sacro e inscindibile.
Fontanarosa, Fontana Rossa, Fontana della Rosa. Me ne vado camminando, su e giù per la collina, pensando all’etimologia della parola, e, ancor più, all’origine del borgo. Camminando per i campi sono inciampato in una pietra, cadendo rovinosamente a terra. Non sono mancate le imprecazioni, così come la situazione, di norma impone. C’è una regola non scritta che chiede un’imprecazione per ogni sventura che capita. Io la regola l’ho rispettata, ma sono anche andato a vedere in cosa fossi inciampato. Si trattava di una grossa pietra lavorata in orizzontale, ben levigata, a tal punto da sembrare simile ad un marmo dalle sfumature rosee. Probabilmente era la parte di sopra del rivestimento di un camino. Come fosse arrivata fin là non è poi un grosso mistero.
Fontanarosa è stata da sempre luogo di attività di sopraffini scalpellini e artigiani della pietra, che hanno saputo plasmarla in varie forge, che andavano dai portali delle abitazioni, fino ai più complessi ricami dei marmi di rivestimento dei camini. Il camino, qui, come in tutta l’alta Irpinia, è una cosa sacra. Nelle terre alte, riscaldarsi, nei mesi più freddi, era, ed è, una faccenda seria, e il camino è stato, per tanti secoli, la porta d’accesso a quel calore che sapeva di famiglia, di casa e di buono.
A Fontanarosa ci sono arrivato salendo per le curve di “mangia occole”, che sono situate a ridosso del piccolo ponte che supera il fiume Fredane, scendendo da Paternopoli. Questa parte dell’Irpinia è fatta di colli bassi, piccoli promontori, sulle sommità dei quali, il più delle volte, ci sono i paesi. I paesi un tempo si costruivano in alto per due ragioni fondamentali: 1) perché dall’alto si poteva controllare meglio il proprio territorio e le vie di accesso allo stesso. 2) perché l’aria delle colline era più salubre, meno umida, e meno invasa da quegli insetti che, in quell’epoca, portavano malattie che potevano fare la differenza tra la vita e la morte. Questa è quella parte dell’Irpinia dove il mito si mischia con la realtà, in un unicum che non ti permette di distinguere l’uno dall’altro. Qui vivono personaggi mitologici, che nessuno ha mai visto, ma che tutti conoscono: scoiattoli dalle code lunghissime, volpi talmente astute da arrivare a qualsiasi tipo di uva, gnomi e fate che possono prendere sembianze diverse, a seconda delle occasioni o delle stagioni. Qui il Sole sembra più basso, e non perché realmente lo sia, ma perché queste terre sono più alte, protese verso l’infinito, l’ignoto e il soprannaturale. I fiumi hanno braccia che abbracciano alberi e i gufi parlano con altri esseri, in un territorio sottile, steso su questo mondo, in cui sogni e realtà si mischiano in un tutt’uno indistinguibile. In un batter di ciglia mi sono ritrovato a Fontanarosa sulla Piazza del Comune. Annarita mi ha dato un pezzo di pane, perché ci sono arrivato affamato e mi girava la testa. Il pane, da queste parti, non si mangia mai da solo, ma lo si accompagna sempre con salame o formaggio. Annarita si è scusata per non averne. Io l’ho semplicemente ringraziata per il tozzo di pane, che andava più che bene per chiudere il buco allo stomaco.
Ho parcheggiato in via Principe di Piemonte e già li la domanda mi gironzolava per la testa, ma perché intitolare una strada ai principi di Piemonte? C’è qualche evento che lega questo paese a tali principi? In realtà credo che nulla li leghi al Piemonte, se non un servile omaggio, che a nulla giova nell’economia del piccolo borgo. Anche quello di modificare la toponomastica può essere un gioco utile per migliorare il rapporto e l’approccio con il territorio. Fontanarosa deve le sue origini alla vicina ed antichissima città di Aeclanum, la quale fu distrutta dall’Imperatore Greco Costante. In quell’occasione molti abitanti della cittadina a lui ostile furono trucidati, mentre alcuni riuscirono a disperdersi per i territori circostanti, andando a fondare le vicine città di Grottaminarda e di Fontanarosa. E poiché la distruzione di Aeclanum avvenne all’epoca dei Longobardi, gli storici sono concordi nel sostenere che furono proprio i Longobardi, popolazione barbarica convertita al Cristianesimo, a edificare la città di Fontanarosa. Al di là delle origini, che qualcuno contesta, quello che posso dire per certo è il rapporto strettissimo, che esiste, da sempre, tra gli abitanti del borgo e la fede Cristiana, attestata dalle tante chiese, i campanili, e da una bellissima statua della Vergine che per sfuggire alla furia iconoclasta che imperversava a partire dall’VIII secolo, fu nascosta in un pozzo, dove rimase fino a quando non fu ritrovata nel XIII secolo.
La città più volte è stata distrutta da terremoti e ricostruita sempre nello stesso luogo. Il terremoto del 1980 ha segnato la vita più recente della comunità, causando non pochi danni alle abitazioni ed anche dei morti.
Continuo la mia passeggiata per il centro del paese, che è ben tenuto, ritornando alla piazza antistante la Casa Comunale, che mi colpisce per la bianca pavimentazione fatta in pietra locale, mettendo ancora una volta in risalto le maestranze dei famosi laboratori che la lavorano, ricavandone ornamenti di gran pregio. Mi salta all’occhio un grande manifesto, plastificato, attaccato sulla facciata laterale di una palazzina. Il grande manifesto tiene rappresentato il carro, il grande vanto delle genti di questo luogo.
Si narra che, al pari di quanto accade con il sangue di San Gennaro quando non si scioglie, così il carro di Fontanarosa quando cade, durante la partecipata tirata, è un cattivo auspicio che anticipa disastri e catastrofi per l’anno successivo. Così è stato anche l’ultima volta che il carro è caduto, nell’Agosto del 2019, quando, in una delle curve più pericolose del tracciato, cadde rovinosamente sul tetto di una casa, nonostante l’attenzione maniacale di tutti i maestri carristi e di tutte le persone addette a tirare le funi di sostegno. Non ci fu nulla da fare, il grande obelisco si inclinò e cadde. L’anno successivo, il 2020, è tristemente diventato famoso per essere stato l’anno che ci ha visti rinchiusi in casa a causa dell’epidemia di Covid 19, che secondo gli abitanti locali, era stata predetta dalla caduta del carro stesso. La tradizione del carro, che vede Fontanarosa rientrare nel circolo dei paesi limitrofi dediti al tiro dell’obelisco, è una tradizione che si inquadra nel recupero di quelle antiche usanze risalenti all’epoca precristiana, quando si era soliti offrire doni agli Dei della terra e dei boschi, per propiziarsi un nuovo anno ricco di prosperità, sia in campo agricolo sia nel campo dell’allevamento di bestiame.
Oggi fa molto freddo. L’inverno incombe e manca giusto una settimana a Natale. I mesi caldi dedicati al carro, sono un lontano ricordo. Dai comignoli delle case escono fumate dal colore biancastro, che sanno di legna stagionata e di cose buone di una volta. Mi immagino pignatte in terracotta, ripiene di fagioli e cotechino poste accanto alla focolenza, in quella zona dove il calore si mescola con l’aria della stanza, smorzando appena le temperature altissime della legna che arde. Il mio stomaco brontola ed è ora di rimettersi in marcia e di andare a cercare un pranzo.
Indenni mettemmo piede sugli steli d’erba fresca della montagna. Era stato duro salire fin lassù, ma affacciarsi dalla rupe più alta fu un’esperienza unica. I monti dall’altra parte della valle sembrava quasi di toccarli, e la lama tagliente del sole pungeva le guance rosse di gelo.
Sonia se ne stava lì, seduta su un muretto di pietra viva, immersa nel silenzio del momento. Il vento le attraversava i capelli, sciolti come fili di rame ricoperti di fuliggine. Erano neri come i corvi delle campagne, come il carbone prima di essere bruciato, come la fuliggine dei comignoli diventata pietra.
Se ne stava lì, con gli occhi chiusi, i palmi delle mani poggiati sulle pietre del muretto, riscaldate dal sole del tardo mattino. La testa era tenuta in alto, rivolta verso il sole, e di profilo si vedevano bene i tratti gentili del volto e la curva dolce del naso. Il respiro profondo faceva muovere il petto in avanti, trasmettendo un senso di benessere e di armonia.
Il piccolo levriero se ne stava rannicchiato ai piedi dello stesso muretto. Col pelo corto e lucido, sottile e muscoloso, era la rappresentazione vivente della forza e della gentilezza. Stava fermo a ricordarci che anche la gentilezza aveva bisogno della forza che la proteggesse e del tempo per realizzarsi.
Nico arrivò silenzioso da dietro, mettendole piano le mani sugli occhi, stando attento a non fare rumori che potessero identificarlo. Io osservavo la scena da lontano, guardando di nascosto i sorrisi che si generavano in quel gioco semplice, ma antico quanto l’essere umano.
Nico si manifestò presto, sedendosi poi accanto a lei, chiudendo gli occhi a sua volta, restando in posizione meditativa.
Le cime dell’Abruzzo erano lì, di fronte, come giganti bonari che ascoltavano il respiro di quegli esseri di passaggio sulle loro terre. Quante persone avevano già visto trascorrere la loro esistenza, in quelle valli, su quei declivi, sulle loro cime. Loro stavano lì da sempre, quando il tempo aveva cominciato ad esistere, e narravano nel silenzio storie di epoche remote e di genti diverse, ma tutte accomunate dalla stessa umanità.
Sonia sospirò, poi con un saltello scese giù dal muretto. Si stirò come fanno i gatti al sole di febbraio. Allungò bene i muscoli che le sarebbero serviti, tutti, nelle attività del giorno, e si risvegliò al mondo.
Mi vide dall’altra parte della strada. Mi corse incontro, saltandomi letteralmente addosso, facendomi piegare sulle ginocchia. Feci forza per restare in equilibrio, per catturare il bene placido delle sue ossa, per resistere a ogni tentazione.
Infine mi morse il labbro.
Trivento era dietro di noi, mentre Nico se ne stava ancora in ferma meditazione. Il levriero respirava lento, sonnecchiando.
Eravamo saliti fin lassù per salvarci.
E per un momento, soltanto per un momento, ci riuscimmo.