Uno sguardo su Carife

Sale la vista quando si alzano le terre d’altura, quando si giunge sulla cima del monte da cui si gode di una vista ampia, come aquila, che dall’alto cerca la sua preda, la individua per tuffarsi infine in picchiata per ghermirla. Le terre alte sono il nido in cui vivono rapaci mitologici, che tanto hanno fatto trepidare contadini d’altri tempi, che li osservavano attaccare i propri allevamenti, ma che tanto hanno fatto sognare coloro che sapevano guardare oltre il gesto dettato dal mero soddisfacimento di un bisogno impellente, immaginando, in epoche remote, lontane dalle attuali tecnologie, ciò che essi potevano guardare. La vista a volo d’aquila è una prerogativa, oggi, riservata anche a noi comuni mortali, che possiamo cimentarci con i nostri smartphone in visioni che in altri tempi potevano essere definite oniriche. Il massiccio dei monti della Baronia incombe sopra, ancora più alto di me, che mi sono fermato nella curva più panoramica, tra murales che colorano l’intero muro di cinta con persone di ogni colore e razza che si abbracciano di spalle, con lo sguardo rivolto verso l’immensa valle. È l’Appennino meridionale, che qui si coniuga in alture, anfratti e valli, che si insinuano come un cuneo tra la Puglia e la Basilicata, nella nostra Irpinia d’Oriente. Si respira un’aria rara, fatta di fatica e armonia, di pace e di grazia, in questa domenica invernale, che ci regala colori eterei e paesaggi mozzafiato. Spingo con le ginocchia contro il muro mentre di fronte a me si apre un mondo fatto di terre e poesia, di nebbie sottili, di un’unica grande valle e di profili silenziosi di monti che salgono verso le sparute nuvole. Sturno è proprio di fronte a me, distesa come una matrona su un triclinio. Oltre, più in alto, scorgo Frigento, Guardia Lombardi e più in là le terre sconfinate e brulle del Formicoso. Lo sguardo si abbassa, all’altezza delle mie ginocchia, che premono contro il muro, mentre io, estasiato, volgo lo sguardo su una striscia di tetti, che si allungano verso ponente, su un costone di roccia che sembra fatto apposta come basamento per le opere umane. Sono sempre stato colpito dall’ingegnosità umana, che ha saputo costruire le proprie dimore nei luoghi più impensati. Carife è un luogo antico, dove l’ingegno è stato, da sempre, messo a servizio dell’umanità, che qui ci abita da millenni. Sono terre che vantano un rapporto con l’uomo che si perde nella notte dei tempi, quando queste valli scoscese erano vissute da popolazioni fiere e guerriere. Qui il Sannio aveva la sua propaggine che penetrava ad oriente, verso la terra dei Dauni. La grande e fiera tribù degli Hirpini viveva queste terre da tempo immemore, che solo il falco e il gheppio sanno quantificare. Le gesta e gli ornamenti di quegli eroi sono oggi conservati nel bel museo archeologico dedicato agli Hirpini e alla civiltà Sannita. Conserva resti, soprattutto corredi funerari, trovati in diversi scavi effettuati tra Castel Baronia e i dintorni di Carife. Sono il segno tangibile di chi ha abitato quegli stessi luoghi ben prima di noi. Entrare nel museo significa abbassare lo sguardo, camminare nella storia, guardare verso la terra e non più verso la valle. Quest’ultima ha custodito in sé fibule, monili, armi, i resti di una vita quotidiana che aveva il peso della necessità e la grazia del rito. Ho lasciato la mia Giallina a ridosso di un alto muro di cinta, proprio di fronte al bar pizzeria “Amore Mio”. Il titolare mi ha accolto con benevolenza. Si chiama Franco ed ha il volto sereno di chi sa di vivere dalla parte del giusto. Franco mi da tutte le dritte necessarie per comprendere l’anima del paese. Un avventore del bar si presenta: Antonio Tedeschi, e mi completa il quadro delle informazioni relative al paese. Anche Carife, come tutti i nostri centri, soffre di una malattia moderna, che si chiama emigrazione, o, vista dall’altro lato, spopolamento e desertificazione.  È un male moderno, di cui, sotto certi versi, ci si era già ammalati, soprattutto nei periodi successivi alle due grandi guerre. Ma si trattava di migrazioni diverse. In quell’epoca erano soprattutto gli uomini che andavano via, soprattutto braccia sottratte all’agricoltura, operai, persone che sapevano far cose con le mani. Oggi, invece, le condizioni sono cambiate. Ad andare via sono i giovani, quelli che hanno in mano una laurea, che qui, non vedono nessuna prospettiva di crescita. Comincia così la nuova via per la migrazione, e i nostri paesi si spopolano. La chiacchierata mi ha messo addosso un po’ di malinconia, pensando a quanto i nostri avi abbiano investito su queste terre, a quanto grande era stato l’attaccamento al territorio e a quella che Verga chiamava “la roba”. La terra, la casa, gli attrezzi da lavoro, ossia tutta la roba necessaria per vivere e per sopravvivere, oggi è diventata roba superflua, che viene smaltita in fretta, pur di cominciare una nuova vita da qualche altra parte nel mondo. Così anche a Carife, ci sono tanti cartelli “Vendesi” appesi ai balconi delle case. Per smaltire la malinconia, decido di fare una passeggiata. Percorro a piedi tutta via Melina, e poi via Addolorata, fino ad arrivare alla piccola chiesetta dell’Addolorata, posta proprio al centro di un trivio. Non c’è nessuno in strada, ma decido di entrare in chiesa. Apro con rispetto la porta fatta con ampie ante di vetro, e mi immergo nel clima mistico della piccola chiesa di questo piccolo paese dell’Appennino Meridionale. Dentro l’aria che si respira è diversa, fatta di poco ossigeno e tanta spiritualità. La statua dell’Addolorata è lì, al centro, composta e ferma come solo il dolore interiore sa essere. Non c’è disperazione nel suo volto, ma una resa lenta, consapevole, che ha attraversato i secoli. Le mani sono giunte, non sono strette: sembrano più in attesa che in preghiera. Il rosario scende lungo il corpo come una linea di continuità, un filo che lega il cielo alla terra, il tempo umano a quello eterno. Il volto è scavato, ma non vinto. È il volto di chi ha visto tutto e non ha smesso di credere. La luce entra dall’alto, da una piccola finestra, quasi timida, e cade sulla Madonna senza invaderla. Non la illumina, ma sembra accarezzarla. In quella luce riconosco qualcosa di familiare: la stessa che ho visto negli occhi delle donne di questi paesi, quando parlano dei figli lontani, delle case vuote, delle partenze senza ritorno. È una luce che non serve a consolare, ma che accompagna una condizione di vita, che deve, necessariamente, abituarsi a quell’ordine delle cose. Mi siedo su una panca di legno consumata. Il silenzio è così pieno da sembrare abitato. Qui il tempo sembra essersi fermato. Tutti gli oggetti raccontano una fede concreta, fatta di gesti ripetuti, di ginocchia poggiate a terra, di candele accese per abitudine più che per richiesta. Questa Madonna non chiede nulla, sta, e nel suo stare custodisce tutto. Penso a Carife, alle sue alture, ai suoi vuoti, alle sue partenze. Penso che forse questi paesi resistono non tanto perché sperano, ma perché ricordano. Ricordano chi sono stati, chi hanno amato, chi hanno seppellito. La fede, qui, non è più una promessa verso un futuro possibile, ma una memoria organizzata, che è essa stessa una forma di resistenza gentile. Mi alzo piano, come si fa quando non si vuole disturbare. Prima di uscire mi volto un’ultima volta. L’Addolorata è ancora lì, immobile, a vegliare su un paese che cambia e si svuota, ma che non ha ancora smesso di credere alla propria dignità. Fuori mi aspetta la strada, le case chiuse, i cartelli vendesi, il vento che scende dalle alture.

Nel giorno di San Giuseppe

Oggi, giorno di San Giuseppe, inaspettatamente e forse immeritatamente ho ricevuto una infinità di auguri su whatsapp. Spero di riuscire a rispondere a tutti, ma sono davvero centinaia e centinaia di auguri. Ad ogni modo, un grazie generale a tutti, anche da qui.

Intanto festeggio con pollo e patate.

L’antica stazione di Conza Andretta Cairano

In Alta Irpinia, prima si arrivava finanche in treno, attraverso la tratta Avellino-Rocchetta Sant’Antonio. Una ferrovia che ricorda, meglio di altro, le antiche gesta di uomini coraggiosi che andavano a conquistare il west , il lontano “far west”, e questo pezzo d’irpinia d’oriente è il nostro west da conquistare. Alla stazione di Conza Andretta Cairano non ci sono i cowboy, ma poco ci manca, e questo pezzo di ferrovia ci ricorda che l’uomo ha da sempre cercato di abbattere le distanze, riuscendoci spesso e volentieri. Oggi quella ferrovia è in disuso, o per meglio dire, è attraversata solo da un treno storico, che ancora oggi ci fa rivivere quelle mitiche storie antiche legate alla vita di questa stazione.

Letture dal Bosco e Autori in Vetrina

Venerdì sera comincia una bellissima rassegna letteraria, organizzata dall’associazione Ver Sacrum, che si chiama “Autori in Vetrina”, che si svolgerà presso il Bar Chic Caffè di San Giorgio del Sannio. La rassegna si inserisce nell’ambito delle attività messe in campo per il Festival “Letture dal Bosco” tutto l’anno, e vedrà come direttore artistico il sottoscritto, e come presentatrice la nostra bravissima Grazia Caruso. I protagonisti della rassegna sono sei scrittori molto bravi che ci racconteranno le loro opere. Si comincia venerdì 20 marzo alle ore 18 con Rino Cillo che sarà accompagnato da una bravissima musicista: Mayumi Ueda.
Un grazie a tutti i soci dell’associazione per il supporto, a Maria Baldares per l’efficiente ufficio stampa, e a Antonio Nottini che si occuperà delle fotografie e dei video della serata. Gli eventi sono gratuiti e sono aperti a tutti. Quindi vi aspettiamo numerosi.
Colgo l’occasione per ricordarvi che quest’anno il Festival “Letture dal Bosco” si svolgerà il 19 Luglio, sempre a Lago Laceno. Ci sarà inoltre una bellissima replica del Festival a Capri il 23 Agosto, in un luogo incantevole. Un grazie di cuore anche a Ciro Iengo e a Domenico Spinelli per il supporto logistico per l’organizzazione della Conferenza Stampa ad Ercolano e per l’organizzazione del Festival a Capri. Come direbbe Ciro “Mare, Terra, Mare”. Stiamo mettendo realmente insieme le zone costiere con l’entroterra campano.

La prima volta a Mosca

Eravamo nel lontano 2003, un’epoca che vista da qui, sembra davvero lontana. Era l’anno in cui cominciavano a circolare i primi telefoni 3g. Io ne avevo uno della Motorola sul quale, per la prima volta nella storia dell’umanità, si potevano trasmettere immagini, finanche in movimento. Aveva addirittura un sintonizzatore tv, attraverso il quale si potevano vedere i canali televisivi. Le prime macchine fotografiche digitali si affacciavano sul mercato e io ne avevo presa una della Sony tascabile. Con quella piccola macchina fotografica in tasca ti sentivi un Padreterno. Il primo iPhone sarebbe uscito di lì a quattro anni, mentre un anno prima sarebbe uscito il primo iPod. Chi se lo ricorda l’iPod? Anche di quelli ne avevo uno e ce l’ho ancora conservato da qualche parte. Vera archeologia elettronica. A Maggio di quell’anno entrai tronfio a Mosca, pieno delle chiacchiere della Letteratura Russa, ma sostanzialmente ignorante sulle vere tradizioni dello stesso popolo. Arrivai a Mosca intorno al 6 Maggio. Era la mia prima volta in quella città, così lontana dalla nostra cultura, così enormemente grande, caotica, frenetica, immensa e bellissima. I miei occhi non potevano fermarsi dal guardare le costruzioni in stile liberty, quelle tipiche dell’architettura sovietica, le grandi stelle rosse della rivoluzione che campeggiavano ovunque in centro, le cupole a cipolla colorate di San Basilio, l’immensità della Piazza Rossa, il Cremlino, i Magazzini Gum, il mausoleo di Lenin, le Sette Sorelle, ossia gli imponenti sette grattacieli voluti da Stalin, e poi le abitazioni della stessa epoca e le più recenti Krushovke. Dappertutto c’erano insegne in cirillico, che in quell’epoca non capivo. Avrai imparato a leggerlo solo più tardi.
Alloggiavo all’hotel Rossia, l’hotel più famoso di tutta la Russia, l’hotel della nomenclatura e nel quale si svolgevano le imponenti riunioni dell’allora potentissimo PCUS. Allora nello stesso hotel ci soggiornavo io. Era immenso, come era immenso tutto in quello stesso paese. L’hotel contava più di 4000 stanze, e aveva punti ristoro, negozi, infermerie ovunque. Una città nel cuore della città. La mia stanza dava sulla piazza rossa, e dalla grande finestra vedevo San Basilio a sinistra e la grande stella rossa che campeggiava sul Cremlino esattamente di fronte a me. Di notte solo una tenda sottile mi separava dalla piazza e da quell’immensa stella, che con l’oscurità si illuminava di un rosso acceso, che colorava anche la mia camera. Da lì osservavo i preparativi per qualcosa di maestoso, che mi era ignoto. Sotto alla mia finestra sfilavano battaglioni dell’esercito, c’era un via vai di gente e bandiere patriottiche ovunque. Qualche giorno più tardi avrei capito che si stavano preparando per festeggiare l’evento più importante della Russia dalla fine della seconda guerra mondiale, ossia la parata del 9 Maggio. Quel giorno me ne stetti alla mia finestra a godermi lo spettacolo, mentre la piazza gremita da centinaia di migliaia di persone arrivate dagli angoli più remoti del paese, acclamavano i grandi successi della propria nazione.
Il 9 Maggio del 2003 fu un giorno speciale anche per me.

Quella volta nel deserto del Negev

Correva l’anno 2010. Con una berlina della Chevrolet avevo attraversato tutto il deserto del Negev, partendo da Tel Aviv fino ad arrivare quasi alla striscia di Gaza. Da lì, con una virata, mi diressi verso il Mar Morto. Arrivare al Mar Morto significava scendere sotto al deserto del Negev, scendendo fisicamente, con una strada piena di curve che andava giù lungo il costone di una roccia rossa, sulla quale, con delle grandi linee dipinte di bianco, si indicava l’altezza di cui si scendeva sotto al livello del mare: meno 100 mt, meno 200 mt, meno 300 mt, meno 430 mt. Il Mar Morto è il punto più basso della Terra, considerando, ovviamente, solo la terra ferma. Li trovai un po di pace immergendomi nelle acque tiepide ed estremamente salate di quel mare, che assomigliava più ad un lago che non ad un vero e proprio mare. Sull’altra sponda si vedevano le coste della Giordania e dell’Arabia Saudita, che avevano lo stesso colore di quelle israeliane. Anche immergersi nel Mar Morto era un’esperienza quasi mistica. L’alta concentrazione di sale ti faceva galleggiare mentre una miriade di cartelli vietavano in maniera tassativa di nuotare sul dorso. Io ci provai a girarmi sul dorso e capii presto che, a causa dell’alta salinità, era impossibile rigirarsi, per quanto uno potesse dibattersi. Per fortuna c’erano due persone vicine a me, che, non senza difficoltà, riuscirono a girarmi e a rimettermi in piedi. Finì così la mia esperienza in quello strano mare. Me ne andai a dormire nel Kibbuts di Ein Gedi, tra i bull spider, dove, dopo una ricca cena a base di pasta katafimi, trascorso una piacevole serata sotto ad un enorme baobab, dove si stava svolgendo un festival jazz. Era il 9 aprile 2010.

Sono ufficialmente sbarcato negli Stati Uniti

United States of Italy è un giornale fatto da italiani per italiani che vivono negli Stati Uniti D’America. Ha la sua base a Washington e un cuore tricolore. Il giornale mette principalmente in evidenza le eccellenze italiane, e , nel mio ambito, cioè quello letterario hanno deciso di dedicare un articolo a me. E non finisce qui, perché a breve uscirà il giornale in versione cartacea, con l’articolo rigorosamente in inglese, che sarà distribuito in tutti gli Stati Uniti. Un grazie di cuore a Federica Brogna, che mi ha voluto onorare con questo bellissimo articolo. E tra l’altro, Federica, è l’ideatrice del famoso gioco “Irpinia”, che tanto ci ha fatto divertire nelle uggiose serate invernali. L’unico punto negativo del gioco è stato il fatto che per colpa sua abbiamo bevuto un sacco di vino…rigorosamente irpino!

I diaristi russi del mattino

La prosa mattutina dei diaristi russi, di gente come Michail Prishvin o Konstantin Paustovskij, mi è rimasta dentro.
Avevano proprio questa abitudine: alzarsi presto, sedersi vicino alla finestra e guardare il mondo che lentamente ricominciava a respirare, stiracchiandosi dopo le tenebre della notte.
Nella loro letteratura si intravedevano cani che abbaiavano in lontananza, stormi che tagliavano il cielo, il primo fumo che usciva da un comignolo.
Non si faceva mai riferimento a grandi eventi, ma c’era sempre e solo il mattino.
Come adesso…

Ramme lo ‘ppane

“Ramme no picca re pane”, ha detto una mia amica durante la cena di ieri sera. “Ramme no picca re pane”. Ma quant’è bella questa frase, quanto è musicale, e quanto è letteraria? Sia per il significato che richiama al pane, l’alimento primordiale, sia per lo swing di questo dialetto.
Dentro a questa frase ci sta tutto il suono delle cucine di una volta, il tavolo di legno, il pane spezzato con le mani durante le lunghe serate di paese. Insomma io ci sento lo swing…
Per chi volesse documentarsi meglio sulle faccende irpine, può farlo da qui: https://amzn.eu/d/0apnHQdV

Lo swing di una lingua

“Ramme no picca re pane”, ha detto una mia amica durante la cena di ieri sera. “Ramme no picca re pane”. Ma quant’è bella questa frase, quanto è musicale, e quanto è letteraria? Sia per il significato che richiama al pane, l’alimento primordiale, sia per lo swing di questo dialetto.
Dentro a questa frase ci sta tutto il suono delle cucine di una volta, il tavolo di legno, il pane spezzato con le mani durante le lunghe serate di paese. Insomma io ci sento lo swing…
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