Cairano, il paese degli organi a vento

Mi sono fermato su un altopiano, sferzato dal vento incessante. Qui la vegetazione è scarna. Di alberi e di piante ad alto fusto non c’è nemmeno l’ombra. L’unica forma di vegetazione è rappresentata da immensi spazi verdi, terreni ricoperti di erba a perdita d’occhio. Ad un esame più attento mi accorgo che si tratta di grano, in fase ancora embrionale, ben lungi dal produrre le famose spighe. In questa fase è poco più che erba, dai fili larghi e dal colore verde scuro. Mi fermo, non tanto per sfidare la natura, che, di certo, non ha bisogno della mia presenza e forse mi irride anche, ma per respirare l’aria dell’alta Irpinia, di quella parte di Irpinia che si sviluppa in altezza e che si incunea, ad oriente, tra la Basilicata e la Puglia. Terra di confine, dove i dialetti si mischiano, dove l’influenza della Lucania e della Puglia si fa sentire forte, soprattutto negli usi culinari.

Terra madre di tutte le terre, terra di mezzo per eccellenza. Qui le genti si distinguono in adriatiche o tirreniche a seconda di dove sfociano i fiumi che le attraversano. Cime di Appennino taglienti, che dividono i venti, e che nascondono segreti. Nel loro ventre conservano grandi serbatoi d’acqua, e ancora più sotto lavorano grevi laboratori di movimento. Lì, la crosta terrestre si genera o si annichilisce, causando terremoti dall’immensa magnitudine. Respiro ancora un attimo a pieni polmoni l’aria fresca del pomeriggio. Il sole è ancora alto: una palla di fuoco sopra i cieli irpini. Che sensazione inebriante mi lascia dentro, che caldo sapore mi lascia sulla pelle. Sono arrivato fino a qui per proseguire.

La mia tappa finale sarà Cairano, il paese degli organi a vento. C’è ancora un po’ di strada da fare. Bisogna passare per Andretta e da lì, prendendo una strada laterale, bisogna scendere giù, in fondo alla collina, per salire, poi, su quella successiva. Ed è sul fondo della valle che finalmente vedo qualche albero, sparuto e spaesato, proiettato verso l’alto, a cercare l’ossigeno vitale e rigenerante. Lo saluto, come si fa con un amico, con cordialità. Scendo dall’auto e lo tocco, lo abbraccio addirittura. Mi porterà fortuna. La strada è disagiata e la immagino di notte. Lì di notte non ci passano nemmeno i gufi, per quanto deve essere buia. Non vi è nessuna traccia di attività umana nei dintorni. Lì il buio deve essere davvero buio, e penso a come i nostri antenati avessero sviluppato gli anticorpi necessari per sopravvivere anche in un territorio così ostico. E lo facevano in un tempo in cui non esistevano comodità e quando era già tanto avere gli arnesi per andare a caccia. Erano le genti della cultura Oliveto-Cairano, che di queste terre avevano fatto la loro casa, che vivevano di caccia e delle prime forme di agricoltura. Però ancora non vedo Cairano, il paese, che dovrebbe essere esattamente sull’altura sopra di me.

Cairano ha un’immagine da cartolina. Una di quelle immagini che quando la guardi ti fa innamorare di questa terra, facendoti dimenticare della fatica che ci vuole per arrivare fin qui, ma anche dei disagi cui devi sottoporti per vivere in un luogo del genere, bello e ancestrale. Per ammirare l’immagine classica del paese, decido di fare una deviazione verso il lago di Conza, e da lì mi immetto sull’Ofantina, prendendo poi l’uscita per Cairano. Ed è lì che la magia accade. Poco dopo aver superato una siepe fatta di alti arbusti, la via si apre su una valle, in fondo alla quale si scorge, solitaria, un’altura, che a destra scende a strapiombo verso il basso e a sinistra declina dolcemente, formando una curva, che in apparenza, sembra il dorso di una balena che si inarca verso l’alto per cercare l’ossigeno. Un’immagine di una bellezza che lascia senza fiato, che fa venire la pelle d’oca e ti impone di fermarti e di pensare. Pensare a quanto sia bella la nostra terra, a quanto sia rimasta intatta nei secoli, a quanto i colori della natura abbiano saputo giocare con le forme geometriche delle terre alte, creando un quadro unico al mondo. Se Dio è un pittore, qui ha dato il meglio di sé, e non manca nemmeno il mare, perché l’altura è circondata da immense distese verdi, fatte di fili d’erba, che ondeggiano al passar del vento, tal che sembra di essere su un mare di colore diverso. Mi accorgo solo allora che non sono ancora arrivato in paese.

Mi metto a percorrere ancora quell’unica strada che si dipana dinanzi a me come un filo di lana che porta al gomitolo, arroccato più in alto, sulla spola che svetta su, in cima. Mi arrampico su per salite improbabili, curvo a destra, a sinistra e a destra ancora. I tornanti sembrano non finire mai, come una vite dal moto infinito. Poi all’improvviso, da dietro a un albero, spunta la prima abitazione. É semplice, squadrata e fatta in tufo. Non ha intonaco e dà l’idea di essere costruita secondo le regole antiche del posto. Ma la via continua, salendo ancora più su, tra strisce di case, che scorrono ai lati della strada. E poi diventa stretta, fino ad arrivare in una piccola piazza, dove la via stessa finisce. C’è l’ufficio postale, e bisogna parcheggiare. Da quel punto in poi, se vuoi visitare il paese, devi trascinarti a piedi. Parcheggio. Dalla busta di taralli di Ariano, che porto sempre con me, per scongiurare la paura di bruschi cali di zuccheri, ne prendo due e comincio a sgranocchiarli, mentre mi stiro, allungandomi in ogni direzione, prima di mettermi in marcia verso la parte più alta del paese. Faccio solo pochi passi e mi imbatto in un luogo avvolto da un’aura di misticismo: il bar di zi ‘Ngiulno, conosciuto anche come “il Presidente”.

Zi ‘Ngiulino è un uomo schietto, tarchiato, con una pancia prominente e due baffi che lo fanno assomigliare a quello della birra. È d’obbligo bere lì una Peroni, che, nel tempo è diventata il simbolo della resilienza in una terra laboriosa, ma ancora povera. La bevo tutta d’un fiato, mentre il Presidente mi guarda compiaciuto. Mi congedo presto, perché voglio arrivare alla rupe, lì dove sono gli organi a canne. Mi sistemo lo zaino sulle spalle e comincio la scalata, tra gli auguri e gli in bocca al lupo degli astanti. Percorro le vie del paese, fino ad arrivare ad un teatro all’aperto. Bisogna superarlo e continuare a salire. Sono costretto a fermarmi per l’affanno. La salita è dura e mette a dura prova il cuore ed i polmoni. Superato il teatro e l’unico ristorante di lusso del paese, che si affaccia proprio sul piccolo teatro, la strada diventa sterrata. Si cammina in un sentiero, tracciato a malapena in un mare d’erba. Finalmente il terreno si fa pianeggiante, dando sollievo al passo, che era diventato fin troppo pesante, e mi conduce, con una piccola distanza, fino al limitare della rupe.

Proprio lì, sul margine dell’abisso, sono sistemati i due grandi organi, le cui canne svettano verso l’alto, cercando quel vento che li fa suonare con quelle melodie per cui erano stati creati. Finalmente mi siedo, sudato e trafelato, estasiato dal panorama, che spazia su tutta la valle dell’Ofanto, guardando dritto verso il lago di Conza. Resto fermo, senza parole, ammirando ciò che la natura ha creato e che Dio ha benedetto come il paesaggio più iconico dell’intera Irpinia.

Winter Edition del Festival Letture dal Bosco

Un grazie di cuore agli amici del Club del libro di Napoli, al Magnifico Rettore dell’Università Giustino Fortunato, Prof Giuseppe Acocella, e al Prof Antonio Trillicoso che stasera sono stati con noi presso la Libreria Raffaello di Napoli per l’edizione winter edition del Festival Internazionale Letture dal Bosco. Un ringraziamento anche a Giovanni Di Costanzo, gentilissimo pastone di casa, che ci ha messo a disposizione un bellissimo spazio.
Noi, invece, torneremo in estate, a Lago Laceno, la terza domenica di luglio, come di consueto per la quarta bellissima edizione del festival. Un grazie ancora a quanti sono passati a trovarci anche questa sera.

“Letture dal Bosco” arriva a Napoli, la versione invernale del Festival fa tappa alla Libreria Raffaello

Dopo il successo estivo, il Festival Letterario Letture dal Bosco approda a Napoli, con la sua edizione invernale.
L’appuntamento è per sabato 31 gennaio 2026, alle ore 17.00, presso la Libreria Raffaello, nel cuore del Vomero.

La manifestazione, ideata dallo scrittore Giuseppe Tecce, giunge a questo nuovo appuntamento dopo un’edizione estiva che ha segnato un salto di qualità nell’organizzazione e nella partecipazione. Il festival, nato per unire cultura e natura, ha scelto questa volta di spostarsi nella città di Napoli, che con la sua energia e la sua vivacità culturale accoglierà appassionati di letteratura.

Al centro dell’evento, come da tradizione, ci saranno le letture pubbliche, tratte da due opere che rappresentano il cuore di questa edizione: “Racconti dall’Irpinia” (Graus Edizioni) di Giuseppe Tecce e “Fari dell’anima. Raggi di luce e memorie” (Apeiron Edizioni), opera collettiva che vedrà la presenza di Maria Rosaria Paolella e Giovanni Canestrelli.

A condurre l’evento sarà Grazia Caruso, con la partecipazione dei soci dell’Associazione Ver Sacrum, che collaborano attivamente alla realizzazione del progetto.

Come ogni edizione, Letture dal Bosco coglie l’occasione per celebrare chi, con il proprio impegno, contribuisce a diffondere cultura e amore per i territori.
Durante la serata verranno consegnati i Premi Speciali a figure che si sono distinte nel panorama culturale e accademico: il Club del Libro Napoli, il Prof. Antonio Trillicoso, scrittore e docente, il Prof. Giuseppe Acocella, Magnifico Rettore dell’Università Giustino Fortunato e Rosa Bianco, giornalista e critica letteraria, per il suo costante impegno nella diffusione della cultura letteraria legata alle aree interne della Campania.

L’ingresso è gratuito e aperto a tutti. Chi vorrà potrà leggere un brano, ascoltare le storie o semplicemente respirare quell’atmosfera di condivisione che da quattro anni contraddistingue il Festival.

“La vera forza di Letture dal Bosco sono le persone che scelgono di esserci – racconta Giuseppe Tecce – chi legge, chi ascolta, chi semplicemente crede che la cultura sia un modo per stare insieme e per dare voce ai luoghi da cui veniamo.”

Chi vince

Nella vita vince non solo chi è più bravo, ma soprattutto chi ha più coraggio. E il coraggio o ce l’hai o non ce l’hai. Di certo non te lo puoi inventare!

Il tempo ostile

Tanto più il tempo ci è ostile, tanto più ci rafforziamo. Tanto più ci rafforziamo, tanto più saliamo verso la gloria con le nostre storie.

Le storie di Antonio

Antonio di storie da raccontare ne ha tantissime, perché lui di vite ne ha vissute tante: siciliano di nascita, è stato sarto per Dolce e Gabbana ed è stato attore. Mi ha confidato che su 12 provini fatti, é stato scelto per ben 11 film. E non film di serie B, ma film importanti, ha collaborato con Tornatore per il bellissimo Baaria, con Scamarcio, con Sergio Leone, con Simona Izzo e Ricky Tognazzi, con la Cucinotta. Insomma di storie da raccontare ne ha davvero tante, e un po’ per volta gliele faremo raccontare, perché quello che sa fare meglio, è stare davanti alla telecamera.
Antonio é uno che ha collaborato attivamente a rendere grande il nostro paese nel mondo, e gliene siamo grati, anche adesso che, come lui spesso dice, è in ferie.

Cinema Made in Irpinia

La mia recensione sul bel film di Antonello Carbone. Il cinema “made in Irpinia” da buoni frutti, e ora si possono anche vedere ed assaggiare. Il Film sarà poiettato il giorno 29 presso il Cinema di Lioni e il giorno 4 Febbraio presso il cinema di Mirabella Eclano. Andatelo a vedere, perchè è davvero bello. Per chi ci sarà a Mirabella, ci vediamo li, che ci sarò anche io.

Cairano sul Corriere

Giornata di pubblicazioni.
Il direttore del Corriere sta approntando un po di cambianti in merito al giornale cartaceo, che, dall’inizio di questo anno, non è più uscito in edicola.
Per ora la mia rubrica dedicata ai racconti dei paesi dell’Irpinia si è traferita sul sito del giornale, nella sezione cultura.
Quindi il viaggio continua, alla scoperta delle meraviglie delle terre d’altura, in attesa di ritornare su carta.
Intanto buona lettura.

Il mio primo Masticadores 2026

Come è consuetudine, ormai, ecco il mio primo articolo del 2026 per la rivista internazionale Masticadores. Buona lettura.

Città della cultura 2028

Una bellissima notizia corre lungo le strade dell’Irpinia: Mirabella Eclano sta per diventare ufficialmente città della cultura 2028. C’erano diverse città in gara, compresa la vicina Benevento, ma il progetto di Mirabella Eclano, per ora, sta avendo la meglio su tutto e tutti. Sono contento, perché si tratta di un importante riconoscimento per un territorio che sta lavorando duramente per emergere, per rinnovarsi ed innovarsi. Un territorio che pochi conoscono, ma che è ricco di storia e di cultura. È per un pezzettino della moderna cultura Irpinia sto contribuendo attivamente anche io.
In foto, dietro di me, alcuni resti dell’antica Aeclanum, potentissima colonia romana au tempo dell’impero.
Sono fiero di appartenere a questa terra.