Fontanarosa, Fontana Rossa, Fontana della Rosa. Me ne vado camminando, su e giù per la collina, pensando all’etimologia della parola, e, ancor più, all’origine del borgo. Camminando per i campi sono inciampato in una pietra, cadendo rovinosamente a terra. Non sono mancate le imprecazioni, così come la situazione, di norma impone. C’è una regola non scritta che chiede un’imprecazione per ogni sventura che capita. Io la regola l’ho rispettata, ma sono anche andato a vedere in cosa fossi inciampato. Si trattava di una grossa pietra lavorata in orizzontale, ben levigata, a tal punto da sembrare simile ad un marmo dalle sfumature rosee. Probabilmente era la parte di sopra del rivestimento di un camino. Come fosse arrivata fin là non è poi un grosso mistero.

Fontanarosa è stata da sempre luogo di attività di sopraffini scalpellini e artigiani della pietra, che hanno saputo plasmarla in varie forge, che andavano dai portali delle abitazioni, fino ai più complessi ricami dei marmi di rivestimento dei camini. Il camino, qui, come in tutta l’alta Irpinia, è una cosa sacra. Nelle terre alte, riscaldarsi, nei mesi più freddi, era, ed è, una faccenda seria, e il camino è stato, per tanti secoli, la porta d’accesso a quel calore che sapeva di famiglia, di casa e di buono.

A Fontanarosa ci sono arrivato salendo per le curve di “mangia occole”, che sono situate a ridosso del piccolo ponte che supera il fiume Fredane, scendendo da Paternopoli. Questa parte dell’Irpinia è fatta di colli bassi, piccoli promontori, sulle sommità dei quali, il più delle volte, ci sono i paesi. I paesi un tempo si costruivano in alto per due ragioni fondamentali: 1) perché dall’alto si poteva controllare meglio il proprio territorio e le vie di accesso allo stesso. 2) perché l’aria delle colline era più salubre, meno umida, e meno invasa da quegli insetti che, in quell’epoca, portavano malattie che potevano fare la differenza tra la vita e la morte. Questa è quella parte dell’Irpinia dove il mito si mischia con la realtà, in un unicum che non ti permette di distinguere l’uno dall’altro. Qui vivono personaggi mitologici, che nessuno ha mai visto, ma che tutti conoscono: scoiattoli dalle code lunghissime, volpi talmente astute da arrivare a qualsiasi tipo di uva, gnomi e fate che possono prendere sembianze diverse, a seconda delle occasioni o delle stagioni. Qui il Sole sembra più basso, e non perché realmente lo sia, ma perché queste terre sono più alte, protese verso l’infinito, l’ignoto e il soprannaturale. I fiumi hanno braccia che abbracciano alberi e i gufi parlano con altri esseri, in un territorio sottile, steso su questo mondo, in cui sogni e realtà si mischiano in un tutt’uno indistinguibile. In un batter di ciglia mi sono ritrovato a Fontanarosa sulla Piazza del Comune. Annarita mi ha dato un pezzo di pane, perché ci sono arrivato affamato e mi girava la testa. Il pane, da queste parti, non si mangia mai da solo, ma lo si accompagna sempre con salame o formaggio. Annarita si è scusata per non averne. Io l’ho semplicemente ringraziata per il tozzo di pane, che andava più che bene per chiudere il buco allo stomaco.

Ho parcheggiato in via Principe di Piemonte e già li la domanda mi gironzolava per la testa, ma perché intitolare una strada ai principi di Piemonte? C’è qualche evento che lega questo paese a tali principi? In realtà credo che nulla li leghi al Piemonte, se non un servile omaggio, che a nulla giova nell’economia del piccolo borgo. Anche quello di modificare la toponomastica può essere un gioco utile per migliorare il rapporto e l’approccio con il territorio. Fontanarosa deve le sue origini alla vicina ed antichissima città di Aeclanum, la quale fu distrutta dall’Imperatore Greco Costante. In quell’occasione molti abitanti della cittadina a lui ostile furono trucidati, mentre alcuni riuscirono a disperdersi per i territori circostanti, andando a fondare le vicine città di Grottaminarda e di Fontanarosa. E poiché la distruzione di Aeclanum avvenne all’epoca dei Longobardi, gli storici sono concordi nel sostenere che furono proprio i Longobardi, popolazione barbarica convertita al Cristianesimo, a edificare la città di Fontanarosa. Al di là delle origini, che qualcuno contesta, quello che posso dire per certo è il rapporto strettissimo, che esiste, da sempre, tra gli abitanti del borgo e la fede Cristiana, attestata dalle tante chiese, i campanili, e da una bellissima statua della Vergine che per sfuggire alla furia iconoclasta che imperversava a partire dall’VIII secolo, fu nascosta in un pozzo, dove rimase fino a quando non fu ritrovata nel XIII secolo.

La città più volte è stata distrutta da terremoti e ricostruita sempre nello stesso luogo. Il terremoto del 1980 ha segnato la vita più recente della comunità, causando non pochi danni alle abitazioni ed anche dei morti.
Continuo la mia passeggiata per il centro del paese, che è ben tenuto, ritornando alla piazza antistante la Casa Comunale, che mi colpisce per la bianca pavimentazione fatta in pietra locale, mettendo ancora una volta in risalto le maestranze dei famosi laboratori che la lavorano, ricavandone ornamenti di gran pregio. Mi salta all’occhio un grande manifesto, plastificato, attaccato sulla facciata laterale di una palazzina. Il grande manifesto tiene rappresentato il carro, il grande vanto delle genti di questo luogo.

Si narra che, al pari di quanto accade con il sangue di San Gennaro quando non si scioglie, così il carro di Fontanarosa quando cade, durante la partecipata tirata, è un cattivo auspicio che anticipa disastri e catastrofi per l’anno successivo. Così è stato anche l’ultima volta che il carro è caduto, nell’Agosto del 2019, quando, in una delle curve più pericolose del tracciato, cadde rovinosamente sul tetto di una casa, nonostante l’attenzione maniacale di tutti i maestri carristi e di tutte le persone addette a tirare le funi di sostegno. Non ci fu nulla da fare, il grande obelisco si inclinò e cadde. L’anno successivo, il 2020, è tristemente diventato famoso per essere stato l’anno che ci ha visti rinchiusi in casa a causa dell’epidemia di Covid 19, che secondo gli abitanti locali, era stata predetta dalla caduta del carro stesso. La tradizione del carro, che vede Fontanarosa rientrare nel circolo dei paesi limitrofi dediti al tiro dell’obelisco, è una tradizione che si inquadra nel recupero di quelle antiche usanze risalenti all’epoca precristiana, quando si era soliti offrire doni agli Dei della terra e dei boschi, per propiziarsi un nuovo anno ricco di prosperità, sia in campo agricolo sia nel campo dell’allevamento di bestiame.

Oggi fa molto freddo. L’inverno incombe e manca giusto una settimana a Natale. I mesi caldi dedicati al carro, sono un lontano ricordo. Dai comignoli delle case escono fumate dal colore biancastro, che sanno di legna stagionata e di cose buone di una volta. Mi immagino pignatte in terracotta, ripiene di fagioli e cotechino poste accanto alla focolenza, in quella zona dove il calore si mescola con l’aria della stanza, smorzando appena le temperature altissime della legna che arde. Il mio stomaco brontola ed è ora di rimettersi in marcia e di andare a cercare un pranzo.

















