Il mio modo di stare al mondo

Dopo tre giornate intense, anche l’esperienza di Sanremo é finita e può essere archiviata.
Come è andata e cosa resta nel cassetto dei ricordi?
Bhe io dico che è andata bene, nonostante le mie posture eternamente sbagliate, nonostante il mio essere scontroso, il tutto accompagnato da un modo semplice di stare al mondo e da parole sempre affilate e pungenti al punto giusto.
Nel cassetto dei ricordi resteranno gli incontri con gli amici e le amiche nei tanti incontri pubblici e meno pubblici, le risate spensierate, il mare di persone riversate per le strade, gli studi televisivi dentro Casa Sanremo, la musica ballabile di Sal Da Vinci, le serate infinite al Casinò, il sapore morbido della farinata, i km fatti a piedi per andare a recuperare la macchina, parcheggiata sempre troppo lontano.
In fondo sono uno scrittore, il mio mondo non è il palcoscenico, ma il silenzio dei libri e dello studio, ma sempre iper connesso con il mondo della musica, che è la colonna sonora costante di tutta la mia vita.
E al momento dei ringraziamenti, ora voglio ringraziare solo la mia caparbietà, che unita alla passione, mi permette di andare avanti e di fare esperienze prima impensabili, andando sempre in direzione ostinata e contraria a chi spesso e gratuitamente mi ha remato contro. Ma un grazie va anche a due persone che mi sono state sempre vicine in tutta questa strada e sono Pietro Graus, il mio illuminato editore, e Maurizio Del Greco, mio Pigmalione e coach emotivo. Questo per dire che l’incontro di poche persone giuste al momento giusto, ti può cambiare la vita.

Arriva Sanremo

Un uomo del Sud

Stavo pensando che, nel bene o nel male, il Sud Italia me lo sono girato tutto, sia per lavoro e sia per piacere. Da uomo del Sud, che non ha mai voluto abbandonare il Sud, posso dire, con cognizione di causa, che la nostra è una terra meravigliosa, ma bistrattata dalla politica, o anzi dai politici, che è cosa diversa, che l’hanno impoverita e ridotta a loro corte personale. Purtroppo i popoli del Sud sono stati abituati nei secoli a subire diverse occupazioni, allenando la loro resilienza, ma anche la loro incapacità a ribellarsi, così come è avvenuto quando i Sabaudi ci hanno invaso, dando inizio al corso moderno della storia, dando origine ad una nazione unica, che è nata, però, non da una unificazione, ma da una annessione territoriale, da cui sono derivati quasi tutti i problemi atavici che attanagliano le nostre regioni. Se ne può uscire? Sì, con una politica lungimirante, e con l’istituzione ex novo di strumenti, come ad esempio una nuova Cassa per il Mezzogiorno, che possano diminuire il divario tra le due Italie. Anche perché non è assolutamente vero che al Sud la gente non vuole lavorare, ma è vero il contrario e cioè che la gente Vuole lavorare e per questo è costretta ad emigrare e questo sta determinando lo spopolamento di questa parte di mondo. Io, sinceramente, non credo che una sostituzione etnica possa rimpiazzare la nostra gente che emigra per trovare lavoro, ma credo che se avessimo più servizi ed opportunità, tanta gente ritornerebbe qui, perchè queste sono, di gran lunga, le terre più belle al mondo. Parafrasando Vito Teti, più che di restanza, ci vuole la ritornanza, e bisognerebbe lavorare solo per quello.

Il Sannio moderno e quello antico, riassunti in una persona

Salire a Montefusco, soprattutto nei giorni di sole, è una sorta di pellegrinaggio, perché Montefusco è come un tempio. Un paesino arroccato sulla punta di un monte nel bel mezzo di una delle valli più belle della Campania, cioè quella del Calore, diventa un punto di osservazione privilegiato tra Irpinia e Sannio. E guardando da qui ti accorgi davvero quanto siano uguali l’Irpinia e il Sannio, o almeno quello che oggi chiamiamo Sannio, ossia la provincia di Benevento, perché in passato questi territori non conoscevano divisioni ed erano davvero tutti Sannio, quello vero, ossia quella confederazione di popoli che era chiamata Sannio. Oggi i Beneventani e gli Avellinesi litigano per questioni futili, come le partite di pallone, chiudendo gli occhi su quanto potremmo realmente contare stando insieme, così come abbiamo sempre fatto lungo il percorso della storia. Qui ha davvero funzionato l’antico principio del “dividi ed impera”, creando rivalità fittizie anche dove non esistono. Per fortuna che io, per metà sannita e per metà irpino, faccio da ponte e da punto di contatto tra le due realtà, riportando tutti con i piedi per terra. Credo che dovrebbero darmi le cittadinanze onorarie da una parte e dall’altra, e visto che ci siamo, anche nel Molise, che pure anticamente era parte importantissima del Sannio.

A proposito di avvocati

Oggi uno dei miei avvocati mi dice: “Presidente, in merito a questa faccenda, avremo delle brutte rogne da pelare”.
Io lo guardo e gli rispondo: “preferirei avere queste rogne da pelare anche per tutta la vita, piuttosto che una sentenza infausta da parte di un medico”.
Cala il silenzio, questione risolta.

Il mio profilo

Qualcuno mi ha detto che il mio profilo é diventato iconico. Un po come era accaduto con il profilo di Hitchcock. Sarà vero?

Un segreto da scrittore

Ora vi confido un segreto da scrittore. E questo segreto ve lo posso, oramai, passare con certezza, avendo all’attivo dieci libri, e centinaia di incontri divulgativi, sia in Italia che in Europa. Ecco il segreto é questo: riesco a parlare meglio di un mio libro quando é passato un po’ di tempo dalla pubblicazione (almeno un anno). In quel tempo i personaggi del testo cominciano ad avere una vita propria, cominciano a parlarmi ed io parlo di loro con maggiore distacco, fisico ed emotivo. É il tempo che deposita le parole in un luogo che sta a metà tra il cuore e l’anima, ed è lì che i miei personaggi prendono vita, vivendo di vita propria, provando proprie emozioni, parlando secondo il proprio carattere e mai secondo il mio pensiero. Anche in questo caso, così come in tanti altri casi della vita, é il tempo a fare la differenza e a rendere immortali certe parole e certi personaggi.

Come si scrive un libro

Scrivere un libro non è solo una faccenda di tecnica. Dietro alla scrittura si nascondono anni di studio, giornate infinite di letture, di ricerche e, soprattutto dentro a un libro c’è tutta l’esperienza che un autore ha maturato nel proprio percorso di vita. Non tutti gli scrittori scrivono. Per quanto strano possa sembrarvi, però, accade che alcune persone abbiano le idee o le esperienze, ma non sappiamo concretamente scriverle. In questi casi si affidano a dei professionisti che lo fanno al posto loro, i cosiddetti ghostwriters. Io stesso sono stato un ghostwriters, in almeno un paio di casi. Ma adesso sta succedendo qualcosa di molto più preoccupante, e cioè l’utilizzo dell’intelligenza artificiale che molti “soggetti” utilizzano per organizzare le proprie idee in un testo. La cosa ancor più preoccupante è che, spesso, non servono nemmeno le idee, perché te le fornisce la stessa intelligenza artificiale. Stiamo finendo per davvero nel mondo del sottosopra, con il rischio che le idee vere, le esperienze vere, vengano surclassate da un algoritmo artificiale. E voi lo leggereste mai un libro scritto da un’intelligenza artificiale? Se avete risposto no, la cattiva notizia è che con grossa probabilità l’avete già letto, senza nemmeno accorgervene.

RIAFFIORA CITTÀ ROMANA SCOMPARSA

Indagini geofisiche e rilievi con droni dotati di sensori termici e multispettrali, condotte dall’Università del Salento in collaborazione con SABAP SA E AV e Comune di Flumeri, hanno individuato le strutture del Foro e di un Teatro dell’antico centro di Fioccaglia sorto sulla Via Appia.

L’ultima campagna di ricerca presso il sito archeologico di Fioccaglia, nel territorio di Flumeri, in provincia di Avellino, ha prodotto risultati eccezionali riguardo all’articolazione urbanistica dell’antica città romana. L’insediamento, un punto strategico lungo la Via Appia, si conferma un tassello cruciale per la comprensione della romanizzazione in questo comparto territoriale in Irpinia.

Il sito di Fioccaglia di Flumeri è noto come insediamento romano risalente al II-I sec. a.C., la cui vita fu presumibilmente interrotta e ridimensionata in seguito alla Guerra Sociale. La rilevanza del luogo è anche legata al fatto che il sito, oltre a essere attraversato dalla Regina viarum, era il punto di origine di una Via Aemilia voluta dal console del 126 a.C. Marco Emilio Lepido.
L’équipe di ricerca, sotto. La direzione del prof. Giuseppe Ceraudo, ha utilizzato tecnologie avanzate per individuare le strutture fondamentali dell’insediamento:

  • Una serie di assi stradali che confermano la struttura dell’impianto ortogonale – tipico delle città romane di nuova fondazione – e la pianificazione di ampi isolati urbani con all’interno la presenza di edifici pubblici e privati.
  • Il Foro: il cuore civile e commerciale della città, di cui è stata delineata la vasta piazza centrale e il perimetro degli edifici pubblici che vi si affacciavano.
  • Il Teatro: la presenza di una grande struttura votata agli spettacoli e alla vita pubblica, finora ignota, è essenziale per attestare l’importanza e la monumentalità per la vita sociale e culturale di un centro urbano romano.
    Queste nuove evidenze rafforzano la convinzione che Fioccaglia fosse un centro organizzato e dotato di strutture monumentali, un dato che ne rivaluta il ruolo storico e strategico in relazione al tracciato della Via Appia. (da Archeologia Viva)

Le mie scelte

Ho scelto di fare un lavoro nel quale le relazioni umane contano più del mero calcolo economico, dove cerco di tenere insieme le necessità di tutti, ricordandomi sempre che siamo umani e non intelligenze artificiali. Di pari passo porto avanti la mia vita parallela di scrittore, ed è per questo che vi lascio un mio scritto:

Gli Stati alterati della coscienza erano il mare primordiale dal quale, pescatori di anime, tiravano su reti cariche di effluvi vitali ed escrementi di scarto. Nel mare alterato della coscienza avevano catturato un’anima libera, che credeva di essere libera, con la quale ho colloquiato tutta la notte. Anche gli Dei erano passati da quelle parti, in barba alle raccomandazioni di Odino, camminando su un tappeto di suoni cupi e sostenuti, assistendo inermi alle discussioni tra le anime, fatte di parole forti e di profonda sincerità. Negli Stati alterati della coscienza venivano fuori verità scomode ed ancestrali paure, portate a spalla da lacerati sacerdoti isiaci.
Una voce maschile, grave ed alta nello stesso tempo, intonava vecchi motivi, su una melodia prodotta da una tastiera su un tappeto di archi. Parlava la lingua dura dei vichinghi, che lasciava immaginare orme pesanti su una tundra ghiacciata, mentre il cielo, solcato da aurore boreali, si apriva in un caleidoscopio di colori primordiali. Le parole, scagliate come lance contro il silenzio, evocavano memorie di un mondo dimenticato, dove gli Dèi banchettavano e le anime trovavano il loro destino su campi di battaglia mistici. Eravamo poco più che macchie di luce.
Nelle profondità di quello stato, sentii il sussurro di Pan, il dio cornuto dei boschi, che danzava nudo tra ombre e fuochi, chiamando gli spiriti erranti con il suono del suo flauto. Era un richiamo irresistibile, che risvegliava desideri sopiti e paure primordiali, un invito a unirsi alla danza sfrenata della natura, dove ogni maschera cadeva e ogni segreto era rivelato.
Freya, nel suo passaggio, aveva lasciato dietro di sé un profumo di ambra e muschio, mentre il suono dei suoi passi si faceva un tutt’uno con il canto degli sciamani, che invocavano la benedizione dei Nornir, le filatrici del destino. La rete tirata su dal mare alterato straripava di simboli: piume di corvo, amuleti di bronzo, frammenti di ossa, ognuno portatore delle proprie storie.
E lì, tra le onde del subconscio, vedemmo un antico sacrificio consumarsi: un fuoco sacro acceso su un altare di pietra, dove il sangue versato era l’offerta, a ciò che era trascendente. Una sacerdotessa velata, forse un’ombra di Hekate, tracciava segni incomprensibili nell’aria, mentre un corvo osservava dall’alto, scrutando l’eternità con occhi gelidi.
Nel mare della mia coscienza alterata, tutte le voci di ogni visione portavano un messaggio dimenticato, un eco delle ere pagane, quando gli uomini e gli dèi parlavano la stessa lingua e il mistero della vita era accettato,e non temuto. Forse, quella rete non è altro che un frammento del Wyrd, il tessuto del destino, che ci unisce tutti in un intreccio sacro e inscindibile.