Il 4 Novembre sono stato ospite presso gli studi di StoryTime – Radio Italia a Napoli, dove abbiamo registrato questa frizzante intervista. Da ascoltare fino in fondo.
Io e Prem al Castello d’Aquino
Quando arriva l’autunno e comincia il freddo, mi viene sempre in mente la bella presentazione di “Ljuba senza scarpe” fatta al Castello D’Aquino il 3 Dicembre 2023. L’organizzazione fu curata da un’amica di Grottaminarda e la relatrice della serata fu la grandissima Premjeet Kaur Tina. Quella sera faceva molto freddo, ma l’atmosfera all’interno del castello era molto calda. Inoltre, per restare in tema con il personaggio di Ljuba, decidemmo di fare la presentazione stando seduti a terra e bevendo tè da una bellissima teiera finemente decorata. Una serata che definire magica è poco e che non dimenticherò mai per il resto della mia vita.
Ps: la foto fu scattata così…storta e l’ho lasciata così come quella mano la scattò.

Taurasi, lo castello e il Principe di Venosa.
Il castello in fondo alla strada era la dimora di Carlo Gesualdo, principe di Venosa, che dopo aver ucciso Maria D’Avalos, sua moglie, e l’amante Fabrizio Carafa, nel palazzo Sansevero a Napoli, nell’ottobre del 1590, si ritirò qui, nel cuore dell’Irpinia, temendo la vendetta della potente famiglia Carafa. In preda ad un crisi mistica, successivamente, proprio qui scrisse alcuni tra i più bei madrigali della storia della musica, considerati tra i precursori più straordinari della musica moderna. Tutto questo in questo castello rimasto pressoché anonimo a Taurasi, nel cuore della verde Irpinia.

Il pollo arrivato per le campagne. Cronache di una Campania che rischia di restare senza tutto
Supermercati vuoti, distributori senza carburante, trasporti bloccati e anziani che non riescono a raggiungere gli ospedali. La protesta degli autotrasportatori è una battaglia che riguarda tutti noi. Ma chi difende, nel frattempo, il diritto alla vita di chi ne sta pagando le conseguenze?
C’è una frase che mi è stata detta oggi pomeriggio e che, più di qualsiasi dichiarazione politica, più di qualsiasi servizio televisivo, racconta quello che sta accadendo in queste ore in Campania.
«Sono arrivati passando per le campagne».
A pronunciarla è stato il macellaio di un supermercato nel quale ero entrato per fare la spesa. Avevo attraversato corsie desolatamente vuote, scaffali che sembravano essere stati saccheggiati da un esercito in ritirata, fino ad arrivare al banco delle carni. Anche quello era vuoto. Completamente. Con una sola, curiosa eccezione: il reparto avicolo.
C’era del pollo.
Ho chiesto al macellaio come fosse possibile che, in mezzo a tutto quel deserto, proprio il suo banco avesse ancora qualcosa da vendere.
Mi ha risposto che si trattava di un allevamento locale e che due furgoni erano riusciti a raggiungere il supermercato passando, appunto, per le campagne.
Per le campagne.
Ho continuato a pensare a quelle parole anche dopo essere uscito.
Siamo nel 2026, in un Paese che appartiene al G7, in una regione attraversata da autostrade, interporti, infrastrutture e grandi arterie commerciali, e per portare qualche pollo al banco di un supermercato bisogna trovare una strada secondaria, aggirare i blocchi, attraversare le campagne.
Sembra l’immagine di un dopoguerra raccontato dai nostri nonni. Invece è quello che ho visto oggi.
Una protesta giusta che rischia di colpire le persone sbagliate
Voglio essere chiaro, perché non vorrei che le mie parole fossero fraintese.
Gli autotrasportatori hanno ragioni che meritano ascolto. La loro battaglia, per molti aspetti, è anche la nostra. Il costo del carburante, le difficoltà delle imprese, l’insostenibilità di un sistema economico nel quale chi lavora e produce rischia continuamente di essere schiacciato sono questioni che riguardano tutti.
Non si può pretendere che una categoria continui a sopportare indefinitamente il peso delle contraddizioni economiche del Paese.
Ma esiste un confine.
Ed è quello oltre il quale il diritto di protestare comincia a compromettere il diritto degli altri a vivere, a curarsi, a mangiare.
Mi domando, per esempio, quale beneficio possa trarre un agricoltore dal blocco di un camion carico di frutta e verdura.
Un’azienda agricola investe denaro, tempo, lavoro. Affida alla terra una stagione intera di sacrifici e, quando finalmente raccoglie i propri prodotti, ha bisogno di venderli. Subito. Perché una pesca non può aspettare la fine di una vertenza sindacale. Un pomodoro non conosce i tempi della politica.
La merce deperisce, l’investimento si perde e a pagare è proprio quella parte del mondo produttivo che la protesta sostiene di voler difendere.
C’è una contraddizione che non possiamo ignorare: se per salvare un settore economico ne mettiamo in ginocchio altri dieci, quale vittoria avremo ottenuto?
Quando il problema non è più fare la spesa, ma garantire la vita
Dirigo una piccola struttura residenziale per anziani.
Lo scrivo perché quello che sto per raccontare non è una considerazione teorica, né una delle tante opinioni che si rincorrono sui social.
È qualcosa che ho vissuto direttamente.
Oggi due persone anziane affidate alla nostra responsabilità non hanno potuto effettuare una visita medica programmata perché le ambulanze che avrebbero dovuto accompagnarle in ospedale non disponevano del carburante necessario.
Due persone.
Due esseri umani che hanno bisogno di assistenza, che non possono decidere autonomamente di prendere un’automobile e cercare un’altra strada, che dipendono da un sistema di servizi il cui funzionamento dovrebbe essere garantito in qualsiasi circostanza.
E non è tutto.
La ditta che rifornisce la nostra struttura di generi alimentari ci ha comunicato di non poter effettuare la consegna perché i propri mezzi sono rimasti bloccati in una zona del Napoletano.
Naturalmente abbiamo delle scorte. Ma nessuna struttura può immaginare di vivere indefinitamente delle proprie riserve.
E allora la domanda che rivolgo a chi protesta, ma soprattutto a chi governa, è molto semplice: cosa dovrebbe accadere se questa situazione continuasse?
Cosa succederebbe se un anziano avesse bisogno di un ricovero urgente e non fosse disponibile un mezzo per trasportarlo? Cosa accadrebbe se una struttura assistenziale non riuscisse più a ricevere medicinali o alimenti?
Dobbiamo aspettare che qualcuno subisca conseguenze irreparabili prima di comprendere che la situazione ha superato il limite di una normale vertenza?
Il nuovo lockdown, senza un virus
C’è una sensazione che non provavo nemmeno durante il Covid.
Allora avevamo paura di uscire. Avevamo paura di ammalarci, di incontrare qualcuno, di respirare troppo vicino a uno sconosciuto.
Ma quando uscivamo per necessità, trovavamo il carburante. Trovavamo gli alimenti. Trovavamo, pur tra mille difficoltà, una rete di distribuzione che continuava a funzionare.
Oggi, almeno nei luoghi che sto attraversando e dei quali ricevo testimonianze dirette, quella certezza sembra essere venuta meno.
Ci sono supermercati con interi reparti vuoti, distributori che non riescono più a rifornire gli automobilisti, consegne sospese e persone che cominciano a vivere con una domanda costante nella testa: e se domani dovesse accadermi qualcosa?
Se dovessi accompagnare urgentemente un familiare in ospedale? Se avessi bisogno di un medicinale? Se finisse il carburante della mia automobile?
È una forma di angoscia diversa da quella che abbiamo conosciuto durante la pandemia.
È la paura dell’imprevisto in un mondo che ha smesso di garantire perfino l’ordinario.
Castel del Lago e le voci di chi protesta
Ho parlato personalmente con alcuni autotrasportatori impegnati nel blocco di Castel del Lago.
Mi hanno raccontato di una mobilitazione destinata, secondo le loro intenzioni e le informazioni in loro possesso, a intensificarsi e ad allargarsi.
Non so quanto di queste previsioni si realizzerà. So, però, che quanto sta già accadendo meriterebbe un’attenzione nazionale ben diversa.
Ho la forte impressione che la Campania stia sopportando conseguenze particolarmente pesanti, e vorrei che qualcuno si prendesse la briga di raccontarle senza minimizzazioni.
Non soltanto attraverso le dichiarazioni dei rappresentanti delle categorie o le immagini dei camion fermi lungo le strade.
Vorrei che le telecamere entrassero nei supermercati, nei distributori, nelle strutture assistenziali. Vorrei che qualcuno ascoltasse gli agricoltori che non riescono a vendere, i piccoli commercianti che aspettano consegne che non arrivano, gli operatori sanitari che devono trovare soluzioni a problemi che non dovrebbero nemmeno esistere.
Perché una protesta non si misura soltanto dal numero dei mezzi che riesce a fermare.
Si misura anche dalle conseguenze che produce nella vita di chi non vi partecipa.
Lo Stato non può essere uno spettatore
E qui arriviamo alla responsabilità più grande.
Quella della politica.
Non è accettabile che un Paese si ritrovi a discutere se sia giusto o meno far passare un camion carico di generi alimentari destinati a una struttura per anziani.
Non dovrebbe esserci nulla da discutere.
I servizi essenziali devono essere garantiti. Le ambulanze devono poter circolare. Gli ospedali, le farmacie e le strutture sociosanitarie devono poter ricevere ciò di cui hanno bisogno. Le merci deperibili devono poter raggiungere la distribuzione.
Non si tratta di cancellare il diritto allo sciopero o di mettere a tacere una categoria esasperata.
Si tratta di governare una crisi.
Lo Stato esiste anche per questo. Soprattutto per questo.
Per intervenire quando due diritti entrano in conflitto e impedire che il più debole sia costretto a pagare il prezzo più alto.
E invece la sensazione è quella di assistere a un progressivo abbandono, mentre il disagio si accumula e la rabbia cresce.
Non vorrei che qualcuno stesse sottovalutando il rischio di una tensione sociale sempre più difficile da contenere.
La fame, del resto, non è mai stata una buona consigliera. E nemmeno la paura.
Un appello agli autotrasportatori
A voi che state protestando voglio rivolgere un appello.
Continuate a far sentire la vostra voce. Difendete il vostro lavoro, le vostre famiglie, la dignità di una categoria senza la quale il Paese si fermerebbe.
Ma non impedite a un’ambulanza di accompagnare un anziano in ospedale. Non fermate i medicinali. Non bloccate il cibo destinato alle comunità, alle RSA, alle persone fragili. Non condannate gli agricoltori a vedere marcire il frutto del proprio lavoro.
Non trasformate coloro per i quali dite di combattere nelle prime vittime della vostra battaglia.
E al Governo rivolgo una richiesta altrettanto semplice: intervenite. Ascoltate, trattate, trovate soluzioni e garantite immediatamente la continuità dei servizi essenziali.
Perché oggi ho visto un banco di macelleria nel quale l’unica carne disponibile era arrivata passando per le campagne.
E continuo a pensare che un Paese nel quale bisogna trovare una strada di campagna per portare da mangiare alla propria gente sia un Paese nel quale qualcuno, molto in alto, ha già smarrito la strada principale.
Hasta la victoria. Ma che sia una vittoria di tutti. E che nessuno debba morire aspettandola.






Ancora Laudato Creato
È finalmente in linee il servizio relativo al prestigioso premio “Laudato Creato”, che mi è stato assegnato a Venezia lo scorso 10 settembre, con ideatore del Festival “Letture dal Bosco”. Ricordo che il Festival sta ricevendo numerosi encomi e premi per la sua formula che coniuga letteratura (attraverso una gara di letture ad alta voce) e tutela della natura. Il Festival, infatti, si svolge in un vero bosco, a Lago Laceno, sui Monti Picentini, in provincia di Avellino. Un’oasi naturalistica bellissima dove la terza domenica di Luglio ci incontriamo per dare vita ad uno dei più innovativi festival di lettura d’Italia. Intanto stiamo già lavorando alla V edizione, che avrà tantissime tantissime novità!
Un ringraziamento va all’amica Virginia Barrett, ideatrice ed organizzatrice del prestigioso premio Laudato Creato, che tra l’altro è anche una bravissima regista, oltre che attrice, e un abbraccio anche a tutto il suo staff a cominciare dalla cara Silvia.
Dall’Irpinia a Washington. Il viaggio di una storia che non voleva restare ai margini

Qualche settimana fa, proprio su queste pagine, avevo raccontato della mia candidatura al Premio Eccellenza Italiana, che si sarebbe tenuto il 16 ottobre a Washington, nella prestigiosa sede del National Press Club. Avevo scritto che sarei partito con una nomination in tasca e con la speranza di riportare a casa un riconoscimento che, per una serie di ragioni, sentivo diverso dagli altri. Oggi, a distanza di qualche giorno, posso finalmente raccontarvi com’è andata, perché quel premio l’ho ricevuto davvero e, insieme a esso, ho portato a casa qualcosa che, probabilmente, sarà molto più difficile sistemare sopra una mensola: la consapevolezza che le storie nate ai margini del nostro Paese possono attraversare l’oceano senza perdere nulla della propria identità.
Washington è una città che possiede una sua particolare concezione dello spazio, con le grandi strade, i monumenti imponenti, le architetture che sembrano voler ricordare continuamente al visitatore di trovarsi in uno dei luoghi nei quali si decidono i destini del mondo. Tutto sembra costruito per rappresentare qualcosa di più grande della dimensione umana, eppure, mentre attraversavo quelle strade, a migliaia di chilometri da casa, mi ritrovavo a pensare alle piccole vie dei nostri paesi, a quelle strade che si arrampicano lungo le colline irpine, alle piazze nelle quali il tempo sembra essersi fermato e alle case di pietra che continuano a resistere, nonostante tutto, alla lenta e inesorabile sottrazione dei loro abitanti.
È una cosa curiosa, quella dell’appartenenza. Più ci si allontana da un luogo e più quel luogo sembra avvicinarsi, quasi che la distanza geografica possieda la straordinaria capacità di restituirci una geografia interiore che, nella quotidianità, finiamo spesso per dimenticare.
Il 16 ottobre, durante la XIII edizione del Premio Eccellenza Italiana, promosso dalla Fondazione E-novation su iniziativa del suo presidente Massimo Lucidi, ho avuto l’onore di essere tra i sedici premiati al National Press Club, insieme a personalità provenienti dal mondo della cultura, della scienza, dell’impresa, della ricerca e dell’innovazione. Un riconoscimento importante, che mi onora profondamente, ma che assume per me un significato ancora maggiore se penso al percorso che mi ha condotto fino a quel momento, ai libri scritti, alle storie raccolte, ai personaggi incontrati o immaginati e a quella particolare ostinazione che continua a farmi credere che la letteratura abbia ancora il compito di raccontare ciò che rischiamo di perdere.

Sette e Quarantacinque attraversa l’oceano
In questo viaggio americano mi ha accompagnato anche il mio ultimo romanzo, Sette e Quarantacinque, pubblicato da Graus Edizioni e presentato nel corso degli appuntamenti culturali che mi hanno portato tra New York e Washington. È stato particolare pensare a Mimì Gagliardi, il giornalista burbero e disordinato che avevo immaginato tra le strade di Gesualdo, mentre mi trovavo dall’altra parte dell’Atlantico. Un uomo profondamente provinciale, nel senso più complesso e umano del termine, che si muove in un territorio nel quale tutti sembrano conoscere tutti, ma nel quale nessuno conosce realmente fino in fondo la persona che gli vive accanto.
Sette e Quarantacinque è un noir, certo, ma il delitto, come ho già avuto modo di scrivere, è quasi un pretesto per raccontare ciò che esiste prima e ciò che rimane dopo. È un romanzo nel quale l’Irpinia non rappresenta semplicemente il luogo geografico nel quale si svolgono i fatti, ma diventa essa stessa un personaggio, con la sua bellezza a tratti feroce, le sue contraddizioni, i suoi silenzi e quella particolare capacità di custodire segreti che appartiene alle comunità nelle quali la memoria collettiva è spesso più lunga della vita dei singoli individui.
E così, mentre raccontavo questa storia in America, mi rendevo conto che la distanza tra Gesualdo e Washington, almeno dal punto di vista della letteratura, era molto meno importante di quanto potrebbe apparire osservando una carta geografica. Perché gli uomini, indipendentemente dal luogo nel quale nascono, continuano a essere attraversati dalle medesime inquietudini, dalle paure, dalle passioni, dalla necessità di appartenere a qualcosa e, qualche volta, dal desiderio di fuggire proprio da ciò a cui appartengono.

Un premio che parla anche della mia terra
Ho sempre pensato che uno scrittore non possa liberarsi completamente dei luoghi dai quali proviene, neppure quando decide di ambientare le proprie storie altrove. Ci sono paesaggi che ci rimangono dentro e che continuano a manifestarsi nella nostra scrittura anche quando non li nominiamo, attraverso una certa maniera di osservare il mondo, di descrivere un volto, di raccontare una casa o semplicemente di dare un significato al silenzio.
Per questo motivo, il riconoscimento ricevuto a Washington non riesco a considerarlo soltanto come un traguardo personale. Sarebbe certamente più semplice limitarsi alla soddisfazione di un premio internazionale, alle fotografie della cerimonia, ai complimenti ricevuti e al piacere, del tutto legittimo, di vedere riconosciuto il proprio lavoro. Ma credo che ci sia qualcosa di più, e quel qualcosa riguarda proprio la terra dalla quale provengo.
L’Irpinia è una di quelle parti d’Italia che, troppo spesso, vengono raccontate soltanto attraverso ciò che manca. Mancano i collegamenti, mancano le opportunità, mancano i giovani, mancano i servizi e, lentamente, cominciano a mancare persino le persone necessarie a mantenere in vita intere comunità. È una realtà che conosco e che non ho alcuna intenzione di nascondere dietro una descrizione romantica dei nostri paesi. Eppure, accanto a queste assenze, continua a esistere un patrimonio straordinario di conoscenze, tradizioni, sensibilità e capacità creative che non sempre trova gli strumenti necessari per manifestarsi al di fuori dei propri confini.
Portare una storia irpina a New York e a Washington, e ricevere in quella occasione un riconoscimento internazionale per il mio percorso di scrittore, significa anche contribuire, nel mio piccolo, a modificare la prospettiva attraverso la quale siamo abituati a osservare questi territori. Non più soltanto luoghi dai quali partire per cercare altrove un futuro, ma luoghi dai quali possono nascere idee, progetti e racconti capaci di raggiungere il resto del mondo.
Non credo che un premio possa cambiare il destino di una comunità, e sarebbe persino ingenuo sostenerlo. Credo, però, che ogni occasione capace di restituire visibilità a un territorio rappresenti una piccola possibilità, una porta che si apre, una relazione che prima non esisteva e che potrebbe, un giorno, generare qualcosa di nuovo.

Il viaggio di ritorno
Ci sono viaggi che si misurano attraverso i chilometri percorsi e altri che, invece, finiscono per essere importanti soprattutto per quello che ci restituiscono una volta tornati a casa. Questo viaggio americano appartiene, almeno per me, alla seconda categoria.
Torno con un riconoscimento che conserverò con grande orgoglio, con la gratitudine nei confronti della Fondazione E-novation e di Massimo Lucidi, con il ricordo delle persone incontrate e con la soddisfazione di avere portato la mia letteratura in due delle città più importanti degli Stati Uniti. Un ringraziamento particolare va anche al mio editore, Pietro Graus, per il sostegno dato al mio percorso letterario e per avere creduto in Sette e Quarantacinque.
Ma torno, soprattutto, con la convinzione che dobbiamo continuare a raccontare le nostre terre, senza vergognarci della loro dimensione provinciale e senza cedere alla tentazione di renderle artificialmente somiglianti a quei luoghi che il mondo considera più importanti.
Perché, in fondo, non è necessario che Gesualdo diventi New York, né che l’Irpinia assomigli a Washington per meritare di essere conosciuta.
È sufficiente che continui a essere se stessa, e che qualcuno trovi ancora le parole per raccontarla.
Questa volta, quelle parole sono arrivate dall’altra parte dell’oceano.
E insieme a loro, in qualche modo, ci è arrivata anche una piccola parte della nostra terra.

Dall’Irpinia alla Rai: il viaggio di Sette e Quarantacinque
“Sette e Quarantacinque” comincia a camminare da solo, entra nelle case degli altri, passa attraverso una voce che non è più la mia e viene raccontato da occhi che lo hanno guardato da fuori.
Oggi tutto questo è accaduto a Sette e Quarantacinque.
Il mio ultimo romanzo è entrato nel Leggilibri della TGR Campania, la rubrica Rai dedicata ai libri e alla letteratura, all’interno di un servizio significativamente intitolato Il Leggilibri fa il giallo. E confesso che fa uno strano effetto. Perché quando si scrive un romanzo si trascorre moltissimo tempo da soli. Ci sono una stanza, una pagina, qualche personaggio che lentamente comincia a prendere possesso delle giornate e, soprattutto, ci sono luoghi che conosciamo da sempre e che proviamo ostinatamente a trasformare in letteratura.
Per Sette e Quarantacinque quei luoghi sono quelli dell’Irpinia.
Le strade provinciali percorse quando il giorno sta ancora cominciando, i paesi appoggiati sulle montagne, i bar aperti troppo presto, le case isolate, il freddo, le distanze, i silenzi. Quella geografia apparentemente marginale che, per chi ci vive, marginale non è affatto. Ho sempre pensato che la provincia italiana custodisca storie enormi. Bisogna soltanto imparare ad ascoltarle. Dentro un paese di poche migliaia di abitanti possono esistere la stessa colpa, la stessa paura, lo stesso desiderio, la stessa violenza e la stessa disperazione che abitano una grande metropoli. Forse, qualche volta, persino più forti, perché nei piccoli luoghi tutto rimane più vicino: le vite, le case, i ricordi. E anche i segreti.
È da questa convinzione che nasce Sette e Quarantacinque.
Un noir, certamente. Una storia nella quale ci sono un’indagine, delle ombre e delle domande a cui qualcuno dovrà prima o poi dare una risposta. Ma soprattutto il primo capitolo di una trilogia attraverso la quale vorrei continuare a raccontare questa parte d’Italia: le sue contraddizioni, la sua bellezza e quel senso antico del tempo che ancora resiste nei paesi dell’Appennino. Per questo vedere oggi quelle pagine raccontate dalla Rai ha per me un significato particolare. Non soltanto perché qualcuno ha deciso di occuparsi del mio romanzo, ma perché, insieme al libro, per qualche minuto sono entrati nello schermo anche questi luoghi. E per uno scrittore che da anni prova a raccontare le aree interne, forse la soddisfazione più grande è proprio questa: accorgersi che una storia nata lontano dai grandi centri può partire da una strada dell’Irpinia e arrivare altrove. I libri, in fondo, servono anche a questo, prendono luoghi che sulle carte geografiche sembrano piccoli e restituiscono loro una misura diversa. Una misura che non si calcola in chilometri, né in numero di abitanti, ma si calcola nelle storie.
Qui è possibile vedere il servizio completo di Rai TGR Campania dedicato a Sette e Quarantacinque:
Clicca qui per vedere il servizio RAI
Un grazie a Claudio Ciccarone e alla redazione della TGR Campania per l’attenzione dedicata al mio romanzo.
Intanto il viaggio di Sette e Quarantacinque continua.

L’autunno sull’Appennino meridionale

L’autunno è arrivato impetuoso anche quest’anno, portando con sé tutti i rituali necessari per prepararsi al giorno del Sol Invictus. Un repentino cambio climatico ha prodotto un crollo delle temperature, per ricordarci che l’estate è oramai un ricordo lontano. La schiuma del mare ha lasciato, definitivamente, il posto alla bava delle lumache, che, curiose, escono ad osservare il mondo, dopo il primo temporale. Io, come il barone rampante, mi arrampico su un castagno, sbucciandomi le dita e lanciando improperi contro le divinità dei boschi, che quegli alberi hanno riempito di spine e gusci e piccole corazze marroni. Uno scoiattolo, grigio e sciatto, mi oltrepassa il braccio, ancora avvinghiato al tronco solido dell’albero. Come un marinaio d’altri tempi, mi sento a mio agio sull’albero maestro della mia imbarcazione, che altri non è se non il mondo nella sua totalità. Mi scorgo da un lato per osservare gli scorci di quello stesso mondo che apre le braccia agli sconosciuti e le incrocia per i suoi figli prediletti. Il mondo visto da quassù è colorato, e l’aria è pura nel pomeriggio inoltrato. I raggi del sole arrivano obliqui, portando una luce soffusa e diffusa, che penetra tra i rami fitti della vegetazione e permea l’intera area di una luce magica, frastagliata, minuziosa, che si ricompone nel terreno fatto di fogliame sparso e terriccio così fertile da mantenere in vita una foresta intera. Io so che lì sotto, al di sotto dello strato delle foglie, e più sotto ancora, oltre lo strato morbido del terriccio e quello più duro del terreno compattato si estende un groviglio di radici, non meno intricate dei rami sovrastanti. E quelle radici si intrecciano tra loro, creando connessioni tra tutti gli alberi del bosco, che restano in contatto, come se fossero un unico grande immenso organismo vivente. Mi sento parte del tutto, e mi stempero nel grigio corrugato del tronco, fino a diventare un tutt’uno con esso. I piedi nudi, aggrappati ai nodi delle naturali connessioni, si graffiano sui pori larghi dei solchi scavati dalla natura stessa, sanguinando verso il basso, in gocce grandi di liquido rosso scuro come la porpora. Il liquido si addensa sul fogliame in un laghetto, che sarà nutrimento per gli insetti del luogo. Io sono parte del paesaggio, non lo osservo più. Vi appartengo e questa appartenenza mi dà un brivido che mi percorre dai talloni fino alla cima della testa, uscendo dal cuoio capelluto, attratto da forze più grandi di me. La clorofilla, che dava alle foglie sui rami, il caratteristico colore verde, cede di fronte ai cannoni del freddo, che già bussa impetuoso alla porta dell’hotel Il Gelsomino, che svetta sull’altro crinale del monte. Le foglie non perdono la forza, ma solo il pigmento, che venendo meno, permette ai nuovi colori, che erano rimasti nascosti dentro all’essenza stessa delle foglie, di rimanere al mondo, portando nuova luce su di esse. Tutto, allora, si colora di rosso, giallo, marrone chiaro e scuro. Verde è il contorno delle foglie, ancora legate al picciolo, desiderose di raccontare ancora un po’ i loro segreti. Io sono Cosimo, il barone rampante, porto per cappello il tricorno, e una penna di merlo attaccata ad esso. Mi dicono che il nero sfini, così, per non dimenticarlo, porto la mia penna nera come il carbone, in giro per i borghi. L’Irpinia mi chiama ancora, anche e soprattutto in autunno, ma voglio attraversarla tutta saltando di ramo in ramo, con la stessa agilità delle scimmie, senza mai toccare il suolo, perché voglio osservarla da una nuova prospettiva. I lampi suoi vegetali erano digeriti dai miei occhi verdi, spalancati su un mondo ancestrale, costruito pietra su pietra, senza mai nascondersi dietro mani ignobili. I muri di cinta dei castelli sono ancora intatti nella nostra epoca, dando un senso di ordine e protezione. Difficile, per me, arrivarvi attraverso i rami. Sono costretto a scendere giù. Le nostre foreste si tengono lontane, ormai, dai centri abitati, che sembrano radure tra i boschi, dove si innalzano edifici di pietra e cemento. Sparuti esseri umani si affaccendano a fare cose all’apparenza senza senso, riscaldati dal sole tiepido e ristoratore dell’autunno. Ne fanno tesoro, lo incamerano tutto, perché sanno che breve è il passo che li separa dall’inverno terrificante e freddo, che congela il sangue e i sogni. Ma io non ci penso, meglio vivere il momento e crogiolarsi al sole che scaccia i pensieri malevoli e porta fortuna sulle nostre terre.

La voce dell’Irpinia
Ieri, in occasione del Campania Libri Festival a Napoli, abbiamo fatto una cosa molto bella: abbiamo ricreato il giornale di Mimì, “La Voce dell’Irpinia”, e abbiamo stampato alcuni degli all’articoli scritti da Mimì e riportati nel libro “Sette e Quarantacinque”. Ne è venuto fuori un giornalino molto bello, stampato in tiratura limitata, che chi ha avuto la fortuna di riceverlo in omaggio, farebbe bene a conservare gelosamente.

Non vogliamo la guerra-diciamolo ad alta voce
Per mia scelta da un po di tempo avevo deciso di non parlare più, almeno in questa sede, di faccende politiche, siano esse di natura nazionale, siano esse di natura internazionale, però oggi mi sono capitati a tiro diversi giornali che riportavano titoli simili a quello del giornale che ho utilizzato come immagine qui in basso. È da un po che si sente parlare sempre più spesso di guerra, che ci stanno bombardando con questa fantomatica possibile guerra, che la germania si è messa a produrre armi in grande stile, che la Francia ha fatto un piano ospedaliero speciale per accogliere e curare i soldati che arriveranno dal fronte e tante altre notizie simili che riguardano la Polonia, la Svezia, la burocrazia di Bruxelles, ecc. Oggi, invece, sui giornali campeggia questa notizia nella quale si dice che l’Estonia sta spostando l’esercito verso i confini con la Russia per prepararsi alla guerra. Credo che i giornali, i giornalisti e i mezzi d’informazione stiano cercando di trasmetterci, e lo fanno bombardandoci tutti i giorni di notizie, che la guerra è inevitabile e che bisognerà affrontarla. Fermo restando che non esistono guerre inevitabili, il dato di fatto è che questa guerra la stanno creando a tavolino i soliti politici da strapazzo, probabilmente perché vedono in essa la possibilità di uscire dalla grave crisi che attanaglia l’Europa. Ma credo che oltre loro, questa guerra non la voglia nessuno e che magari è arrivato il tempo di far sentire le nostri voci, per mettere in chiaro che a noi la guerra non interessa.
