Miti e ossessioni dell’Irpinia profonda

Un podcast interamente dedicato a Racconti dall’Irpinia

La tradizione del Carro a Mirabella Eclano

In questo brevissimo video ho cercato di sintetizzare alcuni dei momenti salienti della tirata del Carro a Mirabella Eclano, in uno dei punti più pericolosi del percorso, subito dopo la discesa de “lo lemmetone”. In punti come questi, per tenere in piedi l’obelisco, ci vuole perizia e la forza di tutti i tiratori delle corde che devono continuamente raddrizzare il pesantissimo obelisco. Una tradizione secolare, molto sentita dal popolo, che quest’anno ha rischiato di non svolgersi, ma che, alla fine, ha vinto su tutto, perché la nostra forza sono le tradizioni e il loro mantenimento.

Una delle grandi tradizioni popolari dell’Irpinia: la tirata del Carro di Mirabella Eclano. Simbolo di prosperità, deve essere trasportato, tirato da tre coppie di buoi bianchi, indenne per le strade del paese. Impresa ardua considerato che l’obelisco è alto circa 30 mt ed ha un peso enorme. La sua verticale viene costantemente corretta da circa 900 tiratori di funi, che lo raddrizzano ogni volta che ne fosse necessario. Un evento che è già storia.

La vigna

La sera, la luce, il tramonto. Il momento è troppo ghiotto per non fare esercizi di stile… e così scrivo:

La via del mare è lontana e ripartire da qui sarebbe impossibile. Ci vorrebbe un’infinità di tempo già solo per rimettere indietro gli orologi, figurati per incamminarsi verso il mare.
Per fortuna che qui c’è una vigna, alla cui ombra si sta divinamente, leggendo un passo da un libro di Gurdjieff, uno di quelli che incitano alla calma dentro al moto perpetuo delle cose,
mentre parole come gambe sottili trasportano
corpi imbalsamati dalla salsedine serale.
Per fortuna che ho la vigna di fronte a me. Trascino una sedia e mi ci siedo sotto.
I filari di uva matura mi parlano di afrodisiache visioni. Il nettare cade lento sulla mia bocca che, appena aperta, aspetta di riceverne ancora.
Ma la sua bocca dipinta di rosso non concede scampo a me, mentre lei viene a sedersi a terra accanto alla mia sedia.
Ed io, reso empio dal nettare del frutto, non colgo il tempo per sfiorarla, ma mi lascio ingannare dalla promessa dell’uva.
Come la rosa davanti al filare grida al cielo il suo sacrificio, così il vignaiolo risponde addossandosene la cura.
Con ostinazione devota, io stesso spalanco gli occhi sul mondo e attendo dalle sue mani calde il permesso di osare.

Il mio viaggio ai confini dell’Impero Celeste: il Kirghizistan dei nomadi, della letteratura e della memoria

Ci sono viaggi che cominciano con un biglietto aereo e finiscono davanti a un nastro dei bagagli, quando le valigie tornano lentamente verso di noi e insieme a loro ritorna, quasi sempre, anche la vita che avevamo lasciato qualche giorno prima, e poi ce ne sono altri che iniziano molto prima della partenza, quando un luogo comincia a chiamarci senza che sappiamo ancora bene perché, e che continuano anche dopo il ritorno, perché certe terre non si limitano a essere attraversate ma finiscono per attraversare noi stessi, depositando immagini, odori, voci e domande che restano dentro molto più a lungo delle fotografie.

Il Kirghizistan, per me, è stato uno di questi viaggi, perché prima di andarci ne conoscevo il nome, la posizione un po’ incerta sulle carte geografiche, qualche frammento di storia, le montagne, le steppe e naturalmente Čyngyz Ajtmatov, ma era ancora uno di quei luoghi che l’Occidente guarda da lontano, come si possono guardare certe fotografie sbiadite appese alle pareti delle vecchie case, intuendo che raccontano qualcosa di importante ma senza riuscire più a decifrarne fino in fondo il significato.

Poi sono partito e ho capito che certe terre non si lasciano conoscere solo attraverso la lettura delle mappe, perché bisogna attraversarle lentamente, sentire il vento arrivare dalle montagne del Tien Shan, guardare l’acqua immensa dell’Issyk-Kul distendersi sotto a un cielo che sembra più grande del nostro, incontrare uomini e donne che portano ancora dentro la memoria delle migrazioni, e dei cavalli, e delle tende e degli inverni, e soprattutto bisogna imparare a restare in silenzio, perché il Kirghizistan non si concede a chi ha fretta, non ama essere consumato con lo sguardo di un turista e pretende piuttosto di essere ascoltato come si ascolta una storia antica.

Il Kirghizistan è una terra verticale, dove le montagne salgono come mura costruite da un Dio remoto e distratto, mentre le strade corrono in mezzo alle valli seguendo percorsi che sembrano esistere da prima degli uomini, e ogni tanto compare una casa, un villaggio, una mucca portata al guinzaglio, un cavallo immobile sul ciglio della strada, e allora si ha la sensazione che il tempo abbia semplicemente deciso di fermarsi lì senza avvertire nessuno, lasciando intatto qualcosa che altrove abbiamo smarrito.

Sono arrivato in occasione dei Giochi Mondiali Nomadi, le grandi olimpiadi dei popoli che per secoli hanno abitato le steppe dell’Asia centrale, e lì ho visto uomini a cavallo che sembravano usciti da un vecchio racconto, ho sentito il rumore degli zoccoli, ho visto la polvere, le bandiere, ho udito le urla del pubblico e soprattutto ho incontrato il Kok Buru, uno sport quasi incomprensibile agli occhi europei, con cavalieri lanciati al galoppo che si contendono la carcassa di un montone di circa quaranta chilogrammi, e a guardarlo la prima volta si resta sospesi tra stupore e incredulità, ma poi si comprende che non è semplicemente uno sport, è un residuo del mondo nomade, è una memoria trasformata in un gesto, è la steppa che continua a raccontarsi attraverso la forza dei cavalli e degli uomini.

Forse è stato proprio lì che ho cominciato a capire qualcosa di quel paese, perché noi occidentali abbiamo costruito la nostra idea di civiltà intorno alle città, alle piazze, alle strade, ai palazzi e alle cattedrali, mentre da quelle parti la civiltà è passata attraverso il movimento, per il nomadismo, per la capacità di smontare una casa e ricostruirla altrove, così che per secoli la casa non è stata un luogo ma una tenda, il confine non è stato una linea ma l’orizzonte e il viaggio non ha rappresentato una fuga dalla quotidianità, ma la quotidianità stessa.

Forse anche per questo ho sentito quella terra stranamente vicina, perché io vengo dall’Italia delle montagne, dall’Irpinia, da paesi dove le case sono aggrappate ai crinali dei monti e gli anziani siedono ancora davanti alle porte quando arriva la sera, da terre che conoscono l’abbandono, la partenza e la distanza, da luoghi nei quali spesso i figli sono andati via e sono rimasti i muri, e così il Kirghizistan, pur essendo lontanissimo dall’Irpinia, a volte mi è sembrato familiare, perché guardando certi villaggi mi sembrava di riconoscere la stessa dignità delle periferie del mondo, la stessa memoria custodita nelle mani degli anziani, la stessa ostinazione delle comunità che continuano a esistere anche quando la modernità sembra voler passare altrove.

È questo che cerco quando viaggio, non i monumenti, o le cartoline, non di certo i luoghi da spuntare su un elenco, ma le somiglianze, quei fili invisibili che uniscono uomini che non parlano la stessa lingua e che forse non hanno mai saputo dell’esistenza gli uni degli altri, e in Kirghizistan quei fili erano ovunque: nei mercati, nel pane, nel tè versato lentamente, nei samovar, nelle montagne, negli sguardi delle persone incontrate lungo il viaggio e soprattutto nelle storie, perché i popoli sopravvivono finché qualcuno continua a raccontarli.

Lo aveva compreso molto bene Čyngyz Ajtmatov, che del Kirghizistan ha fatto una geografia dell’anima prima ancora che della terra, perché nei suoi libri uomini, cavalli, steppe e leggende appartengono alla stessa sostanza e non esiste una frontiera precisa tra ciò che è accaduto e ciò che gli uomini ricordano, ed è forse questa la cosa che più mi ha affascinato di quel paese, il fatto che il passato non sia scomparso ma continui a camminare accanto al presente, cambiando ogni tanto abito, salendo su un’automobile, prendendo in mano uno smartphone, ma continuando a guardare le montagne nello stesso modo.

Sono tornato in Italia portando con me fotografie, appunti, incontri e pagine ancora da scrivere, ma soprattutto sono tornato con una domanda che continua a seguirmi, e cioè quanto conosciamo davvero i luoghi che crediamo lontani e quanto, invece, li abbiamo semplicemente collocati ai margini della nostra idea di mondo, perché forse esistono paesi che diventano periferia soltanto perché qualcuno, da qualche parte, ha deciso quale dovesse essere il centro.

Il Kirghizistan mi ha insegnato questo, che il mondo cambia completamente quando smettiamo di guardarlo dalle capitali, quando ci spostiamo ai margini, quando attraversiamo le montagne, quando ci sediamo accanto a qualcuno e ascoltiamo, perché è proprio lì, lontano dai luoghi dove crediamo si decida tutto, che spesso cominciano le storie più importanti, ed è forse per questo che il mio viaggio ai confini dell’Impero Celeste non è ancora finito, perché da qualche parte, tra le montagne del Tien Shan e le acque dell’Issyk-Kul, è rimasta una parte del racconto.Io sono tornato, ma la storia, invece, sta ancora viaggiando.

Venezia, Sette e Quarantacinque e il Premio Laudato Creato

Venezia ha un modo tutto suo di accogliere le storie. Forse perché, da secoli, ne ha viste passare migliaia sulle sue acque.
Nel Salone Nobile del Grand Hotel Palazzo dei Dogi, in concomitanza con la Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica, tra cinema, musica, arte e letteratura, c’è stato spazio anche per il mio Sette e Quarantacinque. Una giornata resa ancora più importante dall’assegnazione del Premio Internazionale Laudato Creato a Letture dal Bosco, il festival letterario che ho ideato e che ogni anno porta i libri e le parole tra gli alberi del Lago Laceno.
Un riconoscimento che mi è particolarmente caro, perché Laudato Creato, nato a Venezia nel 2022 da un’idea di Virginia Barrett, pone al centro la cura del Creato, la sostenibilità e quelle esperienze artistiche e culturali capaci di costruire un rapporto diverso con l’ambiente. 

E forse non poteva esserci luogo più naturale di Letture dal Bosco: un festival nato proprio dall’idea, semplice e antica, che per parlare di libri non siano sempre necessari un palco e quattro pareti. Qualche volta bastano un bosco, delle sedie, delle persone disposte ad ascoltare e il rumore degli alberi sopra le loro teste.
Per tutto questo voglio ringraziare Virginia Barrett, ideatrice del Premio, organizzatrice e anima della giornata veneziana, per lo spazio dedicato al mio romanzo e per il riconoscimento assegnato a un progetto nel quale continuo profondamente a credere.
Sono tornato da Venezia con un premio e con una certezza: certe storie nascono nei piccoli luoghi, ma non per questo sono destinate a rimanervi.

Il mio viaggio ai confini dell’impero celeste: il Kirghizistan

Su Substack è stata appena pubblicata la nuova newsletter che mette il focus sul mio recente viaggio in Asia Centrale, creando un ponte ideale tra le problematiche dell’Italia Interiore e quelle di un paese che, a maggior ragione, può essere definito Terra di Mezzo. Un viaggio ti sorprenderà. Buona lettura.

https://gtecce.substack.com/p/il-mio-viaggio-ai-confini-dellimpero?r=2lh8zl&utm_medium=ios

L’inaffondabile con Ciccarone

L’inaffondabile sul Leggi Libri di Tg3 R.

https://www.facebook.com/share/1demWLrmSL/?mibextid=wwXIfr

A Venezia per parlare di Irpinia

Torniamo un po’ alla normalità: da Giovedì sarò a Venezia, come invitato speciale alla Mostra del Cinema di Venezia. Nello specifico il giorno 11 sarò, anzi saremo, perché non sarò da solo, nello splendido Hotel Palazzo dei Dogi dove, alla presenza di una folta platea di attori, registi e produttori, parlerò della mia terra, l’Irpinia, narrata attraverso i miei libri, con un focus particolare su “Sette e Quarantacinque”, il mio ultimo lavoro, un noir, completamente ambientato in Irpinia. Sarà un momento importantissimo per me e per la mia terra, che trova un palcoscenico di narrazione importantissimo. In quella occasione sarò anche premiato, ricevendo l’importante premio “Laudato Creato” come ideatore e organizzatore del Festival “Letture dal Bosco” che si inserisce perfettamente nell’idea stessa del premio che vuole valorizzare le azioni poste a tutela dell’intero “Creato”. Ovviamente mi sento di condividere questo premio con tutti i soci dell’Associazione “Ver Sacrum, Arte, Cultura, Società-Cinthia” che hanno sposato l’idea del Festival, a partire da Maria Baldares e Grazia Caruso.

SALVIAMO I PAESI: TRENTA MODI PER RIPENSARLI

Oggi l’amico Franco Arminio mi ha chiesto di dare diffusione di una sua proposta per migliorare il futuro dei paesi. Credo che sia uno dei pochi che si preoccupi ancora della vita dei paesi e che sia uno dei pochi che faccia delle proposte, che possono piacere o meno, per cercare di mantenere viva la colonna vertebrale della nostra nazione, quella dove sono conservate le tradizioni e la cultura vera dell’intero paese. E io, che in qualche modo sono un piccolo erede di Franco Arminio, che mi batto per le stesse cause, magari con parole diverse, ma sempre dalla stessa parte, mi sento di condividere con il cuore il suo scritto. Buona lettura.

Premessa 

 

Ognuna di queste idee va precisata, definita nei dettagli, occorrono un ministro, assessori regionali, consiglieri comunali che siano preposti all’attuazione di un nuovo Piano Nazionale per salvare i paesi. I comuni devono avere più diritti, ma anche maggiori doveri. Non si può fare uso di risorse pubbliche al di fuori dell’indirizzo del Piano nazionale.

Le risorse dedicate all’assistenza devono essere maggiori nel primo periodo, una parte cospicua e crescente delle risorse deve essere destinata a ridurre le ragioni dell’assistenza. Ti aiuto, ma provo a ridurre le ragioni per cui chiedi aiuto. I paesi devono essere stimolati a produrre, ben oltre le fabbriche storiche della sfiducia e del lamento. 

Queste azioni sono necessarie perché quello che si investe è molto meno di quello che si perde se il paese scompare. E non sarebbe una perdita di ordine lirico, ma principalmente economico: chi li ha costruiti ha speso sudore e soldi.

Molte di queste idee sono di difficile attuazione, ma è importante indicare la direzione. Attualmente c’è solo la spesa, su base prevalentemente regionale, peraltro di modesta entità e senza visione d’insieme. La strategia nazionale langue in un mare di carte, è un susseguirsi di sceneggiature, ma il film non comincia mai e i paesi continuano a perdere residenti e servizi essenziali per la vita quotidiana. Le proposte possono avere diversi tempi di attuazione e non valgono per tutti i luoghi. In alcuni si possono avviare due cose, in altre cinque, dipende molto dalle realtà locali. L’idea è che non decide il centro e non decide il margine, si decide insieme, si parte con le cose pronte a partire, si preparano le condizioni dove non ci sono. Per fare tutto questo serve uno sguardo corale. Non possono essere vicende che si decidono in uffici regionali in cui alla fine conta solo vincere i bandi. Le aree interne comprendono quattromila comuni, occupano il sessanta per cento del territorio, ci vivono quasi 14 milioni di persone. Non sono fuori dalla storia e dalla modernità ed è chiaro che senza un orizzonte politico radicalmente nuovo e pacifista ci sono poche speranze di cambiamenti decisivi. I paesi sono una delle più grandi questioni dell’Italia, una sua caratteristica peculiare. Rigenerarli è rigenerare l’Italia.

 

P.S.

Non ho ruoli istituzionali e questi punti non si configurano come un piano organico, che tra l’altro nessuno mi ha chiesto. Sono a disposizione per discuterne in qualunque luogo con soggetti o gruppi o associazioni che hanno interesse ad aggiungere altri punti oppure a modificare e integrare questi. Si può provare, insieme, a fare una piattaforma programmatica per chiamare al confronto i decisori politici locali e nazionali.

 

1.

Dare i soldi ai paesi, non in base agli abitanti, ma all’estensione territoriale, all’altimetria e alla lontananza dai grandi centri. Vanno finanziate azioni anche per il benessere degli animali e delle piante.

 

2.

Se ti occupi di un bosco, di una sorgente, di un pascolo, hai diritto al “Reddito di premura”, un reddito riconosciuto a chi difende il territorio e produce beni pubblici. 

Le azioni dei singoli vanno integrate in un Piano nazionale di restauro, manutenzione e salvaguardia dei paesaggi dei paesi in cui impegnare almeno trentamila giovani per almeno dieci anni. Il Piano è finanziato con i fondi provenienti da una piccola tassazione straordinaria sulle grandi ricchezze.

 

3.

Se compri una casa in un paese che ha meno di tremila abitanti non paghi nessuna tassa per dieci anni, con esclusione di quelli che hanno redditi da benestanti. Costruzione di un Catalogo di case disponibili a prezzi contenuti per chi cambia la residenza da una città a un paese. Incentivare gli abitanti stabili più che il turismo estivo. 

Quando si interviene su un centro antico, le case vanno restaurate tenendo conto che possono essere adibite a varie funzioni: abitazione, ufficio, laboratorio. 

 

4.

Banda ultra-larga gratuita nei paesi più sperduti e svantaggiati e comunque non superiori a tremila abitanti.

 

5.

In ogni territorio opera un gruppo interdisciplinare formato da esperti di progettazione europea, economia, agronomia, urbanistica, innovazione digitale, creazione d’impresa: un gruppo che interagisce coi singoli comuni e fa da cerniera tra i progetti nazionali e la loro attuazione locale.

 

6.

Ogni extracomunitario che lavora in un paese ha diritto ad un reddito di integrazione di cinquecento euro al mese. In questo modo si distribuirebbe lo loro essenziale presenza in modo più equilibrato in tutto il territorio nazionale (tra l’altro nei paesi sono disponibili alloggi a poco prezzo).

 

 

 

7.

Le imprese agricole biologiche e con meno di cinque ettari non pagano nessuna tassa. Bisogna aiutarle a mantenere elevati standard produttivi ed eliminare i costi per la certificazione. Favorire i piccoli contadini: ogni orto coltivato dà diritto a un contributo di cinquecento euro all’anno, esclusi gli orti da 5 metri quadrati sotto casa.

 

8.

Se organizzi feste e manifestazioni culturali acquisisci il “Reddito di comunità” sotto forma di agevolazioni: le associazioni dei piccoli luoghi non devono pagare il fitto dei locali, spesso chiudono proprio perché le azioni sembrano troppo sporadiche rispetto ai costi fissi. Le associazioni devono certificare azioni di pubblica restituzione, se non fanno nulla i benefici a carico dell’Ente pubblico decadono. Gli artisti, i poeti e gli scrittori residenti in piccoli paesi e privi di reddito da lavoro hanno diritto a un “Contributo pubblico di creatività” mensile di seicento euro al mese. 

 

9.

I consiglieri comunali dei piccoli comuni devono essere eletti col sistema proporzionale e durare in carica quattro anni. 

L’età media dei componenti di una lista elettorale non può essere superiore a quarant’anni. Nella giunta ci deve essere almeno una donna, una persona laureata e una persona che ha meno di trent’anni. 

I sindaci sono tenuti ad organizzare almeno un’assemblea pubblica una volta l’anno in cui ogni cittadino può esporre le sue valutazioni sull’attività amministrativa. 

Ogni Consiglio Regionale deve avere almeno quattro consiglieri residenti in paesi che hanno meno di tremila abitanti. 

Il venti per cento dei parlamentari deve essere residente in paesi che hanno meno di cinquemila abitanti. 

Almeno due ministri devono essere residenti in comuni che hanno meno di cinquemila abitanti.

Un rappresentante del Governo deve riferire una volta all’anno sulle attività svolte a sostegno dei paesi in un incontro con i sindaci di tutte le province italiane.

 

10.

Creare piccoli poli produttivi senza costruire nuovi capannoni. Si possono usare scuole abbandonate, palazzi signorili, opifici dismessi. È importante che i palazzi storici dei paesi siano riempiti di nuove funzioni, compresa quella abitativa. Serve un piano specifico per i palazzi storici. Nessun privato è interessato all’acquisto e al restauro. Serve l’intervento dello Stato. Una bella casa è un patrimonio di tutti, prima che di una famiglia.

 

11.

Bisogna costruire un piano di decentramento dei lavori dalle aree affollate a quelle a bassa densità. Si deve immaginare anche il trasferimento di alcuni uffici pubblici. Chi vive nei paesi non deve andare per ogni motivo nel capoluogo, quelli del capoluogo devono avere qualche motivo per andare nei paesi.

 

12.

I comuni sotto i cinquemila abitanti possono spendere per le manifestazioni estive massimo cinquantamila euro del proprio bilancio. D’inverno si deve spendere una cifra uguale a quello che si spende d’estate.

 

13.

Nessun paese senza scuola e senza biblioteca. Insegnanti speciali per le pluriclassi. Immaginare aule in cui per alcune attività sui banchi siedono anche gli anziani. Chi apre una libreria o si occupa di gestire un museo riceve aiuti economici fino all’ottanta per cento della spesa. I comuni che organizzano residenze formative hanno la precedenza nei finanziamenti pubblici. 

 

14.

C’è bisogno di ambulatori con attrezzature diagnostiche d’avanguardia e medici che lavorano in connessione con i migliori ospedali. L’ambulanza deve arrivare entro venti minuti, il ricovero in una struttura adeguata entro quaranta.  I trasporti per cure sanitarie devono essere gratuiti. I medici di famiglia non possono avere più di ottocento pazienti. 

 

15.

Chi cede una casa ad un’associazione culturale in comuni che hanno meno di mille abitanti ha diritto a sconti fiscali in base al valore del dono. Tutte le manifestazioni culturali organizzate dai comuni devono prevedere la consultazione delle associazioni locali. 

 

16.

Il governo aumenta il punteggio dei bandi ai comuni che hanno una cooperativa di comunità come strumento di sviluppo locale e di crescita sociale e civile. Il governo assicura una priorità al superamento della disoccupazione femminile. Va istituito un reddito di dolcezza per chi si occupa di anziani o di persone con problemi psichici o con disabilità. Oltre ai servizi sociali, oltre la propria famiglia, bisogna tenere viva l’attenzione di vicinato.

17.

Trasporto pubblico con piccoli mezzi, anche con automobili: chi vuole passare più di tre giorni in un paese non paga le spese di viaggio, ovviamente esclusi i ricchi. Ogni paese ha diritto a scegliere trenta giorni all’anno in cui vengono attivate linee di trasporto eccezionali, oltre a rinforzare quelle presenti: per esempio il giorno del Santo Patrono o durante un festival.

 

18.

Lo Stato mette la metà degli investimenti per le imprese avviate da chi ha meno di quarant’anni. Per le imprese agricole il contributo sale all’ottanta per cento. I ristoranti che usano pochi prodotti del territorio pagano più tasse.

 

19.

La metà delle spese di riscaldamento nei paesi montani sotto i mille abitanti è a carico dello Stato, esclusi i benestanti. Per gli anziani a basso reddito lo Stato provvede all’intera spesa, ma solo se i consumi non superano una certa soglia. 

 

20.

Per ogni bambino che vive in un paese lo Stato fornisce un contributo di quattromila euro annui dalla nascita fino alla maggiore età.

 

21.

Dopo le scuole superiori viene istituito un semestre di servizio civile nei paesi, retribuito con cinquecento euro al mese. 

Il servizio civile è pagato con i fondi provenienti da una piccola tassazione straordinaria sulle grandi ricchezze.

 

22.

La grande distribuzione è incentivata ad approvvigionarsi di prodotti provenienti dai paesi. I produttori agricoli riuniti in piccoli consorzi hanno degli sgravi sul prezzo dell’energia.

Ogni contadino deve poter godere di servizi alla persona e di avere consulenze gratuite sulla propria attività.

 

23.

Industrie, università, ospedali che avviano azioni o strutture nei piccoli paesi hanno diritto a detrazioni fiscali. Le imprese che producono energie dal petrolio e dal carbone devono dare il venti per cento dei profitti al territorio. Le imprese che producono energie alternative devono dare il dieci per cento. Il livello di estrazione e produzione è deciso in accordo con le comunità locali. Servono controlli rigorosi e ripetuti sugli impianti. 

I paesi che forniscono acqua ad altri territori devono avere ristori più importanti.

 

24.

Le risorse provenienti da un aumento della tassazione sui ricchi vanno destinate a progetti per la salute mentale e la rigenerazione sociale. La crisi sociale ed economica, la solitudine legata al crollo del sentimento comunitario, rischiano di creare dinamiche da manicomio a cielo aperto.

 

25.

Se torni al tuo paese come pensionato hai diritto a un contributo annuo di tremila euro, ovviamente se non hai una pensione da ricco. Se torni per lavorarci hai diritto a un contributo annuo di novemila euro per i primi cinque anni: si tratta di attrarre in primo luogo persone che possano produrre reddito vivendo nel paese. 

 

26.

Alcuni paesi e i loro territori vengono scelti come luoghi di sperimentazione per l’agricoltura, la medicina, la formazione, i trasporti. In questi comuni viene istituita la figura dell’Allenatore dei paesi, una persona che affianca il sindaco sull’andamento delle attività sperimentali.

 

27.

Quello che viene prodotto nei paesi, tipo il grano, deve diventare pasta, biscotti, pane. Nessun prodotto deve essere venduto altrove senza che ci siano lavorazioni nel paese o nei paesi vicini.

Istituire un premio per le migliori produzioni agricole e le migliori creazioni artigianali. Va promossa la produzione adeguata di alcuni prodotti tipici, garantendone la qualità. In troppi territori si parla di prodotti che poi non si trovano.

 

28.

Le iniziative culturali che prevedono incontri in altri comuni hanno finanziamenti maggiori.

Gli artisti che si esibiscono nei paesi sotto i duemila abitanti hanno diritto a uno sconto fiscale del venti per cento sulla cifra incassata. È un modo per stimolare grandi artisti a esibirsi in piccoli paesi. 

In ogni provincia viene istituita almeno una “Casa dei maestri”, cioè un luogo che diventa bottega delle arti per residenti e turisti. La casa è finanziata con il contributo delle banche presenti nella provincia.

 

29.

Ogni paese ha un punteggio riservato agli interventi di assistenza e a quelli produttivi. Per ogni euro dedicato all’assistenza se ne prevedono tre per il lavoro. Ogni azione che prevede la perdita di posti di lavoro va resa pubblica durante un consiglio comunale in cui il datore di lavoro deve spiegare le ragioni della sua scelta.

 

30.

Cinque mesi senza un euro, cinque mesi dove ogni paese discute in assemblee dedicate al futuro e in cui tutti i bandi sono bloccati e lo Stato non eroga nessun fondo. Ogni paese si concentra su una visione possibile del suo futuro, potendo contare sulla consulenza di esperti. Per i prossimi vent’anni è vietato qualunque intervento di rifacimento di piazze e nuove pavimentazioni di spazi pubblici, tranne i casi in cui è strettamente necessario per la sicurezza e per il decoro urbano. In caso di progetti che spendono soldi pubblici senza nessuna ricaduta verificabile il paese viene penalizzato nei bandi successivi. Sono premiati i progetti che hanno una maggiore ricaduta comunitaria: non si lavora per far girare le betoniere, ma per cementare i legami sociali.

 (Franco Arminio)

Un pomeriggio dedicato alla cultura internazionale

Oggi pomeriggio ho pranzato con il figlio “Cinghis Ajtmatov”, uno dei più grandi scrittori Kirghisi del 900. Oscar è stato per tantissimo tempo Ministro degli Esteri della giovane Repubblica Kirgisa, e mi ha riservato un’accoglienza da vero ospite d’onore. Il momento più imbarazzante? Quando mi ha piazzato davanti una bevanda a base di latte di cavalla fermentato, dal sapore orribile, che ho dovuto buttare giù in segno di apprezzamento dell’accoglienza. Insomma… la cultura unisce sempre!!!