Un giorno non come gli altri

È un periodo di grande ed intenso lavoro, e accolgo con piacere e gioia una giornata di riposo, con un bel sole, che non è ancora caldo. Tra pochi giorni esce il mio nuovo romanzo, che, in realtà, è un giallo di provincia. Sono molto soddisfatto di questo lavoro e credo che sia uno dei miei libri più belli. A breve vi svelerò il titolo e le date e luogo di presentazione. Piccolo spoiler: stiamo preparando cose grandiose!

Dieci anni fa, ancora attuale

A Maggio del 2016 usciva l’album doppio di VINICIO CAPOSSELA intitolato “Canzoni della Cupa” il lavoro di Vinicio dedicato interamente all’Irpinia e alle sue origini Calitrane. Quello che non sapevo, allora, è che questo album avesse avuto una gestazione di ben 13 anni, perchè dentro ci aveva messo tutto l’amore per le sue origini e tutta la sua vita. L’album ha preceduto di poco l’uscita di un romanzo, sempre di Vinicio, sempre dedicato all’Irpinia, “il paese dei Coppoloni”. Entrambi i lavori hanno contribuito a creare quell’aura di leggenda attorno alle terre irpine, contribuendo a far diventare l’Irpinia un marchio riconoscibile in tutto il mondo. Sulla scia di questi lavori, ma anche di altri, è stata realizzata tutta la mia produzione letteraria dedicata all’Irpinia, a cominciare da “L’agente della Terra di Mezzo”, fino a “Racconti dall’Irpinia”, fino ad arrivare al mio nuovo romanzo noire che è in uscita proprio nei prossimi giorni (maggio 2026) sempre per Graus Edizioni. L’Irpinia è una terra magica, fatta di natura selvaggia, gente dura e tanto tanto buon vino, il miglior vino del mondo. E se non sei mai stato in alta Irpinia, pentiti e vienici in occasione del Festival “Letture dal Bosco”: ci vediamo a Lago Laceno la terza domenica di luglio, ossia il 19 luglio. Un bacio…

GIUSEPPE TECCE PREMIATO IN GERMANIA AL BOOK FESTIVAL DI COLONIA

Riconoscimento internazionale per lo scrittore irpino: il Book Verlag Award 2026

Colonia, 26 aprile 2026 – Un riconoscimento internazionale per la narrativa italiana contemporanea arriva dalla Germania, dove lo scrittore Giuseppe Tecce è stato insignito del prestigioso Book Verlag Award nell’ambito del Book Festival Köln presso Mondo Aperto, evento che ogni anno riunisce autori, editori e operatori culturali da diversi Paesi europei.
Il premio, conferito dalla casa editrice Book Verlag in collaborazione con il circuito culturale “Mondo Aperto”, celebra opere e autori capaci di raccontare il presente con uno sguardo fortemente radicato nel territorio, valorizzando l’identità, e la memoria attraverso una visione narrativa. In questo contesto, la scrittura di Tecce, da sempre legata ai territori dell’Italia interiore e a una dimensione profondamente umana e poetica, è stata riconosciuta come una voce significativa nel panorama letterario contemporaneo.
La cerimonia di premiazione si è svolta a Colonia alla presenza di un pubblico numeroso e attento, composto da lettori, addetti ai lavori e rappresentanti del mondo culturale europeo, oltre che alla presenza del Console Italiano a Colonia e del rappresentate degli italiani di lingua tedesca in parlamento, l’onorevole Simone Billi. Un momento partecipato, segnato da interventi, letture e testimonianze che hanno sottolineato il valore della letteratura come ponte tra culture.
Giuseppe Tecce, autore di dieci pubblicazioni, tra cui L’inaffondabile, Tramonti Occidentali, Racconti dall’Irpinia e Ljuba senza scarpe, ha espresso gratitudine per il riconoscimento ricevuto, sottolineando l’importanza di continuare a raccontare storie che nascono dai luoghi marginali ma che parlano a tutti.
«Ricevere un premio all’estero, ha dichiarato, significa sentire che le storie che appartengono a una terra precisa possono attraversare confini e diventare universali. È un incoraggiamento a continuare su questa strada, con coerenza e rispetto per la parola».
Un ringraziamento particolare è stato rivolto agli organizzatori del Book Festival Köln, alla casa editrice Book Verlag e a tutti coloro che, negli anni, hanno sostenuto il percorso letterario dell’autore: lettori, editori, collaboratori e comunità locali che rappresentano il cuore della sua narrazione.
Il Book Verlag Award 2026 rappresenta un ulteriore tassello nel percorso di Giuseppe Tecce, confermando la capacità della sua scrittura di unire radici e visione, tradizione e contemporaneità, in un dialogo aperto con il mondo.

Il premio Book Verlag

Un grazie di cuore a Maurizio Del Greco animatore della scena cultura della parte occidentale della Germania, punto di riferimento forte e importante per gli italiani che vivono tra colonia e zone circostanti. Maurizio, con la sua organizzazione, la Book Verlag – Page, ha voluto insignirmi di un importante premio per il mio primo libro tradotto in lingua tedesca, cioè “Storia di un Presidente che si credeva un topo”. Ringrazio di cuore Maurizio Giangreco, che vediamo nel video, già importantissimo speaker di Radio Düsseldorf, che mi ha presentato con la solita eleganza che lo contraddistingue e un ringraziamento speciale all’onorevole Simone Billi, che tanto si spende per le comunità degli italiani all’estero e che non fa mancare mai il suo sostegno, soprattutto alle iniziative di carattere culturale. Un grazie a tutte le persone del pubblico, con le quali mi scuso ancora per non essere stato presente, ma impegni improrogabili mi hanno costretto a restare in Italia. Un bacio a Patrizia Pili che ha documentato tutta la manifestazione con grande cura e professionalità. Grazie per il premio di cui sono stato insignito.

Castropignano, tra il tratturo e il Castello D’Evoli

C’è vita tra le rocce spazzate dal vento, accanto ai campi dai raccolti fecondi, davanti alla terra battuta da cento zampe per farne una strada. Dritta come una lama di coltello, che attraversa il ventre maturo della madre terra, si siede infine sullo sperone dell’Appennino, respirando lenta la nebbia nata dall’incontro tra l’acqua e il fuoco. E Dio che traccia i destini dei singoli, ci ha uniti come popolo per portarci sulla strada della giustizia, dove scompaiono le pene e le sofferenze, dove non c’è più spazio per la morte, né per le discordie. La natura diventa amica, e le radici arse dal sole diventano la casa delle nostre anime. Le foglie sono candele sull’altare della primavera e la loro forma frastagliata, ingobbita nel loro consumarsi, le rende più simili agli umani, piegati dalla fatica e consumati dal dolore. 

C’è vita tra le rocce spazzate dal vento. C’è vita!

Esplorare il territorio, guardare, annusare, sentire, toccare, assaggiare. Il territorio lo si può scoprire in tanti modi, ma di certo bisogna attivare tutti i sensi, perché non si può davvero assimilare una terra, se non facendola passare attraverso le maglie sensoriali del corpo. I sensi sono le sentinelle attente che filtrano gli impulsi del mondo, per creare una mappatura interna che ci permette di decodificarne i segnali. A Castropignano ci sono arrivato attraverso il tratturo, venendo da Torella del Sannio e procedendo in direzione di Campobasso.  Il tratturo ha già di per se una sua sonorità, che richiama tempi lontani: il rumore sordo dei campanacci appesi al collo del bestiame, il vociare dei pastori che camminano in testa e in coda alle mandrie, e lo schiamazzo dei cani che fanno bene il loro lavoro di contenimento del gruppo. La piccola comunità di uomini e bestie si muove con passo lento ma costante, lungo sentieri le cui origini si perdono nella notte dei tempi, ricalcando i passi dei padri e dei nonni, spostando gli animali lungo assi viari immaginari, tracciati nell’erba, che al passare di tanto traffico, si piega, delimitando, così, i contorni di strade che sono entrate nel mito dell’immaginario collettivo. E il tratturo che percorro, non è uno dei tanti, ma il più importante di tutti, e forse uno dei primi tratturi di cui si hanno notizie certe: il tratturo che va da Castel di Sangro a Lucera. Oddio, di tratturi ce n’erano tanti. In fondo non erano altro che dei sentieri molto larghi, segnati nei campi erbosi, all’interno dei quali, a forza del passaggio di migliaia e migliaia di mandrie, il terreno si marcava con il segno inconfondibile degli zoccoli affondati nel terreno, che, alla fine, si schiacciava a tal punto da creare delle vere e proprio autostrade. Si, perché di autostrade si trattava, visto che i tratturi avevano una larghezza anche superiore ai cento metri. Quello che va da Castel di Sangro a Lucera è lungo 130 km, ed è lo stesso che i pastori, e le bestie, percorrevano due volte l’anno. Una prima volta in primavera, per abbandonare le pianure pugliesi, dove, durante i mesi caldi, regnava la malaria, per salire verso le montagne Abruzzesi, proprio dalle parti di Castel di Sangro, e una seconda volta a fine estate, quando lasciavano le montagne, che diventavano inospitali in inverno, per fare ritorno alle pianure del tavoliere, dove gli animali potevano continuare a pascolare per tutto il periodo invernale. Io il tratturo l’ho percorso comodamente seduto in una macchina, dosando l’acceleratore, per rallentare al massimo quel viaggio, e per sentirmi parte del paesaggio, che, già di per sé, inneggiava alla lentezza e al fare con calma. A Castropignano ci sono arrivato superando una collina, al di là della quale, in basso, si vedeva la forma allungata del paese, disteso sulla cima di un colle, in fondo al quale si vedeva bene la sagoma di un castello, in parte diroccato, dal colore flebile del giallo, che si integrava bene con il paesaggio circostante. Ci sono arrivato dalla Statale 168, venendo da Torella, e mi sono fermato in uno slargo, parcheggiando in maniera posticcia nei pressi del Bar One. La visione di un bar mi ha rianimato. Ho bisogno urgente di un caffè, ma il miraggio è durato poco: il bar è chiuso per turno di chiusura settimanale. Non so dire quanti pensieri mi siano passati per la mente, non so se fosse di più la voglia del caffè o la rabbia che montava dentro per non averlo preso. Lascio la macchina parcheggiata lì, in modalità provvisoria, che subito è diventata definitiva. Le strade sono deserte: un solo uomo, che passa con delle carte in mano, mi dice che tutto sommato la macchina può stare lì, e mi avvisa che il bar, per oggi, resterà chiuso. Mi da’ indicazioni su come arrivare a quel castello che avevo visto da lontano. Mi inerpico per Via Umberto I e poi per Via Roma, fino a Piazza San Marco, e da lì, oltrepassata la casa comunale, salgo ancora più su, fin dove la strada finalmente diventa pianeggiante e poi con una discesa dolce declina verso il castello, che sorge come una chimera, finalmente raggiungibile, in fondo alla Via Leone. Le case costruite in pietra mi portano in un’altra dimensione. Mi sento come se fossi entrato in una fiaba, mentre un vento sottile mi accarezza il volto e solleva dolcemente la visiera del mio cappello, che mi protegge da un sole fin troppo forte, a dispetto del mese in cui siamo. Marzo si muove sicuro con i suoi profumi ed il risveglio della natura, che, a primavera, osa l’audacia di chi si mette in marcia dopo un lungo riposo. Il sole scalda le cime degli alberi, che, con prepotenza, emettono gemme dai mille colori e dai profumi opulenti. Tutto intorno il canto degli uccelli, mentre nitidi falchi volteggiano sopra la mia testa pensierosa. Arrivo facile al Castello D’Evoli, ristrutturato, si vede, ma conservando, o, per meglio dire, fotografando gli acciacchi del tempo in colate di calce che ne hanno immortalato le fattezze volute dalle inedie del tempo. Corro in direzione delle mura. Mi piacciono, mi attraggono, le sento mie, le tocco, ne sento il profumo. Le pietre, che in apparenza paiono disordinate, si impilano, l’una sull’altra, dando forma a quel castello, che mi ricorda i suoni e le vite d’altri tempi. Il Castello D’Evoli domina la valle sottostante e con essa il più importante asse viario moderno della zona, ossia la Bifernina. Entro nel castello, attraversando un alto arco, che mi introduce in un mondo che, oramai, non esiste più. Penso agli uomini e alle donne che lo vissero, a quelli che lo costruirono e a quelli che lo curarono e custodirono nel corso dei secoli. Un’opera del genere, che arriva fino a noi, non è il frutto del puro caso, ma il lavoro incessante di persone che hanno creduto ciecamente nella conservazione delle tradizioni e della cultura locale. Tutto ciò mi commuove, mentre da un muretto basso mi fermo a guardare, estasiato, la valle. Castropignano è tutto intorno a me, come una coperta calda, che mi protegge dalle intemperie del giorno. Il tratturo, invece, non finisce qui. Va oltre il castello, oltre la valle, oltre il mio sguardo. Porta ancora qualcuno da qualche parte, anche se non si vede più chi cammina.

Il potere di una fotografia

Questa fotografia esprime con una potenza straordinaria tutto il lavoro che ho fatto negli ultimi 10 anni. La foto, apparentemente semplice, contiene un se tutti gli elementi del mio lavoro: la marginalità del piccolo borgo, che si scopre non essere tanto marginale, ma comprende di essere al centro del suo mondo, fatto di ciò di cui siamo fatti tutti noi, cioè di natura. C’è la liricità, espressa non in parole, ma in immagini, ma pur sempre con una forza poetica sconvolgente. C’è, infine, la parola, espressa attraverso la carta stampata, che comunica al mondo il verbo di cui sono portatore. Questa immagine è potente e mi rappresenta totalmente.

Il potere della poesia

La poesia unisce…certo che unisce. Mi è capitato proprio oggi: mi arriva un messaggio da un numero che non conoscevo. Lo leggo con un po’ di scetticismo: credo che possa essere una qualche pubblicità. Invece si tratta del messaggio di una donna, di nome Natalia, nata ad Alushta, (prima in Ucraina, ora in Russia, e cmq in Crimea) che oramai da anni vive in Italia, proprio a Benevento. Lei era rimasta colpita da un video visto in rete, dove recitavo una mia prosa poetica dedicata proprio ad Alushta. Il fatto che un italiano avesse dedicato una poesia alla sua città natale, e che fosse stata scritta con una tale enfasi poetica, l’aveva colpita a tal punto da spingerla a contattarmi. Sono contento che l’abbia fatto. Dopo ci siamo sentiti telefonicamente e continuo a pensare al potere aggregante della poesia… una cosa incredibile.
Intanto vi lascio il link del video e poi anche il testo della prosa poetica.

Ad Alushta ho mangiato un salmone sulla Lenina, arrostito mentre osservavo i colombi beccheggiare come sostenitori dell’ultimo arrivato. Donne fasciate in abiti di pizzo rosa o dai colori sgargianti passeggiavano sulla Naberiezhna, reggendo in mano rose dal gambo lungo, insinuando le dita sottili tra le fila di spine, sparse a casaccio sullo stelo vitreo. Una gatta amoreggiava con un cane, mentre l’uomo dalla lunga barba, suonava, da seduto, un violino ebreo, con ritmi sefarditi, muovendo il piede a tempo con la posizione delle mani, che scorrevano fluide tra la parte alta e quella bassa della tastiera. Io camminavo come un pavone dalla ruota aperta, sognando di calpestare le stesse pietre che videro Pushkin passeggiare con il vento che gli spettinava i ricci. Immaginavo l’eco della sua voce che rimbombava nelle gole del granito dei palazzi in stile liberty. Immaginavo Čechov che mi osservava dalla scorza ombrosa di un gelsomino, quando con la penna tracciava i destini di uomini dagli abiti scuri, che tessevano addii sulla sabbia della Golubaya Volna. Vedevo nitido Tolstoj passare, alto e severo, scalzo sui ciottoli della spiaggia, come un profeta, saggio e colto, che osservava come i vitini stretti sorreggevano donne, che giocavano rincorrendo i gabbiani. Sulle scale bianche di Livadija, appuntavo i sogni del mio destino nei taccuini fatti con le ultime foglie dell’estate. Ed io forestiero in cerca di gloria, suonavo le ultime sinfonie delle memorie, anelando di essere reso partecipe alla festa delle anime, dove i salmoni risalivano vivi le correnti d’acqua, senza più freddarsi in piatti di rose, stanche di bellezza.

La “Dormiente del Sannio”

Ogni terra ha, di sicuro, qualche elemento fisico che la caratterizza: a Napoli domina il Vesuvio, Catania è sopraffatta dall’Etna e molte città del Nord hanno sullo sfondo le cime delle Alpi. Così il territorio del Sannio è caratterizzato da quella figura femminile, distesa, che pare dormire. Una figura gigantesca che va da est a ovest e caratterizza tutto il paesaggio e che è sempre presente da qualunque parti la si osservi. Si tratta del massiccio del monte Taburno, che per gli abitanti del Sannio e dell’Irpinia è semplicemente la “Dormiente del Sannio”. Ho detto dell’Irpinia, perché la sagoma inconfondibile di quella montagna è visibile anche da gran parte dell’Irpinia, dai monti che sovrastano la valle d’Ansanto e quella del Calore, dalla Baronia, dal Tricolle e anche dai monti sul Sabato. È un marchio inconfondibile, che al tramonto si accende di una luce sfumata, rossa e giallo ocra, disegnando nitido il suo profilo sullo sfondo colorato della golden hour.
La montagna è lì ferma da secoli, anzi direi da sempre, da quando il pianeta si è formato e ha visto generazioni e generazioni di esseri umani passare e scomparire, per lasciare il posto ad altri esseri umani, con le stesse fattezze, ma vestiti in modo diverso, anch’essi scomparsi e rimpiazzati.
Già Virgilio, nell’Eneide, sfiorava quel monte con le sue parole, chiamandolo “Saticulo Taburno”, ricordandoci che ai suoi piedi sorgeva la città di Saticula.
In verità Virgilio cita il Taburno due volte.
La prima nelle Georgiche, nel libro II, quando parla della terra, delle coltivazioni, degli alberi adatti ai luoghi. Il verso è questo: “Iuvat Ismara Baccho conserere atque olea magnum vestire Taburnum.”
Cioè, più o meno: “Conviene piantare l’Ismaro a vite e rivestire d’ulivi il grande Taburno.”
La seconda citazione è nell’Eneide, nel libro XII, nel momento altissimo del duello tra Enea e Turno. Virgilio paragona lo scontro dei due eroi a quello di due tori che si affrontano sulla Sila o sulla cima del Taburno: “Ac velut ingenti Sila summove Taburno…”
Cioè: “Come quando sull’immensa Sila o sulla sommità del Taburno due tori si lanciano l’uno contro l’altro…”
Poi c’è Plinio il Vecchio, che nella Naturalis Historia, libro XIV, parla della vite, dell’uva e dei vini. Plinio cita il nome Taburno in relazione a generi di vite/vino, dentro un discorso sulle varietà che nobilitavano alcune zone. Il passo latino dice: “Taburno Sotanoque et Helvico generibus…”.
E ancora Silio Italico, nei Punica, cita il nome Taburnus, ma in un passo del libro XIII sembra indicare un personaggio, uno dei tre fratelli capuani: Numitor, Laurens e Taburnus. Silio scrive che Numitor primeggiava per bellezza, Laurens per velocità, Taburnus per mole del corpo: “membrorum mole Taburnus.” Quindi un questo caso non abbiamo con certezza una descrizione diretta del monte, ma l’uso del nome Taburnus dentro un contesto epico e campano.
Ciò che io posso affermare con certezza è che quel monte, oggi, è ancora lì, nonostante l’incedere del tempo, le intemperie delle stagioni e il passo lento dei millenni. È ancora lì, di fronte a me, tanto che io posso ancora toccarlo e ricordare la sua lunga storia.

I grandi narratori sono venuti a farmi visita

Da sempre scrivo storie, pensieri e prose che sfiorano il mito e ballano con memorie ancestrali. I miei scritti li dissemino ovunque ed ogni tanto li ritrovo, o forse sono loro che trovano me. Così come è accaduto oggi, che mi sono imbattuto in un mio vecchio scritto, sempre carico di pathos e di una tensione interiore, tanto da farmi riaffiorare alla mente gli scritti di Gibram, Borges, e di Mutis, chiedendo venia per tanto paragone.
Il brano si intitola Ninive:
Nelle vie strette di Ninive o nei giardini fioriti di Londra, dietro ai chiaroscuri dei marmi o nelle fessure dei monumenti, il tempo scorreva con un lento girovagare, mentre un cielo plumbeo su un campo verde , gocciolava come neve che si scioglie al sole.
Il vecchio dalle rughe arate dei campi asciutti, cantava, fasciato dai tulle portati a mano dai putti alati, che, come nuovi Pegaso, vagavano dalle Pleadi alle terre intrise del sangue di Medusa.
Il vento sussurrava nuove profezie, che si insinuavano tra le colonne sbrecciate del tempio, accarezzando il volto delle sfingi addormentate, mentre sfogliava con dita arcaiche i papiri segreti custoditi nella pancia della storia.
Un cane passava scodinzolante, tra le rovine dei giardini pensili, che sovrastavano le torri che svettavano oltre le nebbie del tempo;
Il ticchettio di passi senza nome si mescolava al pianto delle fontane, mentre l’eco del sole morente si stemperava nel Tigri.
Forse, tra le ombre lunghe della sera, ancora puoi udire quel canto ininterrotto, come un lamento che sfida il destino, sussurrando ai secoli l’ultima preghiera.

Morra de Sanctis

Morra De Sanctis

La città è un esercizio collettivo, un esorcismo contro la morte. Case, strade e piazze non sono altro che muri alzati per convincerci che il tempo non passerà da lì. La natura, invece, non concede scampo: è matrigna e feroce. Va plasmata e addomesticata, altrimenti ti seppellisce sotto la sua indifferenza. Nei borghi non esiste quel filtro, tipico dei contesti urbani. Non c’è folla, non c’è la ritualità che crea distrazione. C’è un rapporto frontale con la morte: la vedi nelle case sfitte, nelle pietre che cadono, nelle sere sempre troppo lunghe. Ed é proprio lì, dove la morte ti guarda senza abbassare lo sguardo, che nasce la percezione più alta del divino. Perché solo chi sfiora il limite riconosce la voce che proviene dall’altra parte. Il borgo é contatto diretto con la natura, dove per natura si intende anche il rapporto con gli altri esseri umani, che sono assimilabili alla natura stessa. A Morra De Sanctis ci si arriva da diverse direzioni, ma sempre con strade contorte e panoramiche. Credo, che la strada da me percorsa sia una delle più panoramiche e, forse, anche più contorte. A Morra ci sono arrivato da Sant’Angelo dei Lombardi, attraversando boschi dorati, attraversati a malapena dalla luce obliqua del sole già basso all’orizzonte. Mi ha accolto una abitazione bassa con un murales di Francesco De Sanctis. É strano vedere su di un muro, due epoche che si sfiorano, si corteggiano e poi partoriscono un dipinto moderno, di un uomo d’altri tempi. Lui, il De Sanctis, si erge in posa plastica, al di sopra della strada, con i suoi grandi baffi, a ricordare che Morra gli diede i natali e che in quel luogo visse la sua giovinezza. Era l’800, il secolo romantico, un tempo in cui la vita era difficile finanche per i re, figuriamoci per gli abitanti di un piccolo paesino dell’Appennino Meridionale, tagliato fuori dal resto del paese da vie di comunicazione quasi insistenti. In un’epoca in cui viaggiare era già difficile di per sé, farlo in un luogo marginale, come lo era un piccolo borgo dell’entroterra campano, era davvero un’impresa ardua. Eppure, Morra mi sorprende. Parcheggio l’auto sotto un edificio che, dalle bandiere esposte, capisco essere il comune.

Il palazzo è molto bello, tenuto bene, credo che abbia uno stile ottocentesco. Per una mia innata vocazione, mi inerpico subito per la strada di fronte, quella che sale verso l’alto. Percorro un po’ di strade, mi fermo, osservo con attenzione l’architettura delle case. Si tratta di abitazioni signorili, dove case in pietra si alternano a palazzetti di più recente costruzione. Abitazioni intonacate e colorate con colori tenui che oscillano tra il giallo ocra ed il rosso ocra. Tre cose mi colpiscono: l’assenza di ogni forma di vita. Per lo più le abitazioni sono chiuse, e per le strade non incontro nessuno, né uomini, né animali. L’altra cosa che mi salta agli occhi è la pavimentazione, che si estende, tutta uguale, per l’intero centro storico. É molto bella, fatta in pietra. Ricorda molto gli acciottolati di un tempo, si sposa bene con il paesaggio circostante e dà al paese un’aura di eleganza che è in linea con il suo spirito nobiliare. La terza cosa non salta agli occhi, bensì alle orecchie, ed è il silenzio. Il silenzio è così forte che incombe sulle mie orecchie, che non abituate ad esso, cominciano a ronzare. Producono esse stesse un rumore inesistente, pur di compensarne l’assenza esterna. Come sono belli e fragili i nostri borghi, mi viene da pensare: si fa tanto, o almeno quel che si può, per cercare di mantenerli in vita e poi, anche chi li abita, preferisce eclissarsi nelle proprie abitazioni, piuttosto che riempiersi gli occhi con quei panorami sconfinati. Eppure, la presenza umana c’è. Lo percepisco dall’odore della legna che arde, buttato fuori dai comignoli che svettano sulle abitazioni, come segnali di fumo astratti per ipotetici viandanti del tempo. Cerco di non farmi sopraffare dai pensieri e torno indietro, pensando al De Sanctis che nel 1876 diede alla stampa un libro dal titolo: Un viaggio elettorale. Un libro che disegnava una fotografia dell’Irpinia di quell’epoca, divisa tra povera gente e signorotti locali, e che ci dà un’idea di De Sanctis quale viaggiatore ed esploratore attento della propria terra. Esattamente quello che faccio io circa centocinquanta anni dopo. Questo pensiero mi fortifica e mi rende orgoglioso di poter seguire le orme di un grande uomo di cultura ed attento studioso dell’animo meridionale. Il meridionalismo moderno, quello non piagnone, ma fattivo, passa anche attraverso i suoi scritti. Finalmente incontro delle persone davanti al bar. Chiedo indicazioni per il castello e me ne indicano la direzione. Ovviamente mi indicano la strada che sale ancora più su. Mi dicono di percorrerla tutta per trovarmi proprio di fronte al castello. Ringrazio e mi incammino. In pochi minuti mi trovo ad affrontare una lunga scalinata che mi porta dritto al piazzale antistante ad esso. Cerco di andare a casaccio, a destra e a sinistra. Saluto un elettricista, che, in solitaria, stava montando, lungo le mura del castello, le luminarie per l’imminente Natale. Mi volto ancora e finalmente al centro del piazzale, armato di una bella macchina fotografica, vedo un uomo, sulla quarantina, con una folta barba nera. Mi accorgo allora, che dal muro basso che perimetra la piazzetta, si può osservare un panorama che non ha eguali. Ci vuole poco che mi presento all’uomo accanto a me. Lui si chiama Alessandro Pagnotta. É di Morra, con precisione mi dice di essere nato e cresciuto in una delle tante frazioni sparse lì intorno, ma di aver scelto di vivere in paese dopo essersi sposato. Con la sua macchina fotografica non smette di fare foto, puntando, di volta in volta, l’obiettivo verso punti precisi di quel quadro creato dalla natura. Il cielo dipinto di un rosso infuocato, tipico dei tramonti invernali, rende l’atmosfera ancora più surreale. Mi indica con grande maestria i monti Picentini, il monte Tuoro, in lontananza, il lago di Conza, e la posizione di alcuni paesi, come Nusco, Lioni, Teora e, dalla parte opposta, Andretta, dietro la cui collina si trova Cairano. Mi spiega che il paese, un tempo, era molto più abitato e che oggi le case vuote e quelle in vendita sono aumentate a dismisura. La solita litania già ascoltata altrove: i giovani vanno via, i vecchi muoiono e le case restano vuote. Lo dice con amarezza ed un pizzico di rassegnazione. Si sente che parla del suo paese con amore e con passione. Lo si vede anche nella passione che ci mette nello scattare le foto. I tetti delle case si stendono proprio sotto di noi e le tegole sembrano diventate ancora più rosse, sotto a quel cielo infuocato dal tramonto. Alessandro mi spiega ancora che il Castello, o per meglio dire, il Bastione, appartenente a due famiglie nobiliari, era quasi del tutto caduto dopo il terremoto del 1980. Mi fa notare che lo stesso muro di cinta è fatto di parti più chiare e di parti più scure. Le scure sono le parti originali, mentre le chiare sono quelle ricostruite successivamente. La ferita del terremoto è ancora aperta, e Alessandro la spiega indicandomi i quartieri nati dopo il sisma, con case che erano rimaste praticamente vuote. Credo che Alessandro non fosse nemmeno nato in quell’epoca, ma che avesse un imprinting genetico di quell’evento, così lo abbiamo tutti noi che lo abbiamo vissuto e che apparteniamo a questa terra. Alessandro mi spiega che, dovendo io prendere l’Ofantina per tornare indietro, sarebbe stato opportuno scendere rapidamente giù dal paese, in modo da superare l’insediamento industriale prima delle 17. A quell’ora gli operai escono dalle fabbriche e creano gli unici ingorghi della zona. L’area industriale è piccola, ma ha delle fabbriche che sono delle eccellenze nei propri settori. Molte persone dei paesi limitrofi lavorano lì dentro e questo è una manna dal cielo in una zona così economicamente depressa. Supero l’area industriale alle 16.50, giusto in tempo per non restare imbottigliato in un traffico irreale e mi immetto sulla statale Ofantina. Penso ancora alle parole di Alessandro che mi ha invitato a ritornare, e che avremmo festeggiato l’evento a pane, salame e vino. Mi si stampa un sorriso sul volto.