Nel villaggio di Kiselevka, nella regione ucraina di Kherson, occupata dalle truppe russe, è avvenuta una sparatoria tra militari buriati e ceceni. Lo ha riferito il principale dipartimento di intelligence del Ministero della Difesa ucraino.
“Le ragioni del conflitto interetnico risiedono nella riluttanza dei Buriati a condurre operazioni militari offensive e nei “diritti ineguali” di condizioni con i ceceni. Questi ultimi non vanno affatto in prima linea, rimanendo nelle retrovie esclusivamente come ” distaccamenti protettivi. “Il loro compito è incoraggiare le unità di infedeli a intraprendere azioni attive. Questo è aprire il fuoco su coloro che stanno cercando di ritirarsi”, afferma il canale telegrafico ufficiale della Direzione principale dell’intelligence del Ministero della Difesa ucraino .
Il secondo motivo è la distribuzione non uniforme del bottino, quando i combattenti della formazione cecena hanno chiesto di dargli la maggior parte.
In un commento di Kavkaz.Realii, un combattente di una delle unità di volontari cecene che difende l’Ucraina dall’aggressione militare russa (ha chiesto di non essere nominato per paura di vendetta sui parenti rimasti in Cecenia) ha affermato che i conflitti tra le forze di Kadyrov e gli occupanti di altre regioni si verificano abbastanza spesso, allo stesso tempo, si verificano anche situazioni di conflitto sulla divisione del bottino tra unità composte da soldati a contratto provenienti da “regioni puramente russe”.
Il capo del gruppo di esperti ucraino “Sova”, il professor Mikhail Savva, che si trova nella zona di guerra in Ucraina, in un’intervista al Caucaso, ha confermato queste informazioni: questo non è il primo conflitto tra i cadiroviani e altri militari russi.
“Già all’inizio di marzo, sono emerse informazioni secondo cui le unità della Cecenia fungevano da distaccamenti di sbarramento per altre unità. E c’è stato un caso eclatante quando gli uomini di Kadyrov hanno ucciso più di una dozzina di feriti russi nella regione di Kiev per non evacuare . In un certo numero di aree, le unità di Kadyrov non accettano la partecipazione alla prima linea delle ostilità, una tale divisione dei ruoli provoca odio nei loro confronti di membri di altre formazioni russe”, ha affermato il professor Savva.
L’esperto ha definito i conflitti in corso un indicatore di un problema sistemico nell’esercito russo, dove ufficialmente non esistono formazioni armate nazionali, ma in realtà il reclutamento di soldati a contratto avviene nelle proprie regioni, di conseguenza ceceni, buriati e altri nascono le formazioni nazionali.
Il personale militare della Cecenia che ha partecipato all’invasione dell’esercito russo in Ucraina ha perso centinaia di persone ed è tornato a Grozny il 13 marzo. Lo ha affermato il servizio di sicurezza dell’Ucraina.
Il capo della Cecenia, Ramzan Kadyrov , è pronto a pagare un milione di dollari (secondo il tasso di cambio ufficiale della Banca centrale russa – circa 73 milioni di rubli, secondo quello ufficioso – più di 90) per informazioni su dove si trovi i comandanti dei battaglioni ucraini intitolati a Dzhokhar Dudayev e Sheikh Mansur – Adam Osmaev e Muslim Cheberloevsky.
Una cosa però la voglio chiedere ai no vax e no greenpass: ci avete rotto i maroni per due anni a fare casini, manifestazioni, sfilate e giornate intere a parlare su Facebook contro il governo, contro il loro ipotetico regime che vi stava controllando, contro la mancanza di libertà fondamentali e di garanzie costituzionali. Da oggi non si portano più le mascherine, e non serve più il greenpass, se non in casi molto molto limitati. Non ho sentito, però, una sola parola di scuse nei confronti del governo, o semplicemente per le cretinate che siete andati a sbandierare in giro. Ma almeno avete capito che siete stati vittime di personaggi, per lo più di estrema destra, che vi hanno utilizzato per speculazioni politiche? E che vi hanno scaricati non appena si è realizzata un’altra onda da cavalcare, ossia il putinismo? Capite che la storia del Greenpass era solo una banale scusa per sovvertire l’ordine costituito? Avete capito che anche adesso vi siete messi dalla parte sbagliata della storia e contro la democrazia? Ossia di quella stessa democrazia che vi permette di scrivere amenità sui social senza avere nessun tipo di ripercussioni? Per capire tutto ciò, però, serve l’intelligenza. Un abbraccio.
Nelle scatole con le granate, arrivate in Ucraina dalla Spagna, c’era anche un numero enorme di salsicce spagnole. Ed è stata consegnata, anche, una cartolina con una firma: “Ti auguro la vittoria! Con affetto, Leticia.” I combattenti della VSU non si sono immediatamente resi conto che quella era la firma della Regina di Spagna
Il tema del lavoro è uno dei più gettonati della nostra epoca ,ed assume un valore preponderate nei nostri territori. Sono di questi giorni i dati disarmanti dell’ ISTAT che parlano di un’Italia sempre più vecchia, dove la piramide demografica si è ormai capovolta, che vedono il Sannio ben peggio rispetto alla media nazionale. Solo l’11,9% della popolazione ha meno di 14 anni, mentre il 24% della popolazione ha più di 65 anni. Cala ancora la popolazione residente nel Sannio.
Cosa ci dicono questi dati? Ci dicono una cosa molto semplice: che le persone stanno andando via dal nostro territorio, e mentre prima lo facevano in età lavorativa, cioè quando partivano in cerca di un lavoro, oggi lo fanno addirittura prima, cioè nell’età dell’Università. L’idea della mancanza di lavoro e di investimenti nella direzione della creazione di posti di lavoro è talmente radicata, che i giovani, i nostri giovani, non provano nemmeno a realizzarsi lavorativamente, ma vanno via già nel periodo universitario. Tutto questo non è altro che la punta dell’iceberg di una mancanza di opportunità, che purtroppo si sta cronicizzando e sta depauperando le aree interne della loro risorsa principale, cioè i giovani stessi.
Certamente veniamo da un biennio che ha messo a dura prova il sistema Italia e che ha azzerato quelle già scarse risorse che avevamo a disposizione. La pandemia da Covid sars 19 ha dato la mazzata finale ad una economia che già stentava a decollare. E dopo la pandemia, che non sappiamo nemmeno se sia finita o meno, come un pugno nello stomaco è arrivata la guerra, devastante come, e se non di più del virus stesso.
La guerra ci ha ulteriormente depauperati di risorse indispensabili per rimettere in moto il sistema paese. E si presenta con le consuete contraddizioni: da una parte c’è un’economia che cresce sulla guerra, e cioè quella sottoposta al commercio delle armi. Un’economia di morte , che non è auspicabile, nonostante che sia ulteriormente cresciuta anche durante il periodo delle sanzioni alla Russia dopo gli eventi del 2014. Il giornale The Telegraph ha evidenziato, infatti, che dopo il 2014, nonostante le sanzioni applicate alla Russia , diversi stati europei , tra cui la Germania, la Francia, e l’Italia stessa, hanno trovato modo di aggirarle e poter vendere armi a Putin, il quale oggi si trova a poter sostenere lo sforzo bellico, tanto deprecato dall’Europa, anche grazie alle armi cedute dall’Europa stessa. Questa, però, è l’economia che non auspichiamo. È un’economia che porta solo morte e distruzione. La guerra e le sanzioni che ne sono derivate non hanno fatto altro che ridurre ancor più le possibilità di manovra dell’Europa e del nostro stesso paese.
Non mi sento , però , di sottacere le atrocità che vengono perpetrate, ormai da 65 giorni, nei confronti del popolo ucraino, che sta subendo gli effetti di una vile aggressione, tanto immotivata, quanto feroce. Il diritto di autodeterminazione dei popoli, tante volte sbandierato dall’Occidente, come caposaldo della propria tradizione laica e democratica, deve essere difeso sempre ed ad oltranza ogni qualvolta si verifichino eventi di tipo invasivo ed autoritario. Ritengo, come ritiene la gran parte dei governi e delle élite occidentali, che gli ucraini stiano pagando il pegno più duro per l’immobilismo che l’Europa stessa e gli Stati Uniti d’America hanno dimostrato nei confronti di un regime autoritario ed autocratico, quale quello putiniano.
Sono passati 65 interminabili giorni da quando questa ennesima guerra, una guerra nel cuore della civile Europa, ha avuto inizio, con immagini disumane di massacri e distruzione.
L’attenzione pubblica si è catalizzata intorno al tema della pace.
Tutti noi vogliamo la pace, tutti noi vogliamo fortemente fermare il massacro, non giustificato e non giustificabile, che è in atto. Ma è sul come che si determinano, troppo spesso, le divergenze. Si, lo ammetto, sono una interventista: se qualcuno ha un cancro non c’è altra soluzione se non l’asportazione, poi si può passare alla fase della cura. Non ho mai visto un cancro regredire per il solo fatto che gli sia stato ordinato di farlo, ne con le buone, ne con le cattive parole.
L’attenzione pubblica si è troppo spesso soffermata intorno all’idea di pace portata avanti dai cosiddetti pacifisti.
I pacifisti, hanno le loro ragioni, che non condivido, ma che comprendo. Ma troppo spesso peccano per una sorta di vacuità delle parole, cui non corrispondono, poi, i fatti concreti.
Nei giorni scorsi c’è stato un editoriale su Avvenire, dell’amico Angelo Moretti, che ha avuto , finalmente, la capacità di esprimere delle proposte concrete rivolte al movimento pacifista, quale quella di realizzare una interposizione fisica dei corpi di tutti i pacifisti europei, tra il fronte russo e quello ucraino. Lo ringrazio, perché, per la prima volta, si è avuta la capacità di mettere da parte gli slogan facili sul fermate le armi e frasi similari, per concretizzare proposte operative da mettere in campo. È un vero salto di qualità nella variegata discussione aperta nel fronte pacifista. Passare dalla passività degli slogan alla operatività sul campo, potrebbe davvero segnare il passo in questa situazione che sembra senza via d’uscita.
Così come mi sento di ringraziare il fronte unito e compatto dei governi europei, che stanno fornendo agli ucraini gli strumenti necessari per difendersi. Sottolineo e ci tengo che venga sottolineato che gli ucraini hanno il sacrosanto diritto di difendersi da un’azione di guerra spropositata, cui sottende un pensiero di odio nei confronti, non solo degli ucraini stessi, ma di tutte le democrazie occidentali. Il pensiero unico russo , che spesso si esprime per bocca del teorico Dugin, è chiaro e non lascia spazio a dubbio alcuno: ad essere messe in discussione sono le democrazie occidentali ed ogni forma di libertà individuale, viste , da Putin e dal suo Entourage, come sinonimo di messa in discussione dell’ autoritarismo che sta alla base del sistema di potere russo.
Vi leggo ora alcune affermazioni fatte dallo stesso Dugin, che ricordo, tra parentesi, che qualche anno fa, fu ospitato anche a benevento per degli incontri filosofici sedicenti:
“…Questa non è una guerra contro l’Ucraina. È un confronto con il globalismo come fenomeno planetario integrale. È un confronto a tutti i livelli – geopolitico e ideologico. La Russia rifiuta tutto nel globalismo – unipolarismo, atlantismo, da un lato, e liberalismo, anti-tradizione, tecnocrazia, Grande Reset in una parola, dall’altro. È chiaro che tutti i leader europei fanno parte dell’élite liberale atlantista.
E noi siamo in guerra esattamente con questo. Da qui la loro legittima reazione. La Russia viene ormai esclusa dalle reti globaliste. Non ha più una scelta: o costruire il suo mondo o scomparire. La Russia ha stabilito un percorso per costruire il suo mondo, la sua civiltà. E ora il primo passo è stato fatto. Ma sovrano di fronte al globalismo può essere solo un grande spazio, un continente-stato, una civiltà-stato. Nessun paese può resistere a lungo a una completa disconnessione.
La Russia sta creando un campo di resistenza globale. La sua vittoria sarebbe una vittoria per tutte le forze alternative, sia di destra che di sinistra, e per tutti i popoli. Stiamo, come sempre, iniziando i processi più difficili e pericolosi”.
Oggi il nostro mondo si scontra con questa ideologia. Il lavoro, il tema che ci sta tanto a cuore, oggi e nel prossimo futuro subirà delle battute di arresto: è molto probabile. Le economie, a livello mondiale, sono talmente interconnesse che sarebbe da pazzi non pensare che un conflitto , che nasce, tra l’altro, nel cuore stesso dell’Europa, non abbia ripercussioni anche sulla nostra già malferma economia.
Ma abbiamo il dovere di guardare avanti, e lo dobbiamo fare per noi stessi, per i nostri figli e per le generazioni future. Dobbiamo difendere il lavoro sempre e comunque, anche in situazioni drammatiche come queste, come ci hanno insegnato i nostri padri, quando difesero l’Italia e l’Europa dagli attacchi congiunti del nazismo e del fascismo.
Intanto una pietra è stata lanciata nel placido stagno degli attendisti, a smuoverne le acque e le coscienze.
Oggi diciamo più che mai, viva il lavoro, viva i lavoratori.
Buon primo maggio a tutti gli uomini di buona volontà.
Sono passati 65 interminabili giorni da quando questa ennesima guerra, una guerra nel cuore della civile Europa, ha avuto inizio, con immagini disumane di massacri e distruzione. Tutti noi vogliamo la pace, tutti noi vogliamo fortemente fermare il massacro, non giustificato e non giustificabile, che è in atto. Ma è sul come che si determinano le divergenze. Si, lo ammetto, sono un intervenrista: se hai un cancro non c’è altra soluzione se non l’asportazione, poi si passa alla fase della cura. Non ho mai visto un cancro regredire per il solo fatto che gli sia stato ordinato di farlo, ne con le buone, ne con le cattive parole. I pacifisti, hanno le loro ragioni, che non condivido, ma che comprendo. Oggi c’è un editoriale su Avvenire, dell’amico Angelo Moretti, che fa, finalmente, delle proposte concrete al movimento pacifista. Lo ringrazio, perché, per la prima volta, si è avuta la capacità di mettere da parte gli slogan facili sul fermate le armi e frasi similari, per concretizzare proposte operative da mettere in campo. È un vero salto di qualità nella variegata discussione aperta nel fronte pacifista. Passare dalla passività degli slogan alla operatività sul campo, potrebbe davvero segnare il passo in questa situazione che sembra senza via d’uscita.
Intanto una pietra è stata lanciata nel placido stagno degli attendisti, a smuoverne le acque e le coscienze. Qualcosa bisogna pur fare, prima che il conflitto possa allargarsi, come le metastasi di cui sopra.
Ieri ho registrato questa simpatica e scoppiettante intervista a RADIO CRT con la bravissima Cinzia Colarusso, che mi ha dovuto tenere un po a freno, che altrimenti avrei parlato per due ore e mezza. È una web radio che si può ascoltare su http://www.crtradio.com e che, tra l’altro, ha una sede bellissima, nel borgo medievale di Taurasi, alla spalle del castello Marchionale, che già da solo varrebbe la passeggiata a Taurasi. Appena posso vi posto anche le foto, perché sono davvero rimasto colpito.
Vedove “felici” di soldati caduti. A Novorossia, le donne che hanno perso il marito in guerra sono state pagate 10.000 rubli (cioè la gran somma di circa 120€). Guardate le loro facce felici, che urlano che sono le mogli di eroi, e 10mila rubli, ora, le aiuteranno a vivere meglio.
Naturalmente, facciamo le condoglianze per la morte dei loro mariti a causa di un ordine impartito da un pazzo.
Stamattina il mio orologio biologico mi ha svegliato puntualmente all’alba, giusto in tempo per scrivere questo post ancora al calduccio sotto le coperte. E fra le tante cose lette sulla Festa della Liberazione voglio proporvi questo interessante articolo di Luigi Sanlorenzo dal titolo: 25 Aprile 2022. Un anniversario diverso dagli altri. Antichi e nuovi spettri nell’autunno della Società aperta
Due nuovi spettri si aggirano per il mondo. Sono entrambi figli di quello evocato dall’ uomo che riposa nel Cimitero di Highgate e che ha segnato il XX secolo generando il massimo male e, per contrasto e reazione, ha aperto la strada al bene possibile da cui è nato ad opera dei sei Paesi fondatori nel 1952, il sogno di una pace duratura nell’ Unione Europea. Impallidite le ideologie, dimenticate le visioni del mondo, imputridite nei propri sepolcri le salme dei filosofi che si sono sforzati di decifrare il mondo – e in qualche caso di cambiarlo – il compito di concepire nuove architetture della società e dello stato è passato a protagonisti della vita di tutti giorni, spesso incolti e animati soltanto dal desiderio del potere. Ne sono nati due “gemelli diversi” che, divenuti adulti, percorrono il mondo in una competizione – e talvolta in un’ alleanza – che prima o poi giungerà allo scontro finale, con la probabile caduta della cittadella della Società aperta, ormai assediata tanto in Oriente che in Occidente, e di cui riporto la definizione più esaustiva: Secondo Karl Popper, autore del celebre saggio “La Società aperta e i suoi nemici” del 1945, nelle società aperte, si presume che il governo sia sensibile e tollerante, i meccanismi politici trasparenti e flessibili al cambiamento, permettendo a tutti di parteciparne ai processi decisionali. Nella convinzione che l’umanità non disponga di verità assolute, ma solo approssimazioni, la società dovrebbe dare così massima libertà di espressione ai suoi individui e l’autoritarismo non è giustificato. Il pensiero filosofico di Popper necessita di una analisi approfondita che non può essere liquidata in poche parole in questo articolo. Ne scriverò presto. Tuttavia, fare riferimento oggi 25 aprile, anniversario della Liberazione dell’Italia dal nazifascismo, alla “società aperta” non è solo opportuno, ma necessario e dovuto per attrezzare le generazioni che verranno, spesso senza memoria o, ancora peggio, con una memoria manipolata e falsificata attraverso mezzi ben più potenti della forza delle armi o della propaganda tradizionale che hanno sempre accompagnato il conflitto tra uomini e nazioni in ogni parte del mondo. Populismo e Sovranismo si fanno largo con ogni mezzo nel sentimento delle società deluse dalla promesse dello stato liberale che in troppi casi non è stato in grado di accompagnare lo sviluppo delle società democratiche con i necessari processi di istruzione, formazione, promozione sociale, contrasto alle povertà materiali e spirituali. Essi infatti allignano nella parte meno attrezzata della società, dove i processi di miglioramento della condizione umana non sono riusciti ad estendersi ed a generare consenso. In tutte le elezioni nazionali o locali, comprese le presidenziali francesi che vedono vincente in queste ore Emmanuel Macron, il margine è sempre più ridotto e il risultato incerto fino all’ultimo minuto e mai prima d’ora l’estrema destra francese era arrivata al primo turno così vicina ad una possibile elezione all’Eliseo. Al ballottaggio, l’ormai probabile 58% del presidente uscente contro il 42% di Marine Le Pen non può certo essere accreditato all’ inquilino dell’ Eliseo ma alla convergenza, più o meno manifestata ufficialmente, dalla sinistra radicale di Jean-Luc Melenchon. Un contributo populista che presto chiederà la propria libra di carne. Non mancheranno nei prossimi giorni analisi dettagliate del flusso dei voti, ma il dato è chiarissimo: se in Francia la democrazia liberale vuole governare deve pagare il pedaggio alla sinistra radicale, snaturandosi progressivamente e mantenendo l’instabilità del sistema. Lo vedremo presto alle elezioni per l’Assemblea Nazionale del prossimo giugno. Lo scontro tra populismo e sovranismo avrà il proprio apice con le elezioni di medio termine negli Stati Uniti e l’incombente minaccia del ritorno di Donald Trump, resa più agevole della deludente performance di Joe Biden e dalla preoccupazione degli elettori americani del deep state di ritrovarsi con una presidente “di sinistra” quale Kamala Harris. Nelle tre più grandi regioni del mondo, dunque, la Società aperta o non c’è, come in Asia (con l’eccezione del Giappone legato agli USA e dell’India che però non ha votato all’ONU contro Putin) e in larga parte dell’ Africa, o si trova a resistere sulle barricate, come negli Stati Uniti e nell’Unione Europea dove crescono le democrazie illiberali, ormai oggetto di una classificazione molto ben definita e praticata dai paesi del gruppo di Visegrad a cui prima o poi anche l’Ucraina aderirà, dove solo pochi giorni fa ha trionfato per la quarta volta Victor Orban. Per la Federazione Russa, in ogni ipotesi di esito del conflitto in corso e del destino personale di Vladimir Putin, non cambierà molto in futuro, anche in considerazione del rinnovato orgoglio nazionalistico risvegliato proprio dalla guerra d’invasione dell’Ucraina e del potente alleato rappresentato dalla Chiesa Ortodossa che fa capo al Patriarca di Mosca, Kirill, ed ai suoi accoliti. Il paradosso Sovranismo e Populismo sono difficili da “smontare” come invece accadde in passato per le dittature palesi, a motivo di alcune ragioni che proverò ad esporre. In primo luogo, entrambi i fenomeni non rinnegano la democrazia, si fondano su elezioni, generalmente di tipo diretto ed esprimono una classe dirigente comunque legittimata dal suffragio universale. Sono tuttavia lontani, nella maggior parte dei casi, dalla tripartizione dei poteri costituzionali, in particolare dall’indipendenza della Magistratura (come peraltro avviene da sempre negli Stati Uniti) e impongono cospicue limitazioni al diritto di espressione e all’esercizio del dissenso, proprio in nome del consenso popolare di cui sono investiti, come un tempo i re “unti dal Signore” e di cui rivendicano il primato perfino sul diritto naturale. In secondo luogo, vanno considerate le variabili legate alle dinamiche della natalità, soprattutto in Occidente. Il sovranismo è spinto dall’invecchiamento della popolazione e la conseguente insicurezza (il dato francese conferma che senza il voto della popolazione più anziana, Macron non avrebbe raggiunto il ballottaggio) mentre il populismo “pesca” nell’insoddisfazione degli esclusi, nella contrapposizione con l’establishment e nel velleitarismo giovanile (si veda il dato italiano del consenso al Movimento 5 Stelle alle elezioni del 2018). Sovranista è il Regno Unito guidato dal conservatore Boris Johnson, populiste con sfumature diverse sono la Spagna e il Portogallo in cui sono ancora forti e presenti le tracce ed i ricordi di mezzo secolo di dittatura rispettivamente di Francisco Franco e di Antonio de Oliveira Salazar. In bilico, molti dei paesi scandinavi, orfani della tradizione socialdemocratica che ne ha fatto in passato modelli da seguire in molti settori. Populismo e sovranismo, proprio a motivo dell’elettorato di riferimento fondano larga parte del proprio consenso nell’erroneo convincimento che sia possibile dare soluzioni semplificate a problemi, talvolta secolari, complessi ed articolati e solo in minima parte risolvibili con soluzioni di tipo interno. Entrambi, distolgono l’attenzione dai problemi reali attraverso l’indicazione di un nemico, vero o presunto, secondo una strategia comunicazionale che ha radici nel passato e di cui in più occasioni ho scritto. Gli esempi sono noti anche se non sempre tenuti a mente: l’impero romano indicava del Cristianesimo la causa dell’indebolimento dei valori tradizionali, il medio evo – stadio a cui le popolazione di fede islamica sembrano in larga parte essersi fermate – indicava nelle donne la cui influenza era percepita come eversiva, il nemico della vera Fede e le volle streghe o schiave. Il Rinascimento, la Riforma protestante e gli stessi Risorgimenti nazionali indicarono nell’ “oscurantismo” della Chiesa Cattolica – “alleata del trono” – il nemico del progresso e puntarono sulla stato laico come grimaldello per annullarne l’influenza. Il novecento ha visto lo spostamento delle indicazioni di “nemici da colpire” dalle istituzioni ai popoli: gli armeni sono stati additati come nemici del tentativo di laicizzare l’ex impero ottomano oggi rievocato da Recep Tayyp Erdogan, gli slavi erano l’opposto della “purezza della razza ariana”; agli ebrei è toccato il destino di essere considerati strumenti del potere finanziario che umiliava la Germania dopo la fine della Prima Guerra Mondiale; i migranti musulmani o neri sarebbero la minaccia all’integrità della società “cristiana” ed occidentale, come è stato dimostrato in questi mesi dall’atteggiamento ben più accogliente dell’ Europa orientale verso i profughi ucraini. E, di volta in volta, come ricordato, il nemico serve a distrarre dall’incapacità del sovranismo e del populismo di andare oltre la proposta di soluzioni semplificate, “vendute” come una panacea da tutti i mali sociali. Spiacerà a molti, ma nel corso della XVIII Legislatura l’Italia ha avuto due governi populisti, di cui il primo a trazione di fatto sovranista e ne avrebbe avuto un terzo, con la piena aquiescienza del Partito Democratico, senza la lungimiranza del Capo dello Stato e l’incarico a Mario Draghi per il quale almeno in futuro dovranno essere riconosciuti meriti a chi indubbiamente li ha maturati. Tuttavia si tratta di una fragile e debole tregua che si avvia al proprio termine e che nel 2023 riproporrà lo schema francese con tutte le incertezze del caso ed una campagna elettorale che sarà durissima e spietata nella quale non mi sentirei di escludere come anticipato due anni fa su altre pagine, un’alleanza tra la Destra e la parte, non governista del Movimento 5 Stelle. Le esitazioni di Giuseppe Conte sulle elezioni francesi e sulle responsabilità di Putin in Ucraina sono segnali premonitori e precisi messaggi lanciati al potenziale elettorato, come già in passato l’appoggio scandaloso di Luigi Di Maio e di Alessando Di Battista al Movimento dei Gilè Gialli, che fece rischiare l’incidente internazionale con la Francia. E il 25 Aprile ? Vedremo tra poche ore i distinguo e il benaltrismo e non sarà uno spettacolo bello. Verificheremo arditi accostamenti tra i sentimenti di quegli anni tanto lontani e le vicende contemporanee. Assisteremo allibiti alla rivendicazioni di vecchie e nuove “verginità” politiche e si ripeterà probabilmente la polemica con le formazioni di ex partigiani realisti, cattolici e, certamente, con quelle formate da ebrei, nel tentativo di ridurre un movimento nazionale, che ebbe tanti meriti ma altrettante opacità – come solo Gianpaolo Pansa e Paolo Mieli hanno avuto il coraggio di aiutarci a non dimenticare in questi decenni – sotto una prevalente “paternità” che avrebbe condizionato poi tanta parte della cultura italiana. Probabilmente solo le parole del Presidente della Repubblica saranno le uniche che varrà la pena di ascoltare perchè dettate da un antifascismo che appartiene agli italiani intellettualmente onesti e rivolte soprattutto ai più giovani, esposti a troppe mistificazioni. Qui basterà rileggere l’ultima lettera del partigiano Giacomo Ulivi, 19 anni, condannato a morte e fucilato nel novembre del 1944 sul sagrato del Duomo di Modena:
“Cari amici, vi vorrei confessare, innanzi tutto, che tre volte ho strappato e scritto questa lettera. L’avevo iniziata con uno sguardo in giro, con un sincero rimpianto per le rovine che ci circondano, ma, nel passare da questo all’argomento di cui desidero parlarvi, temevo di apparire ‘falso’, di inzuccherare con un preambolo patetico una pillola propagandistica. E questa parola temo come un’offesa immeritata: non si tratta di propaganda ma di un esame che vorrei fare con voi. […] Al di là di ogni retorica, constatiamo come la cosa pubblica sia noi stessi, la nostra famiglia, il nostro lavoro, il nostro mondo, insomma, che ogni sciagura, è sciagura nostra, come ora soffriamo per l’estrema miseria in cui il nostro paese è caduto: se lo avessimo sempre tenuto presente, come sarebbe successo questo? L’egoismo – ci dispiace sentire questa parola – è come una doccia fredda, vero? […] L’egoismo, dicevamo, l’interesse, ha tanta parte in quello che facciamo: tante volte si confonde con l’ideale. Ma diventa dannoso, condannabile, maledetto, proprio quando è cieco, inintelligente. Soprattutto quando è celato. E, se ragioniamo, il nostro interesse e quello della ‘cosa pubblica’, insomma, finiscono per coincidere. Appunto per questo dobbiamo curarla direttamente, personalmente, come il nostro lavoro più delicato e importante. Perché da questo dipendono tutti gli altri, le condizioni di tutti gli altri Se non ci appassionassimo a questo, se noi non lo trattiamo a fondo, specialmente oggi, quella ripresa che speriamo, a cui tenacemente ci attacchiamo, sarà impossibile. Per questo dobbiamo prepararci. Può anche bastare, sapete, che con calma, cominciamo a guardare in noi e ad esprimere desideri. Come vorremmo vivere, domani? No, non dite di essere scoraggiati, di non volerne più sapere. Pensate che tutto è successo perché non ne avute più voluto sapere! Ricordate, siete uomini e avete il dovere, se il vostro istinto non vi spinge ad esercitare il diritto, di badare ai vostri interessi, di badare a quelli dei vostri figli, dei vostri cari. Avete mai pensato che nei prossimi mesi si deciderà il destino del nostro Paese, di noi stessi: quale peso decisivo avrà la vostra volontà se sapremo farla valere: che nostra sarà la responsabilità , se andremo incontro a un pericolo negativo? Bisognerà fare molto. Provate a chiedervi un giorno, quale stato, per l’idea che avete voi stessi della vera vita, vi pare ben ordinato: per questo informatevi a giudizi obbiettivi. Se credete nella libertà democratica, in cui nei limiti della costituzione, voi stessi potreste indirizzare la cosa pubblica, oppure aspettate una nuova concezione, più egualitaria della vita e della proprietà. E se accettate la prima soluzione, desiderate che la facoltà di eleggere, per esempio, sia di tutti, in modo che il corpo eletto sia espressione diretta e genuina del nostro Paese, o restringerla ai più preparati oggi, per giungere ad un progressivo allargamento? Questo ed altro dovete chiedervi. Dovete convincervi, e prepararvi a convincere, non a sopraffare gli altri, ma neppure a rinunciare. Oggi bisogna combattere contro l’oppressore. Questo è il primo dovere per noi tutti. Ma è bene prepararsi a risolvere quei problemi in modo duraturo, e che eviti il risorgere di essi e il ripetersi di tutto quanto si è abbattuto su noi. Termino questa lunga lettera un po’ confusa, lo so, ma spontanea, scusandomi ed augurandoci buon lavoro”.
Ci stiamo provando, caro Giacomo e Dio solo sa quanto sia difficile e doloroso farlo mentre, nell’autunno della democrazia, siamo costretti a percorrere il sentiero nascosto che si snoda tra le foglie che declinano con mille colorate sfumature e nell’odore pungente del sottobosco marcio su cui esse vanno a morire.
Sabato 23 Aprile, giornata mondiale del libro, data di nascita di Shakespeare, nonché mia stessa data di nascita, ho avuto il piacere di parlare del mio romanzo “Storia di un Presidente che si credeva un Topo” a Montesarchio, in occasione della rassegna “Arte nella Valle”. Un grazie va ad Alfredo che mi ha voluto nella rassegna e ad Andrea Balestrieriri che mi ha ospitato.