Antichi e nuovi spettri nell’autunno della Società aperta

Stamattina il mio orologio biologico mi ha svegliato puntualmente all’alba, giusto in tempo per scrivere questo post ancora al calduccio sotto le coperte.
E fra le tante cose lette sulla Festa della Liberazione voglio proporvi questo interessante articolo di Luigi Sanlorenzo dal titolo:
25 Aprile 2022. Un anniversario diverso dagli altri.
Antichi e nuovi spettri nell’autunno della Società aperta

Due nuovi spettri si aggirano per il mondo.
Sono entrambi figli di quello evocato dall’ uomo che riposa nel Cimitero di Highgate e che ha segnato il XX secolo generando il massimo male e, per contrasto e reazione, ha aperto la strada al bene possibile da cui è nato ad opera dei sei Paesi fondatori nel 1952, il sogno di una pace duratura nell’ Unione Europea.
Impallidite le ideologie, dimenticate le visioni del mondo, imputridite nei propri sepolcri le salme dei filosofi che si sono sforzati di decifrare il mondo – e in qualche caso di cambiarlo – il compito di concepire nuove architetture della società e dello stato è passato a protagonisti della vita di tutti giorni, spesso incolti e animati soltanto dal desiderio del potere.
Ne sono nati due “gemelli diversi” che, divenuti adulti, percorrono il mondo in una competizione – e talvolta in un’ alleanza – che prima o poi giungerà allo scontro finale, con la probabile caduta della cittadella della Società aperta, ormai assediata tanto in Oriente che in Occidente, e di cui riporto la definizione più esaustiva:
Secondo Karl Popper, autore del celebre saggio “La Società aperta e i suoi nemici” del 1945, nelle società aperte, si presume che il governo sia sensibile e tollerante, i meccanismi politici trasparenti e flessibili al cambiamento, permettendo a tutti di parteciparne ai processi decisionali.
Nella convinzione che l’umanità non disponga di verità assolute, ma solo approssimazioni, la società dovrebbe dare così massima libertà di espressione ai suoi individui e l’autoritarismo non è giustificato.
Il pensiero filosofico di Popper necessita di una analisi approfondita che non può essere liquidata in poche parole in questo articolo.
Ne scriverò presto.
Tuttavia, fare riferimento oggi 25 aprile, anniversario della Liberazione dell’Italia dal nazifascismo, alla “società aperta” non è solo opportuno, ma necessario e dovuto per attrezzare le generazioni che verranno, spesso senza memoria o, ancora peggio, con una memoria manipolata e falsificata attraverso mezzi ben più potenti della forza delle armi o della propaganda tradizionale che hanno sempre accompagnato il conflitto tra uomini e nazioni in ogni parte del mondo.
Populismo e Sovranismo si fanno largo con ogni mezzo nel sentimento delle società deluse dalla promesse dello stato liberale che in troppi casi non è stato in grado di accompagnare lo sviluppo delle società democratiche con i necessari processi di istruzione, formazione, promozione sociale, contrasto alle povertà materiali e spirituali.
Essi infatti allignano nella parte meno attrezzata della società, dove i processi di miglioramento della condizione umana non sono riusciti ad estendersi ed a generare consenso.
In tutte le elezioni nazionali o locali, comprese le presidenziali francesi che vedono vincente in queste ore Emmanuel Macron, il margine è sempre più ridotto e il risultato incerto fino all’ultimo minuto e mai prima d’ora l’estrema destra francese era arrivata al primo turno così vicina ad una possibile elezione all’Eliseo. Al ballottaggio, l’ormai probabile 58% del presidente uscente contro il 42% di Marine Le Pen non può certo essere accreditato all’ inquilino dell’ Eliseo ma alla convergenza, più o meno manifestata ufficialmente, dalla sinistra radicale di Jean-Luc Melenchon.
Un contributo populista che presto chiederà la propria libra di carne.
Non mancheranno nei prossimi giorni analisi dettagliate del flusso dei voti, ma il dato è chiarissimo: se in Francia la democrazia liberale vuole governare deve pagare il pedaggio alla sinistra radicale, snaturandosi progressivamente e mantenendo l’instabilità del sistema.
Lo vedremo presto alle elezioni per l’Assemblea Nazionale del prossimo giugno.
Lo scontro tra populismo e sovranismo avrà il proprio apice con le elezioni di medio termine negli Stati Uniti e l’incombente minaccia del ritorno di Donald Trump, resa più agevole della deludente performance di Joe Biden e dalla preoccupazione degli elettori americani del deep state di ritrovarsi con una presidente “di sinistra” quale Kamala Harris.
Nelle tre più grandi regioni del mondo, dunque, la Società aperta o non c’è, come in Asia (con l’eccezione del Giappone legato agli USA e dell’India che però non ha votato all’ONU contro Putin) e in larga parte dell’ Africa, o si trova a resistere sulle barricate, come negli Stati Uniti e nell’Unione Europea dove crescono le democrazie illiberali, ormai oggetto di una classificazione molto ben definita e praticata dai paesi del gruppo di Visegrad a cui prima o poi anche l’Ucraina aderirà, dove solo pochi giorni fa ha trionfato per la quarta volta Victor Orban.
Per la Federazione Russa, in ogni ipotesi di esito del conflitto in corso e del destino personale di Vladimir Putin, non cambierà molto in futuro, anche in considerazione del rinnovato orgoglio nazionalistico risvegliato proprio dalla guerra d’invasione dell’Ucraina e del potente alleato rappresentato dalla Chiesa Ortodossa che fa capo al Patriarca di Mosca, Kirill, ed ai suoi accoliti.
Il paradosso
Sovranismo e Populismo sono difficili da “smontare” come invece accadde in passato per le dittature palesi, a motivo di alcune ragioni che proverò ad esporre.
In primo luogo, entrambi i fenomeni non rinnegano la democrazia, si fondano su elezioni, generalmente di tipo diretto ed esprimono una classe dirigente comunque legittimata dal suffragio universale.
Sono tuttavia lontani, nella maggior parte dei casi, dalla tripartizione dei poteri costituzionali, in particolare
dall’indipendenza della Magistratura (come peraltro avviene da sempre negli Stati Uniti) e impongono cospicue limitazioni al diritto di espressione e all’esercizio del dissenso, proprio in nome del consenso popolare di cui sono investiti, come un tempo i re “unti dal Signore” e di cui rivendicano il primato perfino sul diritto naturale.
In secondo luogo, vanno considerate le variabili legate alle dinamiche della natalità, soprattutto in Occidente.
Il sovranismo è spinto dall’invecchiamento della popolazione e la conseguente insicurezza (il dato francese conferma che senza il voto della popolazione più anziana, Macron non avrebbe raggiunto il ballottaggio) mentre il populismo “pesca” nell’insoddisfazione degli esclusi, nella contrapposizione con l’establishment e nel velleitarismo giovanile (si veda il dato italiano del consenso al Movimento 5 Stelle alle elezioni del 2018).
Sovranista è il Regno Unito guidato dal conservatore Boris Johnson, populiste con sfumature diverse sono la Spagna e il Portogallo in cui sono ancora forti e presenti le tracce ed i ricordi di mezzo secolo di dittatura rispettivamente di Francisco Franco e di Antonio de Oliveira Salazar.
In bilico, molti dei paesi scandinavi, orfani della tradizione socialdemocratica che ne ha fatto in passato modelli da seguire in molti settori.
Populismo e sovranismo, proprio a motivo dell’elettorato di riferimento fondano larga parte del proprio consenso nell’erroneo convincimento che sia possibile dare soluzioni semplificate a problemi, talvolta secolari, complessi ed articolati e solo in minima parte risolvibili con soluzioni di tipo interno.
Entrambi, distolgono l’attenzione dai problemi reali attraverso l’indicazione di un nemico, vero o presunto, secondo una strategia comunicazionale che ha radici nel passato e di cui in più occasioni ho scritto.
Gli esempi sono noti anche se non sempre tenuti a mente: l’impero romano indicava del Cristianesimo la causa dell’indebolimento dei valori tradizionali, il medio evo – stadio a cui le popolazione di fede islamica sembrano in larga parte essersi fermate – indicava nelle donne la cui influenza era percepita come eversiva, il nemico della vera Fede e le volle streghe o schiave.
Il Rinascimento, la Riforma protestante e gli stessi Risorgimenti nazionali indicarono nell’ “oscurantismo” della Chiesa Cattolica – “alleata del trono” – il nemico del progresso e puntarono sulla stato laico come grimaldello per annullarne l’influenza.
Il novecento ha visto lo spostamento delle indicazioni di “nemici da colpire” dalle istituzioni ai popoli: gli armeni sono stati additati come nemici del tentativo di laicizzare l’ex impero ottomano oggi rievocato da Recep Tayyp Erdogan, gli slavi erano l’opposto della “purezza della razza ariana”; agli ebrei è toccato il destino di essere considerati strumenti del potere finanziario che umiliava la Germania dopo la fine della Prima Guerra Mondiale; i migranti musulmani o neri sarebbero la minaccia all’integrità della società “cristiana” ed occidentale, come è stato dimostrato in questi mesi dall’atteggiamento ben più accogliente dell’ Europa orientale verso i profughi ucraini.
E, di volta in volta, come ricordato, il nemico serve a distrarre dall’incapacità del sovranismo e del populismo di andare oltre la proposta di soluzioni semplificate, “vendute” come una panacea da tutti i mali sociali.
Spiacerà a molti, ma nel corso della XVIII Legislatura l’Italia ha avuto due governi populisti, di cui il primo a trazione di fatto sovranista e ne avrebbe avuto un terzo, con la piena aquiescienza del Partito Democratico, senza la lungimiranza del Capo dello Stato e l’incarico a Mario Draghi per il quale almeno in futuro dovranno essere riconosciuti meriti a chi indubbiamente li ha maturati.
Tuttavia si tratta di una fragile e debole tregua che si avvia al proprio termine e che nel 2023 riproporrà lo schema francese con tutte le incertezze del caso ed una campagna elettorale che sarà durissima e spietata nella quale non mi sentirei di escludere come anticipato due anni fa su altre pagine, un’alleanza tra la Destra e la parte, non governista del Movimento 5 Stelle.
Le esitazioni di Giuseppe Conte sulle elezioni francesi e sulle responsabilità di Putin in Ucraina sono segnali premonitori e precisi messaggi lanciati al potenziale elettorato, come già in passato l’appoggio scandaloso di Luigi Di Maio e di Alessando Di Battista al Movimento dei Gilè Gialli, che fece rischiare l’incidente internazionale con la Francia.
E il 25 Aprile ?
Vedremo tra poche ore i distinguo e il benaltrismo e non sarà uno spettacolo bello.
Verificheremo arditi accostamenti tra i sentimenti di quegli anni tanto lontani e le vicende contemporanee.
Assisteremo allibiti alla rivendicazioni di vecchie e nuove “verginità” politiche e si ripeterà probabilmente la polemica con le formazioni di ex partigiani realisti, cattolici e, certamente, con quelle formate da ebrei, nel tentativo di ridurre un movimento nazionale, che ebbe tanti meriti ma altrettante opacità – come solo Gianpaolo Pansa e Paolo Mieli hanno avuto il coraggio di aiutarci a non dimenticare in questi decenni – sotto una prevalente “paternità” che avrebbe condizionato poi tanta parte della cultura italiana.
Probabilmente solo le parole del Presidente della Repubblica saranno le uniche che varrà la pena di ascoltare perchè dettate da un antifascismo che appartiene agli italiani intellettualmente onesti e rivolte soprattutto ai più giovani, esposti a troppe mistificazioni.
Qui basterà rileggere l’ultima lettera del partigiano Giacomo Ulivi, 19 anni, condannato a morte e fucilato nel novembre del 1944 sul sagrato del Duomo di Modena:

“Cari amici, vi vorrei confessare, innanzi tutto, che tre volte ho strappato e scritto questa lettera. L’avevo iniziata con uno sguardo in giro, con un sincero rimpianto per le rovine che ci circondano, ma, nel passare da questo all’argomento di cui desidero parlarvi, temevo di apparire ‘falso’, di inzuccherare con un preambolo patetico una pillola propagandistica.
E questa parola temo come un’offesa immeritata: non si tratta di propaganda ma di un esame che vorrei fare con voi. […]
Al di là di ogni retorica, constatiamo come la cosa pubblica sia noi stessi, la nostra famiglia, il nostro lavoro, il nostro mondo, insomma, che ogni sciagura, è sciagura nostra, come ora soffriamo per l’estrema miseria in cui il nostro paese è caduto: se lo avessimo sempre tenuto presente, come sarebbe successo questo?
L’egoismo – ci dispiace sentire questa parola – è come una doccia fredda, vero? […]
L’egoismo, dicevamo, l’interesse, ha tanta parte in quello che facciamo: tante volte si confonde con l’ideale.
Ma diventa dannoso, condannabile, maledetto, proprio quando è cieco, inintelligente. Soprattutto quando è celato.
E, se ragioniamo, il nostro interesse e quello della ‘cosa pubblica’, insomma, finiscono per coincidere.
Appunto per questo dobbiamo curarla direttamente, personalmente, come il nostro lavoro più delicato e importante.
Perché da questo dipendono tutti gli altri, le condizioni di tutti gli altri Se non ci appassionassimo a questo, se noi non lo trattiamo a fondo, specialmente oggi, quella ripresa che speriamo, a cui tenacemente ci attacchiamo, sarà impossibile.
Per questo dobbiamo prepararci. Può anche bastare, sapete, che con calma, cominciamo a guardare in noi e ad esprimere desideri. Come vorremmo vivere, domani? No, non dite di essere scoraggiati, di non volerne più sapere.
Pensate che tutto è successo perché non ne avute più voluto sapere!
Ricordate, siete uomini e avete il dovere, se il vostro istinto non vi spinge ad esercitare il diritto, di badare ai vostri interessi, di badare a quelli dei vostri figli, dei vostri cari.
Avete mai pensato che nei prossimi mesi si deciderà il destino del nostro Paese, di noi stessi: quale peso decisivo avrà la vostra volontà se sapremo farla valere: che nostra sarà la responsabilità , se andremo incontro a un pericolo negativo?
Bisognerà fare molto.
Provate a chiedervi un giorno, quale stato, per l’idea che avete voi stessi della vera vita, vi pare ben ordinato: per questo informatevi a giudizi obbiettivi.
Se credete nella libertà democratica, in cui nei limiti della costituzione, voi stessi potreste indirizzare la cosa pubblica, oppure aspettate una nuova concezione, più egualitaria della vita e della proprietà.
E se accettate la prima soluzione, desiderate che la facoltà di eleggere, per esempio, sia di tutti, in modo che il corpo eletto sia espressione diretta e genuina del nostro Paese, o restringerla ai più preparati oggi, per giungere ad un progressivo allargamento?
Questo ed altro dovete chiedervi. Dovete convincervi, e prepararvi a convincere, non a sopraffare gli altri, ma neppure a rinunciare.
Oggi bisogna combattere contro l’oppressore.
Questo è il primo dovere per noi tutti.
Ma è bene prepararsi a risolvere quei problemi in modo duraturo, e che eviti il risorgere di essi e il ripetersi di tutto quanto si è abbattuto su noi.
Termino questa lunga lettera un po’ confusa, lo so, ma spontanea, scusandomi ed augurandoci buon lavoro”.

Ci stiamo provando, caro Giacomo e Dio solo sa quanto sia difficile e doloroso farlo mentre, nell’autunno della democrazia, siamo costretti a percorrere il sentiero nascosto che si snoda tra le foglie che declinano con mille colorate sfumature e nell’odore pungente del sottobosco marcio su cui esse vanno a morire.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: