Discorso del 1 Maggio presso la Cisl Irpinia Sannio: lavoro e guerra!

Il tema del lavoro è uno dei più gettonati della nostra epoca ,ed assume un valore preponderate nei nostri territori. Sono di questi giorni i dati disarmanti dell’ ISTAT che parlano di un’Italia sempre più vecchia, dove la piramide demografica si è ormai capovolta, che vedono il Sannio ben peggio rispetto alla media nazionale. Solo l’11,9% della popolazione ha meno di 14 anni, mentre il 24% della popolazione ha più di 65 anni. Cala ancora la popolazione residente nel Sannio.

Cosa ci dicono questi dati? Ci dicono una cosa molto semplice: che le persone stanno andando via dal nostro territorio, e mentre prima lo facevano in età lavorativa, cioè quando partivano in cerca di un lavoro, oggi lo fanno addirittura prima, cioè nell’età dell’Università. L’idea della mancanza di lavoro e di investimenti nella direzione della creazione di posti di lavoro è talmente radicata, che i giovani, i nostri giovani, non provano nemmeno a realizzarsi lavorativamente, ma vanno via già nel periodo universitario. Tutto questo non è altro che la punta dell’iceberg di una mancanza di opportunità, che purtroppo si sta cronicizzando e sta depauperando le aree interne della loro risorsa principale, cioè i giovani stessi.

Certamente veniamo da un biennio che ha messo a dura prova il sistema Italia e che ha azzerato quelle già scarse risorse che avevamo a disposizione. La pandemia da Covid sars 19 ha dato la mazzata finale ad una economia che già stentava a decollare. E dopo la pandemia, che non sappiamo nemmeno se sia finita o meno, come un pugno nello stomaco è arrivata la guerra, devastante come, e se non di più del virus stesso.

La guerra ci ha ulteriormente depauperati di risorse indispensabili per rimettere in moto il sistema paese. E si presenta con le consuete contraddizioni: da una parte c’è un’economia che cresce sulla guerra, e cioè quella sottoposta al commercio delle armi. Un’economia di morte , che non è auspicabile, nonostante che sia ulteriormente cresciuta anche durante il periodo delle sanzioni alla Russia dopo gli eventi del 2014. Il giornale The Telegraph ha evidenziato, infatti, che dopo il 2014, nonostante le sanzioni applicate alla Russia , diversi stati europei , tra cui la Germania, la Francia, e l’Italia stessa, hanno trovato modo di aggirarle e poter vendere armi a Putin, il quale oggi si trova a poter sostenere lo sforzo bellico, tanto deprecato dall’Europa, anche grazie alle armi cedute dall’Europa stessa. Questa, però, è l’economia che non auspichiamo. È un’economia che porta solo morte e distruzione. La guerra e le sanzioni che ne sono derivate non hanno fatto altro che ridurre ancor più le possibilità di manovra dell’Europa e del nostro stesso paese.

Non mi sento , però , di sottacere le atrocità che vengono perpetrate, ormai da 65 giorni, nei confronti del popolo ucraino, che sta subendo gli effetti di una vile aggressione, tanto immotivata, quanto feroce. Il diritto di autodeterminazione dei popoli, tante volte sbandierato dall’Occidente, come caposaldo della propria tradizione laica e democratica, deve essere difeso sempre ed ad oltranza ogni qualvolta si verifichino eventi di tipo invasivo ed autoritario. Ritengo, come ritiene la gran parte dei governi e delle élite occidentali, che gli ucraini stiano pagando il pegno più duro per l’immobilismo che l’Europa stessa e gli Stati Uniti  d’America hanno dimostrato nei confronti di un regime autoritario ed autocratico, quale quello putiniano.

Sono passati 65 interminabili giorni da quando questa ennesima guerra, una guerra nel cuore della civile Europa, ha avuto inizio, con immagini disumane di massacri e distruzione.

L’attenzione pubblica si è catalizzata intorno al tema della pace.

Tutti noi vogliamo la pace, tutti noi vogliamo fortemente fermare il massacro, non giustificato e non giustificabile, che è in atto. Ma è sul come che si determinano, troppo spesso, le divergenze. Si, lo ammetto, sono una interventista: se qualcuno ha un cancro non c’è altra soluzione se non l’asportazione, poi si può passare alla fase della cura. Non ho mai visto un cancro regredire per il solo fatto che gli sia stato ordinato di farlo, ne con le buone, ne con le cattive parole.

L’attenzione pubblica si è troppo spesso soffermata intorno all’idea di pace portata avanti dai cosiddetti pacifisti.

I pacifisti, hanno le loro ragioni, che non condivido, ma che  comprendo. Ma troppo spesso peccano per una sorta di vacuità delle parole, cui non corrispondono, poi, i fatti concreti.

Nei giorni scorsi c’è stato un editoriale su Avvenire, dell’amico Angelo Moretti, che ha avuto , finalmente, la capacità di esprimere delle proposte concrete rivolte al movimento pacifista, quale quella di realizzare una interposizione fisica dei corpi di tutti i pacifisti europei, tra il fronte russo e quello ucraino. Lo ringrazio, perché, per la prima volta, si è avuta la capacità di mettere da parte gli slogan facili sul fermate le armi e frasi similari, per concretizzare proposte operative da mettere in campo. È un vero salto di qualità nella variegata discussione aperta nel  fronte pacifista. Passare dalla passività degli slogan alla operatività sul campo, potrebbe davvero segnare il passo in questa situazione che sembra senza via d’uscita.

Così come mi sento di ringraziare il fronte unito e compatto dei governi europei, che stanno fornendo agli ucraini gli strumenti necessari per difendersi. Sottolineo e ci tengo che venga sottolineato che gli ucraini hanno il sacrosanto diritto di difendersi da un’azione di guerra spropositata, cui sottende un pensiero di odio nei confronti, non solo degli ucraini stessi, ma di tutte le democrazie occidentali. Il pensiero unico russo , che spesso si esprime per bocca del teorico Dugin, è chiaro e non lascia spazio a dubbio alcuno: ad essere messe in discussione sono le democrazie occidentali ed ogni forma di libertà individuale, viste , da Putin e dal suo Entourage, come sinonimo di messa in discussione dell’ autoritarismo che sta alla base del sistema di potere  russo.

Vi leggo ora alcune affermazioni fatte dallo stesso Dugin, che ricordo, tra parentesi, che qualche anno fa, fu ospitato anche a benevento per degli incontri filosofici sedicenti:

“…Questa non è una guerra contro l’Ucraina. È un confronto con il globalismo come fenomeno planetario integrale. È un confronto a tutti i livelli – geopolitico e ideologico. La Russia rifiuta tutto nel globalismo – unipolarismo, atlantismo, da un lato, e liberalismo, anti-tradizione, tecnocrazia, Grande Reset in una parola, dall’altro. È chiaro che tutti i leader europei fanno parte dell’élite liberale atlantista.

E noi siamo in guerra esattamente con questo. Da qui la loro legittima reazione. La Russia viene ormai esclusa dalle reti globaliste. Non ha più una scelta: o costruire il suo mondo o scomparire. La Russia ha stabilito un percorso per costruire il suo mondo, la sua civiltà. E ora il primo passo è stato fatto. Ma sovrano di fronte al globalismo può essere solo un grande spazio, un continente-stato, una civiltà-stato. Nessun paese può resistere a lungo a una completa disconnessione.

La Russia sta creando un campo di resistenza globale. La sua vittoria sarebbe una vittoria per tutte le forze alternative, sia di destra che di sinistra, e per tutti i popoli. Stiamo, come sempre, iniziando i processi più difficili e pericolosi”.

Oggi il nostro mondo si scontra con questa ideologia. Il lavoro, il tema che ci sta tanto a cuore, oggi e nel prossimo futuro subirà delle battute di arresto: è molto probabile. Le economie, a livello mondiale, sono talmente interconnesse che sarebbe da pazzi non pensare che un conflitto , che nasce, tra l’altro, nel cuore stesso dell’Europa, non abbia ripercussioni anche sulla nostra già malferma economia.

Ma abbiamo il dovere di guardare avanti, e lo dobbiamo fare per noi stessi, per i nostri figli e per le generazioni future. Dobbiamo difendere il lavoro sempre e comunque, anche in situazioni drammatiche come queste, come ci hanno insegnato i nostri padri, quando difesero l’Italia e l’Europa dagli attacchi congiunti del nazismo e del fascismo.

Intanto una pietra è stata lanciata nel placido stagno degli attendisti, a smuoverne le acque e le coscienze.

Oggi diciamo più che mai, viva il lavoro, viva i lavoratori.

Buon primo maggio a tutti gli uomini di buona volontà.

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