Ti ho vista nel vicolo

“Ti ho vista laggiù, è inutile che ti nascondi. Il tempo delle stupide rincorse contro il tempo è finito. É terminata la guerra e siamo sopravvissuti. Non è cosa da poco. Ora vieni qui. Non ho più voglia di giocare. Dammi la mano e camminiamo insieme.”
Lei si voltò, si passò la mano sopra al vestito, per far cadere gli ultimi residui di polvere, poi uscì da dietro a un muro, diroccato per metà, facendo capolino con i suoi grandi occhi blu, che sembravano due fari accesi sul mondo. Lo guardò, restando ferma per qualche secondo.
Quel vicolo sembrava non finisse mai. Era rimasto intatto ai bombardamenti, all’incuria, alla gente che se ne era andata troppo in fretta, alle chiacchiere e alle risate di chi lo aveva abitato, alle lacrime di chi era sopravvissuto. La guerra, ora, era finita per davvero e Antonio aveva mantenuto la promessa: era tornato per prenderla e portarla in quella vita che aveva sempre sognato.
Lei si passò la mano tra i capelli, quelli biondi e folti che si hanno a vent’anni. I vent’anni di una giovane donna che negli ultimi anni aveva visto e patito di tutto: le bombe, la fame, la miseria nera, la paura di non farcela, di non morire subito sotto a una bomba, ma di restare
schiacciata sotto alle macerie. La fame, che l’aveva costretta a fare di tutto, ad umiliarsi, a non volersi più bene, e finanche a pensare dì farla finita. Ora che aveva Antonio davanti, non
riusciva a pensare ad altro che alla vergogna. Forse non lo meritava, forse doveva dirgli tutto?
“Antó, sono più di due anni che non ci vediamo. Io sono cambiata, e sono certa che lo sei anche tu. Non siamo più quei ragazzini che si erano giurati eterno amore sotto a quel portone lì. Io ho visto troppe cose brutte e non credo che tu possa sentirle.”
“E tu non me le dire”, rispose d’impeto Antonio. Aveva il cuore semplice, del ragazzo pulito, anche se il fronte lo aveva segnato. Anche lui aveva visto tante cose brutte, aveva patito il
freddo e la fame, ma non aveva nessuna intenzione di raccontarle ad Anna. Lui fece qualche passo in avanti e le tese la mano. Quel vicolo ora era diventato il prolungamento del suo braccio, la leva che poteva utilizzare per sollevare la sua donna al di sopra del bene e del
male, al di sopra di tutte le brutture del mondo. La sua caparbietà era riposta in un corpo magro, fatto di soli muscoli e coraggio, di pochi soldi e tanta dignità.
Anna uscì completamente da dietro al muro diroccato, fermandosi esattamente al centro della strada, proprio di fronte a lui. Quel vicolo era diventato, per lei, il prolungamento dei suoi occhi, e la bocca attraverso cui parlare al solo uomo che avesse mai realmente desiderato.
Napoli era tutta intorno a loro, senza scampo, senza respiro.
L’aria di maggio respirava addosso a tutti i sopravvissuti. Un clima festoso era sparso nell’aria, come un aerosol di gioia, come quando una guerra finisce e ti accorgi di essere ancora vivo. E non solo, ma sei ancora integro, e riesci ancora a camminare, a correre, a
sorridere. Da quel punto in poi, il mondo non poteva che essere in discesa. Antonio lo sapeva bene e quella sensazione la teneva stretta dentro. Anna non era così consapevole. Il suo
corpo abusato portava ferite che non erano visibili ad occhio nudo. La sua anima era sezionata in piccole parti, ognuna delle quali non rappresentava che se stessa e tutte insieme
non riuscivano più a costruire il suo intero. Anna si mosse con audacia e speranza verso quella mano. Il destino, finalmente le stava offrendo quell’opportunità di riscatto che aveva
sempre sospirato. Ma la mano del destino, quello che si nasconde tra le case diroccate, travestito con l’uniforme di un soldato, scampato alla guerra, ma ancora in guerra dentro di
se, era in agguato, interposta tra lei e lui. Aveva le sembianze di un giovane, che ancora non aveva trent’anni, che era rimasto per giorni, tremante, dietro la finestra divelta di un’abitazione, ignaro, o forse inconsapevole della fine di quel mondo di cattiveria in cui era
stato catapultato. Lui, giovane fante, fucile in braccio, allucinato dalla fame e dalla paura, imbracciato il fucile, sparò due colpi precisi in direzione di Anna. Quasi fosse un cecchino, o, forse, per un ulteriore scherzo del destino, colpì dritto al cuore della donna, che cadde
repentina in terra, emettendo un solo rantolo prima di partire per altre terre. Nessuno seppe mai il motivo di quel gesto, come se fosse stato comandato da qualcuno che si muoveva dentro di lui, ordinandogli cosa fare o cosa non fare. Ci volle un attimo per rompere tutte le
aspettative dei due, quelle stesse aspettative che nemmeno una guerra intera aveva saputo distruggere. Ora era bastato un solo gesto per togliere una vita, ad Anna, e per distruggere
un’esistenza, quella di Antonio. Antonio tornò più volte in quel vicolo, ma lo fece dopo anni, quando tutto era cambiato e la sua anima si era riappacificata con il mondo. Quello era il vicolo dell’Amore.

Taurasi

Mi sono fermato sotto alla grande scalinata che conduce al castello di Taurasi. Aspetto ospiti, che devono arrivare da Fondi e da Napoli. Ci aspetta una giornata di scambi culturali, all’insegna dell’accoglienza e dell’enogastronomia irpina. L’orologio della torre batte le dodici. Non c’è scampo, l’orario è preciso e lo stomaco comincia a brontolare. A momenti dovrebbero arrivare anche gli ospiti. Intanto una voce comincia a gironzolare nella testa, come un mantra, una ripetuta perpetua. La voce si fa sempre più forte e nitida e come una cantilena ripete: madrigali, madrigali, madrigali. Una sorta di osmosi con il luogo mi ha trasmesso dentro una parola che probabilmente conosco, ma che allo stato attuale mi dice poco e nulla. Eppure da qualche parte devo aver sentito parlare dei madrigali. Sono troppo affamato per fermarmi a pensare, anche se l’ora del pranzo è ancora lontana. Nella terra del vino non ci si ferma mai. Non c’è tempo per pensare troppo. Questa mattina c’è stata anche una scossa di terremoto, giusto a ricordarci che siamo in una delle zone più sismiche d’Europa. Anche la terra è in perenne movimento, da queste parti, in una trasformazione continua che coinvolge luoghi fisici e luoghi spirituali, che restano legati in un connubio mutevole ma eterno. Il fuoco che si sprigiona sotto la terra è lo stesso che arde nelle vene delle genti irpine, dal temperamento forte e deciso, proprio come una botta di terremoto. Finalmente gli ospiti sono arrivati. I rituali abbracci e baci, lasciano ben presto il posto alla fretta di allungare il passo per arrivare in tempo al castello dove ci aspetta l’architetto Giovanni Gasparriello per la visita guidata. Dal viale principale di Taurasi, pavimentato in pietra bianca e costeggiato da abitazioni basse e graziose, abbellite da importanti portali in pietra e da balconi antichi, si arriva al castello oltrepassando la porta maggiore, campeggiata da un grande orologio, che scandisce le ore su questa parte di Appennino. Sono circondato dall’affetto degli amici: Pietro si affretta a stringermi la mano, Antonella elargisce abbracci e Stefania non perde l’occasione per darmi un bacetto. Giovanni, l’architetto, lo troviamo fermo davanti al portone principale d’ingresso. Nel frattempo ha rastrellato ancora un po’ di turisti, formando un primo nucleo del gruppo che si sarebbe allargato con la nostra presenza. “Forza muovetevi, che dobbiamo andare a pranzo”, dice con un tono un po’ spazientito. L’ora del pranzo, da queste parti, è sacra. Non che non lo sia da altre parti, per carità, ma qui assume una rilevanza quasi sacrale, di rispetto delle tradizioni, perché si è fatto sempre così e così si deve fare per sempre. Il pranzo è un rito collettivo ed individuale, che scandisce il ritmo delle giornate, dividendole esattamente a metà, determinando un prima e un dopo, che, a sua volta, è rappresentativo dello scorrere inesorabile del tempo. I contadini, vero motore dell’economia locale, lavorano per produrre cibo, che viene consumato, per creare energia umana atta a produrre altro cibo, in un eterno rincorrersi tra stomaci che si riempiono e stomaci che si svuotano.

Lo stomaco di Giovanni, di sicuro starà per svuotarsi del tutto, considerata la premura di metterci fretta. Non appena ci riuniamo al nucleo del primo gruppetto di turisti, Giovanni comincia la sua visita guidata, e qui accade qualcosa di particolare. Il Giovanni tradizionalista e brontolone di poco prima, muta completamente aspetto, diventando, all’improvviso, sorridente ed accogliente. Le parole si addolciscono e si fanno ritmate, come quelle di un madrigale, e ci introduce in un mondo che non ci appartiene più, ma ne parla con una tale enfasi, che quei personaggi pare di averli davanti agli occhi, pare di toccarli e di sentirne l’odore. Comincia, così, a narrarci le gesta di uomini e donne del passato, i cui volti sono impressi su tele antiche, ma che dalla sua bocca sembrano rianimarsi. Carlo Gesualdo, principe di Venosa, è la vera star locale. Tradito dalla prima moglie, Maria D’Avalos, con un esponente dei Carafa, li uccide, nel loro palazzo napoletano. A tutto ciò ne segue un pentimento, un nuovo matrimonio con una esponente della potente famiglia D’Este ed un ritiro, anche in questo caso, fisico e spirituale nel castello di Taurasi, seguito poi da un ritiro nel castello di Gesualdo, meglio fortificato e più sicuro in caso di attacco da parte dell’esercito della famiglia D’Avalos, che cercò a lungo di vendicarsi per l’uccisione di Maria. Ma proprio lì, in quel lembo di terra che corre tra Taurasi e Gesualdo accadde la conversione spirituale di Carlo, che si dedicò alla composizione dei madrigali, un genere musicale sacro, scrivendone alcuni tra i più belli di tutta la storia rinascimentale. Ecco che la storia, quella con la S maiuscola, entra d’impeto nelle nostre terre, scrivendo alcune tra le pagine più belle e durature del rinascimento italiano, che danno orgoglio e senso di appartenenza alla nostra terra. Giovanni, intanto, sottolinea spesso la possibilità di incontrare qualche fantasma all’interno del castello, ma lo fa con ironia e sempre con il sorriso sulle labbra. Pare che qualche nobildonna, in passato, fosse morta di morte violenta tra quelle mura e che il suo fantasma non avesse mai abbandonato il castello. Lo ascoltiamo con interesse, e con lo scetticismo che ben si addice ai nostri tempi moderni. Io, però, resto attento a scorgere i possibili segnali della presenza del fantasma.  In un breve tempo facciamo il giro del castello, scendendo, infine nel cortile, dove in filo diffusione ascoltiamo uno dei madrigali di Carlo Gesualdo. Mi viene in mente il pezzo di Battito, che dice: “i madrigali di Gesualdo, principe di Venosa, musicista assassino della sposa”. I madrigali, penso, ecco cosa sono i madrigali. Carlo Gesualdo è stato un innovatore della musica del suo tempo ed è considerato a tutti gli effetti l’iniziatore della musica moderna, quello che, con la sua arte, ha dato il via a tutte le forme musicali che oggi conosciamo. Pensare che tutto ciò sia accaduto in questo lembo di terra, diviso tra Taurasi e Gesualdo, mi mette i brividi. Ci congediamo da Giovanni con una stretta di mano e la promessa di tornare per una visita più approfondita. Oramai è l’ora del pranzo e non trattengo più i miei ospiti. Alle Cantine Caggiano ci aspettano per un succulento pranzo autunnale. Ci spostiamo a piedi, attraversando a ritroso il bel viale pavimentato in pietra bianca, scorgendo di fronte a noi la Chiesa madre, che si erge maestosa su una piccola altura posticcia. È stata da sempre usanza quella di costruire le chiese in posizione sopraelevata, per dare l’idea ai fedeli che attraverso di essa si possa ascendere a mondi ultraterreni ed invisibili. Dopo una piccola discesa, che principia proprio accanto alla scalinata della chiesa, arriviamo finalmente alle cantine Caggiano, dove sull’uscio dell’abitazione ci attende un altro grande personaggio della Taurasi moderna. Si tratta dell’ingegnere Antonio Caggiano. Ci stringiamo la mano e finalmente, tutti insieme, ci accomodiamo a tavola per gustare le delizie della terra Irpina. Prosit.

Il Preside che diceva la verità

Durante una delle mie serate di presentazione, nel tour che è seguito all’uscita di Racconti dall’Irpinia, ci fu un Preside, persona molto colta e grande oratore, che mi disse che aveva dovuto leggere il libro, con accanto il vocabolario. La cosa mi colpì molto, perché fino a quel momento avevo considerato i miei racconti come accessibili a tutti, finanche ai bambini delle scuole elementari, ma quella affermazione mi fece cambiare radicalmente prospettiva: non era più tanto scontato che tutti potessero leggerli. Non era più immaginabile che tutti potessero avere facile accesso a quella lettura. Da quel momento ho riletto diverse volte il mio libro, cercando di interpretarlo con occhio critico, cercando di evidenziare tutti i passaggi più ostici. E solo allora, cercando di essere il più oggettivo possibile, mi sono accorto che quel Preside aveva ragione e che quella lettura era molto più profonda di quanto io stesso potessi immaginare. Raccontare una terra senza raccontarla, ma narrando le storie dei personaggi che la abitano, è una cosa complessa, ma nello stesso tempo meravigliosa, che richiede doti di sintesi e capacità di entrare e uscire dai dettagli con estrema maestria. Ne è uscito fuori un libro, che non solo narra l’Irpinia, ma parla di una terra che rappresenta tutto il sud, con i suoi lati positivi e i suoi difetti. Un libro che tutti possono leggere e che, forse, non tutti potranno comprendere appieno.

Un giorno non come gli altri

È un periodo di grande ed intenso lavoro, e accolgo con piacere e gioia una giornata di riposo, con un bel sole, che non è ancora caldo. Tra pochi giorni esce il mio nuovo romanzo, che, in realtà, è un giallo di provincia. Sono molto soddisfatto di questo lavoro e credo che sia uno dei miei libri più belli. A breve vi svelerò il titolo e le date e luogo di presentazione. Piccolo spoiler: stiamo preparando cose grandiose!

Dieci anni fa, ancora attuale

A Maggio del 2016 usciva l’album doppio di VINICIO CAPOSSELA intitolato “Canzoni della Cupa” il lavoro di Vinicio dedicato interamente all’Irpinia e alle sue origini Calitrane. Quello che non sapevo, allora, è che questo album avesse avuto una gestazione di ben 13 anni, perchè dentro ci aveva messo tutto l’amore per le sue origini e tutta la sua vita. L’album ha preceduto di poco l’uscita di un romanzo, sempre di Vinicio, sempre dedicato all’Irpinia, “il paese dei Coppoloni”. Entrambi i lavori hanno contribuito a creare quell’aura di leggenda attorno alle terre irpine, contribuendo a far diventare l’Irpinia un marchio riconoscibile in tutto il mondo. Sulla scia di questi lavori, ma anche di altri, è stata realizzata tutta la mia produzione letteraria dedicata all’Irpinia, a cominciare da “L’agente della Terra di Mezzo”, fino a “Racconti dall’Irpinia”, fino ad arrivare al mio nuovo romanzo noire che è in uscita proprio nei prossimi giorni (maggio 2026) sempre per Graus Edizioni. L’Irpinia è una terra magica, fatta di natura selvaggia, gente dura e tanto tanto buon vino, il miglior vino del mondo. E se non sei mai stato in alta Irpinia, pentiti e vienici in occasione del Festival “Letture dal Bosco”: ci vediamo a Lago Laceno la terza domenica di luglio, ossia il 19 luglio. Un bacio…

GIUSEPPE TECCE PREMIATO IN GERMANIA AL BOOK FESTIVAL DI COLONIA

Riconoscimento internazionale per lo scrittore irpino: il Book Verlag Award 2026

Colonia, 26 aprile 2026 – Un riconoscimento internazionale per la narrativa italiana contemporanea arriva dalla Germania, dove lo scrittore Giuseppe Tecce è stato insignito del prestigioso Book Verlag Award nell’ambito del Book Festival Köln presso Mondo Aperto, evento che ogni anno riunisce autori, editori e operatori culturali da diversi Paesi europei.
Il premio, conferito dalla casa editrice Book Verlag in collaborazione con il circuito culturale “Mondo Aperto”, celebra opere e autori capaci di raccontare il presente con uno sguardo fortemente radicato nel territorio, valorizzando l’identità, e la memoria attraverso una visione narrativa. In questo contesto, la scrittura di Tecce, da sempre legata ai territori dell’Italia interiore e a una dimensione profondamente umana e poetica, è stata riconosciuta come una voce significativa nel panorama letterario contemporaneo.
La cerimonia di premiazione si è svolta a Colonia alla presenza di un pubblico numeroso e attento, composto da lettori, addetti ai lavori e rappresentanti del mondo culturale europeo, oltre che alla presenza del Console Italiano a Colonia e del rappresentate degli italiani di lingua tedesca in parlamento, l’onorevole Simone Billi. Un momento partecipato, segnato da interventi, letture e testimonianze che hanno sottolineato il valore della letteratura come ponte tra culture.
Giuseppe Tecce, autore di dieci pubblicazioni, tra cui L’inaffondabile, Tramonti Occidentali, Racconti dall’Irpinia e Ljuba senza scarpe, ha espresso gratitudine per il riconoscimento ricevuto, sottolineando l’importanza di continuare a raccontare storie che nascono dai luoghi marginali ma che parlano a tutti.
«Ricevere un premio all’estero, ha dichiarato, significa sentire che le storie che appartengono a una terra precisa possono attraversare confini e diventare universali. È un incoraggiamento a continuare su questa strada, con coerenza e rispetto per la parola».
Un ringraziamento particolare è stato rivolto agli organizzatori del Book Festival Köln, alla casa editrice Book Verlag e a tutti coloro che, negli anni, hanno sostenuto il percorso letterario dell’autore: lettori, editori, collaboratori e comunità locali che rappresentano il cuore della sua narrazione.
Il Book Verlag Award 2026 rappresenta un ulteriore tassello nel percorso di Giuseppe Tecce, confermando la capacità della sua scrittura di unire radici e visione, tradizione e contemporaneità, in un dialogo aperto con il mondo.

Il premio Book Verlag

Un grazie di cuore a Maurizio Del Greco animatore della scena cultura della parte occidentale della Germania, punto di riferimento forte e importante per gli italiani che vivono tra colonia e zone circostanti. Maurizio, con la sua organizzazione, la Book Verlag – Page, ha voluto insignirmi di un importante premio per il mio primo libro tradotto in lingua tedesca, cioè “Storia di un Presidente che si credeva un topo”. Ringrazio di cuore Maurizio Giangreco, che vediamo nel video, già importantissimo speaker di Radio Düsseldorf, che mi ha presentato con la solita eleganza che lo contraddistingue e un ringraziamento speciale all’onorevole Simone Billi, che tanto si spende per le comunità degli italiani all’estero e che non fa mancare mai il suo sostegno, soprattutto alle iniziative di carattere culturale. Un grazie a tutte le persone del pubblico, con le quali mi scuso ancora per non essere stato presente, ma impegni improrogabili mi hanno costretto a restare in Italia. Un bacio a Patrizia Pili che ha documentato tutta la manifestazione con grande cura e professionalità. Grazie per il premio di cui sono stato insignito.

Castropignano, tra il tratturo e il Castello D’Evoli

C’è vita tra le rocce spazzate dal vento, accanto ai campi dai raccolti fecondi, davanti alla terra battuta da cento zampe per farne una strada. Dritta come una lama di coltello, che attraversa il ventre maturo della madre terra, si siede infine sullo sperone dell’Appennino, respirando lenta la nebbia nata dall’incontro tra l’acqua e il fuoco. E Dio che traccia i destini dei singoli, ci ha uniti come popolo per portarci sulla strada della giustizia, dove scompaiono le pene e le sofferenze, dove non c’è più spazio per la morte, né per le discordie. La natura diventa amica, e le radici arse dal sole diventano la casa delle nostre anime. Le foglie sono candele sull’altare della primavera e la loro forma frastagliata, ingobbita nel loro consumarsi, le rende più simili agli umani, piegati dalla fatica e consumati dal dolore. 

C’è vita tra le rocce spazzate dal vento. C’è vita!

Esplorare il territorio, guardare, annusare, sentire, toccare, assaggiare. Il territorio lo si può scoprire in tanti modi, ma di certo bisogna attivare tutti i sensi, perché non si può davvero assimilare una terra, se non facendola passare attraverso le maglie sensoriali del corpo. I sensi sono le sentinelle attente che filtrano gli impulsi del mondo, per creare una mappatura interna che ci permette di decodificarne i segnali. A Castropignano ci sono arrivato attraverso il tratturo, venendo da Torella del Sannio e procedendo in direzione di Campobasso.  Il tratturo ha già di per se una sua sonorità, che richiama tempi lontani: il rumore sordo dei campanacci appesi al collo del bestiame, il vociare dei pastori che camminano in testa e in coda alle mandrie, e lo schiamazzo dei cani che fanno bene il loro lavoro di contenimento del gruppo. La piccola comunità di uomini e bestie si muove con passo lento ma costante, lungo sentieri le cui origini si perdono nella notte dei tempi, ricalcando i passi dei padri e dei nonni, spostando gli animali lungo assi viari immaginari, tracciati nell’erba, che al passare di tanto traffico, si piega, delimitando, così, i contorni di strade che sono entrate nel mito dell’immaginario collettivo. E il tratturo che percorro, non è uno dei tanti, ma il più importante di tutti, e forse uno dei primi tratturi di cui si hanno notizie certe: il tratturo che va da Castel di Sangro a Lucera. Oddio, di tratturi ce n’erano tanti. In fondo non erano altro che dei sentieri molto larghi, segnati nei campi erbosi, all’interno dei quali, a forza del passaggio di migliaia e migliaia di mandrie, il terreno si marcava con il segno inconfondibile degli zoccoli affondati nel terreno, che, alla fine, si schiacciava a tal punto da creare delle vere e proprio autostrade. Si, perché di autostrade si trattava, visto che i tratturi avevano una larghezza anche superiore ai cento metri. Quello che va da Castel di Sangro a Lucera è lungo 130 km, ed è lo stesso che i pastori, e le bestie, percorrevano due volte l’anno. Una prima volta in primavera, per abbandonare le pianure pugliesi, dove, durante i mesi caldi, regnava la malaria, per salire verso le montagne Abruzzesi, proprio dalle parti di Castel di Sangro, e una seconda volta a fine estate, quando lasciavano le montagne, che diventavano inospitali in inverno, per fare ritorno alle pianure del tavoliere, dove gli animali potevano continuare a pascolare per tutto il periodo invernale. Io il tratturo l’ho percorso comodamente seduto in una macchina, dosando l’acceleratore, per rallentare al massimo quel viaggio, e per sentirmi parte del paesaggio, che, già di per sé, inneggiava alla lentezza e al fare con calma. A Castropignano ci sono arrivato superando una collina, al di là della quale, in basso, si vedeva la forma allungata del paese, disteso sulla cima di un colle, in fondo al quale si vedeva bene la sagoma di un castello, in parte diroccato, dal colore flebile del giallo, che si integrava bene con il paesaggio circostante. Ci sono arrivato dalla Statale 168, venendo da Torella, e mi sono fermato in uno slargo, parcheggiando in maniera posticcia nei pressi del Bar One. La visione di un bar mi ha rianimato. Ho bisogno urgente di un caffè, ma il miraggio è durato poco: il bar è chiuso per turno di chiusura settimanale. Non so dire quanti pensieri mi siano passati per la mente, non so se fosse di più la voglia del caffè o la rabbia che montava dentro per non averlo preso. Lascio la macchina parcheggiata lì, in modalità provvisoria, che subito è diventata definitiva. Le strade sono deserte: un solo uomo, che passa con delle carte in mano, mi dice che tutto sommato la macchina può stare lì, e mi avvisa che il bar, per oggi, resterà chiuso. Mi da’ indicazioni su come arrivare a quel castello che avevo visto da lontano. Mi inerpico per Via Umberto I e poi per Via Roma, fino a Piazza San Marco, e da lì, oltrepassata la casa comunale, salgo ancora più su, fin dove la strada finalmente diventa pianeggiante e poi con una discesa dolce declina verso il castello, che sorge come una chimera, finalmente raggiungibile, in fondo alla Via Leone. Le case costruite in pietra mi portano in un’altra dimensione. Mi sento come se fossi entrato in una fiaba, mentre un vento sottile mi accarezza il volto e solleva dolcemente la visiera del mio cappello, che mi protegge da un sole fin troppo forte, a dispetto del mese in cui siamo. Marzo si muove sicuro con i suoi profumi ed il risveglio della natura, che, a primavera, osa l’audacia di chi si mette in marcia dopo un lungo riposo. Il sole scalda le cime degli alberi, che, con prepotenza, emettono gemme dai mille colori e dai profumi opulenti. Tutto intorno il canto degli uccelli, mentre nitidi falchi volteggiano sopra la mia testa pensierosa. Arrivo facile al Castello D’Evoli, ristrutturato, si vede, ma conservando, o, per meglio dire, fotografando gli acciacchi del tempo in colate di calce che ne hanno immortalato le fattezze volute dalle inedie del tempo. Corro in direzione delle mura. Mi piacciono, mi attraggono, le sento mie, le tocco, ne sento il profumo. Le pietre, che in apparenza paiono disordinate, si impilano, l’una sull’altra, dando forma a quel castello, che mi ricorda i suoni e le vite d’altri tempi. Il Castello D’Evoli domina la valle sottostante e con essa il più importante asse viario moderno della zona, ossia la Bifernina. Entro nel castello, attraversando un alto arco, che mi introduce in un mondo che, oramai, non esiste più. Penso agli uomini e alle donne che lo vissero, a quelli che lo costruirono e a quelli che lo curarono e custodirono nel corso dei secoli. Un’opera del genere, che arriva fino a noi, non è il frutto del puro caso, ma il lavoro incessante di persone che hanno creduto ciecamente nella conservazione delle tradizioni e della cultura locale. Tutto ciò mi commuove, mentre da un muretto basso mi fermo a guardare, estasiato, la valle. Castropignano è tutto intorno a me, come una coperta calda, che mi protegge dalle intemperie del giorno. Il tratturo, invece, non finisce qui. Va oltre il castello, oltre la valle, oltre il mio sguardo. Porta ancora qualcuno da qualche parte, anche se non si vede più chi cammina.

Il potere di una fotografia

Questa fotografia esprime con una potenza straordinaria tutto il lavoro che ho fatto negli ultimi 10 anni. La foto, apparentemente semplice, contiene un se tutti gli elementi del mio lavoro: la marginalità del piccolo borgo, che si scopre non essere tanto marginale, ma comprende di essere al centro del suo mondo, fatto di ciò di cui siamo fatti tutti noi, cioè di natura. C’è la liricità, espressa non in parole, ma in immagini, ma pur sempre con una forza poetica sconvolgente. C’è, infine, la parola, espressa attraverso la carta stampata, che comunica al mondo il verbo di cui sono portatore. Questa immagine è potente e mi rappresenta totalmente.

Il potere della poesia

La poesia unisce…certo che unisce. Mi è capitato proprio oggi: mi arriva un messaggio da un numero che non conoscevo. Lo leggo con un po’ di scetticismo: credo che possa essere una qualche pubblicità. Invece si tratta del messaggio di una donna, di nome Natalia, nata ad Alushta, (prima in Ucraina, ora in Russia, e cmq in Crimea) che oramai da anni vive in Italia, proprio a Benevento. Lei era rimasta colpita da un video visto in rete, dove recitavo una mia prosa poetica dedicata proprio ad Alushta. Il fatto che un italiano avesse dedicato una poesia alla sua città natale, e che fosse stata scritta con una tale enfasi poetica, l’aveva colpita a tal punto da spingerla a contattarmi. Sono contento che l’abbia fatto. Dopo ci siamo sentiti telefonicamente e continuo a pensare al potere aggregante della poesia… una cosa incredibile.
Intanto vi lascio il link del video e poi anche il testo della prosa poetica.

Ad Alushta ho mangiato un salmone sulla Lenina, arrostito mentre osservavo i colombi beccheggiare come sostenitori dell’ultimo arrivato. Donne fasciate in abiti di pizzo rosa o dai colori sgargianti passeggiavano sulla Naberiezhna, reggendo in mano rose dal gambo lungo, insinuando le dita sottili tra le fila di spine, sparse a casaccio sullo stelo vitreo. Una gatta amoreggiava con un cane, mentre l’uomo dalla lunga barba, suonava, da seduto, un violino ebreo, con ritmi sefarditi, muovendo il piede a tempo con la posizione delle mani, che scorrevano fluide tra la parte alta e quella bassa della tastiera. Io camminavo come un pavone dalla ruota aperta, sognando di calpestare le stesse pietre che videro Pushkin passeggiare con il vento che gli spettinava i ricci. Immaginavo l’eco della sua voce che rimbombava nelle gole del granito dei palazzi in stile liberty. Immaginavo Čechov che mi osservava dalla scorza ombrosa di un gelsomino, quando con la penna tracciava i destini di uomini dagli abiti scuri, che tessevano addii sulla sabbia della Golubaya Volna. Vedevo nitido Tolstoj passare, alto e severo, scalzo sui ciottoli della spiaggia, come un profeta, saggio e colto, che osservava come i vitini stretti sorreggevano donne, che giocavano rincorrendo i gabbiani. Sulle scale bianche di Livadija, appuntavo i sogni del mio destino nei taccuini fatti con le ultime foglie dell’estate. Ed io forestiero in cerca di gloria, suonavo le ultime sinfonie delle memorie, anelando di essere reso partecipe alla festa delle anime, dove i salmoni risalivano vivi le correnti d’acqua, senza più freddarsi in piatti di rose, stanche di bellezza.