Durante una delle mie serate di presentazione, nel tour che è seguito all’uscita di Racconti dall’Irpinia, ci fu un Preside, persona molto colta e grande oratore, che mi disse che aveva dovuto leggere il libro, con accanto il vocabolario. La cosa mi colpì molto, perché fino a quel momento avevo considerato i miei racconti come accessibili a tutti, finanche ai bambini delle scuole elementari, ma quella affermazione mi fece cambiare radicalmente prospettiva: non era più tanto scontato che tutti potessero leggerli. Non era più immaginabile che tutti potessero avere facile accesso a quella lettura. Da quel momento ho riletto diverse volte il mio libro, cercando di interpretarlo con occhio critico, cercando di evidenziare tutti i passaggi più ostici. E solo allora, cercando di essere il più oggettivo possibile, mi sono accorto che quel Preside aveva ragione e che quella lettura era molto più profonda di quanto io stesso potessi immaginare. Raccontare una terra senza raccontarla, ma narrando le storie dei personaggi che la abitano, è una cosa complessa, ma nello stesso tempo meravigliosa, che richiede doti di sintesi e capacità di entrare e uscire dai dettagli con estrema maestria. Ne è uscito fuori un libro, che non solo narra l’Irpinia, ma parla di una terra che rappresenta tutto il sud, con i suoi lati positivi e i suoi difetti. Un libro che tutti possono leggere e che, forse, non tutti potranno comprendere appieno.
