Taurasi

Mi sono fermato sotto alla grande scalinata che conduce al castello di Taurasi. Aspetto ospiti, che devono arrivare da Fondi e da Napoli. Ci aspetta una giornata di scambi culturali, all’insegna dell’accoglienza e dell’enogastronomia irpina. L’orologio della torre batte le dodici. Non c’è scampo, l’orario è preciso e lo stomaco comincia a brontolare. A momenti dovrebbero arrivare anche gli ospiti. Intanto una voce comincia a gironzolare nella testa, come un mantra, una ripetuta perpetua. La voce si fa sempre più forte e nitida e come una cantilena ripete: madrigali, madrigali, madrigali. Una sorta di osmosi con il luogo mi ha trasmesso dentro una parola che probabilmente conosco, ma che allo stato attuale mi dice poco e nulla. Eppure da qualche parte devo aver sentito parlare dei madrigali. Sono troppo affamato per fermarmi a pensare, anche se l’ora del pranzo è ancora lontana. Nella terra del vino non ci si ferma mai. Non c’è tempo per pensare troppo. Questa mattina c’è stata anche una scossa di terremoto, giusto a ricordarci che siamo in una delle zone più sismiche d’Europa. Anche la terra è in perenne movimento, da queste parti, in una trasformazione continua che coinvolge luoghi fisici e luoghi spirituali, che restano legati in un connubio mutevole ma eterno. Il fuoco che si sprigiona sotto la terra è lo stesso che arde nelle vene delle genti irpine, dal temperamento forte e deciso, proprio come una botta di terremoto. Finalmente gli ospiti sono arrivati. I rituali abbracci e baci, lasciano ben presto il posto alla fretta di allungare il passo per arrivare in tempo al castello dove ci aspetta l’architetto Giovanni Gasparriello per la visita guidata. Dal viale principale di Taurasi, pavimentato in pietra bianca e costeggiato da abitazioni basse e graziose, abbellite da importanti portali in pietra e da balconi antichi, si arriva al castello oltrepassando la porta maggiore, campeggiata da un grande orologio, che scandisce le ore su questa parte di Appennino. Sono circondato dall’affetto degli amici: Pietro si affretta a stringermi la mano, Antonella elargisce abbracci e Stefania non perde l’occasione per darmi un bacetto. Giovanni, l’architetto, lo troviamo fermo davanti al portone principale d’ingresso. Nel frattempo ha rastrellato ancora un po’ di turisti, formando un primo nucleo del gruppo che si sarebbe allargato con la nostra presenza. “Forza muovetevi, che dobbiamo andare a pranzo”, dice con un tono un po’ spazientito. L’ora del pranzo, da queste parti, è sacra. Non che non lo sia da altre parti, per carità, ma qui assume una rilevanza quasi sacrale, di rispetto delle tradizioni, perché si è fatto sempre così e così si deve fare per sempre. Il pranzo è un rito collettivo ed individuale, che scandisce il ritmo delle giornate, dividendole esattamente a metà, determinando un prima e un dopo, che, a sua volta, è rappresentativo dello scorrere inesorabile del tempo. I contadini, vero motore dell’economia locale, lavorano per produrre cibo, che viene consumato, per creare energia umana atta a produrre altro cibo, in un eterno rincorrersi tra stomaci che si riempiono e stomaci che si svuotano.

Lo stomaco di Giovanni, di sicuro starà per svuotarsi del tutto, considerata la premura di metterci fretta. Non appena ci riuniamo al nucleo del primo gruppetto di turisti, Giovanni comincia la sua visita guidata, e qui accade qualcosa di particolare. Il Giovanni tradizionalista e brontolone di poco prima, muta completamente aspetto, diventando, all’improvviso, sorridente ed accogliente. Le parole si addolciscono e si fanno ritmate, come quelle di un madrigale, e ci introduce in un mondo che non ci appartiene più, ma ne parla con una tale enfasi, che quei personaggi pare di averli davanti agli occhi, pare di toccarli e di sentirne l’odore. Comincia, così, a narrarci le gesta di uomini e donne del passato, i cui volti sono impressi su tele antiche, ma che dalla sua bocca sembrano rianimarsi. Carlo Gesualdo, principe di Venosa, è la vera star locale. Tradito dalla prima moglie, Maria D’Avalos, con un esponente dei Carafa, li uccide, nel loro palazzo napoletano. A tutto ciò ne segue un pentimento, un nuovo matrimonio con una esponente della potente famiglia D’Este ed un ritiro, anche in questo caso, fisico e spirituale nel castello di Taurasi, seguito poi da un ritiro nel castello di Gesualdo, meglio fortificato e più sicuro in caso di attacco da parte dell’esercito della famiglia D’Avalos, che cercò a lungo di vendicarsi per l’uccisione di Maria. Ma proprio lì, in quel lembo di terra che corre tra Taurasi e Gesualdo accadde la conversione spirituale di Carlo, che si dedicò alla composizione dei madrigali, un genere musicale sacro, scrivendone alcuni tra i più belli di tutta la storia rinascimentale. Ecco che la storia, quella con la S maiuscola, entra d’impeto nelle nostre terre, scrivendo alcune tra le pagine più belle e durature del rinascimento italiano, che danno orgoglio e senso di appartenenza alla nostra terra. Giovanni, intanto, sottolinea spesso la possibilità di incontrare qualche fantasma all’interno del castello, ma lo fa con ironia e sempre con il sorriso sulle labbra. Pare che qualche nobildonna, in passato, fosse morta di morte violenta tra quelle mura e che il suo fantasma non avesse mai abbandonato il castello. Lo ascoltiamo con interesse, e con lo scetticismo che ben si addice ai nostri tempi moderni. Io, però, resto attento a scorgere i possibili segnali della presenza del fantasma.  In un breve tempo facciamo il giro del castello, scendendo, infine nel cortile, dove in filo diffusione ascoltiamo uno dei madrigali di Carlo Gesualdo. Mi viene in mente il pezzo di Battito, che dice: “i madrigali di Gesualdo, principe di Venosa, musicista assassino della sposa”. I madrigali, penso, ecco cosa sono i madrigali. Carlo Gesualdo è stato un innovatore della musica del suo tempo ed è considerato a tutti gli effetti l’iniziatore della musica moderna, quello che, con la sua arte, ha dato il via a tutte le forme musicali che oggi conosciamo. Pensare che tutto ciò sia accaduto in questo lembo di terra, diviso tra Taurasi e Gesualdo, mi mette i brividi. Ci congediamo da Giovanni con una stretta di mano e la promessa di tornare per una visita più approfondita. Oramai è l’ora del pranzo e non trattengo più i miei ospiti. Alle Cantine Caggiano ci aspettano per un succulento pranzo autunnale. Ci spostiamo a piedi, attraversando a ritroso il bel viale pavimentato in pietra bianca, scorgendo di fronte a noi la Chiesa madre, che si erge maestosa su una piccola altura posticcia. È stata da sempre usanza quella di costruire le chiese in posizione sopraelevata, per dare l’idea ai fedeli che attraverso di essa si possa ascendere a mondi ultraterreni ed invisibili. Dopo una piccola discesa, che principia proprio accanto alla scalinata della chiesa, arriviamo finalmente alle cantine Caggiano, dove sull’uscio dell’abitazione ci attende un altro grande personaggio della Taurasi moderna. Si tratta dell’ingegnere Antonio Caggiano. Ci stringiamo la mano e finalmente, tutti insieme, ci accomodiamo a tavola per gustare le delizie della terra Irpina. Prosit.

Pubblicato da Giuseppe Tecce

Scrittore di saggi e romanzi Giornalista Direttore di RSA

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