La “Dormiente del Sannio”

Ogni terra ha, di sicuro, qualche elemento fisico che la caratterizza: a Napoli domina il Vesuvio, Catania è sopraffatta dall’Etna e molte città del Nord hanno sullo sfondo le cime delle Alpi. Così il territorio del Sannio è caratterizzato da quella figura femminile, distesa, che pare dormire. Una figura gigantesca che va da est a ovest e caratterizza tutto il paesaggio e che è sempre presente da qualunque parti la si osservi. Si tratta del massiccio del monte Taburno, che per gli abitanti del Sannio e dell’Irpinia è semplicemente la “Dormiente del Sannio”. Ho detto dell’Irpinia, perché la sagoma inconfondibile di quella montagna è visibile anche da gran parte dell’Irpinia, dai monti che sovrastano la valle d’Ansanto e quella del Calore, dalla Baronia, dal Tricolle e anche dai monti sul Sabato. È un marchio inconfondibile, che al tramonto si accende di una luce sfumata, rossa e giallo ocra, disegnando nitido il suo profilo sullo sfondo colorato della golden hour.
La montagna è lì ferma da secoli, anzi direi da sempre, da quando il pianeta si è formato e ha visto generazioni e generazioni di esseri umani passare e scomparire, per lasciare il posto ad altri esseri umani, con le stesse fattezze, ma vestiti in modo diverso, anch’essi scomparsi e rimpiazzati.
Già Virgilio, nell’Eneide, sfiorava quel monte con le sue parole, chiamandolo “Saticulo Taburno”, ricordandoci che ai suoi piedi sorgeva la città di Saticula.
In verità Virgilio cita il Taburno due volte.
La prima nelle Georgiche, nel libro II, quando parla della terra, delle coltivazioni, degli alberi adatti ai luoghi. Il verso è questo: “Iuvat Ismara Baccho conserere atque olea magnum vestire Taburnum.”
Cioè, più o meno: “Conviene piantare l’Ismaro a vite e rivestire d’ulivi il grande Taburno.”
La seconda citazione è nell’Eneide, nel libro XII, nel momento altissimo del duello tra Enea e Turno. Virgilio paragona lo scontro dei due eroi a quello di due tori che si affrontano sulla Sila o sulla cima del Taburno: “Ac velut ingenti Sila summove Taburno…”
Cioè: “Come quando sull’immensa Sila o sulla sommità del Taburno due tori si lanciano l’uno contro l’altro…”
Poi c’è Plinio il Vecchio, che nella Naturalis Historia, libro XIV, parla della vite, dell’uva e dei vini. Plinio cita il nome Taburno in relazione a generi di vite/vino, dentro un discorso sulle varietà che nobilitavano alcune zone. Il passo latino dice: “Taburno Sotanoque et Helvico generibus…”.
E ancora Silio Italico, nei Punica, cita il nome Taburnus, ma in un passo del libro XIII sembra indicare un personaggio, uno dei tre fratelli capuani: Numitor, Laurens e Taburnus. Silio scrive che Numitor primeggiava per bellezza, Laurens per velocità, Taburnus per mole del corpo: “membrorum mole Taburnus.” Quindi un questo caso non abbiamo con certezza una descrizione diretta del monte, ma l’uso del nome Taburnus dentro un contesto epico e campano.
Ciò che io posso affermare con certezza è che quel monte, oggi, è ancora lì, nonostante l’incedere del tempo, le intemperie delle stagioni e il passo lento dei millenni. È ancora lì, di fronte a me, tanto che io posso ancora toccarlo e ricordare la sua lunga storia.

I grandi narratori sono venuti a farmi visita

Da sempre scrivo storie, pensieri e prose che sfiorano il mito e ballano con memorie ancestrali. I miei scritti li dissemino ovunque ed ogni tanto li ritrovo, o forse sono loro che trovano me. Così come è accaduto oggi, che mi sono imbattuto in un mio vecchio scritto, sempre carico di pathos e di una tensione interiore, tanto da farmi riaffiorare alla mente gli scritti di Gibram, Borges, e di Mutis, chiedendo venia per tanto paragone.
Il brano si intitola Ninive:
Nelle vie strette di Ninive o nei giardini fioriti di Londra, dietro ai chiaroscuri dei marmi o nelle fessure dei monumenti, il tempo scorreva con un lento girovagare, mentre un cielo plumbeo su un campo verde , gocciolava come neve che si scioglie al sole.
Il vecchio dalle rughe arate dei campi asciutti, cantava, fasciato dai tulle portati a mano dai putti alati, che, come nuovi Pegaso, vagavano dalle Pleadi alle terre intrise del sangue di Medusa.
Il vento sussurrava nuove profezie, che si insinuavano tra le colonne sbrecciate del tempio, accarezzando il volto delle sfingi addormentate, mentre sfogliava con dita arcaiche i papiri segreti custoditi nella pancia della storia.
Un cane passava scodinzolante, tra le rovine dei giardini pensili, che sovrastavano le torri che svettavano oltre le nebbie del tempo;
Il ticchettio di passi senza nome si mescolava al pianto delle fontane, mentre l’eco del sole morente si stemperava nel Tigri.
Forse, tra le ombre lunghe della sera, ancora puoi udire quel canto ininterrotto, come un lamento che sfida il destino, sussurrando ai secoli l’ultima preghiera.

Morra de Sanctis

Morra De Sanctis

La città è un esercizio collettivo, un esorcismo contro la morte. Case, strade e piazze non sono altro che muri alzati per convincerci che il tempo non passerà da lì. La natura, invece, non concede scampo: è matrigna e feroce. Va plasmata e addomesticata, altrimenti ti seppellisce sotto la sua indifferenza. Nei borghi non esiste quel filtro, tipico dei contesti urbani. Non c’è folla, non c’è la ritualità che crea distrazione. C’è un rapporto frontale con la morte: la vedi nelle case sfitte, nelle pietre che cadono, nelle sere sempre troppo lunghe. Ed é proprio lì, dove la morte ti guarda senza abbassare lo sguardo, che nasce la percezione più alta del divino. Perché solo chi sfiora il limite riconosce la voce che proviene dall’altra parte. Il borgo é contatto diretto con la natura, dove per natura si intende anche il rapporto con gli altri esseri umani, che sono assimilabili alla natura stessa. A Morra De Sanctis ci si arriva da diverse direzioni, ma sempre con strade contorte e panoramiche. Credo, che la strada da me percorsa sia una delle più panoramiche e, forse, anche più contorte. A Morra ci sono arrivato da Sant’Angelo dei Lombardi, attraversando boschi dorati, attraversati a malapena dalla luce obliqua del sole già basso all’orizzonte. Mi ha accolto una abitazione bassa con un murales di Francesco De Sanctis. É strano vedere su di un muro, due epoche che si sfiorano, si corteggiano e poi partoriscono un dipinto moderno, di un uomo d’altri tempi. Lui, il De Sanctis, si erge in posa plastica, al di sopra della strada, con i suoi grandi baffi, a ricordare che Morra gli diede i natali e che in quel luogo visse la sua giovinezza. Era l’800, il secolo romantico, un tempo in cui la vita era difficile finanche per i re, figuriamoci per gli abitanti di un piccolo paesino dell’Appennino Meridionale, tagliato fuori dal resto del paese da vie di comunicazione quasi insistenti. In un’epoca in cui viaggiare era già difficile di per sé, farlo in un luogo marginale, come lo era un piccolo borgo dell’entroterra campano, era davvero un’impresa ardua. Eppure, Morra mi sorprende. Parcheggio l’auto sotto un edificio che, dalle bandiere esposte, capisco essere il comune.

Il palazzo è molto bello, tenuto bene, credo che abbia uno stile ottocentesco. Per una mia innata vocazione, mi inerpico subito per la strada di fronte, quella che sale verso l’alto. Percorro un po’ di strade, mi fermo, osservo con attenzione l’architettura delle case. Si tratta di abitazioni signorili, dove case in pietra si alternano a palazzetti di più recente costruzione. Abitazioni intonacate e colorate con colori tenui che oscillano tra il giallo ocra ed il rosso ocra. Tre cose mi colpiscono: l’assenza di ogni forma di vita. Per lo più le abitazioni sono chiuse, e per le strade non incontro nessuno, né uomini, né animali. L’altra cosa che mi salta agli occhi è la pavimentazione, che si estende, tutta uguale, per l’intero centro storico. É molto bella, fatta in pietra. Ricorda molto gli acciottolati di un tempo, si sposa bene con il paesaggio circostante e dà al paese un’aura di eleganza che è in linea con il suo spirito nobiliare. La terza cosa non salta agli occhi, bensì alle orecchie, ed è il silenzio. Il silenzio è così forte che incombe sulle mie orecchie, che non abituate ad esso, cominciano a ronzare. Producono esse stesse un rumore inesistente, pur di compensarne l’assenza esterna. Come sono belli e fragili i nostri borghi, mi viene da pensare: si fa tanto, o almeno quel che si può, per cercare di mantenerli in vita e poi, anche chi li abita, preferisce eclissarsi nelle proprie abitazioni, piuttosto che riempiersi gli occhi con quei panorami sconfinati. Eppure, la presenza umana c’è. Lo percepisco dall’odore della legna che arde, buttato fuori dai comignoli che svettano sulle abitazioni, come segnali di fumo astratti per ipotetici viandanti del tempo. Cerco di non farmi sopraffare dai pensieri e torno indietro, pensando al De Sanctis che nel 1876 diede alla stampa un libro dal titolo: Un viaggio elettorale. Un libro che disegnava una fotografia dell’Irpinia di quell’epoca, divisa tra povera gente e signorotti locali, e che ci dà un’idea di De Sanctis quale viaggiatore ed esploratore attento della propria terra. Esattamente quello che faccio io circa centocinquanta anni dopo. Questo pensiero mi fortifica e mi rende orgoglioso di poter seguire le orme di un grande uomo di cultura ed attento studioso dell’animo meridionale. Il meridionalismo moderno, quello non piagnone, ma fattivo, passa anche attraverso i suoi scritti. Finalmente incontro delle persone davanti al bar. Chiedo indicazioni per il castello e me ne indicano la direzione. Ovviamente mi indicano la strada che sale ancora più su. Mi dicono di percorrerla tutta per trovarmi proprio di fronte al castello. Ringrazio e mi incammino. In pochi minuti mi trovo ad affrontare una lunga scalinata che mi porta dritto al piazzale antistante ad esso. Cerco di andare a casaccio, a destra e a sinistra. Saluto un elettricista, che, in solitaria, stava montando, lungo le mura del castello, le luminarie per l’imminente Natale. Mi volto ancora e finalmente al centro del piazzale, armato di una bella macchina fotografica, vedo un uomo, sulla quarantina, con una folta barba nera. Mi accorgo allora, che dal muro basso che perimetra la piazzetta, si può osservare un panorama che non ha eguali. Ci vuole poco che mi presento all’uomo accanto a me. Lui si chiama Alessandro Pagnotta. É di Morra, con precisione mi dice di essere nato e cresciuto in una delle tante frazioni sparse lì intorno, ma di aver scelto di vivere in paese dopo essersi sposato. Con la sua macchina fotografica non smette di fare foto, puntando, di volta in volta, l’obiettivo verso punti precisi di quel quadro creato dalla natura. Il cielo dipinto di un rosso infuocato, tipico dei tramonti invernali, rende l’atmosfera ancora più surreale. Mi indica con grande maestria i monti Picentini, il monte Tuoro, in lontananza, il lago di Conza, e la posizione di alcuni paesi, come Nusco, Lioni, Teora e, dalla parte opposta, Andretta, dietro la cui collina si trova Cairano. Mi spiega che il paese, un tempo, era molto più abitato e che oggi le case vuote e quelle in vendita sono aumentate a dismisura. La solita litania già ascoltata altrove: i giovani vanno via, i vecchi muoiono e le case restano vuote. Lo dice con amarezza ed un pizzico di rassegnazione. Si sente che parla del suo paese con amore e con passione. Lo si vede anche nella passione che ci mette nello scattare le foto. I tetti delle case si stendono proprio sotto di noi e le tegole sembrano diventate ancora più rosse, sotto a quel cielo infuocato dal tramonto. Alessandro mi spiega ancora che il Castello, o per meglio dire, il Bastione, appartenente a due famiglie nobiliari, era quasi del tutto caduto dopo il terremoto del 1980. Mi fa notare che lo stesso muro di cinta è fatto di parti più chiare e di parti più scure. Le scure sono le parti originali, mentre le chiare sono quelle ricostruite successivamente. La ferita del terremoto è ancora aperta, e Alessandro la spiega indicandomi i quartieri nati dopo il sisma, con case che erano rimaste praticamente vuote. Credo che Alessandro non fosse nemmeno nato in quell’epoca, ma che avesse un imprinting genetico di quell’evento, così lo abbiamo tutti noi che lo abbiamo vissuto e che apparteniamo a questa terra. Alessandro mi spiega che, dovendo io prendere l’Ofantina per tornare indietro, sarebbe stato opportuno scendere rapidamente giù dal paese, in modo da superare l’insediamento industriale prima delle 17. A quell’ora gli operai escono dalle fabbriche e creano gli unici ingorghi della zona. L’area industriale è piccola, ma ha delle fabbriche che sono delle eccellenze nei propri settori. Molte persone dei paesi limitrofi lavorano lì dentro e questo è una manna dal cielo in una zona così economicamente depressa. Supero l’area industriale alle 16.50, giusto in tempo per non restare imbottigliato in un traffico irreale e mi immetto sulla statale Ofantina. Penso ancora alle parole di Alessandro che mi ha invitato a ritornare, e che avremmo festeggiato l’evento a pane, salame e vino. Mi si stampa un sorriso sul volto.

Riflessioni da un 23 Aprile

Direi che buona parte del mio destino era già segnata dentro a questa data: 23 aprile.
Il 23 Aprile si festeggia San Giorgio e San Giorgio è stata una costante in tutta la mia vita. Il 23 Aprile è la data di nascita di Shakespeare. Il 23 Aprile è la giornata mondiale del libro. Il 23 aprile sono nato io. Cosa aggiungere più?

Il regalo più bello per il mio compleanno me lo ha fatto Federica Brogna, che proprio in questo giorno mi ha fatto recapitare il giornale United States of Italy che contiene un articolo tutto su di me e sul mio lavoro. Il giornale, patinato e bellissimo, è in distribuzione negli USA, in una tiratura enorme. Ovviamente il giornale è tutto in inglese.

Elisa e il contacalorie

Il 22 Aprile 2026, il racconto “Elisa e il contacalorie”, veniva presentato al mondo per la prima volta, presso la Scuola Superiore “Aldo Moro” di Montesarchio, nell’ambito di un incontro dedicato ai disturbi alimentari. Buona lettura!

“Io stasera ti mangio tutto, sai? Stasera ti faccio davvero male. Nel piatto non lascio nemmeno le briciole, e se dovessero cadere, anche quelle mi leccherei”, diceva Elisa, con voce sommessa, guardando dritto in faccia il panino con l’hamburger, che faceva bella mostra di sé nel piatto finemente decorato con arabeschi celesti e gialli.

“Tanto non mi mangerai nemmeno stasera”, rispondeva il panino con aria sorniona, che, facendo scivolare sulla parte davanti una porzione sottile dell’hamburger, simulava un sorriso appena accennato, tipico delle sfide tra ragazzi.

“Si che ti mangio. Vedo che lì dentro ci sono anche le patatine fritte, e la maionese e del formaggio fuso. Io adoro le patatine fritte e non è nemmeno immaginabile che io non le mangi.” Così diceva Elisa, con aria imperturbata, mentre la mano, che lentamente si spostava dal tavolo al piatto, lasciava trasparire un certo tremolio, che mal si conciliava con le parole ferme e determinate che aveva pronunciato. In maniera maldestra afferrò il panino schiacciandolo tra le dita. Il pane si afflosciò, come se fosse di zucchero filato. Lo schiacciò a tal punto che l’hamburger perse i suoi succhi, che caddero sotto forma di grandi gocce all’interno del piatto, aggiungendo all’azzurro e al giallo ocra, un tenero arancio tendente al rosa, che ben si sposava con la composizione generale della stoviglia. Lo avvicinò alla bocca, ma prima ancora che con la bocca, il panino lo aveva assaggiato con il naso. Gli effluvi della carne, mischiati con l’odore pungente delle patatine fritte, e con quello acido della maionese, che ai più avrebbero fatto dilatare le papille gustative e lo stomaco, in Elisa procurò una immediata repulsione. Il naso lo usava come una sentinella, bloccando a pochi centimetri dalla bocca tutto ciò che potesse apportarle calorie. Era da un po’ che Elisa aveva la fissa di contare le calorie. Aveva cominciato per gioco cercando su Google le calorie di questo o di quel cibo. Poi prese a segnarsele le calorie. Le segnava su un quaderno con la copertina verde ed un cucciolo di cane in primo piano. Le segnava in maniera ordinata, quasi maniacale, con una scrittura impeccabile, da giovane amanuense, e lei ne era felice e a tratti orgogliosa. Si sentiva un medico, una scienziata dell’alimentazione, dividendo gli alimenti in proteici, carboidrati, zuccheri semplici, zuccheri complessi, latte, lattosio e chi più ne ha più ne metta. Si sentiva orgogliosa di quel lavoro minuzioso, e a forza di cercarle, di scriverle, tante calorie le erano entrate nel cervello, imparando a memoria quante calorie potesse avere un piatto di pasta con il sugo e la mozzarella, oppure le calorie contenute in una banana, in una pesca o in qualche centinaio di grammi di fragole. Certe volte si era ritrovata a ripassarle a memoria mentre era in autobus, per andare a scuola. Si, perché ancora non ve l’ho detto, ma Elisa aveva 16 anni e frequentava il terzo anno di un liceo. Non uno qualsiasi, ma un liceo linguistico, perché lei con le lingue aveva molta dimestichezza e poi l’inglese le tornava utile nelle ricerche su Google, per spulciare le ultime novità sulle riviste americane di salute e benessere. Elisa era una bella sedicenne, con lunghi capelli scuri ed una frangia folta che lambiva le sopracciglia, che la faceva apparire anche più grande e le dava l’aria un po’ da snob. Viveva a qualche chilometro di distanza dalla scuola, in un bel palazzo signorile, nella periferia della città, con una mamma eternamente affaccendata, un papà che spesso era via da casa per lavoro ed un fratello di poco più piccolo di lei, Alessandro. Una famiglia all’apparenza normale, con le solite dissonanze, apatie ed esaurimenti tipici di ogni famiglia di provincia, con dei genitori proiettati, quasi completamente, sul lavoro, del quale avevano fatto una ragione di vita, anche per permettere ai figli di mantenere un certo tenore di vita, quello di una media famiglia italiana, con due automobili, un cellulare per ogni componente della famiglia ed una vacanza di quindici giorni all’anno al mare. Elisa, saltuariamente frequentava una palestra. Le piaceva mantenersi in forma. E, di fatto, era in forma. Un girovita sottile che faceva da intermezzo tra le giuste forme, in alto e in basso, di una giovane donna che si avviava verso la maturità fisica e mentale. Lei si riteneva una cultrice del buon vivere. A cena, con gli amici, non disdegnava nemmeno una bibita, rigorosamente analcolica, magari con zucchero. Si, era un po’ strana, agli occhi delle amiche. Aveva quel maledetto vizio di contare sempre le calorie. A volte, anche all’interno del gruppo, si chiudeva in sé, lo sguardo si perdeva in un punto non meglio definito nel vuoto, e le orecchie più attente potevano sentirla parlottare: “se bevo una coca, aggiungo 139 calorie. Aggiungendo una porzione di patatine fritte con formaggio fuso, sono altre 400 calorie. No, così mi sballa tutto il conteggio della giornata. Mi sa che devo rinunciare alle patatine per qualcosa di meno calorico, magari una insalatona caesar, meglio se senza salse”. Poi d’improvviso sembrava ridestarsi da quella sorta di trance in cui cadeva, per riprendere l’ordinario ritmo di vita.

Intanto Elisa era ancora alle prese con il suo panino, in un tira e molla infinito tra la bocca ed il piatto, il piatto e la bocca. Come al solito aveva calcolato, anche quella sera le calorie, anzi a pranzo non aveva mangiato quasi nulla, pur di potersi permettere quel panino, proprio quel panino, farcito in quel modo. Un panino che aveva mangiato già altre volte, che le piaceva da morire. All’ennesimo tentativo di portarlo alla bocca, dopo l’ennesimo boicottaggio della mandibola, che di aprirsi non ne voleva proprio sapere, ebbe uno scatto nervoso del braccio, con il quale manteneva il panino. Nel fare quel gesto, inavvertitamente, schiacciò con più forza il pane, facendo cadere un bel po’ di maionese proprio sul jeans. Le amiche la videro diventare pallida, ed accorsero in suo aiuto.

“Elisa, come stai? Stai bene? Tranquilla che il jeans si lava, la macchia scomparirà. Non devi preoccuparti per cosi poco”, diceva Raffaella.

Nello stesso tempo Sara si era alzata dalla sua comoda poltroncina, fiondandosi verso il jeans di Elisa. Con il dito indice della mano destra tolse dalla coscia il grosso della maionese, lasciando in evidenza la macchia fatta di grasso e profumata di limone. Poi, con una manualità esperta, intinse l’angolo del tovagliolo nel bicchiere d’acqua che faceva bella mostra di se al centro del tavolo, e con gesti rapidi e secchi, procedette ad eliminare la restante parte grassosa dal pantalone, che, intanto, si era abbondantemente bagnato.

Le attenzioni delle amiche, non furono sufficienti, perché Elisa, in un lasso di tempo breve divenne ancora più pallida, a tal punto che si alzò di scatto e corse in bagno. La scena sarebbe stata divertente, se non fosse stata tragica. Elisa si alzò di scatto dalla sedia, facendola rovinare in terra dalla parte della spalliera, provocando un gran tonfo, che destò l’attenzione di tutti i presenti in sala. Con la vista annebbiata, ed un forte ronzio alle orecchie, che parevano scoppiare dall’interno verso l’esterno, corse in direzione del bagno, con Raffaella che, preoccupata, la rincorreva, spingendo qualche commensale e facendo cadere qualche posata dai tavoli vicini. Elisa si chiuse in bagno, fece un grande respiro. Sentiva il cuore battere forte, le mani le tremavano, ed uno strano sudore freddo cominciò a fuoriuscire dai palmi, rendendoli freddi e viscidi. Non capiva quello che stava accadendo, era solo preoccupata, ed imbarazzata per l’accaduto. Raffaella, che era rimasta al fuori della porta del bagno, e che, evidentemente, aveva capito ciò che era accaduto all’amica, la esortò a fare dei respiri profondi, e con un tono di voce pacato la tranquillizzò. Dopo un po’, Elisa aprì la porta e si fiondò sull’amica, in un abbraccio che sapeva di amicizia e di riconoscenza. Raffaella la strinse forte a sé: “amica mia, amica mia, non è che vorrai lasciarci le penne per un panino? Capisco che quella maionese caduta sul pantalone possa averti turbata, ma da qui a far succedere tutto questo putiferio, ce ne passa un bel po’”, e scoppiò in una sonora risata. Strinse a sé Elisa con ancora maggior vigore, poi prendendola per le spalle, la allontanò un po’, in modo da poterla guardare bene in viso e continuò: “hai avuto un attacco di panico. Ne sono certa. Mia madre ne soffre e l’ho vista fare esattamente le stesse cose che hai fatto tu. I movimenti fatti a scatti, il volto che diventa pallido, le labbra che tendono al viola, e poi quella voglia di fuggire, non si sa dove, che è tipica di questi attacchi. Nulla di grave. Mia madre mi ha spiegato che non si muore di attacchi di panico, ma che peggiorano la qualità della vita, e che bisogna indagarne le cause, in modo da rimuoverle, per ritornare ad una vita serena e normale”. Non ci volle molto affinché Elisa riprendesse il suo normale colorito, ma il panino non ebbe più il coraggio di mangiarlo. Lo lasciò integro nel piatto. Integro, poi. Schiacciato un po qua e un po la, con la maionese che aveva sporcato tutta la parte esterna e gli umori della carne che lo avevano ulteriormente ammorbidito. In realtà ciò che era successo era solo un campanello d’allarme, che, se inascoltato avrebbe portato ad ulteriori problematiche. Infatti non passorono che pochi giorni da quell’episodio, che esso si ripeté esattamente allo stesso modo, ma in classe. Elisa fu sopraffatta, ancora una volta, dalla stessa sensazione di peso sopra lo sterno, di difficoltà nella deglutizione, senza contare la sudorazione fredda e le palpitazioni. Ancora una volta aveva sentito forte l’esigenza di alzarsi dal banco e di fuggire da qualche parte. La scuola, quell’ambiente protetto, che le era così tanto familiare, le sembrò, d’improvviso, un luogo sconosciuto, freddo, lontano da sé e dalla sua anima. Non aveva molti luoghi in cui fuggire, ma lo fece lo stesso. Si alzò di scatto dal banco, facendo cadere la sedia con gran frastuono nella classe silenziosa. Tra lo sbigottimento dell’insegnante di matematica, che urlava: “Conti cosa sta facendo? Torni immediatamente a sedersi al proprio posto”. Raffaella, che era la sua compagna di banco, e l’amica più stretta di Elisa, dopo aver lanciato uno sguardo truce nei confronti della prof, si lanciò di nuovo all’inseguimento dell’amica, raggiungendola, per l’ennesima volta, nel bagno, dove Elisa si era chiusa a chiave. La scena si ripetè uguale a quella di qualche sera prima, con Raffaella dal di fuori della porta, che cercava di tranquillizzare l’amica, mentre Elisa chiusa dentro, singhiozzava e stentava ad uscire da quello stato di confusione in cui era caduta. Raffaella restò seduta per terra con lei, fuori dal bagno, fino a quando Elisa non si fu calmata. Nessuna parola fu pronunciata in più, nessuna domanda. Era lì, solo con la sua presenza e con il suo respiro. Quella stessa sera, al ritorno da scuola, Elisa si chiuse nella sua stanza. La luce del tramonto filtrava dalle tapparelle abbassate, disegnando sul muro delle righe oblique, come una gabbia rovesciata. Si sedette sul letto, ancora vestita. Prese il quaderno verde dal cassetto e lo aprì a metà. Lesse una pagina a caso:
“colazione: 1 mela – 60 kcal, 5 mandorle – 35 kcal, tè verde senza zucchero – 0 kcal.”
Lo richiuse di colpo. Lo lasciò cadere sul tappeto.

Uscì dalla stanza. La mamma era in cucina, stava sistemando la lavastoviglie.
“Mamma…”
Lei si voltò, ancora con un piatto in mano: “Dimmi, amore.”
Elisa non sapeva da dove cominciare. Abbassò lo sguardo. “Mi sento male da un po’: con il cibo, con me. Non riesco più a mangiare senza aver paura. E… a scuola mi sono sentita male. Ancora.”
La madre poggiò il piatto nel lavandino e le si avvicinò. “Tesoro… perché non me lo hai detto prima?”
“Perché pensavo fosse colpa mia. O una mia fissazione.”
Ci fu silenzio. Uno di quei silenzi che fanno più rumore di mille parole.
“Possiamo parlarne con papà?”
Elisa annuì.

Quella sera, per la prima volta dopo tanto tempo, rimasero seduti tutti e tre sul divano, senza televisione accesa. E parlarono. Dei panini, delle crisi, del quaderno. Del senso di colpa, del vuoto. Della paura.

Il giorno dopo, la madre telefonò a una psicologa che le avevano consigliato. Dopo una breve attesa, arrivò il giorno della visita. Lo studio era al secondo piano di un palazzo silenzioso. Elisa entrò in punta di piedi. Una donna gentile la accolse con un sorriso caldo.
“Ciao Elisa. Ti va di raccontarmi qualcosa di te?”
Elisa rimase un attimo in silenzio. Poi aprì lo zaino, tirò fuori il quaderno verde e lo poggiò sulla scrivania della dottoressa.
“Qui dentro ci sono tutte le calorie che ho contato per mesi.”
La psicologa lo prese tra le mani con delicatezza.
“Bene. E oggi, quante ne hai contate?”
“Stamattina nessuna. Ho mangiato una banana senza cercare quante calorie ha.”
La donna sorrise.
“È un buon inizio.”

Nei giorni successivi, Elisa iniziò anche un percorso con una nutrizionista. Non fu facile. Ogni volta che doveva contare i cucchiai di pasta mangiata, sembrava una sfida. Ogni volta che le era imposto di ignorare un’etichetta, era, per lei, una vera e propria rivoluzione. Piccola, ma pur sempre una  rivoluzione. Ma cominciava a capire. Che il corpo non è un nemico. Che il cibo non è un avversario. Che il panico è solo una voce che chiede ascolto.

Passarono alcune settimane. Un sabato pomeriggio, Elisa uscì con Raffaella e Sara. Tornarono proprio in quel locale, quello del panino.
Quando il cameriere arrivò, Elisa guardò il menu, poi chiuse la carta.
“Un panino, quello col formaggio fuso. E una Coca media.”
Sara la guardò sorpresa. Raffaella sorrise. Il panino arrivò, fumante. Elisa lo prese tra le mani.
Non tremavano più. Ne fece un morso piccolo, ma vero. Masticò piano. Poi, con un filo di voce, quasi divertita, sussurrò: “Non ha più parlato.”

Le ragazze risero.
Fu la risata più leggera che Elisa ricordasse da tempo.

Lacedonia

Akudunniad

(Madre Cicogna)

Il 15 aprile 2026 si presenta carico di nuvole basse e pioggia sottile. Così basse che si confondono con la nebbia, e non sai più dove finisce l’una e dove cominciano le altre. La strada è sempre la stessa: quella che dalla zona industriale, accanto al casello autostradale, porta su, in collina, dove il paese te lo ritrovi davanti all’improvviso, con il suo carico di storia e di meraviglia.
Le pale eoliche sono ancora lì, disseminate lungo il serpente della strada. Forse ce n’è qualcuna in più. La giornata è brutta e ventilata, eppure molte pale sono ferme. Le hanno bloccate per evitare che il vento le faccia girare troppo e incendi le turbine, che sono il cuore vero di quei pali moderni — costano tanto, ed è meglio preservarle per quando il tempo sarà più clemente.
Dalla prima collina, proprio sotto di esse, si gode un bel panorama. In questo stesso punto mi fermai sette anni fa, alla fine di marzo del 2019. Era una bella giornata di sole, e da qui si godeva di un paesaggio tipico di queste terre d’altura: vegetazione rada, campi sconfinati seminati a grano. Il grano a fine marzo è come un mare di steli che ricoprono i crinali delle colline, seguendo l’andamento sinuoso del terreno, con i suoi sali e scendi, creando con il verde intenso l’effetto di un quadro impressionista dell’Ottocento. Questa è l’alta Irpinia, terra di tradizioni e di mistero, terra dove risiede l’anima di un popolo che da queste colline non è mai veramente sceso — aggrappato alle rocce come le capre quando scalano i pendii scoscesi dell’Appennino, piantando in terra gli zoccoli morbidi che si adattano a ogni asperità.
Entro in paese dalla via principale, la Statale 303, la stessa che attraversa tutto il Formicoso e scende giù, fino a Rocchetta Sant’Antonio, e ancora più giù, dividendosi tra la Puglia e la Basilicata. Sono i luoghi in cui vive la bestia del grano, dove ogni fremito degli steli viene osservato dai contadini con attenzione antica, come segno del passaggio di qualcosa di misterioso che tutti nominano ma nessuno ha mai visto. In una giornata come questa, sembrano lontanissimi i giorni della mietitura, il caldo afoso del raccolto, le famiglie riunite a tagliare e custodire i frutti dorati della terra.
Oggi, sotto un cornicione, ci sono solo i ragazzi dell’istituto scolastico De Sanctis che aspettano l’autobus. Hanno tutti i cappucci delle felpe calati in testa. La nebbia lambisce le punte di quei cappucci, e loro si stringono nelle spalle, tirate su a proteggere il collo dal vento stranamente freddo. Mi fermo davanti alla scuola e faccio due passi per via dei Tribuni, esattamente come feci quel giorno del 2019. Tutto sembra inalterato. Il tempo sembra essersi fermato.
Le strade sono vuote, come allora. Ma chissà quante persone che c’erano in quell’epoca ora non ci sono più. Un tabellone in ferro porta attaccati i manifesti dei morti. Ne conto cinque, tutti degli ultimi giorni.
Proseguo fino in piazza e mi siedo su una panchina. Poco più avanti c’è un bar gremito di gente che chiacchiera. Mi guardano tutti — mi osservano, mi scrutano. D’altra parte, io sono lo straniero, quello da tenere sotto controllo, quello di cui non si conoscono le intenzioni. Mi viene da pensare a quello che scrissi nel 2019 su questi stessi posti.

Lacedonia (tratto da “L’Agente della Terra di Mezzo”)

Sto facendo un solitario con le carte napoletane. Oggi i solitari si fanno al pc o sull’IPad, però vuoi mettere il gusto di farlo con le carte napoletane, magari vecchie, trasandate, un po’ piegate e con quell’odore inconfondibile di carta vecchia? Teresa, non so come la vedi tu, ma certe volte gli odori sono quasi più importanti delle immagini, o quantomeno sono una componente intrinseca di un’immagine. Ad esempio, potresti mai immaginare un camino senza sentire l’odore leggermente acido e con il retrogusto olfattivo di ammoniaca della legna che brucia? Per me sarebbe impensabile. Così come sarebbe impensabile entrare nello studio di un notaio e non sentire l’odore delle carte consumate e ammassate da qualche parte, misto all’odore della pelle delle poltrone, che non mancano mai in uno studio notarile. Aspetta aspetta, te ne dico un’altra che non puoi non condividere: l’odore di chiodo di garofano che si sente quanto entri nello studio del dentista. Si, certo proprio l’odore di chiodo di garofano. Poi ho scoperto che ci sono delle preparazioni dentistiche che sono fatte con l’olio essenziale di chiodi di garofano. Quell’odore ti resta addosso, come la paura della poltrona del dentista, e sarà forse per questo che tendo a non usarli quasi mai in cucina.

Però devo dirti che l’odore che veramente mi rende felice è quello della legna che arde che esce dai comignoli delle case nei paesini.

Mi torna in mente la prima volta che sono stato a Lacedonia, era inverno e ci andai in macchina. Avevo un appuntamento con il sindaco, Mario, uno schietto e simpatico uomo irpino, appassionato della sua terra, come è giusto che sia. E sai qual è il ricordo di quella giornata? Oltre alla grande statua di Padre Pio, inserita all’interno di un colonnato posticcio, sita all’ingresso del paese, era l’odore della legna che bruciava e che attraverso i comignoli delle basse case a due piani, si diffondeva nei vicoli del centro storico. Parcheggiata l’auto all’interno della piazza caduti di guerra, nei pressi di un istituto scolastico, e proseguendo a piedi nei vicoli che costeggiavano via Tribuni e poi Corso Amendola, fino ad arrivare al comune era tutto un susseguirsi di odori di legna arsa. E ti sembrava di riconoscere finanche l’odore della legna che bruciava: ecco, questa è sicuramente quercia, questa è sempre quercia ma è più fresca, fa più fumo e l’odore forte avvolge tutto il caseggiato, qui invece stanno bruciando legno di castagno, addirittura ho intravisto qualche scintilla fuoriuscire dal comignolo. Tutti sono attenti a non bruciare legna di Pino o di conifere, perché quel legno contiene resina, il cui odore si riconosce davvero subito, ma che può rovinare, a volte in maniera definitiva, il camino. E tu sai bene quanto si sia legati al camino nei piccoli paesini delle montagne irpine. D’altra parte, la legna che va per la maggiore è quella di Quercia, sia perché è quella che più facilmente si trova nei nostri boschi, e sia perché è più corposa, e quindi il ciocco brucia più lentamente, dando maggiori calorie, seguita a ruota dalla legna del Leccio e da quella del Faggio, che hanno caratteristiche simili a quella della quercia, ma sono presenti in aree boschive poste più in alto.

Anche Lacedonia ha la sua particolarità: insieme a Mignano Monte Lungo, San Pietro Infine, e a San Bartolomeo in Galdo, è uno dei quattro comuni della Campania che confina con due regioni diverse, a sud est con la Puglia e a sud ovest con la Basilicata. Quando arrivi a Lacedonia dall’autostrada e sali sulla sommità della collina su cui sorge, se ti volti in direzione opposta, sulla collina di fronte c’è un paese, arrampicato sulla roccia, così ben fatto da sembrare un paese da presepe. Si tratta di Sant’Agata di Puglia, che già dal nome fa intendere il suo posizionamento nello scacchiere delle regioni italiane.

A Lacedonia, poi, ci sono tornato più volte, e una volta ci sono arrivato persino in bici. Per un amante della bicicletta come me, che non è un professionista della pedalata, è stata davvero un’impresa ardua, ma ce l’ho fatta. Arrivare a Lacedonia in bicicletta vuol dire percorrere un lungo tratto della già arcinota via Appia.

Solito il rito della vestizione. È quasi inizio estate, giù a valle fa veramente caldo, talmente caldo che l’acqua evaporata dal terreno, dalle piante, dai fiori, forma una lèggerà nebbiolina visibile a distanza. Le montagne non sono più nitide, e a fatica posso scorgere i paesini che si sono spinti fin lassù. Di fronte a me, con gran fatica riesco a malapena a distinguere Vitulano, e laggiù a sinistra c’è Apollosa. La vista non è più acuta come un tempo, se mai lo fosse stata, ma ora è di gran lungo peggiorata. Ma quei paesini, che in inverno, quando l’aria è ghiacciata e tersa, riesco a distinguerne anche le singole case, ora sono nascosti dietro un velo semitrasparente, a volte di colore bruno, che va a formare una sorta di nuvola a mezz’aria tra il fondo della valle e la parte mediana del monte Taburno. In lontananza solo con uno sforzo visivo e , soprattutto, con un po’ di fantasia, riesco a scorgere la sagoma del monte Mutria, la montagna sacra delle popolazioni sannite, ai cui piedi sorge uno dei paesi più belli della zona, Cusano Mutri. In questo scenario di caldo umido, il ciclista deve prevedere, o se preferite, immaginare le condizioni climatiche che potrebbe incontrare lungo il cammino, conoscendone il percorso e sapendo, pertanto, il dislivello che dovrà affrontare sia in senso di ascesa, sia nel senso opposto. Faccio un resoconto mentale della strada, e in effetti, il viaggio di andata è quasi tutto in salita. Bisogna attraversare un altopiano, arrivare fin quasi a mille metri, e quindi il percorso impone il classico abbigliamento a strati. Decido di vestirmi in modo sportivo classico e quindi non da ciclista. Ho un pantalone grigio di una tuta adidas, di cotone leggero ma non eccessivamente, sulla parte superiore l’immancabile t-shirt con il mio logo, due ruote per terre di bellezza sulla schiena, e la scritta suite Mirafloris sul davanti, su cui mettere all’occorrenza la solita felpa con cappuccio e zip della ellesse e sulla testa il compagno di tanti viaggi, il cappellino da baseball della Adidas, blu scuro e con il logo bianco, oramai bianco sporco, impresso sulla fronte. Preparo lo zaino: borraccia in alluminio con acqua freschissima rigorosamente presa dal rubinetto della cucina, una banana, che contiene prezioso potassio, un pacco di tarallini all’olio extravergine d’oliva, una barretta di cioccolato, un blister di duspatal, ed uno di bentelan in compresse da 1gr. Quest’ultimo è considerato un vero e proprio farmaco salvavita, utilissimo in caso di punture di insetti, da mettere sempre in conto quando si va in giro con la buona stagione.

Sigillo lo zaino con un kway, che potrebbe tornare utile qualora sull’altopiano dovessi incontrare delle condizioni meteo avverse. Così bardato, controllo che la batteria della mia Atala sia carica del tutto, imposto la potenza del motore sulla modalità eco, che è quella che di norma prediligo, esco dal cancello e inforcata la bicicletta parto. Come si dice: ogni viaggio, per quanto lungo possa essere, ha bisogno di un primo passo, e in questo caso di una prima pedalata, poderosa, che ho dato sul vialetto fuori casa, tra il profumo delle rose e gli odori del rosmarino e del coriandolo, che Zio Bacco coltiva nell’orto attiguo, con amorevole passione. Ogni partenza è un addio, un addio a quel pezzo di mondo, a quell’angolo di tranquillità, alle confortevoli abitudini di tutti i giorni, agli odori e ai suoni noti, per tuffarsi in scorci nuovi, orizzonti diversi, fatti di colori e soprattutto di profumi diversi. Ma è un distacco necessario per permettere agli occhi e all’anima di evolversi e di trovare nuovi pensieri di aria e di bellezza. Ho battezzato gli odori quali veicoli della vecchia bellezza, di quella bellezza ancestrale, atavica, racchiusa in ogni cosa e che bisogna saper scorgere con sensi diversi.

Decido di fare una piccola variazione iniziale al percorso. Lungo il rettilineo della via Appia , prima di MotorSannio, viro a destra, scavallo la collina, il bivio per Sant’Angelo a Cancello, e giù lungo la striscia di case di Dentecane, e alla fine della strada svolto ancora a destra per imboccare quello stradone che gli abitanti locali chiamano semplicemente con il nome di “Variante”.

La Variante è una strada più larga delle altre e ben asfaltata. All’incrocio all’altezza della mellifera Artemide, svoltando a destra si scorre in direzione Avellino. Ma io devo andare nella direzione opposta. È ancora mattino presto, ci sono poche auto in giro e la ritengo una fortuna, considerato che su questa arteria, così larga e ben fatta, gli automobilisti sono soliti sfrecciare a velocità sostenuta. All’incrocio faccio il giro della rotatoria per salutare Antonio Monteforte, il mobiliere, un caro amico di vecchie zingarate. Vado in direzione di Mirabella, e in poche pedalate in discesa, forse l’unica discesa del percorso, arrivo a Calore, frazione di Mirabella Eclano, poche case, un largo ponte sul fiume Calore, e di fronte una salita incorniciata tra le classiche e basse case bianche di paese.

La salita è ripida ma breve, ma alla fine, svoltando a sinistra comincia il percorso solito della via Appia , che in questo tratto è veramente caratteristico perché non ci sono ponti e la strada, seguendo il naturale andamento del territorio, sale e scende dalle colline che si susseguono.

La via è ancora larga, ben asfaltata e comoda per chi viaggia in macchina. La strada è affascinante e dura per chi la attraversa in bicicletta. Sono un puntino grigio, su una bicicletta nera, con uno zainetto grigio sulle spalle, che si affatica lungo la salita. Non conviene fare uno sprint, la salita è costante e lunga, e sembra non finire mai. Sulla sinistra il bel ristorante di Mastroberardino, di un bel rosso pompeiano, circondato da vigneti folti di verdi foglie, e alle spalle un esclusivo campo da golf.

Di fronte la strada sale in una ripida salita fin sulla sommità della collina. Poi un tratto leggermente in discesa e di nuovo una lunga ripida salita che porta sulla sommità della collina successiva, fino al Passo di Mirabella. Superato il Passo, anch’esso una striscia di abitazioni lungo la strada, che in epoca Borbonica era la principale via di comunicazione tra la Puglia, con i suoi granì, e la capitale del regno, cioè Napoli, si imbocca l’Appia antica. È una strada che conosco bene, che mi affascina ogni volta che la percorro, pensando a quante persone abbiano potuto attraversarla e a quante merci più o meno preziose vi siano transitate in direzione di Roma, e di quanti occhi abbiano potuto ammirarne le bellezze. La strada è sempre in salita, più dura, con tornanti che ti portano a guardare prima da una parte e poi dall’altra della vallata sottostante. Si sale, si sale in altezza, ci si distacca lentamente da quell’umido appiccicoso della vallata, si sale fino a Frigento. Mi fermo, il sole di metà mattina, il cielo blu limpido, permette di guardare giù verso la valle del calore con amabile compiacimento, per la strada percorsa, per il respiro che resiste ancora, per aver superato quella coltre di nebbia che si deposita sul fondo delle valli e che vela tutto di misterioso silenzio. Qui, da questa posizione l’aria è chiaramente più salubre, il cielo è blu, ed il sole una palla gialla alta nel cielo. Alle mie spalle, su un’altura che arriva fin quasi ai mille metri c’è la bella Frigento.

Mi fermo, mangio la barretta di cioccolato, i muscoli sono ben riscaldati e l’aria calda e umida della valle lascia il posto ad un’aria più fresca, ossigenata e mossa da un vento sottile. Si sta decisamente meglio, i polmoni ringraziano per averli portati fin quassù a respirare aria ricca di ossigeno, e storia da sniffo. Bisogna rimettersi in cammino e di nuovo su, per il bivio di Rocca San Felice, quello di Guardia Dei Lombardi e la strada 303, dall’altopiano che attraversa, diventa panoramica. Rettilinei lunghissimi, il Formicoso, le tante pale eoliche, e di nuovo Bisaccia, prima il paese nuovo e poi ancora su verso il paese vecchio, e da lì proseguendo sulla stessa statale 303, gli ultimi 14 km che mi separano da Lacedonia sono un susseguirsi infinto di curve, tornanti, all’interno di un paesaggio tipico dell’altopiano, in un tratto che è sostanzialmente pianeggiante , ma nonostante ciò le curve si susseguono con cadenza regolare e sono più o meno ampie , ma tutte decisamente di facile percorribilità. Dopo tanta salita sembra quasi che le gambe non facciano più fatica in quel percorso, in mezzo a una natura rigogliosa e con un caldo oramai accecante ed amico, nello stesso tempo. Siamo ancora in un terreno di quasi montagna, in zona appenninica, fortemente sismica, nel silenzio più assordante. Dopo l’ennesima curva a sinistra vedo spuntare un paesaggio che mi è più famigliare, le case in pietra, il campanile, Lacedonia. Territorio abitato sin dai tempi dell’età del rame, e lo dimostrano i numerosi ritrovamenti di armi e reperti in rame in zona, antica Aquilonia di epoca romana, secondo la tradizione fu luogo dell’ultima battaglia della terza guerra sannitica, nel 293 dc , nella quale ci fu la vittoria dell’esercito romano che annientò la famosa e potente legione Linteata. Posta sulla via Appia Antica fu una fiorente cittadina in epoca romana, tanto che furono costruite piscine, terme, un anfiteatro, lavatoi, giardini pubblici, ed anche una “mutatio”, ossia una stazione di sosta e di cambio di carri e cavalli. Seguendo gli eventi storici del circondario, fu dominio dei Longobardi, poi dei Normanni e fece parte del regno di Napoli e del regno delle Due Sicilie.

Io vi sono arrivato nel primo pomeriggio di un giorno qualsiasi di quasi inizio estate, stanco per il lungo procedere, felice per il percorso nei pensieri, sudato ma non troppo, affamato come non mai. Mi infilo a casaccio per le strette e belle viuzze del centro storico, trovo un minimarket, è aperto, ed è una benedizione del cielo. Appoggio la bici alla porta d’ingresso, con la ruota posteriore che sporge verso l’apertura dell’ingresso, così che, dall’interno, possa controllarne la presenza, entro e ne esco con un marsigliese ripieno con del prosciutto locale che potrebbe far resuscitare anche i morti.

Sono stanco, il solo pensiero della strada del ritorno mi da i brividi, mi attacco al telefono e prenoto una confortevole camera in un agriturismo poco fuori dal paese. La serata è piacevole, così come le chiacchiere scambiate con gli anziani che popolano le stradine e le piazze del paese. Dopo un sonno ristoratore ed un’abbondante colazione , preparata dalle sapienti mani della Signora Anna, sono di nuovo tirato a lucido per affrontare la strada del ritorno, ma questa volta è davvero una piacevole passeggiata. La strada è tutta, o quasi, in discesa. La percorro spedito, l’aria è profumata di gioia.

Perché è importante

Perché è importante che uno scrittore continui a parlare e a scrivere di un territorio?
Perché un territorio, senza qualcuno che lo racconti, rischia di restare soltanto un nome su una cartina. Diventa un passaggio, uno sfondo, una periferia dell’anima. La scrittura, invece, gli restituisce voce, profondità e destino. Raccontare un luogo non significa fare folklore né tantomeno raccontare delle cartoline. Significa salvarne la memoria, custodirne i dettagli, dare dignità alle vite delle persone che lo attraversano. Significa ricordare che anche nei paesi piccoli, nelle aree interne, nelle terre considerate marginali, si muovono passioni, dolori, speranze, sconfitte e grande umanità. E tutto questo merita di essere raccontato.
Per quanto mi riguarda, continuare a scrivere dell’Irpinia è quasi una necessità. Perché l’Irpinia non è soltanto il posto da cui provengo: è una lingua interiore, un modo di guardare il mondo, un serbatoio di immagini, di facce, di silenzi, di strade, di vento, di ferite e di bellezza. È una terra dura e insieme profondamente poetica, che troppo spesso è stata raccontata poco o raccontata male. Scriverne, pertanto, diventa un atto d’amore ma anche di responsabilità. Vuol dire opporsi all’oblio. Vuol dire dire che qui non c’è il vuoto, ma un mondo intero. Vuol dire trasformare una terra appartata in una materia che entra a pieno titolo nella letteratura. Più si racconta bene un luogo, più quel luogo parla a tutti. Perché le radici, la nostalgia, la fatica, il senso della comunità, il desiderio di restare o di fuggire non appartengono solo all’Irpinia: ma appartengono all’uomo.

Il Goleto

IL GOLETO

Oggi è il 23 Agosto del 2025, fa un caldo che ti toglie il respiro. L’aria carica di umidità di fine estate si appiccica sulla pelle, penetra nei polmoni, come se fosse un forno ventilato. Mi sono rasato completamente i capelli, nella vana illusione di trarne beneficio e frescura. Il tentativo è stato vano, perché gocce di sudore fuoriescono dal nudo cuoio capelluto, poco al di sopra delle tempie, impregnando la parte bassa del cappello da baseball, che sono solito indossare, scendendo poi lungo la basetta, fino ad arrivare sulla guancia arrossata dal sole. Mi trovo a Sturno, e monta l’inquietudine per il pomeriggio assolato, e i mille pensieri del lavoro che affollano la mente. E’ un vortice di pensieri, un dedalo di possibilità inesplorate che fronteggiano le tentacolari vie della necessità. Un mantra si auto costruisce dentro al mio capo. Un canto a due voci, che s’intrecciano in una melodia lenta e spasmodica. Un salmodiare lento che sale dal profondo ventre e sale su fino al quinto chakra, dove incontra i lumi della ragione e i nervi derivati dai piedi posati a terra come radici: il Goleto, mater mea. Il Goleto è la mia terra, il mio cielo, la mia casa. Mi pare di sentire antiche melodie che si intrecciano a motivi scritti da Carlo Gesualdo: i madrigali. Il principe assassino della sposa ha trovato la sua casa, che è diversa, ormai, dal Castello di Gesualdo, ma è più simile ad una Abbazia. Lo spirito di movimento, mi dice che è ora di andare via, sotto al sole cocente, alto oltre lo zenith alle tre del pomeriggio. E’ sabato, e alla controra nelle strade non c’è nessuno. Solo qualche cicala ha ancora la forza di cantare sui rami di un faggio che sta al di la del torrente. Mettersi in auto è esso stesso un esercizio Zen.

A poco valgono i finestrini aperti, perché non soffia un alito di vento. Il mio pantalone cargo, pieno di tasche e cerniere si fa un tutt’uno con la pelle delle gambe, macerata dal sudore. Attraverso a marcia lenta il bosco di castagni, che mi divide da Frigento. Il bosco di castagni è esposto a nord e si sa che ciò che è esposto a nord è sempre più fresco. Così porto un braccio fuori dal finestrino, appoggiando il gomito sul montante del vetro e comincio a godere delle temperature leggermente più basse. Parliamo di qualche grado in meno, che in questo contesto sembrano apportare un gran beneficio al corpo provato dall’umido torrido. Il mantra continua a suonare nella mia testa e la macchina stessa mi chiede di andare al Goleto, anzi me lo impone e prende il controllo della strada. Ha deciso lei: oggi si va al Goleto, perché probabilmente è un giorno particolare o perché delle energie attrattive si sono concentrate li e ci chiamano con prepotenza. O forse non è nulla di tutto ciò. Ma io che sono sempre stato sensitivo, sento che nell’aria c’è un qualcosa di particolare, oserei dire di magico, che mi porta, o per meglio dire, ci porta esattamente in quella direzione.

Da Frigento, imboccata la statale 303, la strada si fa più semplice. Diventa un serpente che corre lungo la cresta del monte, dividendo a metà da una parte la Valle dell’Ufita e dall’altra la Valle D’Ansanto. E’ un tripudio di colori che vanno dal giallo oro al giallo ocra, mescolati al marrone della terra e a qualche chiazza verde di vegetazione che non è sottoposta all’insulto del periodo secco. L’odore della Mefite, lasciata la valle, arriva fin quassù. La mancanza d’acqua aiuta i gas solforosi a librarsi meglio nell’aria. Uno strano intreccio di sottili venti fa il resto del lavoro, portando gli effluvi fin sulla strada principale, che diventa un tutt’uno con la caldera che li produce. Sono tentato quasi di chiudere i finestrini, di proteggermi. La ragione prevale: l’anidride solforosa diluita in quel modo non è più letale, ma diventa una miscela benefica che purifica e protegge le vie respiratorie. Un aerosol naturale di cui potrò beneficiare anche nei successivi mesi freddi. D’altronde la saggezza popolare lo dice: “Austo capo re vierno”. Agosto è già l’inizio dell’inverno e bisogna prepararsi bene ad affrontare la stagione fredda, che già si para all’orizzonte. Dal bivio di Sant’Angelo dei Lombardi la strada è tutta in discesa. Una grossa pala eolica ci osserva passare. Siamo gli unici esseri, viventi e meno, che passiamo da qui, da chissà quante ore. Mi fermo giusto un attimo. Spengo il motore. In fondo sulla sinistra, arroccato sul suo monte, c’è Sant’Angelo, tutto intorno a me c’è il silenzio. Una leggera brezza fa muove le grosse pale, che producono un sibilo leggero e un fruscio che muove l’aria circostante. Gli steli dell’erba più giovani, ancora verdi, si abbassano al passaggio del venticello e forse sono lieti che in giro non ci siano pecore a brucarli. E’ tempo di rimettersi in marcia. La strada si fa ancora in discesa e sinuosa. Si oltrepassa l’ospedale di Sant’Angelo, la cui sorte rimanda ai tempi bui del terremoto, ma questa è un’altra storia e la racconteremo a parte. Si scende, si scende, in direzione di Lioni, fino ad imboccare una stradina stretta, che sulla destra porta in una zona pianeggiante.

Li, la strada si fa ben presto lastricata di pietra. Si capisce che siamo arrivati in un luogo particolare, una sorta di salotto pavimentato, dentro a una grande valle, dove gli appezzamenti di terreno lavorato, creano un mosaico di colori e di sensazioni piacevoli e accattivanti. Sono davanti al Goleto. Parcheggio nei pressi di una vasca, forse un antico abbeveratoio per i cavalli e per le vacche. Scendo, ed oltrepasso la soglia del cancello d’ingresso. Ma che cos’è il Goleto? Il Goleto è innanzitutto un luogo magico, dove la spiritualità tocca vette altissime o vola bassa a livello delle umane sventure. Il Santuario fu voluto da San Guglielmo da Vercelli, il monaco che fondò Montevergine sul Partenio. Ma qui ha dato spazio alla fede nuda e cruda, costruita pietra su pietra, scavata nella pietra nuda. Nella parte centrale il Santuario, che è stato di recente oggetto di restauro, presenta alti muri perimetrali e divisori, che sorreggono maestose arcate, che dividono le navate di quella che anticamente doveva essere una basilica di culto. Ciò che colpisce è la mancanza del tetto, o per meglio dire il tetto è rappresentato dal cielo stesso, le mura sono costituite dal silenzio che c’è tutt’intorno, rotto solo da qualche attività di qualche sparuto contadino, che ha deciso di portare a compimento i lavori settimanali. L’odore del fieno, e il canto degli uccelli rappresentano le finestre sensoriali, attraverso le quali ci si riconnette con la natura e attraverso di essa anche con l’energia che pervade l’intero universo. C’è una sedia al centro di quella enorme sala senza tetto, una di quelle sedie che si usavano nelle scuole degli anni novanta. Non mi resta da fare altro che sedermi, e meditare. Poi, da una delle tasche caccio fuori i miei “Racconti dall’Irpinia” e mi metto a leggere ad alta voce. Qualche passante si avvicina e ascolta con piacere.

La Taverna re Coccione

Voglio ringraziare Antonio Suelzu, che riesce sempre a trovare fotografie storiche di Paternopoli. Questa in foto era la Taverna re Coccione, che apparteneva a mio nonno Peppino (Soccorso) Tecce, in località Casale a Paternopoli. Si trattava di una Taverna di posta antichissima, che di sicuro risaliva all’epoca medievale, ma sicuramente costruita su altre strutture antecedenti. Era una taverna dove si fermavano le persone che andavano a piedi in direzione di Avellino e viceversa. A sinistra dell’abitazione sono stati trovati resti di origine romana, attestando l’importanza della zona come luogo di passaggio. Io credo, più semplicemente, che la Taverna sorgesse su una delle tante diramazioni della via Appia antica che passava poco più sopra, per Gesualdo e Frigento. Quindi doveva essere una zona molto trafficata. Oggi purtroppo non esiste più, perché cadde con il terremoto del 1980 e sono rimaste solo le mura perimetrali. Che peccato.

Li intorno, nel periodo post terremoto, io e mio padre eravamo soliti passeggiare, prima che sui quei campi crecessero i rovi e cadessero in uno stato di abbadono, e semplicemente smuovendo il terreno trovavamo monete romane e monete del Regno delle due Sicilie. Questo a riprova, ancora una vota, laddove ce ne fosse bisogno, del fatto che quelle vie erano molte frequentate nell’antichità, e dove c’erano persone c’erano commerci, soldi, e tutto ciò che ne consegue.

Infine un’ultima considerazione va fatta anche sul fatto che non lontano dal luogo della taverna, al centro della Valle D’Ansanto, c’è la Mefite, già antichissimo luogo di culto delle genti pre romaniche. Si ritiene che già in quell’epoca arrivassero in zona molti pellegrini, anche dalla Puglia e dalla Calabria, per venerare la Dea Madre. Probabilmente taverne come questa, dovevano esistere già in quell’epoca in cui le persone si sobbarcavano lunghissimi viaggi e avevano bisogno di ricovero.

Quindi, alla fine dei conti, posso dire, ancora una volta, che la Storia è passata dall’Irpinia e che l’Irpinia è stata sempre una terra importantissima sin dai tempi dell’antichità. Magari anche più di quanto non lo sia adesso.

I riti del fuoco, a Lioni

I riti di Lioni

Sono arrivato a Lioni, dopo aver fatto un tour estenuante di diverse tappe nella terra dell’anima, o, detto con le parole di Rossi Doria, nella terra dell’osso. Sono ancora inebriato dalla bellezza dei paesaggi e dal silenzio rotto solo dal frusciare del vento, che, come una locomotiva lenta, solca campi sconfinati di grani e di cespugli. Il rosso vivo del tramonto mi ha lasciato con lo sguardo incollato ad ovest, e l’ho osservato come si osserva un quadro che trasuda d’arte e di mistero da ogni feritoria. Sono stanco, mi concedo solo una breve passeggiata nel centro storico. Un uomo, con un cappotto, tira su il bavero e si ripara dal freddo. Ha pantaloni di velluto e scarponi da montagna. Fa freddo, quello gelido e secco, che ti taglia il viso. Se solo fosse un po’ più affilato, potrei rimetterci la barba. Il solo pensiero di vedermi senza barba mi spaventa. Mi tiro su lo scaldacollo di pile, fino a coprirmi la bocca ed il naso. Il cappello scende più giu. Siamo agli inizi di dicembre, ma, da queste parti, già il freddo ha l’odore della neve, e il naso percepisce odori che mai osa annusare in città. Mangio in una trattoria. Alcune vie del paese sono animate da giovani che preparano cataste di legna, a terra e dentro grandi bracieri di ferro. Si allestiscono punti ristoro, e si accendono fari che illuminano le strade avvolte dalla notte. La notte di paese, della provincia più interna, si animano, così come dovrebbero essere animate sempre, ma sono stanco, entro in una locanda e dormo. Sogno di essere nel giorno di santa Lucia, e sogno me stesso che sogna qualcosa di ancora più cupo. Mi sveglio di buon’ora, quando il sole comincia a fare capolino all’orizzonte.

Mi stropiccio gli occhi e comprendo di essere sul letto, a Lioni, e che la mia mente stava appena uscendo dalle nebbie di un sogno. Mi riprendo con forza e sorseggiando un caffè mi rendo conto che era per davvero la mattina del giorno di Santa Lucia. Un giorno benaugurante, in un periodo speciale per le nostre terre. È il tempo dei riti del fuoco.

Tutto il periodo dell’avvento è un susseguirsi di feste e di riti che affondano le loro radici nel paganesimo. Così il 6 di dicembre si festeggia San Nicola, l’8 di dicembre è l’Immacolata Concezione, fino ad arrivare al 13 dicembre che è il giorno di Santa Lucia. Per far capire l’importanza di queste feste devo, innanzitutto, spiegare che si tratta di riti antichissimi legati alla civiltà contadina e al lento trascorrere delle stagioni. Questa è la parte dell’anno in cui le giornate si accorciano sempre più, quando la luce, generatrice della natura, diminuisce a tal punto che il tempo della notte supera di gran lunga quello del giorno. Noi sappiamo che ciò accade nel giorno del solstizio d’inverno, che cade verso il 22 di dicembre, ma per le antiche popolazioni contadine non era così, ed il giorno più breve dell’anno coincideva con quello di Santa Lucia. Così già a partire dal giorno di San Nicola iniziavano i riti che dovevano propiziare il ritorno alla luce e alla fertilità dei campi. In certi paesi, il giorno di San Nicola si porta in processione un sacchetto di grano come buon auspicio per la prossima raccolta. Ma la tradizione che maggiormente caratterizza le nostre terre è quella dei falò.

I falò oscillano tra sacro e profano, ed alcuni riti e tradizioni collegati al fuoco, affondano le loro radici addirittura nel periodo precristiano, trasmettendosi, successivamente, ai riti di fede cristiana.

Si tratta di riti di origine pagana che celebravano il fuoco ed il calore nella parte più fredda dell’anno, e la forza della fiamma che rappresentava la purificazione e la luce nelle notti più lunghe dell’anno, quando il ruolo del fuoco era considerato primario sia come elemento purificatorio che come buon auspicio per il futuro.

Decido di alzarmi e di mettermi in gioco, ma il giorno è ancora lungo davanti a me e sono curioso di esplorare Lioni, ma, soprattutto, non vedo l’ora che arrivi il buio, per festeggiare, come un contadino di altri tempi, la luce rigeneratrice del fuoco, portatrice di rinnovamento e fertilità. Le giornate sono brevissime, ormai, e già prima delle cinque mi ritrovo in piazza, dove mani esperte, appiccano il fuoco ad una enorme catasta di legna, accuratamente selezionata e posizionata per alimentare con costanza un fuoco che non deve osare di spegnersi.

Le strade si riempiono presto di avventori, turisti, curiosi, che si aggirano per i vicoli del centro storico, mangiando il famoso caciocavallo impiccato, e bevendo generosi bicchieri di aglianico. Da vicoli vicini mi arriva il suono della montemaranese, e vedo persone muoversi a ritmo. Mi sento immerso nell’atmosfera magica della sera e mi sento parte di questa cittadina, posta ai piedi dell’Appennino Centro Meridionale.

C’è stato un tempo in cui le nostre terre non conoscevano ancora il fenomeno della desertificazione e le terre di mezzo erano popolate, molto più di adesso, e allora in ogni paese, in ogni quartiere, in ogni rione si accendeva un falò e così tutta la dorsale appenninica dell’alta Irpinia era costellata da puntini luminosi, simboli di fratellanza, di buon augurio per un futuro migliore e allora tutta la terra diveniva comunità. Era il tempo in cui lo spirito comunitario era forte, accomunato nello sforzo di una vita dura nei campi e di un clima sempre inclemente. E così tutti i contadini, figli e custodi di questa terra danzavano intorno al fuoco, bevendo vino e augurandosi strepitosi raccolti.

Ancora oggi questi falò vengono accesi, anche se non sono più così tanti come una volta e rappresentano lo spirito di fratellanza nella lotta che accomuna tutti verso una globalizzazione che ci vorrebbe tutti uguali ed omologati alle stesse regole di vita. E ancora oggi si sta insieme intorno ai falò, mangiando prodotti di una terra generosa, bevendo l’aglianico di Castelfranci accompagnato dal mitico carmasciano frigentino e ballando al ritmo della montemaranese.

Così da Castelfranci a Volturara Irpina, da San Nicola Baronia a Bonito, da Luogosano a Sant’Angelo dei Lombardi, da Montemiletto a Caposele, da Morra de Sanctis a Cairano fino a Rocchetta  Sant’Antonio, e a Lioni, nelle notti del 6, del 8 e del 13 Dicembre è una danza di falò e alti si levano nel cielo i canti delle nuove generazioni delle terre irpine. Io, con soddisfazione, mi sento uno di loro.