Nel bosco di Basile: fiabe, visioni e racconti dalla Campania interiore. Domenica 19 luglio 2026, Lago Laceno.
Ragazzi, ci siamo quasi. Il fermento sale: tra pochi giorni, nella meravigliosa cornice del Lago Laceno — per la precisione nel bosco della Piana dei Vaccari — si svolgerà la IV edizione del Festival Letture dal Bosco, il primo festival che premia i lettori, pur parlando di libri, di poesia, di musica e di natura.
Se hai ricevuto questo invito, qui sotto trovi tutto quello che ti serve per esserci.
Informazioni pratiche
Quando:domenica 19 luglio 2026, dalle ore 10.00.
Dove ci vediamo: l’appuntamento è alle 10.00 davanti all’Hotel Ristorante La Lucciola, a Lago Laceno (Bagnoli Irpino, AV). Da lì ci sposteremo tutti insieme nel bosco della Piana dei Vaccari, dove si terrà il festival.
Quanto costa: nulla. La partecipazione è completamente gratuita.
Cosa portare con te
Stiamo per passare una giornata nel bosco, in montagna: con poche cose giuste te la godi molto di più. Ecco cosa mettere nello zaino:
un plaid o un telo, per sistemarti comodamente tra gli alberi;
la colazione al sacco, porta ciò che ritieni necessario per te, o, se vuoi, anche qualcosa da condividere con gli altri partecipanti
il repellente per insetti — è sempre meglio averlo;
acqua e scarpe comode e chiuse, perché si sta nel bosco;
cappello e crema solare per le ore centrali, e una felpa leggera: a Laceno, a quota, l’aria a volte rinfresca improvvisamente;
se ti va, il tuo libro del cuore;
e soprattutto tanta voglia di sorridere e di stare insieme.
Cos’è Letture dal Bosco, e cos’è la gara di lettura
Letture dal Bosco nasce da un’idea semplice e un po’ controcorrente: mettere al centro non solo chi scrive, ma chi legge. È, di fatto, il primo festival che premia i lettori. Attorno a questo cuore si intrecciano libri, poesia, musica e natura, in un bosco che diventa il nostro palcoscenico.
Il momento più atteso è la gara di lettura, valutata dalla giuria presieduta da Rosanna Lemmo. È il cuore dell’intera giornata.
La cosa bella di questa gara è che non serve essere attori né scrittori: può partecipare chiunque. Le iscrizioni si fanno il giorno stesso, direttamente sul posto, dalle 10.00 alle 11.00, e sono gratuite. Basta compilare una scheda con i propri dati e consegnarla entro le 11.00; se desideri leggere con un accompagnamento musicale, puoi indicarlo proprio lì.
A ogni lettore viene assegnato un brano o una poesia — la scelta è della giuria ed è insindacabile — con pochi minuti di tempo per prepararsi prima di fare la lettura. La giuria, composta da esperti di letteratura, arte e recitazione e presieduta da Rosanna Lemmo, assegna a ciascuna performance un voto da 1 a 10.
C’è poi un gesto che dà a tutto il sapore di un rito: la corona di fiori, simbolo del festival, viene posata sul capo di chi legge durante la sua performance e passa poi al lettore successivo, come un ideale passaggio di testimone da una voce all’altra.
Alla fine vengono premiati i primi tre classificati.
E per tutti, dall’inizio alla fine, vale una sola regola — la nostra regola del bosco: “porta via ciò che porti”. Tutto quello che portiamo in montagna, lo riportiamo a casa con noi.
Chi ci sarà
Ad aprire la giornata sarà la nostra amica Premjeet Kaur Tina. A raccontare tutto dal palco, come sempre, la mitica Grazia Caruso; la giuria sarà guidata da Rosanna Lemmo; a fissare in immagini la giornata il fotografo ufficiale Mattia Tarantino; l’ufficio stampa e la comunicazione sono affidati all’instancabile Maria Baldares.
Con noi ci saranno gli amici del Cesvolab e della Svimar, e le amiche dell’associazione tutta al femminile “Sabba de Nuce”, a cui è affidato il rito del Piccolo Popolo — la parte più magica e più nostra del festival. I più piccoli saranno intrattenuti dall’associazione Wave Animazione, con letture tratte dall’opera di Giambattista Basile: perché questo, in fondo, è il bosco di Basile, il bosco delle fiabe della Campania interiore.
Le case editrici e gli autori
La grande novità di quest’anno sono le tre case editrici presenti: la nostra storica Graus Edizioni, insieme a Marotta&Cafiero e ad Apeiron Edizioni. E con loro gli autori: Alessia Vessicchio, Lorenzo Marone, Catena Fiorello, Rosario Esposito La Rossa e altri ancora.
I premiati
Tra gli ospiti che riceveranno un riconoscimento ci saranno:
Rino Cillo, Antonello Carbone, Carmine Ioanna, Domenico Cipriano, Carlotta Pinto, Pietro Pio Ciampa, Luca Aquino, Maurizio Del Greco, Federica Brogna, Pasquale Luca Nacca, Marika Camposano.
Le sorprese e gli sponsor
Non mancheranno le sorprese, grazie ai nostri sponsor e amici: Claudia Magà, Orbisophia (con gli intermezzi di musica sacra), Ifalco vini, Avventura di Latta, La Vie En Rose – Flower Boutique, Accademia Delle Opere ApS e Caruso WineBakery & Cafè, il Mercatino dell’Usato di Avellino.
Che cosa vuoi di più? La partecipazione è gratuita, il luogo è incantevole.
Ti aspetto nel bosco della Piana dei Vaccari, a Lago Laceno, domenica 19 luglio, a partire dalle 10.00, davanti all’Hotel Ristorante La Lucciola.
Per chi volesse soggiornare presso l’Hotel la Lucciola, vi lascio il numero a cui potrete rivolgervi. Vi basterà dire che parteciperete al Festival e avrete diritto ad uno sconto.Tel: 0827 68065 – 3339498193
Giuseppe Tecce Direttore Artistico – Festival Letture dal Bosco
Che non avessi mai avuto un rapporto idilliaco con il mare era cosa risaputa. Lo si capiva da due elementi importanti: il primo era che il destino, o forse le forze superiori, mi avessero fatto nascere lontano dal mare, il secondo era che il mio editore, un po’ di tempo fa, mi aveva convocato per farmi scrivere “L’inaffondabile”, il primo e forse unico romanzo al mondo che narrava la storia del grande veliero Bayesian, affondato al largo di Porticello il 29 agosto 2024. Già questi due elementi avrebbero dovuto essere sufficienti per evitare che mi mettessi per mare, per di più in compagnia di amiche e amici, che di tutta quella faccenda ne avrebbero anche sofferto. Però da qui ad arrivare alla vicenda del 5 luglio, ce ne passava di acqua sotto le barche. La storia, come detto, viene da lontano: sono nato in una terra di mezzo, dove il mare era un sogno lontano, una favola da raggiungere, per i più fortunati. Dalle mie parti le genti venivano ugualmente distinte in Adriatiche o Tirreniche a seconda di dove sfociavano i fiumi che le attraversavano. Così succedeva che quelli che vivevano in prossimità dell’Ofanto erano Adriatici mentre quelli del Calore erano Tirreni. Questa cosa mi aveva segnato per tutta la vita. E in effetti da buon abitante della Terra di Mezzo, non ero né un uomo di pianura e nemmeno un uomo di montagna, ma piuttosto un abitante delle zone collinari preappenniniche tanto diffuse dalle mie parti. Ciò nonostante, il blu del mare lo avevo visto tante volte. Avevo vissuto diverse estati al mare con i miei genitori, e sotto questo aspetto potevo ritenermi un fortunato. Tutto sommato c’erano tante persone delle mie terre, che il mare, quello vero, non lo avevano mai visto.
Quel 5 luglio, sull’imbarcazione c’ero salito con altre sei persone e tre membri dell’equipaggio: Pietro, che era stato promosso a comandante della piccola imbarcazione e incaricato di guidarla, Giovanni, proprietario della barca, dolorante per aver riportato, qualche giorno prima, un trauma alle costole, ed una signora, madre di Giovanni, che se ne stava per tutto il tempo sotto coperta, dove era addetta alla preparazione di spuntini e pasti, oltre che all’apertura di fantomatiche bottiglie di vino. I miei amici sorridevano. La giornata era perfetta per una gita in barca: il clima era caldo, tipico di inizio luglio e non c’era un alito di vento. Come al suo solito, Piero aveva fatto tardi. L’appuntamento delle 11 era diventato l’appuntamento delle 11.30, e mentre Piero se la prendeva con calma, tutti noi altri continuavamo a pronunciare mezze parole di improperi e a lanciare piccoli anatemi contro l’amico che si era macchiato dell’onta del ritardo. D’altra parte, due amici del gruppo, che nella vita formavano una coppia, erano Svizzeri, e ben si conosceva il loro rispetto per gli orari, la precisione negli appuntamenti e il fastidio mortale che potevano provare per chi contravveniva a quelle semplici regole di vita. Giacomo e Barbara erano, con precisione, una coppia Italo Svizzera, ma al contrario, quanto meno sotto l’aspetto visivo. In che senso, vi starete chiedendo voi. Ed io subito vi rispondo: lei Svizzera da almeno 5 generazioni e forse più, con una carnagione scura e i capelli neri neri, sembrava una tipica donna del Sud, o, per meglio dire, del profondo sud. Lui, invece, uomo napoletano, trapiantato in Svizzera, era biondo come un normanno e con gli occhi azzurri come il mare o come quel cielo di luglio, già terso e carico di promesse. La strana coppia al contrario si sarebbe poi sposata verso fine luglio con un bel rito civile e una festa completamente napoletana. Elisa era la psicologa del gruppo. Dall’alto del suo metro e sessanta guardava tutti dritto negli occhi e si sforzava di non dare giudizi professionali sull’uno o sull’altro, ma si vedeva bene che era spesso sull’orlo di sbottare e di rinfacciare qualcosa che non era andata per il verso giusto. Sfoggiava un grande cappello di paglia, con il proprio nome ricamato in alto, quasi fosse un vessillo delle proprie qualità o una bandiera di identità personale. A occhio e croce lei avrebbe potuto benissimo essere una di destra, considerato anche il piglio autoritario e gli occhialini rossi portati sulla punta del naso. Avrei scoperto, in ritardo, che di destra non era, ma che aveva una certa simpatia per la sinistra moderata. Cristina era la calma fatta persona. L’opposto esatto di Elisa. Dimentica dei suoi mille impegni personali, che la accompagnavano durante tutto l’anno, aveva finalmente trovato una propria dimensione. Cristina era un pezzo grosso nelle scuole del Lazio, e, di sicuro, era sottoposta a stress continui durante l’anno scolastico, ma adesso, in vacanza aveva finalmente trovato la propria dimensione di pace. L’ultima era Roberta. Ultima in ordine di fila per salire sull’imbarcazione, e non di certo come persona. Roberta era la saggia del gruppo. Aveva un’intelligenza di gran lunga superiore a quella di tutti noi messi insieme, forgiata in anni di esperienza di gestione di imprese e nella risoluzione di intricatissimi casi giudiziari e non. Eravamo in dieci sulla barca Lenù, ormeggiata al porto di Forio d’Ischia. Eravamo saliti, o per meglio dire, scesi in barca attraverso uno scaletta di legno appoggiata tra l’imbarcazione e il molo, che stava parecchio più in alto. Erano le 11.30 passate quando finalmente ci riunimmo tutti su quell’imbarcazione, tutto sommato piccola, ma ben tenuta. Pietro, il comandante, era gioviale. Si rideva e si scherzava, mentre levava l’ancora e cominciava a fare le prime manovre per uscire dal porto. Il morale di tutti era alto. Ci aspettava una bellissima gita in barca, che alle 17.00 ci avrebbe riportato al punto di partenza. Mentre si usciva dal porto tutti, o quasi, si spalmavano creme solari. Io ebbi la fortuna di ritrovarmi tra le mani un tubetto di crema solare Dior, probabilmente di Roberta. Me ne spalmai un bel po’ sul viso: “quando mi ricapita ancora di avere tra le mani una crema Dior”, pensai, dimentico del fatto che forse stavo approfittando un po’ troppo della situazione. Gli altri facevano a gara per offrirmi le loro creme solari. Alla fine, accettai quella di Elisa e quella di Cristina. Ero, di gran lunga, quello più bianco tra tutti e soprattutto quello meno avvezzo alle gite in barca e alle lunghe esposizioni al sole. Ne approfittai perché avevo ancora vari pezzi del corpo da proteggere, come le braccia, le gambe, e soprattutto le ginocchia e il dorso dei piedi, che sono i primi a scottarsi in caso di lunghe esposizioni al sole. Uscimmo dal porto con un gran rombo di motori e salutammo cordialmente le persone che stavano in piedi sulle altre imbarcazioni. Per un attimo, tutti noi, c’eravamo sentiti come i passeggeri del Titanic, in partenza per una lunga traversata oceanica. Nella realtà la giornata che ci aspettava, ci prometteva molto di meno: un giro attorno all’isola, qualche fermata in punti prestabiliti per qualche bagno rinfrescante e un pranzo a bordo. Le solite chiacchiere da visitatori in vacanza ci accompagnarono fino alle 13.30. Una fermata nei pressi di una caletta, vicino al promontorio di Sant’Angelo, aveva permesso agli ospiti di fare il primo bagno della giornata. Agli ospiti, ovviamente, ma non a me, che non mi sarei tuffato a mare nemmeno se l’imbarcazione si fosse capovolta con un gran tonfo.
Alle 13.30 avevamo da poco superato il Castello di Ischia ed eravamo arrivati in prossimità del porto di Ischia Porto. Fu lì, in quel momento, senza grossi rumori, e senza grossi clamori che Pietro fece segno a Giovanni che il timone aveva smesso di funzionare. Effettivamente, mi accorsi che il volante del timone girava a vuoto e che la barca aveva preso a girare su se stessa, senza più seguire una linea retta, o quanto meno la linea perimetrale dell’isola. Ci fu un grande affaccendarsi da parte dei marinai a bordo. Pietro, nel pieno delle proprie funzioni e consapevole della propria responsabilità rispetto alle persone presenti, si tuffò prontamente a mare, entrò in apnea sott’acqua, passò sotto alla barca e ne uscì da dietro. La sentenza fu data in poco tempo: “i motori del timone si sono rotti. Entrambi sono bloccati e sono rivolti verso sinistra. Ora provo a fare una manovra per cercare di sbloccarli”. Si tuffò ancora al di sotto dell’imbarcazione. Noi a bordo sentimmo dei rumori che provenivano dal fondo. Poco dopo Pietro riemerse con la cattiva notizia: “non c’è nulla da fare. I motori sono bloccati e non si muovono di un millimetro”. Coinvolse addirittura Giacomo, che con grandi aspettative di tutti, si immerse sotto la barca, per aiutare Pietro nell’attività di sbloccaggio. Nulla da fare. Anche Giacomo riemerse, tra gli applausi di tutti, e mettendo fine all’ansia della compagna, che per qualche istante aveva temuto di diventare vedova ancor prima di concludere la cerimonia matrimoniale. Da quel momento in poi cominciò quell’avventura che nel giro delle successive tre ore ci avrebbe portato dai sorrisi splendenti al mal di mare più impietoso, alle invettive contro i marinai e a temere per la nostra stessa incolumità. All’inizio ci sembrò anche divertente, soprattutto quando venne un’altra imbarcazione a trainarci. Pare che la pratica non fosse propriamente ortodossa, e che l’imbarcazione che ci precedeva ci avesse presi con una corda, una di quelle grosse corde che si usavano in mare. Noi, che stavamo dietro, la prendemmo a ridere e soprattutto avemmo, per un po’, anche l’impressione che la nostra imbarcazione fosse diventata una barca a vela. Il fatto stesso di non sentire più il rumore assordante dei motori, ci aveva fatto concentrare l’attenzione sul frusciare del mare lungo la chiglia dell’imbarcazione, che ora sembrava tagliare silenziosamente l’acqua, facendoci sognare di viaggi esotici e di lontani lidi. Fu allora che, all’improvviso, il mare diventò grosso.
Le onde che ci arrivavano di lato, che in un primo momento sembravano cullarci dolcemente, presero forza. Il vento cominciò a soffiare con maggiore vigore e il mare continuava ad alzarsi in modo impietoso, gridando vendetta per qualcosa di cui noi non conoscevamo le motivazioni. Ci volle poco che la nostra imbarcazione rimanesse in balia delle onde, sballottolata da una parte all’altra. I nostri volti passarono ben presto dall’essere allegri ad essere tesi, tirati, ingrigiti dai miasmi addominali che, sballottolati da una parte all’altra, erano diventati come un’amara medicina che il corpo voleva espellere ad ogni costo. Alcuni si sentirono male. Furono fatti sdraiare a terra, mentre Barbara e Cristina se ne stavano beatamente distese nelle loro postazioni a dormire. Il sonno della ragione, in certi casi, porta grandi benefici e anche in quel caso le salvò da quell’improvviso mal di mare che, nel bene o nel male, aveva colpito tutti gli altri, ad eccezione dei marinai che forse erano avvezzi a certi movimenti. Ci furono dei momenti in cui la barca si inclinò pericolosamente da una parte e dell’altra. Furono quelli i momenti in cui invidiai il Barone Rampante, che per tutta la vita non mise mai piede a terra e men che meno su un’imbarcazione.
Arrivammo allo stesso molo dal quale eravamo partiti alle 17.30, dopo un’esperienza che non ci avrebbe più permesso di essere quelli che eravamo prima. Il mare stesso ci aveva fatto fare un ritardo di mezz’ora, ma questa volta gli Svizzeri non avrebbero avuto un soggetto con cui prendersela. Io stesso, dopo lo sbarco, mi vidi come Aldebaran, come la stella che insegue sempre le Pleiadi, senza mai raggiungerle. Aldebaran è la stella d’inverno, e in una sera di luglio, per quanto io la potessi cercare nel cielo, lei non c’era. Io stesso, povero narratore di questa storia, a fine giornata, tornato sulla terraferma, alzai gli occhi al cielo e non trovai quella stella, perché io, come lei, in quel cielo e in quel mare non ci dovevamo proprio stare.
Ci sono due eventi molto importanti, per le nostre aree interne, ai quali sarò presente: il primo è il Festival “Letture dal Bosco”, di cui sono stato ideatore e promotore, che si svolge a Lago Laceno, sui monti Picentini, il 19 luglio. Un festival che coniuga natura, letteratura e lettura ad alta voce, nella cornice unica della Piana dei Vaccari, dei Monti Picentini. Con me ci saranno tantissimi personaggi di primo rilievo, tutti impegnati nella salvaguardia delle aree interne. E poi il 26 luglio si passa su un’altra bellissima montagna, nella cornice meravigliosa del Matese, con un appuntamento con il Matese Day, organizzato dalle Acli Molise, grazie all’impegno del Presidente regionale Enzo Scialò e al lavoro continuo di tessitura dell’amico Pasquale Orlando. Io sarò relatore in qualità di costruttore di sinergie positive in Molise. Due giornate in cui si parlerà di territorio, di aree interne, dell’anima del Sud e della nostra Italia Interiore. E per chi volesse approfondire il mio lavoro, può trovare a questo link tanti spunti interessanti: https://giuseppetecce.com/litalia-interiore/
In tutta sincerità io ho sempre pregato per tutti, amici e nemici (anche se io non ho nemici), per i bambini di Gaza, per le persone del Venezuela, per le vittime innocenti delle guerre e per tutti coloro che affrontano difficoltà ogni giorno, per le persone perbene, per i malfattori e per i carcerati. La preghiera è di tutti e per tutti… poi ognuno si prende il pezzettino che gli serve.
È on line la nuova newsletter che vi spiega tutto tutto, ma proprio tutto, della nuovissima edizione di Letture dal Bosco. Cliccate in basso per leggerla e Iscrivetevi.
Nella casa di mio nonno, c’era una stanza in cui si conservava il grano. Era una stanza semplice, fatta di mura in pietra, dove le stesse erano tenute insieme dalla calce messa in bella vista. Li, in grossi sacchi di iuta si conservava il grano, il raccolto che doveva servire alla famiglia per l’intero anno, le cui eventuali eccedenze venivano vendute sul territorio, creando un’economia circolare, che apportava cibo e ricchezza al territorio stesso. In quella stanza c’era la polvere, e se ne percepiva l’odore. Non era la stessa polvere che conosciamo oggi, era meno sottile e aveva un odore diverso: era la polvere dei sacchi di granaglie, la polvere che derivava dalla fatica degli uomini, la polvere che la famiglia doveva sopportare per un anno intero, per averne in cambio cibo e nutrimento. Oggi in quella stessa stanza c’è un ragazzo, seduto davanti a un computer, connesso con il mondo intero, che parla di quello stesso grano antico, ma con mezzi diversi e rivolgendosi a persone che, magari, sono dall’altra parte del pianeta, alimentando, così, un’economia che è sì circolare, ma su scala molto più ampia, apportando, forse, minori benefici al territorio circostante, quantificabili solo in termini di ricchezza monetaria. Fuori, intanto, il paese è rimasto lo stesso di sempre: con le case in pietra, i vicoli stretti che qualche volta tolgono l’aria, le vie polverose che attraversano le campagne e scendono a valle, i vecchi seduti davanti al bar, le serrande abbassate e le scuole con sempre meno bambini. Nulla sembra essere cambiato in un sistema nel quale, in realtà, tutto si è trasformato. In questo paese nessuno ha mai sentito le sirene delle fabbriche, non ci sono mai state le ciminiere ad inquinare l’aria e la terra: qui non abbiamo mai conosciuto realmente un passaggio dalla civiltà contadina a quella industriale. Da queste parti l’industria è arrivata come arrivano certi temporali d’estate, con qualche tuono, due lampi, un po’ d’acqua, e poi di nuovo il silenzio. E noi siamo rimasti fermi, lì nel mezzo. Non abbiamo mai visto le industrie, ma, lentamente, ora stiamo diventando digitali. C’è stato un tempo in cui le nostre terre erano attraversate da un fremito antico, dall’attaccamento alla terra, da un modo di stare al mondo che si rifletteva sulla postura stessa dei suoi abitanti. Era il tempo in cui la civiltà contadina decideva per se stessa e per il mondo, oltre che per la terra. Era il tempo in cui intere famiglie si affannavano nei campi, disegnando i profili di interi territori, di colline e di valli, punteggiando il terreno con macchie di coltivazioni dai colori variopinti. Le valli erano un mosaico di geometrie, sin da quando l’aratro solcava la terra seguendo da vicino i buoi. Sin da allora la civiltà contadina aveva conosciuto un’evoluzione lenta, fatta di piccole migliorie, di nuove tecniche agricole apprese e tramandate con lentezza. Solo l’avvento dell’epoca industriale aveva portato ad un salto temporale, che, però, aveva interessato solo marginalmente l’agricoltura. Furono le industrie i veri motori dell’economia di quell’epoca, che è durata fino ai giorni nostri. L’industrializzazione ha significato fare un salto nello spazio, perché significava riorganizzare le conoscenze umane per renderle strumentali rispetto a ciò che si aveva intenzione di produrre, e la produzione ha influenzato tanto lo spazio, perché ci ha riempiti di merci di ogni tipo. Ma l’agricoltura ne è stata toccata marginalmente. C’è stata una lenta meccanizzazione degli strumenti di lavorazione, e forse potremmo far rientrare in questo periodo anche l’utilizzo dei concimi di sintesi, nati per aiutare i terreni a produrre di più, ma, che di fatto, hanno contribuito ad un depauperamento del suolo medesimo. I contadini delle nostre terre hanno vissuto questo lungo periodo in modo marginale, così come marginale è rimasta la loro vita nei paesi, rispetto ai ritmi frenetici delle città. D’altra parte, sarebbe stato impossibile accelerare artificialmente i ritmi della natura. Ogni cosa, in natura, ha i suoi tempi che sono programmati all’interno delle cose stesse. Così accade che il grano sa di dover nascere ad aprile e di maturare a luglio, le ciliegie di diventare rosse a giugno e le fragole a maggio. Ogni oggetto del creato rispondeva ancora alle leggi della natura, fregandosene altamente delle moderne industrie e dei nuovi ritmi dettati dal nascente capitalismo, e con essi anche i contadini erano rimasti ancorati ai vecchi ritmi circadiani. Per secoli gli allevatori hanno spostato mandrie di vacche podoliche dalle montagne alle pianure e viceversa, a seconda della stagione che gli si parava dinanzi. Per secoli la transumanza ha scandito i ritmi di intere famiglie, e con esse di intere fasce di territorio, determinandone ricchezza o impoverimento. Anche l’allevamento ha risentito poco dell’arrivo dell’epoca industriale. Il bestiame non poteva, di certo, essere organizzato in grandi opifici, e ben poco c’era da meccanizzare rispetto a quelle tecniche d’allevamento che vantavano millenni di storia. Basterebbe, per tutti, ripercorrere la storia del tratturo Pescasseroli Candela, per avere un’idea di come la storia millenaria degli allevatori abbia tracciato vie e destini, rotte ed economie di un’intera regione e di un’intera nazione. E oggi, siamo di nuovo davanti a un bivio, solo che questa volta non si vede. Non ha cancelli, non ha fumo, non ha il rumore delle presse o del ferro delle catene di montaggio. Non arriva con le ciminiere, non occupa vallate, non sporca il cielo. La modernità di oggi arriva silenziosamente, attraverso uno schermo acceso, passando per una connessione in rete, dentro ad una macchina capace di rispondere, di scrivere, di immaginare e di farci parlare in tutte le lingue del mondo. Così l’intelligenza artificiale sta diventando la nuova fabbrica invisibile, la nuova soglia della modernità E a differenze delle industrie che erano ingombranti e inquinanti, quest’ultima sta entrando nelle case e nelle vite dei contadini stessi, che, per la prima volta nella storia dell’umanità, stanno conoscendo delle modificazioni ai loro ritmi di vita, alla loro continua routine classica. E sotto questo aspetto, questo tipo di modernità va più in sintonia con lo stile di vita lento dei contadini. Si adatta meglio alla lentezza dei processi naturali, che non devono essere stravolti, ma supportati, aiutati, riorganizzati e controllati. Un algoritmo giusto, infatti, può aiutarci a comprendere meglio il nostro stesso paese, può essere d’aiuto per farci vendere un prodotto, e soprattutto può essere utile per farci scrollare di dosso quella scomoda sensazione di essere una periferia del mondo. E per tutti questi motivi, oggi, nella stanza di mio nonno non ci sono più i polverosi sacchi di grano, ma c’è un giovane, che attraverso un computer, e con il supporto dell’intelligenza artificiale, sta facendo più di quanto abbiano potuto fare mio nonno stesso ed intere generazioni di contadini. L’unico messaggio che mi sento di lanciare è che per quanto possa avanzare la modernità dei ragionamenti, allo stesso modo bisogna avere rispetto dei tempi della natura. Solo in questo modo i due mondi potranno integrarsi a vicenda, apportando benefici a tutti gli uomini e al pianeta
Solo oggi sono riuscito a recuperare un articolo uscito su “Nuova Stagione” agli inizi di Giugno: “Lo scrittore che ha deciso di restare”, da leggere tutto d’un fiato.
Ad essere sincero, non sono il tipo che si fida facilmente delle persone. Ho bisogno sempre di un po’ di rodaggio, prima. Ma c’è una donna nella quale attualmente ripongo ciecamente tutta la mia stima e fiducia, ed è la responsabile del mio ufficio stampa. Si tratta di Maria Baldares, giornalista e appunto responsabile ufficio stampa, specializzata nel settore dell’editoria. Diciamo che in questi ultimi anni l’ho vista crescere, acquistare sicurezza sempre maggiore, fino al punto di riuscire a tirare fuori la grinta e ad affermarsi nel campo dei giornalisti. In basso c’è il link di una sua bellissima intervista radiofonica odierna. Io le voglio un gran bene e so che farà tantissima e meritatissima strada. Un bacio a Maria e voi ascoltate l’intervista, cliccando sul link e scorrendo fino all’intervista n 31.