Il potere della poesia

La poesia unisce…certo che unisce. Mi è capitato proprio oggi: mi arriva un messaggio da un numero che non conoscevo. Lo leggo con un po’ di scetticismo: credo che possa essere una qualche pubblicità. Invece si tratta del messaggio di una donna, di nome Natalia, nata ad Alushta, (prima in Ucraina, ora in Russia, e cmq in Crimea) che oramai da anni vive in Italia, proprio a Benevento. Lei era rimasta colpita da un video visto in rete, dove recitavo una mia prosa poetica dedicata proprio ad Alushta. Il fatto che un italiano avesse dedicato una poesia alla sua città natale, e che fosse stata scritta con una tale enfasi poetica, l’aveva colpita a tal punto da spingerla a contattarmi. Sono contento che l’abbia fatto. Dopo ci siamo sentiti telefonicamente e continuo a pensare al potere aggregante della poesia… una cosa incredibile.
Intanto vi lascio il link del video e poi anche il testo della prosa poetica.

Ad Alushta ho mangiato un salmone sulla Lenina, arrostito mentre osservavo i colombi beccheggiare come sostenitori dell’ultimo arrivato. Donne fasciate in abiti di pizzo rosa o dai colori sgargianti passeggiavano sulla Naberiezhna, reggendo in mano rose dal gambo lungo, insinuando le dita sottili tra le fila di spine, sparse a casaccio sullo stelo vitreo. Una gatta amoreggiava con un cane, mentre l’uomo dalla lunga barba, suonava, da seduto, un violino ebreo, con ritmi sefarditi, muovendo il piede a tempo con la posizione delle mani, che scorrevano fluide tra la parte alta e quella bassa della tastiera. Io camminavo come un pavone dalla ruota aperta, sognando di calpestare le stesse pietre che videro Pushkin passeggiare con il vento che gli spettinava i ricci. Immaginavo l’eco della sua voce che rimbombava nelle gole del granito dei palazzi in stile liberty. Immaginavo Čechov che mi osservava dalla scorza ombrosa di un gelsomino, quando con la penna tracciava i destini di uomini dagli abiti scuri, che tessevano addii sulla sabbia della Golubaya Volna. Vedevo nitido Tolstoj passare, alto e severo, scalzo sui ciottoli della spiaggia, come un profeta, saggio e colto, che osservava come i vitini stretti sorreggevano donne, che giocavano rincorrendo i gabbiani. Sulle scale bianche di Livadija, appuntavo i sogni del mio destino nei taccuini fatti con le ultime foglie dell’estate. Ed io forestiero in cerca di gloria, suonavo le ultime sinfonie delle memorie, anelando di essere reso partecipe alla festa delle anime, dove i salmoni risalivano vivi le correnti d’acqua, senza più freddarsi in piatti di rose, stanche di bellezza.

Pubblicato da Giuseppe Tecce

Scrittore di saggi e romanzi Giornalista Direttore di RSA

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