Direi che buona parte del mio destino era già segnata dentro a questa data: 23 aprile. Il 23 Aprile si festeggia San Giorgio e San Giorgio è stata una costante in tutta la mia vita. Il 23 Aprile è la data di nascita di Shakespeare. Il 23 Aprile è la giornata mondiale del libro. Il 23 aprile sono nato io. Cosa aggiungere più?
Il regalo più bello per il mio compleanno me lo ha fatto Federica Brogna, che proprio in questo giorno mi ha fatto recapitare il giornale United States of Italy che contiene un articolo tutto su di me e sul mio lavoro. Il giornale, patinato e bellissimo, è in distribuzione negli USA, in una tiratura enorme. Ovviamente il giornale è tutto in inglese.
Il 22 Aprile 2026, il racconto “Elisa e il contacalorie”, veniva presentato al mondo per la prima volta, presso la Scuola Superiore “Aldo Moro” di Montesarchio, nell’ambito di un incontro dedicato ai disturbi alimentari. Buona lettura!
“Io stasera ti mangio tutto, sai? Stasera ti faccio davvero male. Nel piatto non lascio nemmeno le briciole, e se dovessero cadere, anche quelle mi leccherei”, diceva Elisa, con voce sommessa, guardando dritto in faccia il panino con l’hamburger, che faceva bella mostra di sé nel piatto finemente decorato con arabeschi celesti e gialli.
“Tanto non mi mangerai nemmeno stasera”, rispondeva il panino con aria sorniona, che, facendo scivolare sulla parte davanti una porzione sottile dell’hamburger, simulava un sorriso appena accennato, tipico delle sfide tra ragazzi.
“Si che ti mangio. Vedo che lì dentro ci sono anche le patatine fritte, e la maionese e del formaggio fuso. Io adoro le patatine fritte e non è nemmeno immaginabile che io non le mangi.” Così diceva Elisa, con aria imperturbata, mentre la mano, che lentamente si spostava dal tavolo al piatto, lasciava trasparire un certo tremolio, che mal si conciliava con le parole ferme e determinate che aveva pronunciato. In maniera maldestra afferrò il panino schiacciandolo tra le dita. Il pane si afflosciò, come se fosse di zucchero filato. Lo schiacciò a tal punto che l’hamburger perse i suoi succhi, che caddero sotto forma di grandi gocce all’interno del piatto, aggiungendo all’azzurro e al giallo ocra, un tenero arancio tendente al rosa, che ben si sposava con la composizione generale della stoviglia. Lo avvicinò alla bocca, ma prima ancora che con la bocca, il panino lo aveva assaggiato con il naso. Gli effluvi della carne, mischiati con l’odore pungente delle patatine fritte, e con quello acido della maionese, che ai più avrebbero fatto dilatare le papille gustative e lo stomaco, in Elisa procurò una immediata repulsione. Il naso lo usava come una sentinella, bloccando a pochi centimetri dalla bocca tutto ciò che potesse apportarle calorie. Era da un po’ che Elisa aveva la fissa di contare le calorie. Aveva cominciato per gioco cercando su Google le calorie di questo o di quel cibo. Poi prese a segnarsele le calorie. Le segnava su un quaderno con la copertina verde ed un cucciolo di cane in primo piano. Le segnava in maniera ordinata, quasi maniacale, con una scrittura impeccabile, da giovane amanuense, e lei ne era felice e a tratti orgogliosa. Si sentiva un medico, una scienziata dell’alimentazione, dividendo gli alimenti in proteici, carboidrati, zuccheri semplici, zuccheri complessi, latte, lattosio e chi più ne ha più ne metta. Si sentiva orgogliosa di quel lavoro minuzioso, e a forza di cercarle, di scriverle, tante calorie le erano entrate nel cervello, imparando a memoria quante calorie potesse avere un piatto di pasta con il sugo e la mozzarella, oppure le calorie contenute in una banana, in una pesca o in qualche centinaio di grammi di fragole. Certe volte si era ritrovata a ripassarle a memoria mentre era in autobus, per andare a scuola. Si, perché ancora non ve l’ho detto, ma Elisa aveva 16 anni e frequentava il terzo anno di un liceo. Non uno qualsiasi, ma un liceo linguistico, perché lei con le lingue aveva molta dimestichezza e poi l’inglese le tornava utile nelle ricerche su Google, per spulciare le ultime novità sulle riviste americane di salute e benessere. Elisa era una bella sedicenne, con lunghi capelli scuri ed una frangia folta che lambiva le sopracciglia, che la faceva apparire anche più grande e le dava l’aria un po’ da snob. Viveva a qualche chilometro di distanza dalla scuola, in un bel palazzo signorile, nella periferia della città, con una mamma eternamente affaccendata, un papà che spesso era via da casa per lavoro ed un fratello di poco più piccolo di lei, Alessandro. Una famiglia all’apparenza normale, con le solite dissonanze, apatie ed esaurimenti tipici di ogni famiglia di provincia, con dei genitori proiettati, quasi completamente, sul lavoro, del quale avevano fatto una ragione di vita, anche per permettere ai figli di mantenere un certo tenore di vita, quello di una media famiglia italiana, con due automobili, un cellulare per ogni componente della famiglia ed una vacanza di quindici giorni all’anno al mare. Elisa, saltuariamente frequentava una palestra. Le piaceva mantenersi in forma. E, di fatto, era in forma. Un girovita sottile che faceva da intermezzo tra le giuste forme, in alto e in basso, di una giovane donna che si avviava verso la maturità fisica e mentale. Lei si riteneva una cultrice del buon vivere. A cena, con gli amici, non disdegnava nemmeno una bibita, rigorosamente analcolica, magari con zucchero. Si, era un po’ strana, agli occhi delle amiche. Aveva quel maledetto vizio di contare sempre le calorie. A volte, anche all’interno del gruppo, si chiudeva in sé, lo sguardo si perdeva in un punto non meglio definito nel vuoto, e le orecchie più attente potevano sentirla parlottare: “se bevo una coca, aggiungo 139 calorie. Aggiungendo una porzione di patatine fritte con formaggio fuso, sono altre 400 calorie. No, così mi sballa tutto il conteggio della giornata. Mi sa che devo rinunciare alle patatine per qualcosa di meno calorico, magari una insalatona caesar, meglio se senza salse”. Poi d’improvviso sembrava ridestarsi da quella sorta di trance in cui cadeva, per riprendere l’ordinario ritmo di vita.
Intanto Elisa era ancora alle prese con il suo panino, in un tira e molla infinito tra la bocca ed il piatto, il piatto e la bocca. Come al solito aveva calcolato, anche quella sera le calorie, anzi a pranzo non aveva mangiato quasi nulla, pur di potersi permettere quel panino, proprio quel panino, farcito in quel modo. Un panino che aveva mangiato già altre volte, che le piaceva da morire. All’ennesimo tentativo di portarlo alla bocca, dopo l’ennesimo boicottaggio della mandibola, che di aprirsi non ne voleva proprio sapere, ebbe uno scatto nervoso del braccio, con il quale manteneva il panino. Nel fare quel gesto, inavvertitamente, schiacciò con più forza il pane, facendo cadere un bel po’ di maionese proprio sul jeans. Le amiche la videro diventare pallida, ed accorsero in suo aiuto.
“Elisa, come stai? Stai bene? Tranquilla che il jeans si lava, la macchia scomparirà. Non devi preoccuparti per cosi poco”, diceva Raffaella.
Nello stesso tempo Sara si era alzata dalla sua comoda poltroncina, fiondandosi verso il jeans di Elisa. Con il dito indice della mano destra tolse dalla coscia il grosso della maionese, lasciando in evidenza la macchia fatta di grasso e profumata di limone. Poi, con una manualità esperta, intinse l’angolo del tovagliolo nel bicchiere d’acqua che faceva bella mostra di se al centro del tavolo, e con gesti rapidi e secchi, procedette ad eliminare la restante parte grassosa dal pantalone, che, intanto, si era abbondantemente bagnato.
Le attenzioni delle amiche, non furono sufficienti, perché Elisa, in un lasso di tempo breve divenne ancora più pallida, a tal punto che si alzò di scatto e corse in bagno. La scena sarebbe stata divertente, se non fosse stata tragica. Elisa si alzò di scatto dalla sedia, facendola rovinare in terra dalla parte della spalliera, provocando un gran tonfo, che destò l’attenzione di tutti i presenti in sala. Con la vista annebbiata, ed un forte ronzio alle orecchie, che parevano scoppiare dall’interno verso l’esterno, corse in direzione del bagno, con Raffaella che, preoccupata, la rincorreva, spingendo qualche commensale e facendo cadere qualche posata dai tavoli vicini. Elisa si chiuse in bagno, fece un grande respiro. Sentiva il cuore battere forte, le mani le tremavano, ed uno strano sudore freddo cominciò a fuoriuscire dai palmi, rendendoli freddi e viscidi. Non capiva quello che stava accadendo, era solo preoccupata, ed imbarazzata per l’accaduto. Raffaella, che era rimasta al fuori della porta del bagno, e che, evidentemente, aveva capito ciò che era accaduto all’amica, la esortò a fare dei respiri profondi, e con un tono di voce pacato la tranquillizzò. Dopo un po’, Elisa aprì la porta e si fiondò sull’amica, in un abbraccio che sapeva di amicizia e di riconoscenza. Raffaella la strinse forte a sé: “amica mia, amica mia, non è che vorrai lasciarci le penne per un panino? Capisco che quella maionese caduta sul pantalone possa averti turbata, ma da qui a far succedere tutto questo putiferio, ce ne passa un bel po’”, e scoppiò in una sonora risata. Strinse a sé Elisa con ancora maggior vigore, poi prendendola per le spalle, la allontanò un po’, in modo da poterla guardare bene in viso e continuò: “hai avuto un attacco di panico. Ne sono certa. Mia madre ne soffre e l’ho vista fare esattamente le stesse cose che hai fatto tu. I movimenti fatti a scatti, il volto che diventa pallido, le labbra che tendono al viola, e poi quella voglia di fuggire, non si sa dove, che è tipica di questi attacchi. Nulla di grave. Mia madre mi ha spiegato che non si muore di attacchi di panico, ma che peggiorano la qualità della vita, e che bisogna indagarne le cause, in modo da rimuoverle, per ritornare ad una vita serena e normale”. Non ci volle molto affinché Elisa riprendesse il suo normale colorito, ma il panino non ebbe più il coraggio di mangiarlo. Lo lasciò integro nel piatto. Integro, poi. Schiacciato un po qua e un po la, con la maionese che aveva sporcato tutta la parte esterna e gli umori della carne che lo avevano ulteriormente ammorbidito. In realtà ciò che era successo era solo un campanello d’allarme, che, se inascoltato avrebbe portato ad ulteriori problematiche. Infatti non passorono che pochi giorni da quell’episodio, che esso si ripeté esattamente allo stesso modo, ma in classe. Elisa fu sopraffatta, ancora una volta, dalla stessa sensazione di peso sopra lo sterno, di difficoltà nella deglutizione, senza contare la sudorazione fredda e le palpitazioni. Ancora una volta aveva sentito forte l’esigenza di alzarsi dal banco e di fuggire da qualche parte. La scuola, quell’ambiente protetto, che le era così tanto familiare, le sembrò, d’improvviso, un luogo sconosciuto, freddo, lontano da sé e dalla sua anima. Non aveva molti luoghi in cui fuggire, ma lo fece lo stesso. Si alzò di scatto dal banco, facendo cadere la sedia con gran frastuono nella classe silenziosa. Tra lo sbigottimento dell’insegnante di matematica, che urlava: “Conti cosa sta facendo? Torni immediatamente a sedersi al proprio posto”. Raffaella, che era la sua compagna di banco, e l’amica più stretta di Elisa, dopo aver lanciato uno sguardo truce nei confronti della prof, si lanciò di nuovo all’inseguimento dell’amica, raggiungendola, per l’ennesima volta, nel bagno, dove Elisa si era chiusa a chiave. La scena si ripetè uguale a quella di qualche sera prima, con Raffaella dal di fuori della porta, che cercava di tranquillizzare l’amica, mentre Elisa chiusa dentro, singhiozzava e stentava ad uscire da quello stato di confusione in cui era caduta. Raffaella restò seduta per terra con lei, fuori dal bagno, fino a quando Elisa non si fu calmata. Nessuna parola fu pronunciata in più, nessuna domanda. Era lì, solo con la sua presenza e con il suo respiro. Quella stessa sera, al ritorno da scuola, Elisa si chiuse nella sua stanza. La luce del tramonto filtrava dalle tapparelle abbassate, disegnando sul muro delle righe oblique, come una gabbia rovesciata. Si sedette sul letto, ancora vestita. Prese il quaderno verde dal cassetto e lo aprì a metà. Lesse una pagina a caso: “colazione: 1 mela – 60 kcal, 5 mandorle – 35 kcal, tè verde senza zucchero – 0 kcal.” Lo richiuse di colpo. Lo lasciò cadere sul tappeto.
Uscì dalla stanza. La mamma era in cucina, stava sistemando la lavastoviglie. “Mamma…” Lei si voltò, ancora con un piatto in mano: “Dimmi, amore.” Elisa non sapeva da dove cominciare. Abbassò lo sguardo. “Mi sento male da un po’: con il cibo, con me. Non riesco più a mangiare senza aver paura. E… a scuola mi sono sentita male. Ancora.” La madre poggiò il piatto nel lavandino e le si avvicinò. “Tesoro… perché non me lo hai detto prima?” “Perché pensavo fosse colpa mia. O una mia fissazione.” Ci fu silenzio. Uno di quei silenzi che fanno più rumore di mille parole. “Possiamo parlarne con papà?” Elisa annuì.
Quella sera, per la prima volta dopo tanto tempo, rimasero seduti tutti e tre sul divano, senza televisione accesa. E parlarono. Dei panini, delle crisi, del quaderno. Del senso di colpa, del vuoto. Della paura.
Il giorno dopo, la madre telefonò a una psicologa che le avevano consigliato. Dopo una breve attesa, arrivò il giorno della visita. Lo studio era al secondo piano di un palazzo silenzioso. Elisa entrò in punta di piedi. Una donna gentile la accolse con un sorriso caldo. “Ciao Elisa. Ti va di raccontarmi qualcosa di te?” Elisa rimase un attimo in silenzio. Poi aprì lo zaino, tirò fuori il quaderno verde e lo poggiò sulla scrivania della dottoressa. “Qui dentro ci sono tutte le calorie che ho contato per mesi.” La psicologa lo prese tra le mani con delicatezza. “Bene. E oggi, quante ne hai contate?” “Stamattina nessuna. Ho mangiato una banana senza cercare quante calorie ha.” La donna sorrise. “È un buon inizio.”
Nei giorni successivi, Elisa iniziò anche un percorso con una nutrizionista. Non fu facile. Ogni volta che doveva contare i cucchiai di pasta mangiata, sembrava una sfida. Ogni volta che le era imposto di ignorare un’etichetta, era, per lei, una vera e propria rivoluzione. Piccola, ma pur sempre una rivoluzione. Ma cominciava a capire. Che il corpo non è un nemico. Che il cibo non è un avversario. Che il panico è solo una voce che chiede ascolto.
Passarono alcune settimane. Un sabato pomeriggio, Elisa uscì con Raffaella e Sara. Tornarono proprio in quel locale, quello del panino. Quando il cameriere arrivò, Elisa guardò il menu, poi chiuse la carta. “Un panino, quello col formaggio fuso. E una Coca media.” Sara la guardò sorpresa. Raffaella sorrise. Il panino arrivò, fumante. Elisa lo prese tra le mani. Non tremavano più. Ne fece un morso piccolo, ma vero. Masticò piano. Poi, con un filo di voce, quasi divertita, sussurrò: “Non ha più parlato.”
Le ragazze risero. Fu la risata più leggera che Elisa ricordasse da tempo.
Il 15 aprile 2026 si presenta carico di nuvole basse e pioggia sottile. Così basse che si confondono con la nebbia, e non sai più dove finisce l’una e dove cominciano le altre. La strada è sempre la stessa: quella che dalla zona industriale, accanto al casello autostradale, porta su, in collina, dove il paese te lo ritrovi davanti all’improvviso, con il suo carico di storia e di meraviglia. Le pale eoliche sono ancora lì, disseminate lungo il serpente della strada. Forse ce n’è qualcuna in più. La giornata è brutta e ventilata, eppure molte pale sono ferme. Le hanno bloccate per evitare che il vento le faccia girare troppo e incendi le turbine, che sono il cuore vero di quei pali moderni — costano tanto, ed è meglio preservarle per quando il tempo sarà più clemente. Dalla prima collina, proprio sotto di esse, si gode un bel panorama. In questo stesso punto mi fermai sette anni fa, alla fine di marzo del 2019. Era una bella giornata di sole, e da qui si godeva di un paesaggio tipico di queste terre d’altura: vegetazione rada, campi sconfinati seminati a grano. Il grano a fine marzo è come un mare di steli che ricoprono i crinali delle colline, seguendo l’andamento sinuoso del terreno, con i suoi sali e scendi, creando con il verde intenso l’effetto di un quadro impressionista dell’Ottocento. Questa è l’alta Irpinia, terra di tradizioni e di mistero, terra dove risiede l’anima di un popolo che da queste colline non è mai veramente sceso — aggrappato alle rocce come le capre quando scalano i pendii scoscesi dell’Appennino, piantando in terra gli zoccoli morbidi che si adattano a ogni asperità. Entro in paese dalla via principale, la Statale 303, la stessa che attraversa tutto il Formicoso e scende giù, fino a Rocchetta Sant’Antonio, e ancora più giù, dividendosi tra la Puglia e la Basilicata. Sono i luoghi in cui vive la bestia del grano, dove ogni fremito degli steli viene osservato dai contadini con attenzione antica, come segno del passaggio di qualcosa di misterioso che tutti nominano ma nessuno ha mai visto. In una giornata come questa, sembrano lontanissimi i giorni della mietitura, il caldo afoso del raccolto, le famiglie riunite a tagliare e custodire i frutti dorati della terra. Oggi, sotto un cornicione, ci sono solo i ragazzi dell’istituto scolastico De Sanctis che aspettano l’autobus. Hanno tutti i cappucci delle felpe calati in testa. La nebbia lambisce le punte di quei cappucci, e loro si stringono nelle spalle, tirate su a proteggere il collo dal vento stranamente freddo. Mi fermo davanti alla scuola e faccio due passi per via dei Tribuni, esattamente come feci quel giorno del 2019. Tutto sembra inalterato. Il tempo sembra essersi fermato. Le strade sono vuote, come allora. Ma chissà quante persone che c’erano in quell’epoca ora non ci sono più. Un tabellone in ferro porta attaccati i manifesti dei morti. Ne conto cinque, tutti degli ultimi giorni. Proseguo fino in piazza e mi siedo su una panchina. Poco più avanti c’è un bar gremito di gente che chiacchiera. Mi guardano tutti — mi osservano, mi scrutano. D’altra parte, io sono lo straniero, quello da tenere sotto controllo, quello di cui non si conoscono le intenzioni. Mi viene da pensare a quello che scrissi nel 2019 su questi stessi posti.
Sto facendo un solitario con le carte napoletane. Oggi i solitari si fanno al pc o sull’IPad, però vuoi mettere il gusto di farlo con le carte napoletane, magari vecchie, trasandate, un po’ piegate e con quell’odore inconfondibile di carta vecchia? Teresa, non so come la vedi tu, ma certe volte gli odori sono quasi più importanti delle immagini, o quantomeno sono una componente intrinseca di un’immagine. Ad esempio, potresti mai immaginare un camino senza sentire l’odore leggermente acido e con il retrogusto olfattivo di ammoniaca della legna che brucia? Per me sarebbe impensabile. Così come sarebbe impensabile entrare nello studio di un notaio e non sentire l’odore delle carte consumate e ammassate da qualche parte, misto all’odore della pelle delle poltrone, che non mancano mai in uno studio notarile. Aspetta aspetta, te ne dico un’altra che non puoi non condividere: l’odore di chiodo di garofano che si sente quanto entri nello studio del dentista. Si, certo proprio l’odore di chiodo di garofano. Poi ho scoperto che ci sono delle preparazioni dentistiche che sono fatte con l’olio essenziale di chiodi di garofano. Quell’odore ti resta addosso, come la paura della poltrona del dentista, e sarà forse per questo che tendo a non usarli quasi mai in cucina.
Però devo dirti che l’odore che veramente mi rende felice è quello della legna che arde che esce dai comignoli delle case nei paesini.
Mi torna in mente la prima volta che sono stato a Lacedonia, era inverno e ci andai in macchina. Avevo un appuntamento con il sindaco, Mario, uno schietto e simpatico uomo irpino, appassionato della sua terra, come è giusto che sia. E sai qual è il ricordo di quella giornata? Oltre alla grande statua di Padre Pio, inserita all’interno di un colonnato posticcio, sita all’ingresso del paese, era l’odore della legna che bruciava e che attraverso i comignoli delle basse case a due piani, si diffondeva nei vicoli del centro storico. Parcheggiata l’auto all’interno della piazza caduti di guerra, nei pressi di un istituto scolastico, e proseguendo a piedi nei vicoli che costeggiavano via Tribuni e poi Corso Amendola, fino ad arrivare al comune era tutto un susseguirsi di odori di legna arsa. E ti sembrava di riconoscere finanche l’odore della legna che bruciava: ecco, questa è sicuramente quercia, questa è sempre quercia ma è più fresca, fa più fumo e l’odore forte avvolge tutto il caseggiato, qui invece stanno bruciando legno di castagno, addirittura ho intravisto qualche scintilla fuoriuscire dal comignolo. Tutti sono attenti a non bruciare legna di Pino o di conifere, perché quel legno contiene resina, il cui odore si riconosce davvero subito, ma che può rovinare, a volte in maniera definitiva, il camino. E tu sai bene quanto si sia legati al camino nei piccoli paesini delle montagne irpine. D’altra parte, la legna che va per la maggiore è quella di Quercia, sia perché è quella che più facilmente si trova nei nostri boschi, e sia perché è più corposa, e quindi il ciocco brucia più lentamente, dando maggiori calorie, seguita a ruota dalla legna del Leccio e da quella del Faggio, che hanno caratteristiche simili a quella della quercia, ma sono presenti in aree boschive poste più in alto.
Anche Lacedonia ha la sua particolarità: insieme a Mignano Monte Lungo, San Pietro Infine, e a San Bartolomeo in Galdo, è uno dei quattro comuni della Campania che confina con due regioni diverse, a sud est con la Puglia e a sud ovest con la Basilicata. Quando arrivi a Lacedonia dall’autostrada e sali sulla sommità della collina su cui sorge, se ti volti in direzione opposta, sulla collina di fronte c’è un paese, arrampicato sulla roccia, così ben fatto da sembrare un paese da presepe. Si tratta di Sant’Agata di Puglia, che già dal nome fa intendere il suo posizionamento nello scacchiere delle regioni italiane.
A Lacedonia, poi, ci sono tornato più volte, e una volta ci sono arrivato persino in bici. Per un amante della bicicletta come me, che non è un professionista della pedalata, è stata davvero un’impresa ardua, ma ce l’ho fatta. Arrivare a Lacedonia in bicicletta vuol dire percorrere un lungo tratto della già arcinota via Appia.
Solito il rito della vestizione. È quasi inizio estate, giù a valle fa veramente caldo, talmente caldo che l’acqua evaporata dal terreno, dalle piante, dai fiori, forma una lèggerà nebbiolina visibile a distanza. Le montagne non sono più nitide, e a fatica posso scorgere i paesini che si sono spinti fin lassù. Di fronte a me, con gran fatica riesco a malapena a distinguere Vitulano, e laggiù a sinistra c’è Apollosa. La vista non è più acuta come un tempo, se mai lo fosse stata, ma ora è di gran lungo peggiorata. Ma quei paesini, che in inverno, quando l’aria è ghiacciata e tersa, riesco a distinguerne anche le singole case, ora sono nascosti dietro un velo semitrasparente, a volte di colore bruno, che va a formare una sorta di nuvola a mezz’aria tra il fondo della valle e la parte mediana del monte Taburno. In lontananza solo con uno sforzo visivo e , soprattutto, con un po’ di fantasia, riesco a scorgere la sagoma del monte Mutria, la montagna sacra delle popolazioni sannite, ai cui piedi sorge uno dei paesi più belli della zona, Cusano Mutri. In questo scenario di caldo umido, il ciclista deve prevedere, o se preferite, immaginare le condizioni climatiche che potrebbe incontrare lungo il cammino, conoscendone il percorso e sapendo, pertanto, il dislivello che dovrà affrontare sia in senso di ascesa, sia nel senso opposto. Faccio un resoconto mentale della strada, e in effetti, il viaggio di andata è quasi tutto in salita. Bisogna attraversare un altopiano, arrivare fin quasi a mille metri, e quindi il percorso impone il classico abbigliamento a strati. Decido di vestirmi in modo sportivo classico e quindi non da ciclista. Ho un pantalone grigio di una tuta adidas, di cotone leggero ma non eccessivamente, sulla parte superiore l’immancabile t-shirt con il mio logo, due ruote per terre di bellezza sulla schiena, e la scritta suite Mirafloris sul davanti, su cui mettere all’occorrenza la solita felpa con cappuccio e zip della ellesse e sulla testa il compagno di tanti viaggi, il cappellino da baseball della Adidas, blu scuro e con il logo bianco, oramai bianco sporco, impresso sulla fronte. Preparo lo zaino: borraccia in alluminio con acqua freschissima rigorosamente presa dal rubinetto della cucina, una banana, che contiene prezioso potassio, un pacco di tarallini all’olio extravergine d’oliva, una barretta di cioccolato, un blister di duspatal, ed uno di bentelan in compresse da 1gr. Quest’ultimo è considerato un vero e proprio farmaco salvavita, utilissimo in caso di punture di insetti, da mettere sempre in conto quando si va in giro con la buona stagione.
Sigillo lo zaino con un kway, che potrebbe tornare utile qualora sull’altopiano dovessi incontrare delle condizioni meteo avverse. Così bardato, controllo che la batteria della mia Atala sia carica del tutto, imposto la potenza del motore sulla modalità eco, che è quella che di norma prediligo, esco dal cancello e inforcata la bicicletta parto. Come si dice: ogni viaggio, per quanto lungo possa essere, ha bisogno di un primo passo, e in questo caso di una prima pedalata, poderosa, che ho dato sul vialetto fuori casa, tra il profumo delle rose e gli odori del rosmarino e del coriandolo, che Zio Bacco coltiva nell’orto attiguo, con amorevole passione. Ogni partenza è un addio, un addio a quel pezzo di mondo, a quell’angolo di tranquillità, alle confortevoli abitudini di tutti i giorni, agli odori e ai suoni noti, per tuffarsi in scorci nuovi, orizzonti diversi, fatti di colori e soprattutto di profumi diversi. Ma è un distacco necessario per permettere agli occhi e all’anima di evolversi e di trovare nuovi pensieri di aria e di bellezza. Ho battezzato gli odori quali veicoli della vecchia bellezza, di quella bellezza ancestrale, atavica, racchiusa in ogni cosa e che bisogna saper scorgere con sensi diversi.
Decido di fare una piccola variazione iniziale al percorso. Lungo il rettilineo della via Appia , prima di MotorSannio, viro a destra, scavallo la collina, il bivio per Sant’Angelo a Cancello, e giù lungo la striscia di case di Dentecane, e alla fine della strada svolto ancora a destra per imboccare quello stradone che gli abitanti locali chiamano semplicemente con il nome di “Variante”.
La Variante è una strada più larga delle altre e ben asfaltata. All’incrocio all’altezza della mellifera Artemide, svoltando a destra si scorre in direzione Avellino. Ma io devo andare nella direzione opposta. È ancora mattino presto, ci sono poche auto in giro e la ritengo una fortuna, considerato che su questa arteria, così larga e ben fatta, gli automobilisti sono soliti sfrecciare a velocità sostenuta. All’incrocio faccio il giro della rotatoria per salutare Antonio Monteforte, il mobiliere, un caro amico di vecchie zingarate. Vado in direzione di Mirabella, e in poche pedalate in discesa, forse l’unica discesa del percorso, arrivo a Calore, frazione di Mirabella Eclano, poche case, un largo ponte sul fiume Calore, e di fronte una salita incorniciata tra le classiche e basse case bianche di paese.
La salita è ripida ma breve, ma alla fine, svoltando a sinistra comincia il percorso solito della via Appia , che in questo tratto è veramente caratteristico perché non ci sono ponti e la strada, seguendo il naturale andamento del territorio, sale e scende dalle colline che si susseguono.
La via è ancora larga, ben asfaltata e comoda per chi viaggia in macchina. La strada è affascinante e dura per chi la attraversa in bicicletta. Sono un puntino grigio, su una bicicletta nera, con uno zainetto grigio sulle spalle, che si affatica lungo la salita. Non conviene fare uno sprint, la salita è costante e lunga, e sembra non finire mai. Sulla sinistra il bel ristorante di Mastroberardino, di un bel rosso pompeiano, circondato da vigneti folti di verdi foglie, e alle spalle un esclusivo campo da golf.
Di fronte la strada sale in una ripida salita fin sulla sommità della collina. Poi un tratto leggermente in discesa e di nuovo una lunga ripida salita che porta sulla sommità della collina successiva, fino al Passo di Mirabella. Superato il Passo, anch’esso una striscia di abitazioni lungo la strada, che in epoca Borbonica era la principale via di comunicazione tra la Puglia, con i suoi granì, e la capitale del regno, cioè Napoli, si imbocca l’Appia antica. È una strada che conosco bene, che mi affascina ogni volta che la percorro, pensando a quante persone abbiano potuto attraversarla e a quante merci più o meno preziose vi siano transitate in direzione di Roma, e di quanti occhi abbiano potuto ammirarne le bellezze. La strada è sempre in salita, più dura, con tornanti che ti portano a guardare prima da una parte e poi dall’altra della vallata sottostante. Si sale, si sale in altezza, ci si distacca lentamente da quell’umido appiccicoso della vallata, si sale fino a Frigento. Mi fermo, il sole di metà mattina, il cielo blu limpido, permette di guardare giù verso la valle del calore con amabile compiacimento, per la strada percorsa, per il respiro che resiste ancora, per aver superato quella coltre di nebbia che si deposita sul fondo delle valli e che vela tutto di misterioso silenzio. Qui, da questa posizione l’aria è chiaramente più salubre, il cielo è blu, ed il sole una palla gialla alta nel cielo. Alle mie spalle, su un’altura che arriva fin quasi ai mille metri c’è la bella Frigento.
Mi fermo, mangio la barretta di cioccolato, i muscoli sono ben riscaldati e l’aria calda e umida della valle lascia il posto ad un’aria più fresca, ossigenata e mossa da un vento sottile. Si sta decisamente meglio, i polmoni ringraziano per averli portati fin quassù a respirare aria ricca di ossigeno, e storia da sniffo. Bisogna rimettersi in cammino e di nuovo su, per il bivio di Rocca San Felice, quello di Guardia Dei Lombardi e la strada 303, dall’altopiano che attraversa, diventa panoramica. Rettilinei lunghissimi, il Formicoso, le tante pale eoliche, e di nuovo Bisaccia, prima il paese nuovo e poi ancora su verso il paese vecchio, e da lì proseguendo sulla stessa statale 303, gli ultimi 14 km che mi separano da Lacedonia sono un susseguirsi infinto di curve, tornanti, all’interno di un paesaggio tipico dell’altopiano, in un tratto che è sostanzialmente pianeggiante , ma nonostante ciò le curve si susseguono con cadenza regolare e sono più o meno ampie , ma tutte decisamente di facile percorribilità. Dopo tanta salita sembra quasi che le gambe non facciano più fatica in quel percorso, in mezzo a una natura rigogliosa e con un caldo oramai accecante ed amico, nello stesso tempo. Siamo ancora in un terreno di quasi montagna, in zona appenninica, fortemente sismica, nel silenzio più assordante. Dopo l’ennesima curva a sinistra vedo spuntare un paesaggio che mi è più famigliare, le case in pietra, il campanile, Lacedonia. Territorio abitato sin dai tempi dell’età del rame, e lo dimostrano i numerosi ritrovamenti di armi e reperti in rame in zona, antica Aquilonia di epoca romana, secondo la tradizione fu luogo dell’ultima battaglia della terza guerra sannitica, nel 293 dc , nella quale ci fu la vittoria dell’esercito romano che annientò la famosa e potente legione Linteata. Posta sulla via Appia Antica fu una fiorente cittadina in epoca romana, tanto che furono costruite piscine, terme, un anfiteatro, lavatoi, giardini pubblici, ed anche una “mutatio”, ossia una stazione di sosta e di cambio di carri e cavalli. Seguendo gli eventi storici del circondario, fu dominio dei Longobardi, poi dei Normanni e fece parte del regno di Napoli e del regno delle Due Sicilie.
Io vi sono arrivato nel primo pomeriggio di un giorno qualsiasi di quasi inizio estate, stanco per il lungo procedere, felice per il percorso nei pensieri, sudato ma non troppo, affamato come non mai. Mi infilo a casaccio per le strette e belle viuzze del centro storico, trovo un minimarket, è aperto, ed è una benedizione del cielo. Appoggio la bici alla porta d’ingresso, con la ruota posteriore che sporge verso l’apertura dell’ingresso, così che, dall’interno, possa controllarne la presenza, entro e ne esco con un marsigliese ripieno con del prosciutto locale che potrebbe far resuscitare anche i morti.
Sono stanco, il solo pensiero della strada del ritorno mi da i brividi, mi attacco al telefono e prenoto una confortevole camera in un agriturismo poco fuori dal paese. La serata è piacevole, così come le chiacchiere scambiate con gli anziani che popolano le stradine e le piazze del paese. Dopo un sonno ristoratore ed un’abbondante colazione , preparata dalle sapienti mani della Signora Anna, sono di nuovo tirato a lucido per affrontare la strada del ritorno, ma questa volta è davvero una piacevole passeggiata. La strada è tutta, o quasi, in discesa. La percorro spedito, l’aria è profumata di gioia.
Perché è importante che uno scrittore continui a parlare e a scrivere di un territorio? Perché un territorio, senza qualcuno che lo racconti, rischia di restare soltanto un nome su una cartina. Diventa un passaggio, uno sfondo, una periferia dell’anima. La scrittura, invece, gli restituisce voce, profondità e destino. Raccontare un luogo non significa fare folklore né tantomeno raccontare delle cartoline. Significa salvarne la memoria, custodirne i dettagli, dare dignità alle vite delle persone che lo attraversano. Significa ricordare che anche nei paesi piccoli, nelle aree interne, nelle terre considerate marginali, si muovono passioni, dolori, speranze, sconfitte e grande umanità. E tutto questo merita di essere raccontato. Per quanto mi riguarda, continuare a scrivere dell’Irpinia è quasi una necessità. Perché l’Irpinia non è soltanto il posto da cui provengo: è una lingua interiore, un modo di guardare il mondo, un serbatoio di immagini, di facce, di silenzi, di strade, di vento, di ferite e di bellezza. È una terra dura e insieme profondamente poetica, che troppo spesso è stata raccontata poco o raccontata male. Scriverne, pertanto, diventa un atto d’amore ma anche di responsabilità. Vuol dire opporsi all’oblio. Vuol dire dire che qui non c’è il vuoto, ma un mondo intero. Vuol dire trasformare una terra appartata in una materia che entra a pieno titolo nella letteratura. Più si racconta bene un luogo, più quel luogo parla a tutti. Perché le radici, la nostalgia, la fatica, il senso della comunità, il desiderio di restare o di fuggire non appartengono solo all’Irpinia: ma appartengono all’uomo.
Oggi è il 23 Agosto del 2025, fa un caldo che ti toglie il respiro. L’aria carica di umidità di fine estate si appiccica sulla pelle, penetra nei polmoni, come se fosse un forno ventilato. Mi sono rasato completamente i capelli, nella vana illusione di trarne beneficio e frescura. Il tentativo è stato vano, perché gocce di sudore fuoriescono dal nudo cuoio capelluto, poco al di sopra delle tempie, impregnando la parte bassa del cappello da baseball, che sono solito indossare, scendendo poi lungo la basetta, fino ad arrivare sulla guancia arrossata dal sole. Mi trovo a Sturno, e monta l’inquietudine per il pomeriggio assolato, e i mille pensieri del lavoro che affollano la mente. E’ un vortice di pensieri, un dedalo di possibilità inesplorate che fronteggiano le tentacolari vie della necessità. Un mantra si auto costruisce dentro al mio capo. Un canto a due voci, che s’intrecciano in una melodia lenta e spasmodica. Un salmodiare lento che sale dal profondo ventre e sale su fino al quinto chakra, dove incontra i lumi della ragione e i nervi derivati dai piedi posati a terra come radici: il Goleto, mater mea. Il Goleto è la mia terra, il mio cielo, la mia casa. Mi pare di sentire antiche melodie che si intrecciano a motivi scritti da Carlo Gesualdo: i madrigali. Il principe assassino della sposa ha trovato la sua casa, che è diversa, ormai, dal Castello di Gesualdo, ma è più simile ad una Abbazia. Lo spirito di movimento, mi dice che è ora di andare via, sotto al sole cocente, alto oltre lo zenith alle tre del pomeriggio. E’ sabato, e alla controra nelle strade non c’è nessuno. Solo qualche cicala ha ancora la forza di cantare sui rami di un faggio che sta al di la del torrente. Mettersi in auto è esso stesso un esercizio Zen.
A poco valgono i finestrini aperti, perché non soffia un alito di vento. Il mio pantalone cargo, pieno di tasche e cerniere si fa un tutt’uno con la pelle delle gambe, macerata dal sudore. Attraverso a marcia lenta il bosco di castagni, che mi divide da Frigento. Il bosco di castagni è esposto a nord e si sa che ciò che è esposto a nord è sempre più fresco. Così porto un braccio fuori dal finestrino, appoggiando il gomito sul montante del vetro e comincio a godere delle temperature leggermente più basse. Parliamo di qualche grado in meno, che in questo contesto sembrano apportare un gran beneficio al corpo provato dall’umido torrido. Il mantra continua a suonare nella mia testa e la macchina stessa mi chiede di andare al Goleto, anzi me lo impone e prende il controllo della strada. Ha deciso lei: oggi si va al Goleto, perché probabilmente è un giorno particolare o perché delle energie attrattive si sono concentrate li e ci chiamano con prepotenza. O forse non è nulla di tutto ciò. Ma io che sono sempre stato sensitivo, sento che nell’aria c’è un qualcosa di particolare, oserei dire di magico, che mi porta, o per meglio dire, ci porta esattamente in quella direzione.
Da Frigento, imboccata la statale 303, la strada si fa più semplice. Diventa un serpente che corre lungo la cresta del monte, dividendo a metà da una parte la Valle dell’Ufita e dall’altra la Valle D’Ansanto. E’ un tripudio di colori che vanno dal giallo oro al giallo ocra, mescolati al marrone della terra e a qualche chiazza verde di vegetazione che non è sottoposta all’insulto del periodo secco. L’odore della Mefite, lasciata la valle, arriva fin quassù. La mancanza d’acqua aiuta i gas solforosi a librarsi meglio nell’aria. Uno strano intreccio di sottili venti fa il resto del lavoro, portando gli effluvi fin sulla strada principale, che diventa un tutt’uno con la caldera che li produce. Sono tentato quasi di chiudere i finestrini, di proteggermi. La ragione prevale: l’anidride solforosa diluita in quel modo non è più letale, ma diventa una miscela benefica che purifica e protegge le vie respiratorie. Un aerosol naturale di cui potrò beneficiare anche nei successivi mesi freddi. D’altronde la saggezza popolare lo dice: “Austo capo re vierno”. Agosto è già l’inizio dell’inverno e bisogna prepararsi bene ad affrontare la stagione fredda, che già si para all’orizzonte. Dal bivio di Sant’Angelo dei Lombardi la strada è tutta in discesa. Una grossa pala eolica ci osserva passare. Siamo gli unici esseri, viventi e meno, che passiamo da qui, da chissà quante ore. Mi fermo giusto un attimo. Spengo il motore. In fondo sulla sinistra, arroccato sul suo monte, c’è Sant’Angelo, tutto intorno a me c’è il silenzio. Una leggera brezza fa muove le grosse pale, che producono un sibilo leggero e un fruscio che muove l’aria circostante. Gli steli dell’erba più giovani, ancora verdi, si abbassano al passaggio del venticello e forse sono lieti che in giro non ci siano pecore a brucarli. E’ tempo di rimettersi in marcia. La strada si fa ancora in discesa e sinuosa. Si oltrepassa l’ospedale di Sant’Angelo, la cui sorte rimanda ai tempi bui del terremoto, ma questa è un’altra storia e la racconteremo a parte. Si scende, si scende, in direzione di Lioni, fino ad imboccare una stradina stretta, che sulla destra porta in una zona pianeggiante.
Li, la strada si fa ben presto lastricata di pietra. Si capisce che siamo arrivati in un luogo particolare, una sorta di salotto pavimentato, dentro a una grande valle, dove gli appezzamenti di terreno lavorato, creano un mosaico di colori e di sensazioni piacevoli e accattivanti. Sono davanti al Goleto. Parcheggio nei pressi di una vasca, forse un antico abbeveratoio per i cavalli e per le vacche. Scendo, ed oltrepasso la soglia del cancello d’ingresso. Ma che cos’è il Goleto? Il Goleto è innanzitutto un luogo magico, dove la spiritualità tocca vette altissime o vola bassa a livello delle umane sventure. Il Santuario fu voluto da San Guglielmo da Vercelli, il monaco che fondò Montevergine sul Partenio. Ma qui ha dato spazio alla fede nuda e cruda, costruita pietra su pietra, scavata nella pietra nuda. Nella parte centrale il Santuario, che è stato di recente oggetto di restauro, presenta alti muri perimetrali e divisori, che sorreggono maestose arcate, che dividono le navate di quella che anticamente doveva essere una basilica di culto. Ciò che colpisce è la mancanza del tetto, o per meglio dire il tetto è rappresentato dal cielo stesso, le mura sono costituite dal silenzio che c’è tutt’intorno, rotto solo da qualche attività di qualche sparuto contadino, che ha deciso di portare a compimento i lavori settimanali. L’odore del fieno, e il canto degli uccelli rappresentano le finestre sensoriali, attraverso le quali ci si riconnette con la natura e attraverso di essa anche con l’energia che pervade l’intero universo. C’è una sedia al centro di quella enorme sala senza tetto, una di quelle sedie che si usavano nelle scuole degli anni novanta. Non mi resta da fare altro che sedermi, e meditare. Poi, da una delle tasche caccio fuori i miei “Racconti dall’Irpinia” e mi metto a leggere ad alta voce. Qualche passante si avvicina e ascolta con piacere.
Voglio ringraziare Antonio Suelzu, che riesce sempre a trovare fotografie storiche di Paternopoli. Questa in foto era la Taverna re Coccione, che apparteneva a mio nonno Peppino (Soccorso) Tecce, in località Casale a Paternopoli. Si trattava di una Taverna di posta antichissima, che di sicuro risaliva all’epoca medievale, ma sicuramente costruita su altre strutture antecedenti. Era una taverna dove si fermavano le persone che andavano a piedi in direzione di Avellino e viceversa. A sinistra dell’abitazione sono stati trovati resti di origine romana, attestando l’importanza della zona come luogo di passaggio. Io credo, più semplicemente, che la Taverna sorgesse su una delle tante diramazioni della via Appia antica che passava poco più sopra, per Gesualdo e Frigento. Quindi doveva essere una zona molto trafficata. Oggi purtroppo non esiste più, perché cadde con il terremoto del 1980 e sono rimaste solo le mura perimetrali. Che peccato.
Li intorno, nel periodo post terremoto, io e mio padre eravamo soliti passeggiare, prima che sui quei campi crecessero i rovi e cadessero in uno stato di abbadono, e semplicemente smuovendo il terreno trovavamo monete romane e monete del Regno delle due Sicilie. Questo a riprova, ancora una vota, laddove ce ne fosse bisogno, del fatto che quelle vie erano molte frequentate nell’antichità, e dove c’erano persone c’erano commerci, soldi, e tutto ciò che ne consegue.
Infine un’ultima considerazione va fatta anche sul fatto che non lontano dal luogo della taverna, al centro della Valle D’Ansanto, c’è la Mefite, già antichissimo luogo di culto delle genti pre romaniche. Si ritiene che già in quell’epoca arrivassero in zona molti pellegrini, anche dalla Puglia e dalla Calabria, per venerare la Dea Madre. Probabilmente taverne come questa, dovevano esistere già in quell’epoca in cui le persone si sobbarcavano lunghissimi viaggi e avevano bisogno di ricovero.
Quindi, alla fine dei conti, posso dire, ancora una volta, che la Storia è passata dall’Irpinia e che l’Irpinia è stata sempre una terra importantissima sin dai tempi dell’antichità. Magari anche più di quanto non lo sia adesso.
Sono arrivato a Lioni, dopo aver fatto un tour estenuante di diverse tappe nella terra dell’anima, o, detto con le parole di Rossi Doria, nella terra dell’osso. Sono ancora inebriato dalla bellezza dei paesaggi e dal silenzio rotto solo dal frusciare del vento, che, come una locomotiva lenta, solca campi sconfinati di grani e di cespugli. Il rosso vivo del tramonto mi ha lasciato con lo sguardo incollato ad ovest, e l’ho osservato come si osserva un quadro che trasuda d’arte e di mistero da ogni feritoria. Sono stanco, mi concedo solo una breve passeggiata nel centro storico. Un uomo, con un cappotto, tira su il bavero e si ripara dal freddo. Ha pantaloni di velluto e scarponi da montagna. Fa freddo, quello gelido e secco, che ti taglia il viso. Se solo fosse un po’ più affilato, potrei rimetterci la barba. Il solo pensiero di vedermi senza barba mi spaventa. Mi tiro su lo scaldacollo di pile, fino a coprirmi la bocca ed il naso. Il cappello scende più giu. Siamo agli inizi di dicembre, ma, da queste parti, già il freddo ha l’odore della neve, e il naso percepisce odori che mai osa annusare in città. Mangio in una trattoria. Alcune vie del paese sono animate da giovani che preparano cataste di legna, a terra e dentro grandi bracieri di ferro. Si allestiscono punti ristoro, e si accendono fari che illuminano le strade avvolte dalla notte. La notte di paese, della provincia più interna, si animano, così come dovrebbero essere animate sempre, ma sono stanco, entro in una locanda e dormo. Sogno di essere nel giorno di santa Lucia, e sogno me stesso che sogna qualcosa di ancora più cupo. Mi sveglio di buon’ora, quando il sole comincia a fare capolino all’orizzonte.
Mi stropiccio gli occhi e comprendo di essere sul letto, a Lioni, e che la mia mente stava appena uscendo dalle nebbie di un sogno. Mi riprendo con forza e sorseggiando un caffè mi rendo conto che era per davvero la mattina del giorno di Santa Lucia. Un giorno benaugurante, in un periodo speciale per le nostre terre. È il tempo dei riti del fuoco.
Tutto il periodo dell’avvento è un susseguirsi di feste e di riti che affondano le loro radici nel paganesimo. Così il 6 di dicembre si festeggia San Nicola, l’8 di dicembre è l’Immacolata Concezione, fino ad arrivare al 13 dicembre che è il giorno di Santa Lucia. Per far capire l’importanza di queste feste devo, innanzitutto, spiegare che si tratta di riti antichissimi legati alla civiltà contadina e al lento trascorrere delle stagioni. Questa è la parte dell’anno in cui le giornate si accorciano sempre più, quando la luce, generatrice della natura, diminuisce a tal punto che il tempo della notte supera di gran lunga quello del giorno. Noi sappiamo che ciò accade nel giorno del solstizio d’inverno, che cade verso il 22 di dicembre, ma per le antiche popolazioni contadine non era così, ed il giorno più breve dell’anno coincideva con quello di Santa Lucia. Così già a partire dal giorno di San Nicola iniziavano i riti che dovevano propiziare il ritorno alla luce e alla fertilità dei campi. In certi paesi, il giorno di San Nicola si porta in processione un sacchetto di grano come buon auspicio per la prossima raccolta. Ma la tradizione che maggiormente caratterizza le nostre terre è quella dei falò.
I falò oscillano tra sacro e profano, ed alcuni riti e tradizioni collegati al fuoco, affondano le loro radici addirittura nel periodo precristiano, trasmettendosi, successivamente, ai riti di fede cristiana.
Si tratta di riti di origine pagana che celebravano il fuoco ed il calore nella parte più fredda dell’anno, e la forza della fiamma che rappresentava la purificazione e la luce nelle notti più lunghe dell’anno, quando il ruolo del fuoco era considerato primario sia come elemento purificatorio che come buon auspicio per il futuro.
Decido di alzarmi e di mettermi in gioco, ma il giorno è ancora lungo davanti a me e sono curioso di esplorare Lioni, ma, soprattutto, non vedo l’ora che arrivi il buio, per festeggiare, come un contadino di altri tempi, la luce rigeneratrice del fuoco, portatrice di rinnovamento e fertilità. Le giornate sono brevissime, ormai, e già prima delle cinque mi ritrovo in piazza, dove mani esperte, appiccano il fuoco ad una enorme catasta di legna, accuratamente selezionata e posizionata per alimentare con costanza un fuoco che non deve osare di spegnersi.
Le strade si riempiono presto di avventori, turisti, curiosi, che si aggirano per i vicoli del centro storico, mangiando il famoso caciocavallo impiccato, e bevendo generosi bicchieri di aglianico. Da vicoli vicini mi arriva il suono della montemaranese, e vedo persone muoversi a ritmo. Mi sento immerso nell’atmosfera magica della sera e mi sento parte di questa cittadina, posta ai piedi dell’Appennino Centro Meridionale.
C’è stato un tempo in cui le nostre terre non conoscevano ancora il fenomeno della desertificazione e le terre di mezzo erano popolate, molto più di adesso, e allora in ogni paese, in ogni quartiere, in ogni rione si accendeva un falò e così tutta la dorsale appenninica dell’alta Irpinia era costellata da puntini luminosi, simboli di fratellanza, di buon augurio per un futuro migliore e allora tutta la terra diveniva comunità. Era il tempo in cui lo spirito comunitario era forte, accomunato nello sforzo di una vita dura nei campi e di un clima sempre inclemente. E così tutti i contadini, figli e custodi di questa terra danzavano intorno al fuoco, bevendo vino e augurandosi strepitosi raccolti.
Ancora oggi questi falò vengono accesi, anche se non sono più così tanti come una volta e rappresentano lo spirito di fratellanza nella lotta che accomuna tutti verso una globalizzazione che ci vorrebbe tutti uguali ed omologati alle stesse regole di vita. E ancora oggi si sta insieme intorno ai falò, mangiando prodotti di una terra generosa, bevendo l’aglianico di Castelfranci accompagnato dal mitico carmasciano frigentino e ballando al ritmo della montemaranese.
Così da Castelfranci a Volturara Irpina, da San Nicola Baronia a Bonito, da Luogosano a Sant’Angelo dei Lombardi, da Montemiletto a Caposele, da Morra de Sanctis a Cairano fino a Rocchetta Sant’Antonio, e a Lioni, nelle notti del 6, del 8 e del 13 Dicembre è una danza di falò e alti si levano nel cielo i canti delle nuove generazioni delle terre irpine. Io, con soddisfazione, mi sento uno di loro.
Nell’anno 2009 andai in Finlandia. Era la prima volta, poi ci sarei ritornato diverse volte ancora. Il volo che partiva da Roma fece scalo ad Helsinki e da lì, alle 2 di notte, ci piazzarono su un piccolo aereo che aveva non più di dieci posti, e ci spedirono in un cittadina che stava al nord, ai confini della Lapponia. La città si chiamava Kokkola, e l’aereo per arrivarci sorvolò delle aree immense fatte di boschi e di una miriade di laghi. Si vedeva tutto nitidamente per via del sole di mezzanotte. Era fine giugno, cioè nel periodo in cui il sole non tramonta mai. Sull’aereo ero con delle persone provenienti da diverse parti d’Italia e d’Europa, che facevano parte dello stesso progetto cui afferivo anche io. A bordo si rideva e si scherzava, mentre il piccolo aeroplano vibrava e dava scossoni: “se l’aereo cade, non lo verrà a sapere nessuno”, dicevo io, mentre indicavo il grandissimo numero di laghi che ci avrebbero inghiottiti senza lasciare traccia alcuna. Gli altri ridevano: c’era un clima goliardico, da gita scolastica. Non ricordo per quale progetto fossimo lì, ma ricordo che la mia cooperativa faceva parte di una rete internazionale di cooperative che si chiamava Reves, con la quale abbiamo fatto tantissime cose. Senza dilungarmi nelle sessioni lavorative o nelle lunghe passeggiate nella città di Kokkola, avvolta nella luce tiepida e spenta del sole di mezzanotte, ho un ricordo particolare di una serata speciale. In una di quelle sere, ci radunammo al porticciolo. Credo che fossero almeno le 21. Come al solito il cielo era illuminato e faceva molto freddo, nonostante fosse l’inizio dell’estate. Non c’erano più di 5 gradi. La barca, molto bella e tutta rifinita con legni di pregio, partì per una meta a noi ignota. Scendemmo in sottocoperta, dove trascorremmo molto tempo in un ambiente molto bello e soprattutto caldo, avvolti da una bellissima musica jazz e mangiando, tanto per cambiare, salmone in tutte le salse.
Arrivammo a destinazione che era poco prima di mezzanotte. Scendemmo dall’imbarcazione. Eravamo arrivati sull’isola di Tankar. Li avemmo modo di girare l’isola, ma soprattutto di osservare, da una postazione d’eccezione, il sole di mezzanotte che fu una costante di tutto quel viaggio. Ricordo ancora il freddo pungente della notte (notte è un eufemismo, ovviamente), che mi costrinse a mettere un k-way sopra al mio giubbotto di jeans.
Tornammo sulla terra ferma a notte fonda, ma non ce ne accorgemmo, visto era sempre costantemente giorno. Fu una bellissima avventura in quella nave della quale ricordo ancora i grandi finestroni nella parte bassa, che erano per metà immersi in acqua e permettevano di guardare sia sopra che sotto il livello del mare, dove nuotavano pesci che non avevo mai visto prima di allora. Nella prima foto eravamo sulla prua della nave con il comandante, nell’ultima foto ero ad Helsinki il giorno prima del ritorno in patria.
La striscia nera dell’asfalto ti guida da sola, e ti invoglia anche ad accelerare, se non fosse per le tante macchinette che scattano foto ricordo, a costo salatissimo, che rimpinguano le casse dei comuni limitrofi. Venendo da Benevento, il massiccio del Matese te lo ritrovi sempre sulla sinistra. Una catena montuosa imponente, vera spina dorsale dell’Appennino Centro Meridionale. E come tutte le spine dorsali vanta creste, depressioni, e dischi vertebrali più o meno delineati, più o meno caratterizzati. L’intera catena montuosa, che è Parco Nazionale, è divisa tra quattro province divise, a loro volta, tra due regioni:
Benevento, Caserta, Campobasso e Isernia, suddivise equamente tra Campania e Molise. Quando percorri queste strade ti arriva forte l’odore di foraggio di alta quota. Terre d’altura che dominano un pezzo di mondo variegato, che contiene cime famose, montagne sacre e laghi dalla bellezza estasiante. Ora sto passando davanti a Morcone, il paese arroccato sul fianco del monte che sembra un presepe. Dall’altro lato del promontorio, non visibile da qui, c’è il monte Mutria, montagna già sacra per le popolazioni dei Sanniti, sede di santuari molto frequentati dagli antichi fedeli. Ma soprattutto, la Strada Statale 87 ricalca, per lo più, il percorso di antichi tratturi, attraverso i quali si effettuava la transumanza tra l’Abruzzo e la Puglia, tra i monti dei freschi pascoli estivi e le grandi pianure che davano sicurezza e clima mite in inverno. Se chiudo gli occhi posso sentire il rumore dei passi e dei campanacci di intere mandrie che si spostavano lungo questa stessa direttrice. Posso vedere la fatica dei pastori, la sete dei grandi cani abruzzesi, che incessantemente giravano intorno alle bestie, i piedi feriti dai tanti chilometri percorsi.
Ne è passata di gente da queste parti, e insieme con loro, ne sono passate di bestie. Bestie da carne e da latte, bestie da lana e da formaggi. Ne è passata di gente, sicuramente in numero maggiore di quelli che ancora oggi vivono da queste parti.
La linea che divide la Campania dal Molise è una linea immaginaria, segnata da un cartello stradale e da una brevissima galleria, che passa sotto Sassinoro, ultimo paese del beneventano. Il primo insediamento che si trova, una volta passati in territorio molisano, è quello del bar, ristorante, caseificio Prozzo. Una bella costruzione, massiccia, che contiene in se ogni ben di Dio, ogni prelibatezza sia campana che molisana. Tappa obbligata, lungo il percorso di questa strada, quantomeno per un caffè.
Per arrivare ad Altilia, ossia l’antica Sepinum, la strada da percorrere non è ancora molta, circa 6 km in direzione di Campobasso. Prima, per accedere all’antica città si doveva fare un giro notevole, attraverso delle strade interpoderali, anche piuttosto sconnesse. Oggi, invece, si accede da un ingresso ampio, che dà direttamente sulla statale 87. Parcheggio la Jeep gialla, mia compagna di viaggio, nello spiazzo in terra battura e mi avvio spedito verso il portale che segna l’ingresso nell’antica città. L’emozione è tanta, perché in questo luogo ci venivo da giovane, con degli amici. In quell’epoca la parte della città tirata fuori dalle tenebre del sottosuolo era piuttosto limitata. A memoria ricordo che ci fosse il teatro e credo una parte del foro o della Basilica. Oggi, invece, varcando la soglia di ingresso della città, mi accorgo subito che le cose sono profondamente cambiate. Trovo un ingresso ben ristrutturato. Le pietre sono tirate a lucido e subito dopo l’ingresso c’è anche una sala biglietteria. Si, hanno stabilito un costo per visitare il sito. Una volta non c’era, ma una volta non c’erano nemmeno i lavori di restauro e di ripristino di intere aree della città. Alla biglietteria ad accogliermi c’è una custode del parco, che mi aiuta a fare il biglietto, che viene emesso da una macchina automatica, che non è propriamente di facile gestione. La stessa custode, subito dopo, mi piazza in mano due brochure con le indicazioni salienti relative all’antica città e mi dice di essere attento, perché ci sono in corso diversi cantieri di restauro di intere parti della città. Mi indica, subito dopo, la direzione in cui si trova il teatro. Mi reco in quella direzione, più per il gusto di ricordare i vecchi tempi, quando da giovincello, venivamo in questo luogo per raccontarci storie di alieni e di astronavi provenienti da altri mondi. Non so per quale motivo, ma questo luogo, a quei tempi, ci ispirava a raccontarci storie particolari, quasi come se la città fosse meta di pellegrinaggio di extra terrestri.
Respiro a pieni polmoni l’aria fresca del pomeriggio di inizio primavera. Percorro la stradina fatta di ghiaia bianca e ciuffi d’erba. Tutt’intorno ci sono grandi prati verdi, ricoperti di margherite variopinte. Ad un bivio, prendo la strada di destra, come mi aveva detto la custode, e in poco tempo mi ritrovo al teatro. Si tratta di una costruzione a semicerchio, fatta a gradoni, composti da grossi blocchi di pietra. Il teatro in se è piccolo, credo che servisse solo per spettacoli di tipo teatrale, e non, di certo, per i giochi gladiatori. Tutt’intorno ci sono delle costruzioni in pietra, anch’esse completamente ristrutturate. Mi siedo su uno dei gradoni e mi viene da pensare ai pomeriggi estivi trascorsi lì, a chiacchierare senza alcun senso concreto delle cose.
Mi sollevo, poi, dalle pietre per proseguire il giro. La città è profondamente cambiata. Ci sono molti più reperti da vedere. Ci sono muretti di cinta, e i resti di edifici pubblici. Al centro c’è in bel foro di origine romana, e di fronte si vedono ancora le tante colonne che sostenevano il tetto della Basilica, che è andato oramai perduto. La cosa che mi colpisce, in particolare, sono le due strade principali, il cardo e il decumano, che si intersecano esattamente tra il foro e la Basilica. E’ stata riportata alla luce la pavimentazione originaria, fatta di grossi blocchi di pietra. Si vedono ancora le pietre sollevate che costituivano i passaggi pedonali dell’epoca e a terra, con una cadenza regolare ci sono delle pietre lavorate ad arte, in modo da creare delle vere e proprie feritoie. Erano i tombini dell’epoca, che, tra le altre cose, erano delle vere e proprie opere d’arte. La città originariamente fu fondata dai Pentri, una delle popolazioni sannitiche, e si trovava in un punto strategico lungo il percorso dell’importantissimo tratturo Pescasseroli – Candela. Ciò le permise di fiorire già all’interno della Federazione del Sannio. Solo dopo il 290 a.C., anno in cui i Romani sconfissero definitivamente i Sanniti, la città divenne romana, ed è da quel momento in poi che furono costruiti la maggior parte dei monumenti che oggi vengono tirati fuori dal terreno e ristrutturati. Mi fermo ad osservare la pianta di un’antica casa, lungo la direttrice del cardo. Poco dopo l’ingresso, si vede bene un “impluvium”, ancora ben conservato, dove resto a guardare con stupore il canale di scolo dell’acqua, scolpito nella pietra con una precisione millimetrica. Non posso non pensare a quelle persone che, oltre duemila anni fa, scolpirono quella pietra con tanta cura e precisione, e a tutta la fatica fatta per costruire un’intera città fatta di pietra. Mi accovaccio e con una mano tocco la fredda pietra. Una goccia d’acqua si poggia sul dorso della mia mano. Comincia a piovere ed è tempo di andare.
Con questo articolo sono definitivamente sbarcato negli Stati Uniti D’America. L’articolo è stato pubblicato su una rivista cartacea, che si chiama “United States of Italy”, ed è una rivista molto diffusa tra le comunità di italiani negli USA. La rivista, che ha base a Washington D.C. viene distribuita negli Stati Uniti, compresi i Consolati Italiani e i centri culturali. Voglio ringraziare la giornalista e amica Federica Brogna, che fortemente mi ha sostenuto in questa uscita. Tra l’altro l’articolo non è incentrato su un mio libro specifico, ma proprio su di me, come eccellenza italiana, che deve essere conosciuta negli USA. Sono onorato di ciò d spero di venire presto negli USA per abbracciarvi tutti.