Sette e Quarantacinque alla Mondadori di Benevento

Unica data, per parlare del mio libro “Sette e Quarantacinque”, nella mia città nativa, cioè Benevento. Si tratta di un noir di provincia, ambientato in alta Irpinia. Il protagonista, il giornalista Mimì Gagliardi, sta già conquistando tantissimi cuori. Si tratta del primo libro di una trilogia, dedicata interamente a Mimì Gagliardi, giornalista di cronaca de “La voce dell’Irpina”. Il giorno 18 giugno, alle 18.30 presso la libreria Mondadori Damiano di Benevento, ne parlerò con due bellissimi personaggi, che sono Grazia Caruso e Pasquale Orlando. L’evento è aperto a tutti e vi aspetto numerosi.

Il mio primo premio internazionale Emily Dickinson

Ieri sera mi ha telefonato personalmente la Presidente del “Premio Internazionale Emily Dickinson” di Napoli, premio letterario di grande prestigio, per avvisarmi che il giorno 25 giugno sarò premiato a Napoli. Il premio è stato attribuito a me e ad Attilio D’Arielli per il libro “L’inaffondabile”, edito da Graus Edizioni. Poi ne scoprirò le motivazioni.
L’inaffondabile è un libro uscito quasi due anni fa e che ha macinato tantissimi successi: è stato presentato a Sanremo, ha ricevuto un importante premio al Parlamento Europeo, è stato presentato alla Camera dei Deputati, è stato presentato nella prestigiosa vetrina del Salone Internazionale del libro di Torino, vincendo ancora il premio Itinera Maris come miglior romanzo di mare a Ischia. e da oggi si aggiunge un nuovo e prestigioso capitolo.
Un libro che ci ha dato tantissime soddisfazione e tantissime occasioni di incontro con i nostri lettori.
Il libro è ispirato alla storia vera del Bayesian affondato al largo di Porticello, in Sicilia, il 19 agosto del 2024, e lo trovate in tutte le librerie e in tutti gli store on line.
Qualcuno di voi l’ha già letto?

La vigna e l’altrove

Ci sono luoghi dai quali si parte e luoghi nei quali si resta. Poi ci sono i paesi del Sud, che sono una cosa a se stante: luoghi dai quali si parte anche quando si rimane, e nei quali si resta anche quando si è partiti da una vita. Questa, forse, è una delle più grandi ferite dei borghi meridionali. Non ci sono soltanto lo spopolamento, le case chiuse, le scuole accorpate, i bar con tre sedie e quattro uomini a presidiarle, di cui uno resta sempre in piedi. La vera ferita è più profonda. Si tratta del dubbio, ossia del tarlo antico che accompagna intere generazioni: andare via o rimanere? Cercare il mare, la città, il lavoro, il futuro altrove, oppure restare dentro alla lentezza della propria terra, dove ogni pietra conosce il nostro nome e dove ogni angolo conserva una voce?

La partenza, per molti, è stata una salvezza. Ha significato studio, lavoro, emancipazione, libertà, e nessuno può negarlo. In tanti sono andati via perché restare avrebbe significato spegnersi pian piano, come una lampadina lasciata accesa dentro a una stanza vuota. Eppure la partenza, soprattutto per chi viene dal Sud, non è mai soltanto uno spostamento, ma uno strappo, uno sradicamento, una piccola amputazione dell’anima.

La restanza, invece, parola bellissima e dolorosa, non è pura e semplice immobilità, non è solo il gesto di chi non ha avuto il coraggio di partire. Restare, in certi luoghi, può essere un atto di resistenza, può avere un significato molto più profondo e umano, può significare custodire, tenere acceso un forno, coltivare una vigna, curare il dialetto, organizzare una festa patronale, restaurare una casa ereditata, spostare una sedia sotto l’ombra. Può avere il significato di dire al mondo: io non me ne vado, non perché non possa permettermelo, ma perché qui c’è ancora qualcosa che merita di essere guardato.

Eppure la questione resta aperta. Sempre. Come una finestra che nessuno osa chiudere.

Nei borghi del Sud la via del mare spesso sembra lontana. Il mare, in questa poesia, non è soltanto il mare vero, ma è inteso come fuga, come promessa, come l’altrove. È tutto ciò che immaginiamo possa salvarci quando il luogo in cui siamo comincia a sembrarci troppo stretto. Ma arriva un momento in cui ripartire diventa impossibile. Non perché manchino le gambe, ma perché il tempo si è depositato addosso come polvere buona. Perché rimettere indietro gli orologi richiederebbe un’infinità. Perché certe partenze, a un certo punto della vita, non sono più geografiche, ma interiori, e allora, può bastare una vigna.

Una vigna davanti agli occh, una sedia trascinata all’ombra, un grappolo maturo, un libro aperto, una donna che viene a sedersi a terra, il desiderio che non esplode, ma resta in sospensione. La vita che non si muove eppure fermenta, così come fa il mosto e come fanno i pensieri che ci visitano quando finalmente smettiamo di correre.

La vigna diventa, così, il contrario della fuga, diventa un approdo, una rivelazione. È il luogo in cui il corpo accetta di stare e, proprio restando, comincia a vedere. Perché forse non sempre bisogna raggiungere il mare. Qualche volta bisogna imparare a riconoscere il mare nascosto dentro le cose ferme, come la foglia larga della vite, l’uva matura, la bocca rossa di una donna, il silenzio caldo di un pomeriggio meridiano.

Questa poesia nasce dentro quel dilemma antico: partire o restare, e, forse, sceglie resta la cosa più difficile: restare senza smettere di desiderare. Restare senza diventare pietra. Restare sapendo che l’altrove esiste, che il mare chiama, che gli orologi non tornano indietro, e tuttavia riconoscere che anche una vigna può essere il proprio destino.

I borghi del Sud, sono lì immobili, che aspettano i testimoni della loro esistenza. Vogliono gente capace di guardare ancora un filare e sentirci dentro una missione. Gente capace di sedersi all’ombra e capire che, a volte, la salvezza non arriva con il rumore dei treni in partenza, ma con il silenzio di chi rimane e aspetta.

La vigna

La via del mare è lontana
e ripartire da qui sarebbe impossibile.
Ci vorrebbe un’infinità di tempo
già solo per rimettere indietro gli orologi,
figurati per incamminarsi verso il mare.

Per fortuna che qui c’è una vigna,
alla cui ombra si sta divinamente,
leggendo un passo da un libro di Gurdjieff,
uno di quelli che incitano alla calma
dentro il moto perpetuo delle cose,
mentre parole come gambe sottili trasportano
corpi imbalsamati dalla salsedine serale.

Per fortuna che ho la vigna di fronte a me.
Trascino una sedia
e mi ci siedo sotto.

I filari di uva matura
mi parlano di afrodisiache visioni.
Il nettare cade lento sulla mia bocca
che, appena aperta,
aspetta di riceverne ancora.

Ma la sua bocca dipinta di rosso
non concede scampo a me,
mentre lei viene a sedersi a terra
accanto alla mia sedia.

Ed io, reso empio
dal nettare del frutto,
non colgo il tempo per sfiorarla,
ma mi lascio ingannare
dalla promessa dell’uva.

Come la rosa davanti al filare
grida al cielo il suo sacrificio,
così il vignaiolo risponde
addossandosene la cura.

Con ostinazione devota,
spalanco gli occhi sul mondo
e attendo dalle sue mani calde
il permesso di osare.

È uscita la prima lettera dall’Italia Interiore

Da oggi è attiva la mia newsletter Lettere dall’Italia Interiore. La prima lettera si chiama “Pietracupa, dove i vivi e i morti sono vicini di casa” , un viaggio in un paese del Molise profondo, dove il cimitero è attaccato al centro abitato e i vivi e i morti sembrano davvero vicini di casa.

La newsletter esce due volte al mese, il primo e il quindici. Ogni lettera parte da un paese, da una strada, da un’immagine dell’Italia interiore.

Per leggere la prima lettera e iscriverti gratuitamente: gtecce.substack.com

A casa di Arminio

Era successo per caso, come succedono sempre le cose migliori.

Avevo parcheggiato la macchina proprio davanti casa sua a Bisaccia, e verso le dodici e mezza, mentre la stavo riprendendo, ho visto Franco Arminio uscire di casa. L’ho chiamato. Si è girato, mi ha messo a fuoco (già ci conosciamo perchè ci siamo incrociati più volte negli anni) e mi ha salutato con quel suo modo burbero ma buono, che fa tanto Franco Arminio.

Mi ha chiesto se stessi ancora scrivendo. Gli ho risposto di si, e gli ho parlato del mio nuovo libro: “Sette e Quarantacinque”, un noir di provincia ambientato in Alta Irpinia, primo di una trilogia. Mi ha chiesto quale fosse la mia casa editrice, e gli ho risposto che scrivo per la Graus Edizioni: “Beh, non ti puoi lamentare”, ha risposto, “è una buona casa editrice”. Poi mi ha detto che non legge romanzi, nè tantomeno gialli, compresi Simenon, Camilleri, De Giovanni, e che una volta aveva cominciato un giallo di Simenon, ma lo aveva abbandonato dopo sette o otto pagine.

Gli ho offerto lo stesso il mio libro, affinchè lo leggesse, ma ha detto di no, con il suo modo spontaneo. Poi si è fatto fotografare con il mio libro in mano, con un gesto altrettanto spontaneo, che vale più di mille parole.

Franco Arminio è il personaggio che più di tutti mi ha dato l’impulso a scrivere, e soprattutto a mettermi in gioco con la mia scrittura. Il fatto che fosse di Bisaccia, della mia Irpinia, mi ha sempre riempito di una strana gioia ed è sempre stato mia grande fonte d’ispirazione. Ho sempre pensato: “se ce l’ha fatta lui, che è irpino, ce la posso fare anche io”. È un faro, sia della poesia, che degli intellettuali del Sud, e di chi crede che i margini abbiano qualcosa da dire al centro.

infine abbiamo scattato la foto, con lui che tiene in mano il mio libro, che non lo leggerà, ma che considero un passaggio di testimone, da scrittore a scrittore.

La prima in Campania — “Sette e Quarantacinque” a Napoli

Anche la prima presentazione campana di Sette e Quarantacinque è andata. L’abbiamo fatta a Napoli, nel cuore più antico della città, su via San Biagio dei Librai. Il locale che ci ha ospitato si chiama Museum Café, con delle arcate bellissime, pareti che sembrano scavate nella roccia, e un piccolo palco che già da solo bastava per creare un’atmosfera raccolta e intima.

Con Maria Baldares abbiamo parlato del libro, del noir di provincia, dell’Irpinia come territorio letterario. Gennaro Paone ha accompagnato la serata con la sua chitarra classica amplificata, con la quale ci ha donato delle melodie struggenti, perfettamente in sintonia con l’atmosfera del romanzo. Le editor della Graus Edizioni si sono alternate sul palco per delle letture immersive. Il pubblico era silenzioso e assorto, creando uno di quei silenzi che valgono più degli applausi. Ovviamente, da buon patron del Festival Letture dal Bosco, non potevano mancare le mie letture, che ci hanno aiutato ad entrare ancora meglio nell’atmosfera del giallo.

Sette e Quarantacinque è ora in distribuzione. Lo trovate nelle librerie e su tutti gli store online. Per chi usa Amazon, il link è qui: https://amzn.eu/d/00PVqCi3

Paternopoli

A Paternopoli ci sono tornato dopo un bel po’ di tempo, e ci sono tornato in occasione di un funerale. Era il funerale di mio zio, il Preside della scuola media locale. Il ritorno in quella triste occasione è stato il viatico per un vero e proprio viaggio nel tempo. I funerali, soprattutto nei nostri paesi, sono dei momenti di aggregazione. Le famiglie si riuniscono, si rivedono volti familiari, ci si confronta con l’incedere inesorabile del tempo e con la vecchiaia che avanza. Antonio, mi parla dei suoi acciacchi, Ferdinando dei suoi problemi di prostata, Giuseppe non fa altro che parlare delle beghe ereditarie e di come il fratello, pressato dalla moglie, si sia appropriato di un paio di apprezzamenti di terreno che, in realtà, sarebbero spettati a lui.

Ho parcheggiato la macchina in uno slargo, che si apre proprio davanti al palazzo Famiglietti, poco dopo la piazza principale. Quando scendo dall’auto, lo faccio con un saltello, un po’ per evitare una pozzanghera, un po’ per sentirmi ancora giovane. Il vero lusso dei nostri tempi, oramai, è la giovinezza, e sentirsi ancora giovani è un lusso che non a tutti è dato di vivere, soprattutto dopo i cinquant’anni. Mi stiro in tutte le direzioni. Sono arrivato da Benevento e la strada non è delle più agevoli. Piena di curve, di buche, attraversa le terre del vino, dove l’aria profuma degli aromi della frutta matura, ed è tutta un susseguirsi di filari di viti. Lì, lungo quella strada, regna un ordine sovrano, perché l’agricoltura ed in particolare la viticoltura, richiedono un lavoro minuzioso ed una disciplina militare. Già mi immagino famiglie di contadini che alle cinque del mattino si aprono a ventaglio su per i campi, inerpicandosi verso i colli dai quali si domina la coltura delle viti e da dove è più facile capire dove fare i propri interventi medicamentosi mirati. Se avessero la stessa cura che hanno per il vigneto, per il proprio corpo, avrebbero di certo una vita molto più lunga e più agiata. La strada percorsa mostra bene come l’agricoltura sia un’esperienza capace di modificare il volto stesso del territorio, sbancando colline, realizzando terrapieni, e facendo fruttare piante che solo grazie alla mano esperta dell’uomo possono sopravvivere alla peronospera, la malattia che da fine ottocento incombe sulle nostre coltivazioni di uva.

Cancello quelle immagini dalla mia mente e ritorno con i piedi per terra. Inspiro forte l’aria di Paternopoli, la terra dei miei avi, dove so che le mie radici scendono in profondità, in una terra fertile e generosa, come lo è anche la sua gente. Mi sposto repentino sulla piazza centrale, ossia la piazza principale del paese. L’architettura della stessa era già stata modificata diversi anni fa, quando, dopo il terremoto dell’ottanta, fu allargata con una parte pensile, ricavandone un’area pedonale leggermente sopraelevata rispetto al piano stradale. La giornata è limpida, di quella limpidezza che ti permette di distinguere i dettagli delle cose da lontano. Così ho visto il monte Tuoro ergersi imponente subito dietro l’ultima casa dell’abitato. La bellezza della montagna, interamente ricoperta di una verdeggiante vegetazione, mi rapisce e mi fermo a lungo sul posto per rispolverare la mappa mentale che mi permette di restare ancorato a questi luoghi. Ecco che tra un tetto e un groviglio di fili, scorgo Montemarano. La luce del sole si riflette sulle vetrate di qualche edificio e lo scintillio arriva fino a me, che non posso far altro se non restarne abbagliato. Se quella è Montemarano, dunque, mi dico, in quella direzione potrei scorgere Cassano Irpino, e Montella e poco più in là, a sinistra, svetta Nusco. Nusco il balcone dell’Irpinia, il nido degli uccelli che volano più in alto. Mi sorprendo per tanta bellezza e ripenso a quando da ragazzino giocavo a pallone nella stessa piazza, nelle lunghe ed interminabili giornate estive. La montagna era sempre lì, eppure di essa non ho alcun ricordo. I bambini, probabilmente, sono assorbiti sempre dal momento che vivono e difficilmente prestano attenzione a ciò che regna intorno a loro, comprese le montagne. I panorami, d’altronde, si sa che appartengono più agli stati d’animo, che non ai luoghi fisici. Sono una proiezione esterna di ciò che regna nell’animo. Rappresentano l’impatto visivo di ciò che già sappiamo di voler vedere al di fuori di noi. Ma nonostante la consapevolezza, ci commuovono, perché si entra in risonanza con il proprio essere e con l’essenziale, quella parte di ognuno di noi che sa nutrirsi di immagini, evocazioni, ricordi e percezioni. Ma quella montagna, segna in me, anche il ricordo di un evento drammatico, il terremoto delle terre d’Irpinia, il terremoto dell’ottanta. Ero lì quella sera, proprio in una di quelle abitazioni che corrono lungo la piazza, a casa di mio nonno, Peppino, della stirpe dei Coccioni. Fu lì che ebbi il mio battesimo al tremore tellurico, alle frammentate architetture sotterranee delle energie che governano il mondo. Fu proprio in quella piazza, che ci riunimmo in attesa di comprendere ciò che era accaduto, oltre che l’entità stessa dell’evento. Si, perché, in quell’epoca in cui non esistevano ancora i cellulari ed i moderni mezzi di comunicazione, non era tanto semplice capire cosa fosse realmente successo. Si alternavano voci dissonanti, opinioni discordanti. La tesi che andava per la maggiore era quella che sosteneva che fosse stata piazzata una bomba sotto alla casa del sindaco. Per inciso, la casa del sindaco fu una delle case cadute durante quel disastroso evento. E quel terremoto cambiò per sempre il volto di quelle terre, che da marginali, divennero motore dell’economia e che ebbero, a partire da quel momento, una spinta verso la modernità, che, per fortuna, non è mai stata accettata pienamente, permettendoci di contraddistinguerle, ancora oggi, come terre di agricoltura.

Il lungo palazzo color aragosta, che costeggia la piazza, sul quale campeggia un bel murales, un po’ sbiadito dal tempo, si riempie presto di persone. In tanti si accalcano al di fuori e al di dentro, in una sorta di grande abbraccio caloroso alla famiglia del defunto. C’è una straordinaria umanità che attraversa le piccole comunità, un senso di appartenenza che va oltre l’immaginabile. Vige la consapevolezza di essere parte di una famiglia allargata, dove ogni persona della comunità è un elemento essenziale per il buon funzionamento dell’intera società. È un senso di appartenenza che sta dentro, che non si insegna nelle scuole, ma che viene tramandato solo dalla vita e dal respiro della terra. E quando una persona della comunità viene meno, come è nell’ordine naturale delle cose, la parte restante della società si stringe, per riparare quella ferita che lacera il tessuto sociale e logora il cammino esistenziale. C’è un qualcosa di divino in questo senso di appartenenza, un qualcosa che va oltre lo scibile umano, toccando le corde più profonde dell’animo. Un sorriso, allora, si stampa sul mio volto, perché ora so che ogni fine è anche un nuovo inizio.

Paternopoli, la piazza e il vino

Sono cresciuto in una piazza, a Paternopoli, giocando a pallone. Quella vecchia piazza esiste ancora, ma non esiste più ciò che conteneva: la casa di mio nonno, l’odore di muffa della cantina, le voci dei miei nonni. Tutto è sparito sotto alle macerie del terremoto del 1980. In compenso, la piazza è rimasta lì, resta quella luce particolare che hanno gli antichi borghi dell’Irpinia nel pomeriggio tardi, quando il sole scende dietro ai monti Picentini e l’aria si riempie dell’odore di erba bagnata e di legna bruciata.

Proprio da quella piazza vengo io, e, quasi sicuramente, da quella piazza vengono anche i miei libri.

Questa sera, durante un’intervista a Radio CRT di Grottaminarda, mi hanno chiesto del mio legame con l’Irpinia. Ho risposto quello che rispondo sempre, ma stavolta le parole mi sono sembrate più vere del solito: l’Irpinia è la mia sostanza, la materia di cui sono fatto, e quindi la materia di cui scrivo.

C’è una cosa interessante, però, che spesso non si dice abbastanza: l’Irpinia è anche un marchio. Un marchio riconosciuto a livello nazionale e internazionale, costruito sulla filiera agroalimentare e sulla vitivinicoltura. Il Taurasi, il Fiano, il Greco di Tufo, vini di prestigio, che hanno portato il nome di questa terra in mezzo mondo. C’è qualcosa di curioso nel fatto che una terra così poco raccontata dalla letteratura abbia invece saputo raccontarsi così bene attraverso il vino. Forse è perché il vino, come la scrittura, nasce dalla pazienza. Dalla capacità di aspettare che qualcosa maturi lentamente.

Io continuo ad aspettare. E a scrivere da quella piazza che non c’è più.

Ti lascio il link, per guardare la mia intervista:

La nuovissima newsletter

C’è stato un momento in cui ho capito che la strada che stavo percorrendo era quella che mi portava dritto all’anima della nostra terra. Pedalavo lungo la direttrice della Via Appia Antica in Irpinia, in quei mesi che erano a cavallo del periodo pandemico in cui il mondo si era fermato e i borghi sembravano che fossero tornati a respirare. Lì, lungo il mio cammino, c’erano Fontanarosa, il Passo di Mirabella, Taurasi, e poi, all’improvviso incontrai Rocca San Felice, e la Mefite, quella voragine che esalava vapori sulfurei da millenni, luogo di culto osco, bocca della terra che parla ancora.

Lì ho capito che ero sulla via giusta e che stavo dando voce a dei luoghi fino ad allora quasi dimenticati.

Da quei viaggi nacque L’agente della Terra di Mezzo, ma soprattutto nacque una consapevolezza: l’Italia interiore, quella fatta di paesi arroccati, di strade bianche, di chiese sconsacrate, e di vecchi seduti davanti alle porte, e che tutto ciò non era la periferia del mondo, ma il centro di tutto quello che siamo, e che rischiamo di dimenticare.

Non scrivo per mera nostalgia, perchè la nostalgia è sterile, ma scrivo per restituire voce a ciò che ancora cerca di resistere. E le cose che ancora resistono sono tante: le pietre, i nomi, i volti, i riti, e tutte le cose che il tempo vorrebbe portarsi via in silenzio.

Lettere dall’Italia Interiore è la continuazione di quel viaggio in bicicletta. Solo che adesso arrivo direttamente da te, ogni due settimane, con una storia nuova.

Se vuoi salire in sella, iscriviti.

Ti puoi iscrivere da questo link: https://gtecce.substack.com/p/lettere-dallitalia-interiore-Iniziamo

La mia Via Appia

Oggi si parla sempre più spesso del percorso della via Appia, e della possibile implementazione turistica, puntando sui camminatori e sul cicloturismo. Bene, già molti anni fa, decisi di percorrere in bicicletta lunghi tratti della via Appia Antica, in particolare il tratto che attraversava l’Irpinia, con le sue mille deviazioni e rivoli di campagna. Ebbene da quell’esperienza ne trassi un libro, “L’agente della Terra di Mezzo”, che resta ancora oggi una linea guida per chi vuole attraversare quelle terre e quella via. Oggi difficilmente vado in bicicletta, ma me la cavo ancora bene come camminatore, ma il libro lo potete comprare a questo link: https://amzn.eu/d/01nLf3Tg