Il Carro di Fontanarosa: la newsletter

È uscita questa mattina la newsletter di agosto. Il focus è sulla tradizione del Carro di Fontanarosa e sulla sua capacità di predire sciagure future. Una tradizione che si perpetua da secoli e che ha sempre saputo dire in anticipo come sarebbero andate le cose per l’umanità intera. Da leggere tutto d’un fiato cliccando su questo link:

https://gtecce.substack.com/p/il-rito-di-fontanarosa-e-il-buon?r=2lh8zl&utm_medium=ios

Sette e Quarantacinque e le sue recensioni

Oggi è una di quelle giornate che fanno bene al cuore di chi scrive.
È uscita una nuova e bellissima recensione di “Sette e Quarantacinque”, il mio primo giallo di provincia, il primo capitolo della trilogia dedicata a Mimì Gagliardi. Una recensione che mi ha colpito perché ha colto esattamente quello che volevo raccontare: un noir in cui l’Irpinia non è soltanto lo sfondo della storia, ma un personaggio reale, con i suoi silenzi, i suoi segreti e la sua apparente quiete.
Mi ha fatto piacere leggere che Mimì viene descritto come un protagonista imperfetto, burbero, pieno di ferite, ma incapace di smettere di cercare la verità. In fondo è proprio questo il cuore del romanzo. Come scrive la recensione, «la provincia non è il luogo idilliaco in cui tornare per lasciarsi alle spalle i problemi»: è il posto dove il passato continua a parlare.
Grazie a Libriamociblog per questa lettura attenta e appassionata. E grazie ai tanti lettori che, in queste settimane, stanno facendo camminare Sette e Quarantacinque ben oltre le pagine del libro.
La storia di Mimì Gagliardi è appena cominciata.
Qui trovate la recensione completa:

Sette e Quarantacinque su Libriamoci blog

C’è una bella recensione del mio libro “Sette e Quarantacinque”, su libriamociblog su Instagram. Clicca sul link in basso per leggerla.

Nel salotto Graus

Ed eccomi qui, nel bellissimo Salotto Graus, per parlare dell’ultimo mio libro “Sette e Quarantacinque”.

Il mio pezzo su “MASTICADORES”

Carife, il paese che resiste alla memoria

Sale la vista quando si alzano le terre d’altura, quando si giunge sulla cima del monte da cui si gode di una vista ampia, come aquila, che dall’alto cerca la sua preda, la individua per tuffarsi infine in picchiata per ghermirla. Le terre alte sono il nido in cui vivono rapaci mitologici, che tanto hanno fatto trepidare contadini d’altri tempi, che li osservavano attaccare i propri allevamenti, ma che tanto hanno fatto sognare coloro che sapevano guardare oltre il gesto dettato dal mero soddisfacimento di un bisogno impellente, immaginando, in epoche remote, lontane dalle attuali tecnologie, ciò che essi potevano guardare. La vista a volo d’aquila è una prerogativa, oggi, riservata anche a noi comuni mortali, che possiamo cimentarci con i nostri smartphone in visioni che in altri tempi potevano essere definite oniriche. Il massiccio dei monti della Baronia incombe sopra, ancora più alto di me, che mi sono fermato nella curva più panoramica, tra murales che colorano l’intero muro di cinta con persone di ogni colore e razza che si abbracciano di spalle, con lo sguardo rivolto verso l’immensa valle. È l’Appennino meridionale, che qui si coniuga in alture, anfratti e valli, che si insinuano come un cuneo tra la Puglia e la Basilicata, nella nostra Irpinia d’Oriente. Si respira un’aria rara, fatta di fatica e armonia, di pace e di grazia, in questa domenica invernale, che ci regala colori eterei e paesaggi mozzafiato. Spingo con le ginocchia contro il muro mentre di fronte a me si apre un mondo fatto di terre e poesia, di nebbie sottili, di un’unica grande valle e di profili silenziosi di monti che salgono verso le sparute nuvole. Sturno è proprio di fronte a me, distesa come una matrona su un triclinio. Oltre, più in alto, scorgo Frigento, Guardia Lombardi e più in là le terre sconfinate e brulle del Formicoso. Lo sguardo si abbassa, all’altezza delle mie ginocchia, che premono contro il muro, mentre io, estasiato, volgo lo sguardo su una striscia di tetti, che si allungano verso ponente, su un costone di roccia che sembra fatto apposta come basamento per le opere umane. Sono sempre stato colpito dall’ingegnosità umana, che ha saputo costruire le proprie dimore nei luoghi più impensati. Carife è un luogo antico, dove l’ingegno è stato, da sempre, messo a servizio dell’umanità, che qui ci abita da millenni. Sono terre che vantano un rapporto con l’uomo che si perde nella notte dei tempi, quando queste valli scoscese erano vissute da popolazioni fiere e guerriere. Qui il Sannio aveva la sua propaggine che penetrava ad oriente, verso la terra dei Dauni. La grande e fiera tribù degli Hirpini viveva queste terre da tempo immemore, che solo il falco e il gheppio sanno quantificare. Le gesta e gli ornamenti di quegli eroi sono oggi conservati nel bel museo archeologico dedicato agli Hirpini e alla civiltà Sannita. Conserva resti, soprattutto corredi funerari, trovati in diversi scavi effettuati tra Castel Baronia e i dintorni di Carife. Sono il segno tangibile di chi ha abitato quegli stessi luoghi ben prima di noi. Entrare nel museo significa abbassare lo sguardo, camminare nella storia, guardare verso la terra e non più verso la valle. Quest’ultima ha custodito in sé fibule, monili, armi, i resti di una vita quotidiana che aveva il peso della necessità e la grazia del rito. Ho lasciato la mia Giallina a ridosso di un alto muro di cinta, proprio di fronte al bar pizzeria “Amore Mio”. Il titolare mi ha accolto con benevolenza. Si chiama Franco ed ha il volto sereno di chi sa di vivere dalla parte del giusto.

Franco mi da tutte le dritte necessarie per comprendere l’anima del paese. Un avventore del bar si presenta: Antonio Tedeschi, e mi completa il quadro delle informazioni relative al paese. Anche Carife, come tutti i nostri centri, soffre di una malattia moderna, che si chiama emigrazione, o, vista dall’altro lato, spopolamento e desertificazione.  È un male moderno, di cui, sotto certi versi, ci si era già ammalati, soprattutto nei periodi successivi alle due grandi guerre. Ma si trattava di migrazioni diverse. In quell’epoca erano soprattutto gli uomini che andavano via, soprattutto braccia sottratte all’agricoltura, operai, persone che sapevano far cose con le mani. Oggi, invece, le condizioni sono cambiate. Ad andare via sono i giovani, quelli che hanno in mano una laurea, che qui, non vedono nessuna prospettiva di crescita. Comincia così la nuova via per la migrazione, e i nostri paesi si spopolano. La chiacchierata mi ha messo addosso un po’ di malinconia, pensando a quanto i nostri avi abbiano investito su queste terre, a quanto grande era stato l’attaccamento al territorio e a quella che Verga chiamava “la roba”. La terra, la casa, gli attrezzi da lavoro, ossia tutta la roba necessaria per vivere e per sopravvivere, oggi è diventata roba superflua, che viene smaltita in fretta, pur di cominciare una nuova vita da qualche altra parte nel mondo. Così anche a Carife, ci sono tanti cartelli “Vendesi” appesi ai balconi delle case.

Per smaltire la malinconia, decido di fare una passeggiata. Percorro a piedi tutta via Melina, e poi via Addolorata, fino ad arrivare alla piccola chiesetta dell’Addolorata, posta proprio al centro di un trivio. Non c’è nessuno in strada, ma decido di entrare in chiesa. Apro con rispetto la porta fatta con ampie ante di vetro, e mi immergo nel clima mistico della piccola chiesa di questo piccolo paese dell’Appennino Meridionale. Dentro l’aria che si respira è diversa, fatta di poco ossigeno e tanta spiritualità. La statua dell’Addolorata è lì, al centro, composta e ferma come solo il dolore interiore sa essere. Non c’è disperazione nel suo volto, ma una resa lenta, consapevole, che ha attraversato i secoli. Le mani sono giunte, non sono strette: sembrano più in attesa che in preghiera. Il rosario scende lungo il corpo come una linea di continuità, un filo che lega il cielo alla terra, il tempo umano a quello eterno. Il volto è scavato, ma non vinto. È il volto di chi ha visto tutto e non ha smesso di credere. La luce entra dall’alto, da una piccola finestra, quasi timida, e cade sulla Madonna senza invaderla. Non la illumina, ma sembra accarezzarla. In quella luce riconosco qualcosa di familiare: la stessa che ho visto negli occhi delle donne di questi paesi, quando parlano dei figli lontani, delle case vuote, delle partenze senza ritorno. È una luce che non serve a consolare, ma che accompagna una condizione di vita, che deve, necessariamente, abituarsi a quell’ordine delle cose. Mi siedo su una panca di legno consumata. Il silenzio è così pieno da sembrare abitato. Qui il tempo sembra essersi fermato. Tutti gli oggetti raccontano una fede concreta, fatta di gesti ripetuti, di ginocchia poggiate a terra, di candele accese per abitudine più che per richiesta. Questa Madonna non chiede nulla, sta, e nel suo stare custodisce tutto. Penso a Carife, alle sue alture, ai suoi vuoti, alle sue partenze. Penso che forse questi paesi resistono non tanto perché sperano, ma perché ricordano. Ricordano chi sono stati, chi hanno amato, chi hanno seppellito. La fede, qui, non è più una promessa verso un futuro possibile, ma una memoria organizzata, che è essa stessa una forma di resistenza gentile. Mi alzo piano, come si fa quando non si vuole disturbare. Prima di uscire mi volto un’ultima volta. L’Addolorata è ancora lì, immobile, a vegliare su un paese che cambia e si svuota, ma che non ha ancora smesso di credere alla propria dignità. Fuori mi aspetta la strada, le case chiuse, i cartelli vendesi, il vento che scende dalle alture.

Il regalo di Ferragosto

A Ferragosto mi è anche arrivato un regalo: una bellissima recensione del mio ultimo libro che si intitola “Sette e Quarantacinque”. La puoi ascoltare qui: 

https://vm.tiktok.com/ZN884VYWC/

La nuova newsletter di Agosto

E’ appena uscita la nuova newsletter di Agosto. E’ dedicata alla Russia Bohemien, ma anche al territorio, al ritorno alle origini. Leggendola scoprirai il perchè. Ecco il link: https://gtecce.substack.com/p/la-mia-russia-bohemien

Sole a picco tra Scampitella e il Formicoso

Sono tanti i punti in cui l’Irpinia diventa Daunia. Uno di questi l’ho superato oggi, e l’ho superato in prossimità di Scampitella.

A Scampitella ci si arriva in fretta percorrendo la Napoli Bari in direzione di Bari ed uscendo a Vallata. Bisogna superare l’intero promontorio che domina la valle Ufita, fino a sbucarne alle spalle, lì dove il verde, che normalmente caratterizza l’Irpinia, di questi tempi, diventa giallo. A destra domina il Formicoso, sulla cui sommità girano i nuovi mulini a vento, che promettono modernità, ma che restituiscono poco o nulla al territorio e alle persone.

Per alcuni sono uno scempio paesaggistico, sotto quell’aspetto, a me piacciono. Scampitella è una striscia di case lungo la statale 91. Le case sono tutte nuove e ben tenute, come la bella struttura della Casa Comunale, all’interno della quale sono conservate e esposte delle teche che nascondono reperti risalenti all’età del bronzo, facendo immaginare una continuità tra l’odierna civiltà contadina e quella di allora.

Oggi stranamente c’è traffico, ma è giustificato da diversi fattori: è domenica, è cominciata la settimana di Ferragosto, c’è il mercato, il cimitero è affollato più dai vivi che dai morti. È il periodo in cui i paesi irpini si riempiono di persone, gli emigranti ritornano, portandosi dietro anche i figli, irpini emigrati di seconda generazione. Qua e là si vedono scene di coppie che tranquillamente camminano sul marciapiede, tenendosi per mano e sorridendo. Scene di ordinaria quotidianità, che qui possiamo osservare solo in queste rare occasioni.

Ma la settimana di Ferragosto passerà in fretta e quei turisti ripartiranno ancora una volta verso mete a noi ignote. È il rito della partenza che si perpetua anno dopo anno, estate dopo estate, lasciando inermi gli anziani che continuano a vivere nella speranza che i figli ritornino, che possano ancora rivedere i nipoti. Lì si concentra tutto lo scontro tra la vita lenta dei paesi e il falso mito di modernità delle generazioni più giovani. Un cartello campeggia alto sopra la strada. Un striscia rossa su uno sfondo blu decreta la fine dell’Irpinia. Ed è esattamente in quel punto che la terra cessa di essere Irpinia per diventare Daunia.

Una divisione fittizia, che esiste solo sulle mappe geografiche e nei meandri della storia, perché l’occhio non vede nessuna reale differenza. Sconfinate coltivazioni di grano, su e giù per i pendii scoscesi, stesse identiche realtà dall’altro lato. Solo quel cartello, vecchio e consumato dalle intemperie, ci ricorda il passaggio da una regione all’altra. Poco più avanti, sul pendio dell’ennesimo colle svetta Anzano di Puglia, il cui nome è forse stato insignito di quell’orpello, per ricordare al mondo di essere entrati nella gloriosa Apulia. Il paese è modesto, fatto di case molto semplici e circondato di tante palazzine fatte in economia popolare, quando ancora i nostri borghi crescevano e il bisogno abitativo induceva gli enti pubblici ad intervenire per soddisfarlo. Oggi, anche qui, molte di quelle case sono vuote. Un vecchio, seduto davanti alla sua abitazione, su via Roma, mi guarda passare e mi saluta. Altri quattro vecchi giovani a carte, seduti attorno a un tavolo di plastica sovrastato da un vecchio ombrellone bucato. Loro sono la memoria storica del posto, ma manca la generazione che dovrebbe raccogliere quel testimone. E qui si riassume il grande dramma di questo tempo: terre con una memoria enorme, con potenzialità enormi, che non sanno più a chi passare la loro testimonianza. Io osservatore esterno, passo, osservo, prendo appunti per il mio grande Atlante della Memoria.

La mia Russia è stata l’Irpinia

Sin da ragazzo mi sono sempre sentito, in qualche maniera difficile da spiegare, russo. Non russo per appartenenza geografica, naturalmente, e neppure per una qualche fascinazione politica. Mi riferisco a qualcosa di molto più profondo e probabilmente molto più antico: alla sensazione di appartenere intimamente a una Russia ancestrale, contadina, fatta di villaggi, boschi, fiumi, neve, campi sterminati e uomini capaci ancora di riconoscere il passaggio delle stagioni dal vento, dal colore delle foglie, dalla consistenza della terra.

Era la Russia precedente alla modernità e alle grandi divisioni politiche che avrebbero segnato il Novecento, quella che nella mia immaginazione veniva prima delle ideologie, prima dei blocchi contrapposti, prima del Patto di Varsavia: una Russia profonda, quasi mitologica, nella quale la vita degli uomini sembrava ancora intrecciata indissolubilmente alla terra.

Curiosamente, questa sensazione è venuta prima dei libri.

Poi sono arrivati i libri e, attraverso di essi, gli scrittori. E allora è accaduta una cosa che ancora oggi considero straordinaria: leggendo alcuni autori russi non avevo la sensazione di entrare in un luogo sconosciuto. Avevo piuttosto l’impressione di riconoscere qualcosa che conoscevo già.

Nikolaj Nekrasov aveva portato dentro la poesia la fatica, con la miseria, e la dignità e perfino la voce del mondo contadino russo. Ivan Turgenev, soprattutto nei suoi Racconti di un cacciatore, aveva attraversato campagne, boschi e villaggi incontrando uomini e donne che sembravano appartenere al paesaggio così come gli alberi e i fiumi. Tolstoj aveva visto nel contadino qualcosa che andava oltre la semplice condizione sociale, cercandovi una verità morale e un rapporto elementare con l’esistenza. Gleb Uspenskij aveva osservato invece il villaggio russo nelle sue trasformazioni, quasi registrando le crepe che lentamente cominciavano ad attraversare quel mondo.

Poi sarebbero venuti Nikolaj Kljuev, Sergej Klyčkov e soprattutto Sergej Esenin.

Esenin rimane forse il punto più alto e doloroso di quella grande tradizione. Nella sua poesia il villaggio russo non è più uno sfondo, ma una patria che vive dentro di lui. Le betulle, i campi, le isbe, i cavalli, le strade fangose, il cielo sopra Rjazan diventano parti di un universo destinato lentamente a scomparire davanti all’avanzare di un altro tempo. Per questo arrivò a definirsi l’ultimo poeta del villaggio.

Accanto a loro, per un sentiero diverso e forse ancora più intimo, c’è Michail Prišvin.

Prišvin possedeva una capacità che ho sempre trovato prodigiosa: riusciva a fermarsi davanti alle cose minime della natura fino a farle diventare immense. Così un bosco, un ruscello, una foglia, un animale intravisto per pochi secondi assumevano nei suoi racconti la consistenza di una rivelazione. In un suo passo scrive:

«Il bosco scuro è bello in un giorno di sole brillante: qui ci sono la frescura e i miracoli della luce. Un tordo o una ghiandaia sembrano uccelli del paradiso quando, volando, tagliano un raggio di sole, e le foglie semplici del sorbo nel sottobosco divampano di luce verde, come nelle fiabe di Shahrazād. Più si scende nella fitta boscaglia verso il fiumicciolo, più i cespugli si fanno densi, più aumenta la frescura, finché, infine, nell’oscurità dell’ombra, tra gli ontani avvolti dal luppolo, non brilla l’acqua della pozza e non appare sulla sua riva la sabbia umida. Bisogna camminare in silenzio: si può vedere come una tortora viene a bere l’acqua.»

Dentro queste poche righe c’è un’intera idea della letteratura. L’uomo avanza nel paesaggio lentamente, quasi chiedendo permesso. Prima vengono i cespugli, poi la frescura, poi l’ombra, gli ontani, il luppolo. Infine compare l’acqua. E a quel punto bisogna fare silenzio, perché potrebbe arrivare una tortora a bere.

In queste righe non viene narrato nessun avvenimento straordinario, eppure tutto è straordinario. Forse proprio leggendo pagine come questa ho compreso, molti anni dopo, qualcosa anche della mia stessa scrittura: la mia Russia è stata l’Irpinia.

Sono cresciuto in un mondo che, pur lontanissimo geograficamente da quello raccontato dagli scrittori russi, possedeva una grammatica sorprendentemente simile. C’erano i paesi, le campagne, i boschi, i fiumi, gli animali, le vecchie case, c’erano gli uomini seduti davanti alle porte nelle sere d’estate, c’erano le donne che conoscevano i gesti insegnati dalle madri e dalle nonne, c’erano gli anziani capaci di prevedere la pioggia guardando la montagna, capaci di sapere quando sarebbe arrivato il freddo osservando i movimenti degli animali, capaci di chiamare ogni pezzo di terra con un nome, che esisteva da sempre e che loro sapevano.

C’era soprattutto un rapporto con il tempo diverso da quello che conosciamo oggi. In quel mondo il tempo non aveva fretta: accadeva quando doveva accadere. C’era il tempo per la semina, quello per la vendemmia, quello per la raccolta, e poi c’erano l’inverno, le feste religiose, le morti, i matrimoni, le partenze e talvolta i ritorni. Le persone appartenevano ai luoghi e i luoghi appartenevano alle persone.

Oggi quel mondo si sta ritirando. Ed è forse questa la vera parentela che avverto con Esenin, Kljuev, Prišvin, Turgenev e con quella grande tradizione russa legata alla campagna e al villaggio. Non una parentela stilistica, che sarebbe presuntuoso rivendicare, ma una parentela dello sguardo. Molti di loro hanno raccontato quella civiltà mentre cominciava a essere travolta dalla modernità. Noi, nelle aree interne italiane, assistiamo a qualcosa di diverso e forse persino più silenzioso. I nostri paesi non vengono distrutti. Semplicemente si svuotano.

Una casa chiude. Un giovane parte. Un negozio abbassa definitivamente la serranda. Muore un anziano e con lui scompare una storia che nessuno aveva pensato di registrare. Un campo smette di essere coltivato. Una parola dialettale viene pronunciata sempre più raramente. Una fotografia rimane dentro un cassetto e, dopo qualche generazione, nessuno sa più dare un nome ai volti che vi compaiono. La scomparsa avviene così, per sottrazione. Un pezzo alla volta. Ed è probabilmente per questo che nei miei libri torno continuamente alla terra, ai paesi, agli anziani, alle storie che vivono nelle aree interne. Scrivere, per me, significa anche raccogliere ciò che rischia di andare perduto. Non considero tutto questo un esercizio della nostalgia. La nostalgia da sola serve a poco. Idealizzare il passato sarebbe persino ingiusto, perché quel mondo conosceva la fatica, la povertà, le disuguaglianze, la durezza della vita, ma possedeva qualcosa che abbiamo progressivamente smarrito: una memoria condivisa.

E allora forse il compito di chi racconta oggi le aree interne è proprio questo: stare sulla soglia, in bilico tra ciò che rimane e ciò che scompare. Raccogliere una voce prima che si taccia per sempre. Conservare un nome prima che venga dimenticato da tutti. Raccontare una casa prima che cada. Ascoltare un anziano prima che se ne vada al Creatore. E magari farlo come suggeriva involontariamente Prišvin davanti alla sua piccola pozza d’acqua, camminando in silenzio, perché qualche volta, se facciamo abbastanza silenzio, la memoria viene ancora a bere.