Di premi, oggi, ne esistono tanti e di ogni tipo. Negli ultimi tempi ho avuto la fortuna di ricevere dei riconoscimenti importantissimi che mi hanno onorato, come gli ultimi importanti premi, il “Laudato Creato” a Venezia e il premio per la letteratura allo “Spoleto Art Festival”. Questo però, per me, pesa in un altro modo. Il 16 ottobre sarò a Washington, al National Press Club, per il “Premio Eccellenza Italiana”, promosso dalla Fondazione E-novation. Parto con la nomination in tasca e la speranza di portarlo a casa. Ma a Washington non andrò da solo con me stesso e con la mia letteratura, ma porterò addosso la responsabilità di rappresentare un intero Paese, con la sua cultura millenaria, il suo modo di vivere, la sua capacità di resistere a ogni avversità. Non è, di certo, un peso da poco, ed è per questo che lo sento così grande. Nei prossimi giorni vi racconterò com’è andata. Intanto, come spesso mi è accaduto di recente, faccio un ringraziamento al mio grande editore Pietro Graus, che mi sta sostenendo tanto in questo mio percorso umano e professionale. Ad maiora!!!
Qualche giorno fa mi sono imbattuto in questo profilo Instagram che produce video brevi all’interno dei quali vengono sintetizzati dei libri, per lo più best seller di fama mondiale. Nell’epoca della comunicazione veloce trovo che l’idea sia a dir poco geniale, perché da la possibilità a tutti di approcciarsi alle trame dei capolavori dell’umanità. Poi toccherà a chi guarda il video di decidere di leggere il libro. Chissà magari questo potrebbe essere il futuro pubblicitario delle case editrici. Per ora la trovata mi sembra geniale e invito tutti, anche i non amanti dei libri, a seguirlo.
Il Blót d’Autunno è un elemento affascinante e complesso delle antiche tradizioni delle culture del Nord Europa, in particolare tra i popoli germanici e vichinghi. È un rituale che merita di essere esplorato non soltanto per la pratica del Blót in sé, ma anche per i suoi possibili collegamenti, o forse sarebbe più corretto dire per le sue sorprendenti somiglianze, con riti appartenenti ad altre civiltà europee e mediterranee. Il termine “Blót”, in antico norreno, si riferisce a cerimonie religiose del paganesimo germanico, incentrate sull’uccisione e sull’offerta di un animale a una divinità, seguite dalla cottura e dal consumo comune della sua carne. Il Blót era un atto rituale dedicato agli dei, solitamente composto dal sacrificio di animali, in particolare maiali e cavalli. La pratica includeva il raccogliere il sangue degli animali sacrificati in ciotole, utilizzando ramoscelli per spruzzarlo sugli altari, sulle pareti e sui partecipanti. Il sangue era considerato portatore di poteri speciali. Il cibo veniva cucinato in grandi forni di terra con pietre riscaldate, sia all’interno che all’esterno delle abitazioni, e il pasto consumato durante questi eventi era visto come un atto di condivisione con gli dei e con gli elfi. Durante i Blót si effettuavano anche brindisi in onore degli dei, come Óðinn, Njörd e Freyr, per ottenere vittoria, prosperità e pace. I Blót erano spesso ospitati nelle residenze dei magnati, dove i contadini della zona si riunivano per adorare gli dei attraverso il grande sacrificio. Queste cerimonie erano anche un modo per i magnati di mostrare la propria ricchezza e il proprio potere, fornendo cibo e bevande a tutti i partecipanti. Con l’introduzione del Cristianesimo, il potere religioso fu trasferito alla Chiesa e le feste di Blót persero progressivamente la loro importanza. I rituali sacrificali dei Vichinghi variavano dai grandi festival celebrati nelle sale dei magnati alle offerte di armi, gioielli e utensili nei laghi, mentre le fonti scritte menzionano anche sacrifici umani, sebbene questo rimanga un argomento discusso tra gli studiosi. Secondo alcune ricostruzioni esistevano quattro Blót legati ai grandi momenti dell’anno: al solstizio d’inverno, all’equinozio di primavera, al solstizio d’estate e all’equinozio d’autunno. Il Blót d’autunno segnava soprattutto l’avvicinarsi dell’inverno e la conclusione della stagione produttiva. Le fonti norrene testimoniano effettivamente l’esistenza dello haustblót, letteralmente il “sacrificio d’autunno”, anche se non esisteva necessariamente un’unica data identica per tutte le comunità scandinave. Il passaggio verso l’inverno avveniva intorno alla metà di ottobre e costituiva uno dei grandi momenti di cesura dell’anno. Era un momento sacro, durante il quale si pregava per un anno buono e pacifico, chiedendo fertilità, buona salute e armonia tra le persone e gli dei. Il Blót più importante rimaneva quello del periodo invernale, lo Yule, legato al grande ciclo rituale della stagione oscura. Alcune tradizioni alimentari scandinave, come quella del maiale consumato durante le festività invernali, conservano ancora oggi suggestive risonanze di quell’antichissimo universo simbolico. Per quanto riguarda i possibili collegamenti con le civiltà del Mediterraneo, non esistono elementi sufficienti per suggerire un legame diretto tra i Blót e specifici riti mediterranei, ma forse non è nemmeno necessario cercare una derivazione storica precisa, perché l’idea del sacrificio rituale, delle celebrazioni stagionali, del fuoco, del cibo condiviso e della comunità raccolta intorno a un momento di passaggio è comune a numerose culture antiche ed è proprio in questa dimensione che il viaggio verso Nord può, in maniera quasi inattesa, ricondurci verso Sud e quindi verso l’Irpinia.
Dal fuoco del Nord ai fuochi d’Irpinia
Esplorando le somiglianze tra il Blót d’Autunno e la grande tradizione dei falò praticati in Italia, e specialmente in Irpinia, emerge infatti un interessante paragone culturale e spirituale. Il Blót d’Autunno nelle culture del Nord Europa era un rituale che coinvolgeva il sacrificio di animali, la distribuzione del sangue sugli altari e sui partecipanti e il consumo condiviso della carne. Questo rito rappresentava un momento di unione con gli dei e con la comunità, un’occasione per rinnovare la speranza e chiedere benessere e protezione per il futuro. In Irpinia la tradizione dei falò ha radici profonde e si lega sia a momenti sacri che a momenti profani. In occasione di queste celebrazioni si accendono grandi fuochi intesi come elementi purificatori e rinnovatori. È il caso della Notte dei Falò di Nusco, celebrata nel mese di gennaio in occasione della festa di Sant’Antonio Abate, quando il borgo si raccoglie intorno ai fuochi mentre cibo, musica e danze popolari ricreano, ancora oggi, quella dimensione comunitaria che per secoli ha caratterizzato la civiltà rurale irpina. La tradizione dei falò in Irpinia è particolarmente legata alla figura di Sant’Antonio Abate, protettore degli animali e della comunità contadina. Una leggenda popolare racconta che Sant’Antonio si sia recato addirittura all’Inferno per sottrarre il fuoco ai demoni e donarlo agli uomini e che il suo maialino abbia creato scompiglio tra i demoni mentre il Santo, utilizzando il proprio bastone, riusciva a portare il fuoco sulla terra. Anche in questa narrazione compaiono quindi il fuoco, l’animale, il mondo degli uomini e una dimensione ultraterrena, elementi appartenenti a culture molto diverse che sarebbe sbagliato unire attraverso un’improbabile linea storica diretta, ma che sembrano utilizzare simboli sorprendentemente simili. A Nusco il fuoco assume inoltre una dimensione di luce, calore e protezione. La tradizione locale lega i falò anche alla terribile peste del 1656, quando l’accensione dei fuochi avrebbe avuto una funzione purificatrice e sarebbe servita anche a distruggere indumenti e oggetti considerati contaminati. Esiste però un particolare ancora più interessante: le ceneri dei falò venivano raccolte e portate nelle case e una parte poteva essere dispersa nei campi con l’auspicio che la terra diventasse più fertile e produttiva. In questo gesto semplicissimo la distanza tra il Nord Europa e l’Irpinia sembra quasi ridursi, perché il fuoco non termina nel fuoco ma ciò che rimane delle fiamme ritorna alla terra, la cenere diventa promessa di raccolto, la distruzione diventa fertilità e la fine sembra contenere già l’inizio.
La stessa paura davanti all’inverno
È forse questo il punto nel quale il Blót d’Autunno diventa particolarmente interessante per chi osserva le tradizioni delle aree interne, perché dietro ogni rituale agricolo esisteva una paura concreta e antichissima, quella dell’inverno. Per noi uomini contemporanei l’inverno è diventato soprattutto una stagione del calendario: accendiamo il riscaldamento, entriamo in un supermercato e troviamo gli stessi alimenti a gennaio e ad agosto, finendo quasi per dimenticare cosa significasse aspettare il freddo sapendo che per mesi la terra non avrebbe prodotto nulla. Per le comunità antiche, invece, l’arrivo dell’inverno rappresentava un confine vero e proprio. Bisognava avere raccolto abbastanza grano, conservato abbastanza carne, accumulato abbastanza legna e bisognava sperare che gli animali sopravvivessero al freddo e, insieme agli animali, anche gli uomini. Questa necessità apparteneva certamente a un villaggio della Scandinavia di mille anni fa, ma, con tutte le differenze storiche e culturali, apparteneva anche a una famiglia contadina dell’Appennino irpino. È forse proprio questa la vera parentela tra mondi così lontani: non una parentela di sangue o una derivazione storica dimostrabile, ma una parentela di necessità.
Le aree interne come luoghi della memoria
Le aree interne italiane custodiscono ancora oggi una parte di questa antichissima concezione del tempo. Nei nostri paesi il calendario non è mai stato soltanto una successione di giorni, ma era il tempo della semina e quello della raccolta, il tempo della vendemmia e quello dell’uccisione del maiale, il tempo delle castagne e quello della neve, il tempo nel quale si accendevano i fuochi e quello dedicato ai santi. Ogni stagione aveva i propri gesti, ogni gesto aveva un significato e ogni comunità riconosceva in quella ciclicità una forma di ordine. Il Cristianesimo ha sovrapposto nuovi nomi, nuove figure e nuovi significati a una ritualità spesso molto più antica. Il santo ha preso il posto delle divinità pagane, la processione ha sostituito o trasformato gli antichi cortei, la benedizione ha assunto il significato dell’offerta, ma alcuni elementi sono rimasti sostanzialmente intatti: il fuoco, gli animali, il raccolto, il cibo condiviso, la comunità e la richiesta di protezione. È questa continuità antropologica, più ancora di una impossibile continuità storica diretta, che rende affascinante confrontare il Blót del Nord Europa con i falò dell’Irpinia. Entrambe le tradizioni, sebbene nate in contesti culturali completamente differenti, condividono infatti l’elemento del fuoco come simbolo di purificazione, rinnovamento e unione. Il fuoco rappresenta un momento di passaggio e di rinascita, un’occasione per la comunità di riunirsi e condividere speranze e preghiere per il futuro, mentre la dimensione comunitaria e rituale sottolinea l’importanza delle radici culturali e delle tradizioni nella costruzione dell’identità di un popolo. Ed è forse questa una delle funzioni che le aree interne continuano a svolgere nel nostro tempo: conservare ciò che altrove è stato dimenticato. Nei paesi dell’Irpinia, dietro una processione, un falò, una tavola apparecchiata in una piazza o un vecchio rito contadino, sopravvive ancora un modo antichissimo di stare insieme, una concezione del tempo nella quale l’individuo non è mai completamente separato dalla comunità, dalla terra, dagli animali e dal ritmo delle stagioni. Non sappiamo se gli uomini che migliaia di chilometri più a Nord si raccoglievano intorno al fuoco di un Blót avrebbero riconosciuto qualcosa osservando un falò acceso sulle montagne dell’Irpinia. Probabilmente non avrebbero compreso le parole, non avrebbero conosciuto i nostri santi e non avrebbero riconosciuto le nostre preghiere, ma forse avrebbero riconosciuto il fuoco e avrebbero capito immediatamente perché tutti gli uomini del paese gli stavano intorno.
Sabato sera ho ricevuto a Spoleto il Premio per la Letteratura dello Spoleto Art Festival. Non è la prima volta che vinco questo premio, ma per me è sempre una grande emozione riceverlo, e sopratutto l’emozione più grande sta nel vedere apprezzata la propria arte, la propria scrittura e tutto ciò che metto in campo in favore dell cultura in generale, al dil à dei miei stessi libri. Quindi grazie e resto proiettato verso il futuro.
Leggo sempre più post di scrittori che si esprimono contro l’intelligenza artificiale, che si buttano con le mani avanti per dire che non utilizzano la AI, ma credo che tutto ciò sia anacronistico. La forza travolgente di una delle più grandi invenzioni di tutti i tempi non si fermerà, di certo, perché uno scrittore qualsiasi fa un video in cui sostiene di non utilizzare l’AI. La faccenda che loro non calcolano, al netto di voler preservare il loro lavoro (e a giusto motivo) è che l’AI non è la soluzione, ma uno strumento che può essere di supporto al lavoro di chiunque, compreso lo scrittore. Supponiamo che uno scrittore si trovi a descrivere una scena complessa di psicoterapia. Un tempo come si faceva? Lo scrittore (a meno che non avesse subito anni di sedute di psicoterapia) doveva trovare un bravo psicanalista e farsi spiegare certi meccanismi. Oggi, invece, può velocizzare le cose dialogando con l’AI, che può essere valida allo stesso modo di un grande psicanalista. Alla fine l’intelligenza artificiale che cos’è? Non è altro che un grande contenitore all’interno del quale è stato inserito tutto il sapere umano. Ciò non significa che la AI sappia generare contenuti nuovi, ma che sappia parlare di tutto ciò che l’essere umano ha già fatto. Per creare contenuti nuovi la mente umana resta insuperata. Quindi non bisogna avere paura della AI. Essa è uno strumento, come può esserlo un coltello, un forno o una lavatrice. La differenza la fa chi la usa e il modo in cui la utilizza. Quindi rilassatevi… non saranno i vostri post a fermare una rivoluzione enorme, che è già in atto e che cambierà il modo di vivere di tutti.
Perché non parlare di libri? D’altronde siete atterrati sulla pagina di uno scrittore. “Sette e Quarantacinque” è un noir, ma uno di quelli che si servono del delitto quasi come una scusa. Perché a me, in realtà, interessa quello che succede prima, e anche quello che rimane dopo. Mi interessano le vite che si incrociano nei nostri paesi, dove tutti si conoscono e nessuno conosce davvero nessuno. Mi interessano le persiane che si muovono lentamente, le parole dette al bar la mattina presto, così come quelle non dette. Mi interessano anche i sospetti che corrono più veloci delle persone e le verità che vanno a rilento. Mi interessa molto la provincia. Ancor di più quella italiana, meridionale, apparentemente immobile, dove alle sette e quarantacinque del mattino qualcuno alza una serranda, qualcuno mette su il caffè, qualcuno accompagna un figlio a scuola. E intanto, da qualche parte, sta per accadere qualcosa capace di cambiare per sempre la vita di tutti. Ed è proprio da questo mondo che nasce Sette e Quarantacinque. Un giallo, certo. Un noir, forse ancora di più. Ma soprattutto una storia di uomini e donne, delle loro debolezze, delle loro ossessioni, dei loro piccoli segreti conservati per anni come fotografie dimenticate in fondo a un cassetto. Poi arriva un giorno in cui quel cassetto qualcuno lo apre e da quel momento, niente è più come prima. Ma uno scrittore ha ancora un altro punto di vista: quando finisce di scrivere un libro e lui (il libro) comincia a vivere di vita propria passando di mano in mano, di casa in casa. Ed è una sensazione meravigliosa.
Qualche mese fa usciva un mio articolo dal titolo: “L’Italia interna come futuro possibile”. E come sottotitolo era: “Appunti per una geografia umana necessaria”. L’articolo era di qualche mese fa, ma conteneva delle riflessioni molto urgenti e molto importanti sulla necessità di una riscoperta e rinascita delle aree interne. L’argomento è strettamente correlato con la mia ultima newsletter, uscita ieri su Substack, nella quale parlo della necessità, ancora un volta una necessità, di riscoprire l’anima vera della Nazione attraverso la riscoperta delle antiche tradizioni, di cui, principalmente, il Sud è scrigno.
Attenzione, la newsletter di oggi può essere particolarmente divisiva, perché o sarai con me o sarai contro di me. Sì parla dell’anima dell’Italia e dove essa ancora si nasconde. Per leggere la newsletter clicca qui:
In questo brevissimo video ho cercato di sintetizzare alcuni dei momenti salienti della tirata del Carro a Mirabella Eclano, in uno dei punti più pericolosi del percorso, subito dopo la discesa de “lo lemmetone”. In punti come questi, per tenere in piedi l’obelisco, ci vuole perizia e la forza di tutti i tiratori delle corde che devono continuamente raddrizzare il pesantissimo obelisco. Una tradizione secolare, molto sentita dal popolo, che quest’anno ha rischiato di non svolgersi, ma che, alla fine, ha vinto su tutto, perché la nostra forza sono le tradizioni e il loro mantenimento.
Una delle grandi tradizioni popolari dell’Irpinia: la tirata del Carro di Mirabella Eclano. Simbolo di prosperità, deve essere trasportato, tirato da tre coppie di buoi bianchi, indenne per le strade del paese. Impresa ardua considerato che l’obelisco è alto circa 30 mt ed ha un peso enorme. La sua verticale viene costantemente corretta da circa 900 tiratori di funi, che lo raddrizzano ogni volta che ne fosse necessario. Un evento che è già storia.