Circa sei anni fa usciva “Storia di un Presidente che si credeva un Topo”, la mia terza pubblicazione. Trattava la storia della pandemia e della ricerca spasmodica di un vaccino, narrata in un modo molto particolare. Oggi questo libro è fuori catalogo, ma spero che a breve ne possa uscire una versione rinnovata e arricchita. Ci stiamo già lavorando. Ma la verità di fondo che sottende all’intera opera è che l’essere umano è un essere meschino e vile che pensa solo ai propri interessi, anche e soprattutto quando tutto il mondo intorno sta crollando. È il racconto della natura umana messa a nudo dalla pandemia. Un romanzo di formazione al contrario. Un racconto unico in tutto. Intanto sono in giro con il mio nuovissimo libro “Sette e Quarantacinque”, un noir di provincia ambientato nella provincia del sud, nel cuore della cosiddetta Italia Interiore. Il libro lo puoi prendere in libreria, o qui: https://amzn.eu/d/0bHd2EdA
Tra il 2015 e il 2021, se non erro, sono stato coordinatore dei soci del Git di Banca Etica per Sannio, Irpinia e Molise. Fu allora che, per promuovere la finanza etica mi inventai una serie di incontri cinematografici. In quell’epoca a Benevento, c’era uno spazio dedicato alla proiezione di film d’autore e indipendenti, che si chiamava Kinetta. Fu in quella occasione che conobbi Chiara, che purtroppo il destino ha voluto, troppo presto, portare lontano da noi comuni mortali. Mi ricordo che passammo diverse serate per capire come organizzare gli incontri. Io volevo che si proiettassero dei film incentrati sulla finanza etica, ma ben presto ci avvedemmo che non esistevano film del genere e allora ci inventammo una rassegna che funzionava esattamente al contrario di quello che avevo immaginato in un primo momento: avremmo proiettato film sulla finanza rampante, quella sporca, con le mani macchiate di sangue e a seguito avremmo fatto un dibattito su ciò che non bisognava fare per ottenere una finanza etica. Chiara si prese qualche giorno di tempo per selezionare i film della rassegna, poi tirò fuori una lista, ne discutemmo insieme e cristallizzammo la rassegna. Sinceramente non ricordo il titolo della stessa, ma ricordo solo che un qualche titolo ci fosse. Inutile dirvi che la rassegna fu un successo, con molti partecipanti e con discussioni finali anche molto accese. Qualche anno dopo la sede centrale di Banca Etica mi fregò l’idea, organizzando una rassegna cinematografica, incentrata sui film che trattavano di finanza, ma io fui molto felice di aver contribuito, con la mia idea, a lanciare quello che sarebbe diventato un vero e proprio festival cinematografico, che, se non erro, si svolgeva a Firenze. Il mio ruolo, ora, è cessato da un po’, ma ricordo quel periodo di impegno sociale e civile con grande gioia e con qualche rimpianto, ma felice di averlo vissuto.
È la notte di San Giovanni, la cristianizzazione del solstizio d’estate, è la notte più magica del calendario, sospesa tra la nascita di San Giovanni Battista e i riti delle Janare. È la notte delle streghe per eccellenza. La natura sospesa permette il volo, il raduno, il maleficio, e quindi anche i riti apotropaici di difesa (sale sulla soglia, scopa rovesciata, falci e forbici). È anche la notte dei falò solstiziali, durante i quali si realizzano riti di purificazione, il salto sulle fiamme, il rinnovamento solare. È la notte in cui si sanano le liti. È la notte in cui le streghe si radunano sotto al noce di Benevento. Capossela, invece, canta:
Ora le ragazze per San Giovanni Chiedono al fuoco di svelare gli inganni Chiedono al cardo chiedono al piombo Chi avranno un giorno per compagno intorno E anche le crude Masciare Questa notte vogliono volare E ognuno indaga nel cielo Qualche segno dal mondo del vero
Ho parcheggiato all’imbocco di via del Corso. La via è insolitamente piena di auto parcheggiate. Una colonna di auto, che pare infinita, sistemate ordinatamente sul lato sinistro della via. Mi incammino a piedi, osservando le abitazioni che si affacciano su di essa. Quelle in pietra locale, si alternano a quelle in cemento armato, di più recente costruzione. È la mano invisibile del terremoto, quello del 1980, che ha prodotto un mix di stili architettonici diversi, che mal si sposano, anche se, oramai, fanno parte del paesaggio. Il Bar del Corso è affollato da pochi avventori, che discutono ad alta voce di birre e di partite del campionato. Di fronte c’è una casa bassa, ocra come il tramonto. E dietro la casa, al di là del piccolo cortile, ingombro di vasi di gerani sopravvissuti all’incuria, si apre uno spettacolo che mi ha tenuto incantato: il Castello di Gesualdo, che è lì da sempre, immobile, severo e immenso, e domina l’intera valle sottostante con il suo profilo imponente e inalterato nel tempo. Le vecchie mura in pietra, corrose dal vento e dallo scorrere delle stagioni, lasciano spazio alla fantasia di immaginare uomini e dame d’altri tempi, vissuti proprio tra quelle mura, tra stucchi ed arabeschi, che richiamano alla mente un tempo oramai andato. Le torri merlate si stagliano contro l’azzurro del cielo, come se fossero dei guardiani filiformi, come testimoni di un passato che ancora aleggia nei vicoli del paese, nelle dicerie degli anziani, e nei misteri del borgo. I merli, anneriti dal tempo, sembrano scrutare la valle, come se avessero memoria dei vecchi assedi o degli intrighi, oramai, dimenticati. Da quassù, il mio sguardo si spinge oltre il confine del borgo, scivolando giù, lungo i pendii morsi dal sole, che conducono alla valle del fiume Calore. Un intreccio di campi e di boschi si srotola sotto di me; un vero mosaico composto da appezzamenti di terreno verdi e altri dorati, punteggiato qua e là da filari di viti e uliveti che brillano sotto al sole. Il fiume, lento e silenzioso, serpeggia tra le colline. Lui sì che sembra un nastro d’argento che riflette la luce accecante del pomeriggio, come il vero principe del luogo, tornato per riscattare le maldicenze del posto. Allungando lo sguardo ancora oltre, verso l’orizzonte, vedo il profilo maestoso dei Monti Picentini che si staglia contro il cielo pallido, fatto di umido ed azzurro, dell’autunno inoltrato. Dall’altra parte, il Monte Tuoro, maestoso e distante, sembrava l’altro guardiano della stessa valle, che segna il limite visivo oltre cui inizia la città di Avellino. Laggiù, oltre quei monti, la città vive una vita propria e distante, con il suo traffico, il suo rumore, il suo caos. Ma qui, nel cuore dell’Irpinia, il tempo sembra essersi fermato. Guardo l’orologio. Lui non si è fermato. Sono le 16. Affretto il passo, superando di gran lena la piazza antistante il castello, che visto da qui è ancora più bello. Il castello è interamente ricoperto di luci e di addobbi natalizi. È il 30 di novembre, ed entriamo, di diritto nel periodo nei festeggiamenti per il Santo Natale. Ci sono i mercatini natalizi, e un lungo nastro di velluto rosso ricopre tutta la salita fino al castello. È li, su quel tappeto, che incontro la donna che ha messo in moto tutto questo meccanismo virtuoso, che produce magia, sogni ed un indotto economico da non sottovalutare, in un’economia depressa, quale può essere quella dei nostri paesini dell’Appenino. Lei si chiama Giusy Carrabs, e mi accoglie con un sorriso e con una frase, che, al primo impatto non comprendo. Ho l’impressione che sia stata detta in un’altra lingua. In effetti, poco dopo, mi precisa che, pur essendo di origini gesualdine, è nata, cresciuta e residente tutt’ora a Sidney in Australia.
“E cosa ci fai qui?”, mi viene spontaneo di chiederle.
“Il richiamo della terra dei miei avi è stato troppo forte”, risponde lei con un sorriso. “Non avrei potuto resistere a lungo, lo sapevo, e così è stato. Sono tornata, anche se non ancora definitivamente, per dare un impulso vitale al mio paese, per evitare che muoia, e per dare un segnale di speranza e di coraggio agli abitanti del luogo”. Io la guardo parlare, ha dei lunghi capelli castani e lo sguardo vitreo di chi sa bene dove mettere le mani, per muovere i fili della storia, ed un sorriso antico, che ricorda la genuinità dei contadini e degli antichi allevatori di Gesualdo. Carrabs, da queste parti, è un cognome importante, che rimanda subito alla memoria di Mario Carrabs, il poeta della carne. Giusy ci tiene a precisare che è coadiuvata, nella sua attività, da due giovani del paese, Raffaele Pietropaolo e Maurizio Forgione. Giusy è amministratrice unica di una società, che si chiama Irpinia Escapes, con la quale, non solo ha avuto la gestione del castello di Gesualdo per due anni, per organizzare eventi, celebrazioni e feste sontuose, ma, con la quale ha organizzato un export di prodotti tipici irpini, che ha già portato nel suo paese natio, cioè in Australia e che si appresta a portare, tra qualche mese a Tokyo. Ha davvero la tempra delle genti irpine, lo sguardo fermo di chi non teme il futuro e di chi sa che le terre depresse, quelle in cui, in apparenza manca tutto, sono le più floride sotto un aspetto imprenditoriale. Se tutto manca, tutto si può costruire, compreso un futuro più florido e pieno di speranza, che possa mantenere ancorate a queste terre le vere risorse del territorio: i giovani. Nicola Cirillo, giornalista di Vallata e volontario nella bella organizzazione natalizia del Castello, mi accompagna su per la strada che conduce dapprima alle antiche scuderie del castello, e poi alle stanze superiori. L’organizzazione è ferrea, e non lascia adito a pensieri altri: lungo il percorso ci sono spettacoli di ogni sorta. Artisti vestiti con abiti che richiamano il periodo rinascimentale, mangiafuoco, acrobati, e persino un cavallo bianco, immacolato come la neve, che attira l’attenzione di tutti, specialmente dei bambini.
Giusy è, nel mio immaginario, parafrasando la restanza di Vito Teti, un esempio di tornanza, così come lo è lo stesso Nicola. Quest’ultimo ha lavorato per molto tempo a Firenze, come giornalista e poi come addetto stampa di personaggi del mondo dello spettacolo. Poi, però, il richiamo della sua terra è stato più forte delle attrattive della grande città, e ha deciso di tornare nel suo paese d’origine. Ci sono mille strade che portano in Irpinia, da sempre terra di passaggio, terra fertile e ostile, ma anche generosa ed amica, per chi sa guardarla ed ascoltarla con gli occhi clementi dell’amore. Loro sono i giovani, che erano andati via dalla nostra terra. Loro sono gli uomini e le donne, che oggi, decidono di tornare per presidiare, con la loro presenza, una forma di resistenza civile, mettendo le radici per un nuovo sviluppo dell’arte e della cultura, che da sempre sono state prerogative dell’ingegno irpino.
Mi allontano dal castello, con la leggerezza che solo le belle notizie sanno darti e mi pare di scorgere, da una finestra, lassù in alto, il volto di Carlo Gesualdo, che soddisfatto approva la rinascita e la nuova vita destinata al suo castello e al suo amato paese.
Da oggi manca solo un mese al nostro grande evento: il Festival “Letture dal Bosco”. Da oggi comincia il conto alla rovescia e la macchina organizzativa su mette ancora più in moto. Vi ricordo che il Festival si svolge a Lago Laceno a partire dalle 10 di mattina. Ci saranno tante premiazioni e tantissime sorprese per una giornata che coniuga cultura e natura. Chiunque può partecipare e vi aspettiamo numerosi.
Una bellissima presentazione quella di ieri sera alla Mondadori Damiano di Benevento, e a loro va un ringraziamento speciale per la pazienza e l’ospitalità. È stato bello vedere così tante persone interessate al mio lavoro, e rivedere tanti volti di persone amiche e non. Presentare un libro è una cosa semplice e complessa allo stesso tempo, ma coinvolgere le persone e tenerle incollate sulla trama del libro è una cosa molto molto difficile. Ma Mimi Gagliardi è un personaggio che sa farsi volere bene, e le persone lo percepiscono subito. Ma complice è stata la grande professionalità di Grazia Caruso ed il bellissimo contributo di Pasquale Orlando. Sette e Quarantacinque è veramente un gran bel libro.
Sono molto felice perché con il mio “L’inaffondabile”, scritto a quattro mani con il mitico Attilio D’Arielli, ho vinto, anzi abbiamo vinto un altro premio molto importante. Si tratta del prestigioso Premio Internazionale Emily Dickinson. Il riconoscimento ci sarà conferito a Napoli presso il Chiostro di San Francesco in via Luca Giordano 2, alle ore 18 del 25 giugno. Chiunque può accedere alla premiazione e se qualcuno avrà piacere di passare a salutarci, ne saremo felicissimi.
Vi ricordo anche che Giovedì 18 Giugno, presso la Libreria Mondadori Damiano di Benevento, ci sarà la presentazione del mio nuovo libro, Sette e Quarantacinque, un noir di provincia che già sta venendo benissimo e sta incontrando il piacere di tante persone. Vi aspetto alle 18.30. Sarò con Pasquale Orlando, con Grazia Caruso e ci saranno due bellissime sorprese.
Un abbraccio agli amici di Benevento Turismo, che nel ricordare la mia presentazione alla libreria Mondadori di Benevento, prevista per domani 18 Giugno alle ore 18.30, riportano anche l’intera mia biografia. Per chi volesse partecipare, vi ricordo che l’ingresso è gratuito e sarà l’occasione per trascorrere un po di tempo insieme. Vi aspetto presso la Libreria Mondadori Damiano a Benevento.
Ora possiamo tirare il fiato. Dicono appena tornati da Roma, e da oggi pomeriggio si torna alla normalità, al lavoro, quello stesso lavoro che ha permesso a Vera di vincere questo prestigioso premio: il Premio Internazionale Donne D’Amore 2026. La cerimonia di assegnazione si è svolta in uno dei luoghi più iconici per la cultura italiana: la Sala della Protomoteca al Campidoglio, a due passi dai musei Capitolini. Che dire: c’è stato un vortice di emozioni che ci ha messi in una centrifuga, tirando fuori tutte le emozioni più belle. A me è toccato salire sul palco per spiegare le motivazioni che hanno portato al premio di Vera. Un premio meritato da una donna veramente d’amore, che ha fatto dell’ aiutare gli altri la sua missione di vita, e, come sempre accade la passione e la costanza vincono sempre. Grazie ancora a Virginia Barrett e a Silvia Criscioni che hanno reso possibile questo sogno e auguro lunga vita al premio Donne D’amore.
Nella newsletter di oggi ho voluto fare un approfondimento su “Sette e Quarantacinque”, il mio ultimo libro, un giallo, anzi, per meglio dire, un noir. Una newsletter da leggere tutta d’un fiato e in fondo, come sempre, trovate la colonna sonora giusta per leggere la lettera. Anzi vi do un suggerimento: andate direttamente in basso, fate partire il brano musicale e poi leggete la newsletter. Il prossimo appuntamento è per l’inizio di Luglio. Ovviamente: ISCRIVETEVI.