Nell’anno 2009 andai in Finlandia. Era la prima volta, poi ci sarei ritornato diverse volte ancora. Il volo che partiva da Roma fece scalo ad Helsinki e da lì, alle 2 di notte, ci piazzarono su un piccolo aereo che aveva non più di dieci posti, e ci spedirono in un cittadina che stava al nord, ai confini della Lapponia. La città si chiamava Kokkola, e l’aereo per arrivarci sorvolò delle aree immense fatte di boschi e di una miriade di laghi. Si vedeva tutto nitidamente per via del sole di mezzanotte. Era fine giugno, cioè nel periodo in cui il sole non tramonta mai. Sull’aereo ero con delle persone provenienti da diverse parti d’Italia e d’Europa, che facevano parte dello stesso progetto cui afferivo anche io. A bordo si rideva e si scherzava, mentre il piccolo aeroplano vibrava e dava scossoni: “se l’aereo cade, non lo verrà a sapere nessuno”, dicevo io, mentre indicavo il grandissimo numero di laghi che ci avrebbero inghiottiti senza lasciare traccia alcuna. Gli altri ridevano: c’era un clima goliardico, da gita scolastica. Non ricordo per quale progetto fossimo lì, ma ricordo che la mia cooperativa faceva parte di una rete internazionale di cooperative che si chiamava Reves, con la quale abbiamo fatto tantissime cose. Senza dilungarmi nelle sessioni lavorative o nelle lunghe passeggiate nella città di Kokkola, avvolta nella luce tiepida e spenta del sole di mezzanotte, ho un ricordo particolare di una serata speciale. In una di quelle sere, ci radunammo al porticciolo. Credo che fossero almeno le 21. Come al solito il cielo era illuminato e faceva molto freddo, nonostante fosse l’inizio dell’estate. Non c’erano più di 5 gradi. La barca, molto bella e tutta rifinita con legni di pregio, partì per una meta a noi ignota. Scendemmo in sottocoperta, dove trascorremmo molto tempo in un ambiente molto bello e soprattutto caldo, avvolti da una bellissima musica jazz e mangiando, tanto per cambiare, salmone in tutte le salse.
Arrivammo a destinazione che era poco prima di mezzanotte. Scendemmo dall’imbarcazione. Eravamo arrivati sull’isola di Tankar. Li avemmo modo di girare l’isola, ma soprattutto di osservare, da una postazione d’eccezione, il sole di mezzanotte che fu una costante di tutto quel viaggio. Ricordo ancora il freddo pungente della notte (notte è un eufemismo, ovviamente), che mi costrinse a mettere un k-way sopra al mio giubbotto di jeans.
Tornammo sulla terra ferma a notte fonda, ma non ce ne accorgemmo, visto era sempre costantemente giorno. Fu una bellissima avventura in quella nave della quale ricordo ancora i grandi finestroni nella parte bassa, che erano per metà immersi in acqua e permettevano di guardare sia sopra che sotto il livello del mare, dove nuotavano pesci che non avevo mai visto prima di allora. Nella prima foto eravamo sulla prua della nave con il comandante, nell’ultima foto ero ad Helsinki il giorno prima del ritorno in patria.
La striscia nera dell’asfalto ti guida da sola, e ti invoglia anche ad accelerare, se non fosse per le tante macchinette che scattano foto ricordo, a costo salatissimo, che rimpinguano le casse dei comuni limitrofi. Venendo da Benevento, il massiccio del Matese te lo ritrovi sempre sulla sinistra. Una catena montuosa imponente, vera spina dorsale dell’Appennino Centro Meridionale. E come tutte le spine dorsali vanta creste, depressioni, e dischi vertebrali più o meno delineati, più o meno caratterizzati. L’intera catena montuosa, che è Parco Nazionale, è divisa tra quattro province divise, a loro volta, tra due regioni:
Benevento, Caserta, Campobasso e Isernia, suddivise equamente tra Campania e Molise. Quando percorri queste strade ti arriva forte l’odore di foraggio di alta quota. Terre d’altura che dominano un pezzo di mondo variegato, che contiene cime famose, montagne sacre e laghi dalla bellezza estasiante. Ora sto passando davanti a Morcone, il paese arroccato sul fianco del monte che sembra un presepe. Dall’altro lato del promontorio, non visibile da qui, c’è il monte Mutria, montagna già sacra per le popolazioni dei Sanniti, sede di santuari molto frequentati dagli antichi fedeli. Ma soprattutto, la Strada Statale 87 ricalca, per lo più, il percorso di antichi tratturi, attraverso i quali si effettuava la transumanza tra l’Abruzzo e la Puglia, tra i monti dei freschi pascoli estivi e le grandi pianure che davano sicurezza e clima mite in inverno. Se chiudo gli occhi posso sentire il rumore dei passi e dei campanacci di intere mandrie che si spostavano lungo questa stessa direttrice. Posso vedere la fatica dei pastori, la sete dei grandi cani abruzzesi, che incessantemente giravano intorno alle bestie, i piedi feriti dai tanti chilometri percorsi.
Ne è passata di gente da queste parti, e insieme con loro, ne sono passate di bestie. Bestie da carne e da latte, bestie da lana e da formaggi. Ne è passata di gente, sicuramente in numero maggiore di quelli che ancora oggi vivono da queste parti.
La linea che divide la Campania dal Molise è una linea immaginaria, segnata da un cartello stradale e da una brevissima galleria, che passa sotto Sassinoro, ultimo paese del beneventano. Il primo insediamento che si trova, una volta passati in territorio molisano, è quello del bar, ristorante, caseificio Prozzo. Una bella costruzione, massiccia, che contiene in se ogni ben di Dio, ogni prelibatezza sia campana che molisana. Tappa obbligata, lungo il percorso di questa strada, quantomeno per un caffè.
Per arrivare ad Altilia, ossia l’antica Sepinum, la strada da percorrere non è ancora molta, circa 6 km in direzione di Campobasso. Prima, per accedere all’antica città si doveva fare un giro notevole, attraverso delle strade interpoderali, anche piuttosto sconnesse. Oggi, invece, si accede da un ingresso ampio, che dà direttamente sulla statale 87. Parcheggio la Jeep gialla, mia compagna di viaggio, nello spiazzo in terra battura e mi avvio spedito verso il portale che segna l’ingresso nell’antica città. L’emozione è tanta, perché in questo luogo ci venivo da giovane, con degli amici. In quell’epoca la parte della città tirata fuori dalle tenebre del sottosuolo era piuttosto limitata. A memoria ricordo che ci fosse il teatro e credo una parte del foro o della Basilica. Oggi, invece, varcando la soglia di ingresso della città, mi accorgo subito che le cose sono profondamente cambiate. Trovo un ingresso ben ristrutturato. Le pietre sono tirate a lucido e subito dopo l’ingresso c’è anche una sala biglietteria. Si, hanno stabilito un costo per visitare il sito. Una volta non c’era, ma una volta non c’erano nemmeno i lavori di restauro e di ripristino di intere aree della città. Alla biglietteria ad accogliermi c’è una custode del parco, che mi aiuta a fare il biglietto, che viene emesso da una macchina automatica, che non è propriamente di facile gestione. La stessa custode, subito dopo, mi piazza in mano due brochure con le indicazioni salienti relative all’antica città e mi dice di essere attento, perché ci sono in corso diversi cantieri di restauro di intere parti della città. Mi indica, subito dopo, la direzione in cui si trova il teatro. Mi reco in quella direzione, più per il gusto di ricordare i vecchi tempi, quando da giovincello, venivamo in questo luogo per raccontarci storie di alieni e di astronavi provenienti da altri mondi. Non so per quale motivo, ma questo luogo, a quei tempi, ci ispirava a raccontarci storie particolari, quasi come se la città fosse meta di pellegrinaggio di extra terrestri.
Respiro a pieni polmoni l’aria fresca del pomeriggio di inizio primavera. Percorro la stradina fatta di ghiaia bianca e ciuffi d’erba. Tutt’intorno ci sono grandi prati verdi, ricoperti di margherite variopinte. Ad un bivio, prendo la strada di destra, come mi aveva detto la custode, e in poco tempo mi ritrovo al teatro. Si tratta di una costruzione a semicerchio, fatta a gradoni, composti da grossi blocchi di pietra. Il teatro in se è piccolo, credo che servisse solo per spettacoli di tipo teatrale, e non, di certo, per i giochi gladiatori. Tutt’intorno ci sono delle costruzioni in pietra, anch’esse completamente ristrutturate. Mi siedo su uno dei gradoni e mi viene da pensare ai pomeriggi estivi trascorsi lì, a chiacchierare senza alcun senso concreto delle cose.
Mi sollevo, poi, dalle pietre per proseguire il giro. La città è profondamente cambiata. Ci sono molti più reperti da vedere. Ci sono muretti di cinta, e i resti di edifici pubblici. Al centro c’è in bel foro di origine romana, e di fronte si vedono ancora le tante colonne che sostenevano il tetto della Basilica, che è andato oramai perduto. La cosa che mi colpisce, in particolare, sono le due strade principali, il cardo e il decumano, che si intersecano esattamente tra il foro e la Basilica. E’ stata riportata alla luce la pavimentazione originaria, fatta di grossi blocchi di pietra. Si vedono ancora le pietre sollevate che costituivano i passaggi pedonali dell’epoca e a terra, con una cadenza regolare ci sono delle pietre lavorate ad arte, in modo da creare delle vere e proprie feritoie. Erano i tombini dell’epoca, che, tra le altre cose, erano delle vere e proprie opere d’arte. La città originariamente fu fondata dai Pentri, una delle popolazioni sannitiche, e si trovava in un punto strategico lungo il percorso dell’importantissimo tratturo Pescasseroli – Candela. Ciò le permise di fiorire già all’interno della Federazione del Sannio. Solo dopo il 290 a.C., anno in cui i Romani sconfissero definitivamente i Sanniti, la città divenne romana, ed è da quel momento in poi che furono costruiti la maggior parte dei monumenti che oggi vengono tirati fuori dal terreno e ristrutturati. Mi fermo ad osservare la pianta di un’antica casa, lungo la direttrice del cardo. Poco dopo l’ingresso, si vede bene un “impluvium”, ancora ben conservato, dove resto a guardare con stupore il canale di scolo dell’acqua, scolpito nella pietra con una precisione millimetrica. Non posso non pensare a quelle persone che, oltre duemila anni fa, scolpirono quella pietra con tanta cura e precisione, e a tutta la fatica fatta per costruire un’intera città fatta di pietra. Mi accovaccio e con una mano tocco la fredda pietra. Una goccia d’acqua si poggia sul dorso della mia mano. Comincia a piovere ed è tempo di andare.
Con questo articolo sono definitivamente sbarcato negli Stati Uniti D’America. L’articolo è stato pubblicato su una rivista cartacea, che si chiama “United States of Italy”, ed è una rivista molto diffusa tra le comunità di italiani negli USA. La rivista, che ha base a Washington D.C. viene distribuita negli Stati Uniti, compresi i Consolati Italiani e i centri culturali. Voglio ringraziare la giornalista e amica Federica Brogna, che fortemente mi ha sostenuto in questa uscita. Tra l’altro l’articolo non è incentrato su un mio libro specifico, ma proprio su di me, come eccellenza italiana, che deve essere conosciuta negli USA. Sono onorato di ciò d spero di venire presto negli USA per abbracciarvi tutti.
Stasera vi racconto una storia di vita vissuta e che sicuramente troverà molte conferme. Fatemelo sapere nei commenti. Intanto chi deve capire capirà. C’erano una volta due vicini di casa, ma non due vicini qualunque. Ogni mattina, uno di loro trovava davanti alla porta un dono sgradevole: secchi di m€rda lasciati durante la notte. Scoperto il colpevole, il vicino offeso non si indignò. Invece di vendicarsi, raccolse le mele più splendide dal suo albero, ne riempì un secchio, e le posò sulla soglia del suo vicino. Quando l’altro lo vide, spalancò la porta incredulo: “Come? Io ti porto m€rda, e tu rispondi con le mele più belle che hai? Perché?”. E il vicino sorrise, con la serenità di chi è saggio: “Perché ognuno offre ciò che ha. Se tu hai la m€rda darai agli altri la m€rda, io, invece, ho le mele e ti do le mele. La morale di questo racconto è che se una persona ti butta m€rda addosso, non devi sentirti in colpa, il problema è dell’altra persona che è fatta di m€rda e che, dunque, quella solo può portarti. La soluzione? Stare lontano da chi sparla degli altri: prima o poi sparlerà anche di te. Un bacione
La storia di queste pietre risale al 2017 o 2018. In quell’epoca ero proprietario di un bellissimo Bed and Breakfast a Pesco Sannita, che si chiamava Mirafloris. Un giorno si presentarono alla porta, dopo una prenotazione fatta on line, due persone tedesche. Credo fossero marito e moglie. Ad ogni modo erano due persone di circa sessant’anni, con le quali cercai di comunicare in inglese. un inglese maccheronico il mio, un inglese ancora piu maccheronico il loro. Alla fine intesi che si trovavano da quelle parti, sia per andare a visitare i luogi di Padre Pio e sia per visitare l’entroterra sannita. La cosa che mi colpì fu proprio quella, cioè la loro determinazione nel voler andare in giro per visitare l’entroterra. Rimasero a Mirafloris per circa quattro giorni. Il loro soggiorno fu tranquillo, tanto che non ci sentimmo praticamente mai, tranne un messaggio che mi inviarono su whatsapp con questa foto, e con i loro saluti e ringraziamenti per il piacevole soggiorno. Quando entrai in casa, trovai effetivamente queste pietre sulla scrivania. Avevano dei gufi disegnati, ed il gufo è stato sempre il mio animale prediletto… anzi lo stesso Mirafloris era a tema gufi. C’erano immagini di gufi praticamente dappertutto. Da lì nacque una breve ma simpatica corrispondenza con la signora che aveva soggiornato da me, la quale mi spiegò che il suo animale preferito era il gufo e che aveva voluto disegnarli su delle pietre trovate in zona, in onore della mia stessa passione. Io ne fui felice e le due pietre ancora oggi le custodisco gelosamente.
Sono stato sempre un grande fan di Franco Battiato, e in verità lo sono ancora adesso, anche se lui fisicamente non c’è più. Nel 1999, o forse era il 1998, andai a casa sua con la Fiat Ritmo rossa di mio padre. Cioè, aspettate un attimo, facciamo un passo indietro e lasciate che vi spieghi meglio: stavo andando in Sicilia con la mia Opel corsa grigia, quando all’altezza di Campagna si ruppe il cambio. Provvidenzialmente mio padre venne a salvarmi con la sua Ritmo Rossa, arrivando fino a Campagna e tornando indietro con un carroattrezzi, che portò indietro anche la mia macchina scassata. Io, ovviamente, proseguii spedito per Villa San Giovanni per imbarcarmi. Va premesso che in quell’epoca non esisteva ancora internet, o, per meglio dire, era agli albori, e le informazioni si passavano ancora attraverso i libri, i giornali, o i racconti orali. In quell’epoca, il mio amico Franco, anche lui grande amante di Battiato, mi aveva raccontato che il maestro viveva sulle pendici dell’Etna in un paesino che si chiamava Milo, precisando che lo stesso era nato in un paesino che si chiamava Jonia, che in quell’epoca già non esisteva più perché aveva cambiato nome. E il nuovo nome era Riposto, dove il piccolo Franco era solito andare in un certo bar per mangiare la brioche con la granita. E io, incamerate tutte le notizie, partii per quell’avventura. A Riposto ci andai spedito e andai esattamente in quel bar a mangiare quel tipo di brioche con la granita a limone. Poi decisi di salire verso Milo. La strada era tortuosa e curva dopo curva, la Ritmo mi portó verso il luogo in cui Franco risiedeva. Lungo il pendio incontrai la famosa “sciara delle ginestre esposte al sole”, e ricordo che mi feci tutta la salita cantando. Arrivato nella piazza di Milo, a ridosso di una ringhiera, che delimitava la piazza e creava un naturale affaccio su un belvedere, che chiamare meraviglioso era troppo riduttivo, vidi due uomini affacciati. A quella ringhiera, appunto, c’erano due persone, una locale con evidenti segni di problemi psichici, l’altra era Lucio Dalla. Chiesi informazioni per arrivare alla casa di Franco Battiato e me le diede proprio l’uomo con problemi psichici. Seguii con attenzione le indicazioni ricevute, considerando anche che in quell’epoca non esisteva nemmeno Google maps. Uscii fuori dall’abitato e mi inerpicai per una via di montagna. Attraversai una galleria fatta di alberi, alla fine della quale mi ritrovai di fronte a Villa Giulia, cioè l’abitazione di Battiato. Lì vidi l’antenna parabolica più grande che avessi mai visto in vita mia. Ero arrivato. Mi fermo qui e magari un’altra volta vi racconteró cosa successe dopo avere bussato al citofono di quella villa.
Sono tornato a Mirabella, e ci sono tornato la Domenica delle Palme, il 29 marzo 2026. Ci sono arrivato percorrendo un pezzo dell’antica Via Appia, la regina viarum, oramai patrimonio dell’umanità UNESCO. Si la Via Appia Antica passava proprio di qua, e con maggior precisione, provenendo da Benevento, attraversava il fiume Calore, grazie al Ponte Appiano, oggi meglio noto come Ponte Rotto, nome che deriva dal fatto che il ponte è parzialmente crollato, in località Morroni, in un territorio che è diviso tra Apice e Bonito, quindi a cavallo tra la provincia di Benevento e quella di Avellino. Le tracce della Via Appia non sono sempre visibili, ma gli studiosi suppongono che seguisse, più o meno, il tracciato che oggi è attraversato dalla Via delle Puglie, che da Piano Pantano sale su, inerpicandosi con dei bellissimi sali e scendi, in direzione del Passo di Mirabella. Le tracce storiche ci dicono che l’antica Aeclanum, la città innalzata dai romani al rango di Colonia Romana, si trovava proprio lungo questa strada, proprio dove oggi insiste il Passo di Mirabella, che è una frazione della più moderna Mirabella Eclano.
Ci sono arrivato con la mia Jeep gialla, provenendo da San Giorgio del Sannio, e la strada l’ho percorsa tutta d’un fiato per arrivare in paese giusto in tempo per vedere le celebrazioni fatte in occasione della festività. Il periodo di Pasqua è un periodo particolarmente sentito in tutta la terra irpina, particolarmente da queste parti. E’ un continuo susseguirsi di riti arcaici, che spesso affondano le loro radici nel paganesimo precristiano, ma che sono stati riabilitati dalla più recente religione cristiana e sono entrati a far parte a pieno titolo delle ritualità che caratterizzano il percorso che porta alla Pasqua.
Arrivato in paese un po’ in ritardo sul programma di marcia che mi ero prefissato, mi fiondo subito nel centro storico. Parcheggio la dove Via della Rinascita si allarga in una curva, formando uno slargo, delimitato da una ringhiera, che si affaccia sulla bella valle sottostante. Percorro con passo frettoloso Vico Santo Spirito, che è in salita, e anche piuttosto ripida, tuffandomi, infine, su via Eclano, la via che in pratica divide in due, di lungo, tutto il centro storico della bella cittadina. Lungo la via è un continuo susseguirsi di palazzi settecenteschi ed ottocenteschi, con facciate imponenti e graziose decorazioni. Arrivo con un po’ di affanno alla maestosa Chiesa Madre di Santa Maria Maggiore. Il grande portone è aperto, e finalmente riesco ad entrare. La chiesa è gremita fino all’estremo. Non solo sono occupati tutti i posti a sedere, ma molte persone sono in piedi, accalcate nelle retrovie. Entro, facendomi largo con un po’ di fatica. Il freddo, che stranamente, oggi ancora pervade l’aria, che della primavera non ne vuole proprio sapere, costringe tutti a tenere ancora addosso i cappotti invernali. Dai comignoli delle case circostanti si spande l’odore acre e piacevole della legna che arde, che arriva fin dentro la Chiesa. Tutti ascoltano l’omelia con profonda attenzione. Il Prete, che scoprirò poco dopo essere il Vescovo, pronuncia parole di pace e di speranze e sembra la vera star della giornata. Tutti gli occhi sono puntati su di lui, almeno fino al momento della Comunione, quando un’infinità di persone, cioè quasi tutti i partecipanti alla messa, si accalcano in coda nel corridoio centrale della Chiesa, per ricevere l’Eucarestia. Questo momento, in genere breve e sbrigativo, si prolunga per molto tempo, mentre dalla parte dell’altare si diffonde una musica sublime di un organo e si innalzano canti di voci che sembrano divine. La mia curiosità si infittisce. L’organo ha un suono bellissimo, e le voci sono così perfette che mi viene da pensare che siano registrate. Poi la mia attenzione viene attratta dal soffitto della Chiesa, interamente ricoperto di pannelli in legno, finemente dipinti, in modo da formare un unico, immenso affresco, che ricopre tutta l’unica grande navata. Resto estasiato, sospeso tra i canti, che non avevo mai ascoltato di così belli, e il fascino dell’arte pittorea, che dal soffitto sembra ricadermi addosso.
Finalmente il lungo tempo dedicato alla Comunione si esaurisce e in poco tempo il Vescovo termina la messa, rispedendoci tutti a casa. Io però resto sull’uscio. Osservo i volti finalmente sereni dei fedeli, e osservo in modo in cui interagiscono fra di loro, con sorrisi, lunghe strette di mano, baci e tante chiacchiere. La Chiesa si è d’improvviso trasformata in un enorme atrio riempito dal brusio di centinaia di persone. Resto molto colpito dalla partecipazione di così tante persone al rito della messa e della benedizione delle palme, che dalle nostre parti, non sono null’altro che rametti di ulivo benedetti in Chiesa. Sfollate un bel po’ di persone, però, la mia curiosità continua ad essere tanta, alimentata dal suono bellissimo dell’organo che continua ad intonare melodie che riempiono l’aria. Mi avvicino all’altare e scopro sulla parte destra un organo a canne bellissimo, con decorazioni in oro, ed una ragazza, mingherlina, dai capelli neri tagliati alle spalle, che con ispirazione ascetica continua a suonare, ignorando tutto ciò che le accade intorno. Ai lati in alto dell’organo, prima che dalle belle decorazioni ne fuoriuscissero le canne, che lo caratterizzano, muove dei grossi bottoni, spingendoli verso l’interno o tirandoli a se, facendo cambiare di continuo il suono dell’organo stesso. Le mani corrono sicure su due tastiere, messe su piani diversi, mentre i piedi suonano delle leve giganti, che ricordavano i tasti di un pianoforte. Sullo stesso sgabello, accanto a lei, è seduto un ragazzo, che ascolta la musica in religioso silenzio, e con il capo chinato, come se fosse in raccoglimento. Solo allora, soddisfatta ogni mia curiosità, esco dalla Chiesa, non prima di aver ricevuto una spiegazione dal Parroco sul perché viene chiamata anche come la Chiesa del Sacro Latte. Scopro così che all’interno della chiesa è custodita una statua d’argento della Madonna, che al suo interno ha una reliquia, portata fino a qui da Betlemme ai tempi delle Crociate. Si tratta di una polverina bianca, che, da sempre è stata identificata come polvere di latte disidratato della Madonna. Questa storia mi fa capire ancora meglio quanto antica sia la storia di questa chiesa e quanta storia sia effettivamente passata da queste parti.
Esco rigenerato nella bella piazzetta antistante, e mi accorgo presto che ad ogni balcone delle case, non solo prospicienti la piazza, ma anche di quelle che corrono lungo il dedalo di vie, ci sono appese delle bambole, intrecciate con dei simboli precisi: il peperoncino, diverse teste d’aglio intrecciate, e in basso un qualcosa che sembra una patata dalla quale spunta una piuma. Camminando per le stradine limitrofe, mi accorgo che ogni balcone, ogni portone, porta appeso questo intreccio di cose, quasi fosse un amuleto. Finalmente incontro un giovane, il quale mi spiega che si tratta di un’antica tradizione di Mirabella, che prevede che questi oggetti scaramantici restino appesi per tutto il periodo della Quaresima e che le piume appese nella parte basse sono tante quante le settimane che dividono la fine del carnevale con la Pasqua. La tradizione vuole, inoltre, che si tolga una piuma per ogni settimana trascorsa, togliendo l’ultima nel giorno di Pasqua. Questo spiega esattamente perché ognuno di questi pendagli abbia una sola ed unica piuma, che spunta verso il basso. Intanto si è fatta l’ora del pranzo. Sono le 13.30. Il brusio delle strade si è azzittito completamente, i comignoli cacciano più fumo, segno che le attività umane si sono spostate all’interno delle case graziose di questi vicoli medievali. Oggi è la Domenica delle Palme e prende inizio, in ogni singola casa, il grande e antico rito del pranzo della domenica di festa, in attesa della grande festività che si celebrerà tra una settimana, il giorno di Pasqua.
Io sono soddisfatto della mattina trascorsa e vado via, cercando riparo dal freddo, alzando il bavero del cappotto, non senza aver preso un caffè macchiato bollente al bel Bar dell’angolo.
Con il film “Me ne vado e divento Papa”, Antonello Carbone, regista e documentarista irpino, si sfida in un lungometraggio, su un terreno familiare ma insidioso: quello dell’emigrazione. La faccenda viene trattata in modo ironico, quasi beffardo, raccontando un fenomeno che attraversa tutta l’Irpinia come una ferita, attraverso gli occhi del protagonista, che altri non è se non il regista stesso: un uomo sul punto di partire, ma che, in fondo, non crede davvero alla possibilità della fuga.
Il film è costruito con un linguaggio visivo consapevole e rigoroso. Le inquadrature fisse rendono i dialoghi più poetici, mentre i primi piani lunghissimi dilatano il tempo, sospendono l’azione e trasformano ogni volto in un paesaggio interiore. Lo spettatore è condotto in una dimensione in cui il tempo non scorre, ma sedimenta, come accade nei luoghi che sembrano fuori dalla memoria e, proprio per questo, profondamente dentro la storia.
Sì, come si è capito, il film è ambientato in Irpinia. Ma non in un luogo preciso: piuttosto in una geografia emotiva, dove la terra, la natura, la memoria e il soprannaturale convivono come elementi di un’unica mitologia. È qui che si muovono Antonello e Nina, interpretata con delicatezza da Stefania Varriale, in una danza onirica e talvolta surreale, che trasfigura gesti e parole, invitando lo spettatore a interrogarsi sulla caducità di ciò che possediamo e sulla bramosia, tipicamente umana, di desiderare sempre l’altrove.
La struttura narrativa del film segue l’ultima giornata del protagonista nel suo paese, intrecciando ricordi personali, testimonianze e immagini d’archivio che raccontano quarant’anni di storia irpina e il tema dell’emigrazione.
In questo senso, l’opera si muove sul confine tra cinema e documentario, tra autobiografia e racconto collettivo, trasformando una vicenda individuale nella metafora di un destino condiviso.
Le musiche di Carmine Ioanna, sincopate e vibranti, rafforzano il legame con il territorio grazie all’uso della fisarmonica e dialogano con la staticità delle immagini in un contrasto propositivo. È proprio in questo attrito tra immobilità visiva e movimento sonoro che nasce il ritmo del film: un ritmo interiore, più che narrativo, capace di evocare appartenenza, nostalgia, resistenza.
Me ne vado e divento Papa è un racconto sulla permanenza, sull’impossibilità di andarsene davvero, sulla tensione tra radici e desiderio. È un cinema che si muove tra le verità fragili dei luoghi marginali, di quelle terre che sembrano periferiche e che invece custodiscono, come scrigni segreti, il senso più profondo dell’esistenza.
In definitiva, l’opera di Carbone si colloca in una tradizione di cinema poetico e territoriale, capace di trasformare l’Irpinia in un vero e proprio personaggio: una terra che parla, che resiste, che trattiene e respinge, che ama e che ferisce. Un cinema che ritengo necessario, perché racconta ciò che spesso resta fuori dalla vista: la dignità austera dei paesi, la malinconia delle partenze, il paradosso di chi sogna di andare via, per scoprire, alla fine, di appartenere irrimediabilmente al luogo da cui vorrebbe fuggire.
Il Campus Manzoni di Caserta ha sposato uno dei miei libri: “Tramonti Occidentali”. Un libro particolarmente interessante perché tratta di tematiche molto attuali, come l’immigrazione, l’integrazione ed il valore della civile convivenza. In un mondo che continua a spingere verso l’odio, verso la cattiveria e l’individualismo, Tramonti Occidentali lancia un messaggio di speranza e strappa qualche sorriso, ma anche tante lacrime. Il 14 maggio sarò con i ragazzi del Liceo, per parlare di tutte queste tematiche. Con me ci sarà l’avvocato Hilarry Sedu, che ha curato la postfazione del libro, essendo particolarmente esperto delle tematiche del libro. E un grazie alla prof Maria D’agostino, che ha dimostrato una estrema sensibilità e che mi ha coinvolto in questo bellissimo progetto. Ci vediamo il 14 Maggio.
Le vicende umane, talvolta, percorrono strade che sono lontane dal solco tracciato dalla ragione, e portano, spesso, a risultati inattesi, quanto non cercati. È accaduto anche ad uno dei tanti esseri umani vissuti a cavallo del secondo conflitto mondiale, la cui vita prese una piega non voluta, non cercata, ma dettata dalle circostanze. Lui, l’essere umano, si chiamava Osvaldo Sanini e arrivò a Grottaminarda in un giorno di pioggia, con una valigetta di cuoio sottile, consumato, tenuta stretta da legacci di spago. L’aria spaurita di chi andava incontro al proprio destino, accettato con coraggio e rassegnazione. Lui sapeva bene che i fatti della ragione, spesso non andavano di pari passo con le esigenze del corpo e che quest’ultimo doveva sottostare alle leggi inesorabili del tempo, cui spesso la ragione sfugge, determinando uno sfasamento, una sorta di fuso orario, tra i due livelli, che causava non poche sofferenze, tanto alla carne quando allo spirito. Non sappiamo, in realtà, se il giorno dell’arrivo fosse davvero un giorno di pioggia, ma possiamo immaginare che dentro al suo animo fosse così, e sempre l’immaginazione ci fa pensare che l’arrivo non fosse accompagnato da fanfare o bande musicali, quanto, piuttosto, possa essere plasticamente rappresentato attraverso l’atto della discesa dei gradini di una corriera su una strada polverosa. Ma è d’obbligo fare un passo indietro e descrivere chi fosse Osvaldo Sanini e perché fosse finito in terra irpina, pur avendo percorso ben altre strade.
Osvaldo Sanini nacque nell’isola di Creta nel 1874 da una famiglia di origini parmensi. Presto ritornò nella città di origine, per poi trasferirsi a Genova per continuare gli studi universitari. Osvaldo si distinse presto per essere un ottimo scrittore, tanto che, in breve tempo divenne giornalista presso il secolo XIX, e nello specifico divenne corrispondente estero, trascorrendo lunghi periodi nella capitale francese. Nel 1940, proprio tornando in Italia da Parigi, fu fermato dalla polizia fascista con l’accusa di propaganda antifascista e fu relegato in esilio. A quel tempo l’esilio forzoso avveniva attraverso la deportazione in aree del paese considerate disagiate, difficilmente raggiungibili, dalle quali diventava estremante difficile comunicare con l’esterno. Così era accaduto a Carlo Levi, confinato ad Aliano, in Basilicata, a Cesare Pavese, confinato a Brancaleone Calabro, ad Altiero Spinelli, confinato a Ventotene, a Manlio Rossi Doria, confinato a San Fele in Basilicata. Il Sud, terra abbandonata dagli esseri umani e da Cristo, terra povera, fatta di contadini e gesta semplici, diventava così il carcere segreto in cui segregare tanti personaggi scomodi. Il Sud Italia, diventava così, e senza saperlo, la fucina in cui si forgiavano le menti più brillanti che avrebbero dato lustro alla nostra nazione negli anni successivi. Perché ciò avvenisse ci è ignoto, ma lo possiamo immaginare o desumere dalle parole scritte dai tanti intellettuali che ivi furono deportati e costretti a vivere per periodi più o meno lunghi. Carlo Levi scriveva: “In quel mondo chiuso e lontano dove Cristo non è mai sceso, ho imparato che il dolore degli uomini ha lo stesso colore ovunque.” Ma a noi piace pensare che il Genius Loci abbia operato anche in quelle occasioni e che l’intelligenza antica, sepolta sotto un mondo contadino, abbia avuto modo di venir fuori e di contaminare e di danzare con le menti più brillanti dell’epoca, portando il loro vissuto al di sopra di ogni possibile immaginazione. Così Osvaldo Sanini arrivò a Grottaminarda, la porta della valle dell’Ufita e della Baronia. Ma lì successe qualcosa di inaspettato: Sanini si innamorò di quella terra, e, nonostante la fine del fascismo, nonostante l’inizio di un nuovo ciclo storico, decise di restare ancorato a quella terra, alle sue tradizioni e alla sua cultura. A Grottaminarda fu povero, vivendo solo del suo sapere. Viveva in una grande stanza a Largo Sedile, dove dava lezioni private di italiano per racimolare il necessario per sopravvivere. Ci fu qualche famiglia che si prese cura di lui. Le esigenze del corpo, appunto, non seguono il destino delle idee, e la carne ha bisogno di cure assidue per mantenersi viva. Nonostante le cure prestate da alcuni abitanti di Grotta, non ebbe molti amici, anzi, uno solo gli fu amico, un altro grande personaggio che rende onore alla piccola cittadina, Leopoldo Faretra. Quest’ultimo meriterebbe una storia a parte, per il vissuto coraggioso e ardimentoso, che lo portò, a sua volta, a scontrarsi con il regime fascista e con quello nazista. Leopoldo era un medico, che per lo più lavorò a Rocchetta Sant’Antonio, arruolato, successivamente come medico da campo durante la guerra, e ribelle agli ordini dei nazisti dopo l’8 Settembre del 1943. Per questo fu inviato in un campo dì concentramento in germania, dove, in qualità di capo dell’infermeria, aiutò tantissimi italiani a non soccombere alle angherie dell’esercito e del regime nazista. Tornato nella propria terra, dopo la guerra, trovò una facile sponda nella mente brillante di quell’uomo avanti con l’età che era Osvaldo Sanini. Non sappiamo con precisione come e perché si fosse intavolato un tale rapporto di amicizia tra i due, ma, anche in questo caso, possiamo immaginare che due delle menti più fervide e due dei cuori più coraggiosi dell’epoca, abbiano saputo trovare delle sintonie che forse sfuggono alle logiche dei più. E fu così che due solitudini, diverse ma speculari, si tennero compagnia nel silenzio discreto di una Grottaminarda che allora ancora odorava di stalla e di terra bagnata. Si dice che la casa in cui viveva Saniniavesse pareti scrostate, un letto cigolante di ferro e una finestra che affacciava su un pezzo di cielo sporco, dove in certi giorni passavano stormi bassi come pensieri tristi. Ma lì, in quella stanza povera, si leggevano libri in francese, si traduceva Goethe, si commentava Orazio, si raccontavano le guerre dell’anima e del mondo come se fossero favole da spiegare ai bambini.
Sanini non fu mai un uomo facile, come si addice ad ogni uomo dal cervello grande, dal grande acume e dalla grande cultura. Sanini fu un intellettuale a tutto tondo, che seppe rielaborare la propria cultura in versi, descrivendo il suo rapporto di amore e di odio per quella terra benedetta e maledetta che lo aveva accolto, per quei paesaggi mozzafiato che L’Irpinia interna sa offrire agli occhi che non guardano con gli occhi ma col cuore. Lui scriveva versi che sembravano venire da un altro secolo, da un altro tempo. Aveva un approccio ottocentesco, tardo romantico, che traspare nei suoi stessi scritti. Alcune delle sue poesie più belle nacquero lì, in quella casa che oggi pochi sanno riconoscere. Poesie dedicate all’Irpinia, alla sua gente, alla sua natura ruvida e al tempo stesso accogliente. Una poesia, in particolare, “All’Irpinia”, sembra una lettera d’amore scritta da un uomo che, da prigioniero, è diventato figlio. Scriveva:
“Irpinia bella… tu mi parlasti tenera / e prendesti di me gentile cura / come ti fossi il più diletto figlio.”
E quello era diventato, in effetti: un figlio adottivo di una terra che lo aveva accolto senza clamori, ma con quella discrezione antica che hanno solo i luoghi profondamente umani.
Sanini morì nel 1962. La sua fine fu silenziosa come la sua permanenza. Non ci nessun clamore, nessun articolo sui giornali. Ma il suo nome restò inciso nella memoria di chi l’aveva conosciuto. Nella biblioteca ricavata nel bel Castello D’Aquino, sono conservate, ancora oggi, alcune sue carte, i suoi manoscritti, le lettere. E anche io in un giorno d’inverno mi sono perso tra quelle carte, innamorandomi di una storia sconosciuta ai più, ma che sa di letteratura vera e di esseri umani.
La sua esistenza, come quella di tanti uomini giusti, si è consumata nell’ombra. Ma l’ombra, a volte, è il luogo dove il seme trova riparo per germogliare. E noi, oggi, abbiamo il dovere e la bellezza di ridire il suo nome.