Ma chi è davvero Mimì Gagliardi?

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Seven Forty-Five: a noir soaked in southern Italian soil

Mimì Gagliardi comes back to Gesualdo with two suitcases and a ghost. The heavier one he carries inside: Lucrezia Santini, the blonde woman who keeps knocking at the door in his dreams every night, ever since he left Milan. His guilt takes the shape of a recurring nightmare, and he always wakes at seven forty-five.

Mimì is fifty-three years old. He has a battered old green Range Rover he calls “il Verdone,” a smoking habit that doubles as a philosophy of life, and a profession he loves the way you love something uncomfortable: local journalism. He is the voice that tells the small stories of a vast land — the Eastern Irpinia stretching from Gesualdo along the old State Road 303 to the distant ridgeline of the Picentini mountains.

One summer morning, a woman dies in circumstances that look like an accident. Then a farm burns down. Then a landfill. Then someone in an unlicensed black pickup truck rams his car three times on a dark stretch of road. Nothing ever happens in Gesualdo — and yet, in the space of a few days, everything does.

Mimì begins pulling at threads: a woman with a hidden past, a child left in the care of her closest friend, a priest who recorded a confession and doesn’t know what to do with it, a politician in a blue suit who keeps turning up in all the wrong places. The pieces fall into place, but the picture they form is one of a small, vicious power — the kind capable of inflicting serious harm in a place where everyone knows everyone, and everyone thinks they know everything.

Seven Forty-Five is a provincial noir that smells of threshed grain and strong coffee, of Irpinian dialect and ancient stone. It is the opening chapter of a trilogy set in Eastern Irpinia: three books, one protagonist, and a land that is always, in its own right, a character in the story.

Sette e Quarantacinque: un noir mediterraneo a tinta locale

Monia è morta, non sente più nulla, ma il mondo continua a funzionare come se nulla fosse, come se quella vita perduta fosse un normale esercizio di stile per il pianeta, che, di tanto in tanto, deve rinnovare le presenze su di esso, come in un grande e attrezzatissimo teatro in cui siamo tutte comparse.

(Sette e quarantacinque – giuseppe tecce)

Mimì Gagliardi torna a Gesualdo con due valigie e un fantasma. La valigia più pesante la porta dentro: Lucrezia Santini, la ragazza bionda che continua a bussare alla porta nei suoi sogni ogni notte, da quando è tornato da Milano. Il senso di colpa ha la forma di un incubo ricorrente e si sveglia sempre alle 7:45.

Mimì ha cinquantatré anni, una vecchia Range Rover verde che lui chiama “il Verdone”, un’abitudine al fumo che è anche una filosofia di vita, e un mestiere che ama come si ama una cosa scomoda: il giornalismo locale. È la voce che racconta i fatti piccoli di un territorio grande, quell’Irpinia d’Oriente che si stende tra Gesualdo, la Statale 303 e i profili lontani dei Picentini.

Un mattino d’estate, una donna muore in circostanze che sembrano un incidente. Poi un allevamento prende fuoco. Poi una discarica. Poi qualcuno, su un pick-up nero senza targa, lo tampona tre volte sulla statale nel buio. A Gesualdo non succede mai niente, eppure in pochi giorni succede tutto.

Mimì comincia a tirare i fili: una donna con un passato nascosto, una bambina affidata all’amica del cuore, un prete che ha registrato una confessione e non sa cosa farsene, un politico con il completo blu sempre presente sui luoghi sbagliati. I pezzi tornano, ma il quadro che ne emerge è quello di un potere piccolo e feroce, capace di fare molto male in un territorio dove la gente si conosce tutti e sa tutto di tutti — o almeno crede di saperlo.

Sette e Quarantacinque è un noir di provincia che sa di grano trebbiato e caffè forte, di dialetto irpino e di pietre antiche. È il primo capitolo di una trilogia ambientata nell’Irpinia d’Oriente: tre libri, un protagonista, una terra che è sempre, anche lei, parte della storia.

SalTo 2026: con “Sette e Quarantacinque” l’Irpinia torna protagonista

Sono terminate le mie giornate al Salone Internazionale del Libro di Torino 2026. Come al solito è stata un’esperienza fascinosa, una sorta di coronamento di un anno di studi e di lavoro nel campo dell’editoria, vista, però, non dalla parte dei lettori, ma da quella di chi scrive per i lettori. Io, insieme ad un gruppo di autori della Graus Edizioni, ho fatto presentazioni, firmacopie , interviste, parlato con un’infinità di persone e ho stretto tante mani. Con me c’erano Maria Baldares, la nostra super addetta stampa, che ci ha fatto anche da presentatrice, Chiara la bravissima social media manager, e poi gli scrittori, Alessia Vessicchio, Aline Improta, Saverio Ferrara, Massimo Villani. Siamo stati ospiti del bellissimo stand della Regione Campania, che ci ha coccolati con un bellissimo salottino sul quale fare la nostra presentazione, con un set audio impeccabile, ed una formidabile assistenza tecnica. Per il resto, e per fortuna, gli stand erano invasi da fiumi e fiumi di persone, che ci fanno capire quanto il settore dell’editoria sia ancora vivo. Ovviamente, quello dell’editoria è un mondo variegato e complesso, all’interno del quale ci si può trovare di tutto, dalle pubblicazioni di altissima qualità, alla vera e propria spazzatura. Ma è compito del lettore saper fare una selezione del materiale editoriale di far andare avanti solo ed esclusivamente ciò che ha un concreto valore.

Intanto vi segnalo che il mio libro è già acquistabile al seguente link: https://www.grausedizioni.it/prodotto/sette-e-quarantacinque/

Tramonti Occidentali: i finali che non ti aspetti

Ieri al termine della presentazione di Tramonti Occidentali, presso il Liceo Manzoni di Caserta, alla presenza di tantissimi ragazzi, provenienti dagli indirizzi più diversi, dal Liceo Scientifico, ala Liceo Linguistico, al Liceo Umanistico, due ragazze si sono avvicinate a me con dei fogli in mano e me li hanno consegnati. Entrambe, pur appartenendo a classi ed indirizzi di studio diversi, e quindi non conoscendosi, avevano avuto la stessa sensazione, quella che il romanzo avesse un finale sospeso e che, in qualche modo, fossero in dovere di dare un prosieguo a quella storia così commovente, che era narrata nel libro.

Ovviamente ho accettato di buon grado i loro documenti, portandoli con me a casa. Ieri sera, finalmente ho potuto trovare il tempo di leggerli e di restare stupito di fronte a tanta sensibilità. Le dure ragazze offrivano due finali diversi, ma accomunati da uno stesso respiro positivo: in qualche modo entrambe anelavano ad un lieto fine per quella vicenda, e ognuno di loro l’ha trovato a modo suo.

L’intento di quel finale aperto era esattamente questo: quello di spingere il lettore a trovare un proprio finale ad una storia, che, per come è narrata, poteva avere un esito positivo o negativo. I ragazzi, hanno, per propensione personale, un innato amore per i finali lieti, e così è accaduto anche al Liceo Manzoni di Caserta.

Allego in basso i due finali, per chi avesse voglia di leggerli e anche di darmene un parere.

Grazie ancora alle due ragazze…

Rassegna stampa dopo Tramonti Occidentali al Campus Manzoni di Caserta

https://www.goldwebtv.it/al-liceo-manzoni-di-caserta-incontro-con-lo-scrittore-giuseppe-tecce.html#

Sette e Quarantacinque

Dopo una lunga gestazione, è in uscita il mio nuovissimo libro. Si intitola “Sette e Quarantacinque”, ed è un giallo di provincia, ambientato in alta Irpinia. È il primo libro di una trilogia, che vede come protagonista “Mimì Gagliardi”, giornalista de “La Voce dell’Irpinia”, che si trova ad indagare tra una serie di situazioni poco chiare e casi che mai ci si aspetterebbe di incontrare in una provincia dell’Italia interiore. Un romanzo che fa del territorio un punto di forza e della lingua un elemento di caratterizzazione. Il libro sarà presentato in prima esclusiva al Salone Internazionale del Libro di Torino il 17 maggio alle ore 11.30 presso il padiglione della Regione Campania.
Sono certo che Mimì Gagliardi saprà conquistare il cuore di tantissime persone con il suo carattere informale e diretto, e con lui tutti gli altri personaggi che rientrano in un mondo narrativo fatto di vita lenta di provincia, di paesini bellissimi e di paesaggi mozzafiato.

Tramonti Occidentali al Campus Manzoni di Caserta

È un turbinio di emozioni, dopo aver trascorso un pomeriggio così intenso. I ragazzi al Liceo Manzoni di Caserta erano davvero tanti. Abbiamo parlato di “Tramonti Occidentali” , un mio libro di qualche anno fa, ma ancora di grandissima attualità, perché tocca una tematica profondamente legata ai giorni nostri, cioè quella del dramma legato all’immigrazione. Parlare oggi di immigrazione, di tragedie del mare, è diventato quasi un tabù, ma noi abbiamo scoperchiato il tabù mostrando il re nudo, perché è inutile affondare la testa dentro la sabbia, come fanno gli struzzi. Il problema esiste e va affrontato, con serietà e serenità. È un dovere delle scuole, tutte, di affrontare il tema di una società più inclusiva. È dovere della società civile di parlare di queste tematiche. Un grazie di cuore va alla prof Maria D’agostino che ha seguito tutto il percorso della lettura del testo da parte dei ragazzi, con tutti i laboratori annessi. Un grazie alla prof Marianna Marsilio, che ha moderato l’incontro, alle prof Caterina Vagliviello e Angelica Martuccio che hanno coordinato il progetto. Un percorso che è durato un anno e che è culminato con una sfilza di domande super interessanti da parte dei ragazzi. Un grazie di cuore all’avvocato Hilarry Sedu, che ha curato la postfazione del libro, per la presenza e per i suoi preziosi interventi che hanno dato sostanza e importanti spunti di riflessione alle tematiche trattate.

Il giallo che farà tremare l’Irpinia debutta al Salone di Torino

Un po’ di rassegna stampa:

Lo Surco re l’Angelo

La prima volta che vidi il solco avevo otto anni, era il 1973 e il solco già veniva tracciato da oltre mille anni. Pensai che qualcuno avesse ferito la terra con una lama lunga chilometri, che l’avesse tagliata come se fosse un pezzo di carne tenera. Mio nonno mi prese per il collo della giacca e mi disse: “Non guardare il trattore…guarda gli uomini”.

Solo anni dopo avrei capito quello che realmente intendeva.

Donato da Sturno se ne era andato che aveva quasi vent’anni. Se n’era andato al nord, con precisione viveva dalle parti di Torino, dove aveva lavorato per tutta la vita come operaio della Mirafiori. Si era sposato, aveva messo su famiglia e a Sturno ci tornava ogni tanto, d’estate per trascorrere qualche giornata serena, magari in compagnia dei parenti e dei tanti amici, anch’essi dispersi, in una immaginifica diaspora, tra il Nord Italia e l’Europa. Poi anche quelle visite erano diventate sempre più sporadiche. Il legame con la famiglia, con il papà, oramai novantenne, era diventato il telefono, che lo teneva legato a quel lembo di terra incastrato all’interno della parte più orientale dell’Irpinia. Questo almeno fino a quel giorno, in cui ricevette l’ultima chiamata: “Donato, il tuo papà è morto”.

La botta al cuore, la tristezza, l’organizzarsi in fretta e furia per scendere giù, lungo lo stivale, per quell’ultimo viaggio che, forse, lo avrebbe allontanato per sempre dalla sua Sturno. Era il 26 settembre, di mattina, quando si mise in macchina per attraversare l’Italia, con la testa che si tuffava in ricordi antichi, in riti e sorrisi che non sarebbero ritornati mai più. Arrivò a Sturno che era già buio. Il padre era disteso sul letto, nella sua camera. A rischiarare lo scuro della stanza, solo un cero acceso. Un cero grande, uno di quelli che si usavano nelle chiese. Nella stanza c’era una sola persona, Pasquale, un uomo oramai avanti con gli anni, che a Donato lo aveva visto crescere. Gli si avvicinò, per fargli le condoglianze, mentre lo salutava con due baci sulle guance, come si era soliti fare da quelle parti.

“Donà”, sussurrò, “ti ho visto crescere. Eri un bambino quando tuo nonno ti portò a conoscere il primo solco. Quel solco lo avevo tracciato io, così come ho continuato a fare in tutti gli anni successivi, in onore del santo, solo ed esclusivamente per onorare San Michele Arcangelo”.

Donato rimase per un attimo in silenzio. Ebbe bisogno di qualche attimo per collegare il solco, di cui parlava Pasquale, al famoso Solco dell’Angelo, cui non assisteva oramai da tantissimi anni.

“Si, Pasquale, mi ricordo. Mi ricordo di te e del solco, dritto come una lama, profondo come una ferita nella terra, dalla quale non usciva sangue, ma profumo di grano e benzina, di terra smossa, di raccolti copiosi, di natura. Mi ricordo molto bene”, e Donato lo diceva con lo sguardo perso nel vuoto, ricordando un tempo che non sarebbe mai più tornato.

“Il 29 mattina, vieni alle nove in punto, rinnoveremo la tradizione”, disse Pasquale

“Dove?”

“A la preta a lo Piesco”, te la ricordi? Ti ricordi la strada per arrivarci? Incalzò Pasquale.

Donato annuì.

Si salutarono, sancendo un patto di continuità davanti al morto, chiudendo quell’incontro con un sugello metafisico, e con parole che affondavano le loro radici nella tradizione più antica dell’essere umano.

Donato quella notte se la sarebbe portata addosso per tutto il resto dei suoi giorni. Non riusciva a chiudere occhio. Le emozioni gli entravano dentro e poi sparivano, facendo lo stesso rumore degli zoccoli dei cavalli al galoppo. Se ne andò in giro per le vie di Sturno. Le trovò deserte, vuote di persone, di rumori e di sogni. Erano molto diverse da quelle strade che ricordava pullulanti di esseri umani, di bambini che giocavano alla campana, e di donne con le buste pesanti della spesa in mano.

Un solo uomo camminava lento sotto alla luce gialla dei lampioni, fumando con flemma una sigaretta che sembrava non finire mai. A un palmo di distanza si riconobbero.

Dapprima un “buonasera” distratto, poi: “Ma si’ zi Michele”, fece Donato, con l’aria di chi aveva scoperto qualcosa di raro.

“Ue, uagliò, ma tu si Donato?”, disse l’uomo che aveva il bavero della giacca alzato, per proteggersi dal primo freddo autunnale.

“Si, si sono io”.

“Ho saputo di tuo padre. Ti faccio le mie più sincere condoglienze”, fece Michele con aria seria.

Si strinsero la mano, prima, poi si abbracciarono, continuando a passeggiare insieme, nella stessa direzione, che non aveva meta.

“Il paese è deserto”, esordì Donato.

“Il paese è vuoto”, rimarcò Michele.

“Vuoi dire che ce ne siamo andati tutti?”, continuò Donato.

“Voglio dire che chi ha potuto è andato via. Chi ha voluto fare di testa sua, è rimasto. Ma quelli che ragionano con la propria testa sono pochi, e, quindi, quelli rimasti veramente a Sturno, sono pochi. Questo è un gran peccato, perché abbiamo un patrimonio di tradizioni, di leggende, di letteratura, che deve essere tutelato. Ci sono cani che non hanno più padroni, case che non trovano più la loro anima e chiese rimaste senza nè pecore nè pastori”, disse Michele in modo secco e cinico.

“E’ il frutto di scelte sbagliate della politica”, incalzò Donato.

“No, è il frutto di decisioni affrettate. E’ lo spopolamento che autoalimenta se stesso. Vedi, in questi casi si applica la teoria della finestra rotta. Conosci la teoria della finestra rotta?” chiese Michele.

“Si, cioè, no….forse, ma non mi ricordo”.

“La teoria della finestra rotta dice che se lasci una finestra rotta in un immobile, inesorabilmente quell’immobile sarà condannato alla decadenza, perché chi dovrebbe prendersene cura si lascia trascinare da quel momento di inettitudine, che è la finestra rotta, e si abbandona ad uno stato di inerzia, che lo porta al declino totale. Lo stesso vale per lo spopolamento. Man mano che le persone partono generano, in chi resta, una umana curiosità per la partenza, una voglia di andare a vedere cosa c’è oltre la collina, portando tutti verso uno stato di eccitazione da abbandono, prima mentale e poi fisico, che porta al declino del paese. Per questo ora trovi le strade vuote, non si sentono più le grida dei bambini che un tempo giocavano per le strade, e nemmeno i cani sonnecchiano più agli angoli delle vie.”

“Capisco”, disse Donato, alzandosi il collo della maglia per proteggersi dalla fredda umidità, mentre si stringeva nelle spalle, per non trovare le parole necessarie per giustificare una scelta che lui stesso aveva fatto tanti anni addietro.

Tornò a casa che era già tardi e riuscì a dormire giusto il necessario per poter affrontare, l’indomani, il funerale. Il funerale, quella strana processione di anime che tornano in paese per salutare, per l’ultima volta, l’altra anima, che, invece, se ne va per sempre. Al funerale ci sono tutti. Tutti quelli che sono rientrati appositamente per il funerale: i cugini, i nipoti, le sorelle, i vicini di casa, qualche vecchio collega di lavoro, e il parroco aveva fatto la sua solita bella omelia, che dava lustro al morto e insisteva sulla necessità di far vivere il paese, di non farlo diventare una cartolina. Terminata la cerimonia, una lunga fila di persone rimarcava, attraverso una frettolosa stretta di mano, la propria presenza al funerale e la propria appartenenza ad una comunità che continuava ad esistere nonostante fossero divisi in luoghi diversi.

Tra una sosta al bar, qualche chiacchiera scambiata con vecchi conoscenti, Donato stava rientrando nei ritmi lenti del paese, nella lentezza che aveva governato la sua gioventù. Quella lentezza che prima aveva tanto odiato, e che ora cominciava ad annusare come possibile soluzione ai mali della vita moderna.

In breve, si ritrovò al 29 mattina, alle nove in punto, a la Preta a lo Piesco. Arrivò con il SUV attraverso una via sterrata. Sceso dall’auto, a Pasquale lo vide in fondo al campo, che già stava mettendo in opera l’aratro. L’aratro era attaccato ad un trattore, uno di quelli moderni, con le ruote altissime. Di lato, due buoi bianchi dalle lunghe corna, stavano a simboleggiare il legame con il passato. La direzione del solco che stava nascendo era quella della Chiesa di San Michele, che se ne stava immobile da secoli, su a Sturno, simboleggiando il legame profondo di quella terra e di quelle persone con l’Arcangelo Michele, simbolo di protezione e di lotta al male. Un gruppo di persone armeggiava, tra i campi, con attrezzi antichi. Avevano una missione precisa: indicare la via all’aratro, che seguendo quelle indicazioni doveva arare un solo solco, dritto come la lama di un coltello. Ci fu prima un gran vociare, e nacquero discussioni sulla direzione da prendere, poi, quando tutti i patti erano stati fatti, scese il silenzio. Solo il rumore del trattore, che procedeva piano su un terreno perfettamente arato, indicava la direzione presa da quella ferita nel terreno. Fu allora che gli ritornarono alla mente le parole del nonno: “Non guardare il trattore… guarda gli uomini”. Il trattore traccia il solco, gli uomini ne determinano la direzione. Pasquale, ancora una volta, aveva realizzato un capolavoro di fede e di benevolenza al Santo. “Evviva San Michele”, esclamò alla fine, con un sorriso che parlava più di mille parole.