Ci sono due eventi molto importanti, per le nostre aree interne, ai quali sarò presente: il primo è il Festival “Letture dal Bosco”, di cui sono stato ideatore e promotore, che si svolge a Lago Laceno, sui monti Picentini, il 19 luglio. Un festival che coniuga natura, letteratura e lettura ad alta voce, nella cornice unica della Piana dei Vaccari, dei Monti Picentini. Con me ci saranno tantissimi personaggi di primo rilievo, tutti impegnati nella salvaguardia delle aree interne. E poi il 26 luglio si passa su un’altra bellissima montagna, nella cornice meravigliosa del Matese, con un appuntamento con il Matese Day, organizzato dalle Acli Molise, grazie all’impegno del Presidente regionale Enzo Scialò e al lavoro continuo di tessitura dell’amico Pasquale Orlando. Io sarò relatore in qualità di costruttore di sinergie positive in Molise. Due giornate in cui si parlerà di territorio, di aree interne, dell’anima del Sud e della nostra Italia Interiore. E per chi volesse approfondire il mio lavoro, può trovare a questo link tanti spunti interessanti: https://giuseppetecce.com/litalia-interiore/
In tutta sincerità io ho sempre pregato per tutti, amici e nemici (anche se io non ho nemici), per i bambini di Gaza, per le persone del Venezuela, per le vittime innocenti delle guerre e per tutti coloro che affrontano difficoltà ogni giorno, per le persone perbene, per i malfattori e per i carcerati. La preghiera è di tutti e per tutti… poi ognuno si prende il pezzettino che gli serve.
È on line la nuova newsletter che vi spiega tutto tutto, ma proprio tutto, della nuovissima edizione di Letture dal Bosco. Cliccate in basso per leggerla e Iscrivetevi.
Nella casa di mio nonno, c’era una stanza in cui si conservava il grano. Era una stanza semplice, fatta di mura in pietra, dove le stesse erano tenute insieme dalla calce messa in bella vista. Li, in grossi sacchi di iuta si conservava il grano, il raccolto che doveva servire alla famiglia per l’intero anno, le cui eventuali eccedenze venivano vendute sul territorio, creando un’economia circolare, che apportava cibo e ricchezza al territorio stesso. In quella stanza c’era la polvere, e se ne percepiva l’odore. Non era la stessa polvere che conosciamo oggi, era meno sottile e aveva un odore diverso: era la polvere dei sacchi di granaglie, la polvere che derivava dalla fatica degli uomini, la polvere che la famiglia doveva sopportare per un anno intero, per averne in cambio cibo e nutrimento. Oggi in quella stessa stanza c’è un ragazzo, seduto davanti a un computer, connesso con il mondo intero, che parla di quello stesso grano antico, ma con mezzi diversi e rivolgendosi a persone che, magari, sono dall’altra parte del pianeta, alimentando, così, un’economia che è sì circolare, ma su scala molto più ampia, apportando, forse, minori benefici al territorio circostante, quantificabili solo in termini di ricchezza monetaria. Fuori, intanto, il paese è rimasto lo stesso di sempre: con le case in pietra, i vicoli stretti che qualche volta tolgono l’aria, le vie polverose che attraversano le campagne e scendono a valle, i vecchi seduti davanti al bar, le serrande abbassate e le scuole con sempre meno bambini. Nulla sembra essere cambiato in un sistema nel quale, in realtà, tutto si è trasformato. In questo paese nessuno ha mai sentito le sirene delle fabbriche, non ci sono mai state le ciminiere ad inquinare l’aria e la terra: qui non abbiamo mai conosciuto realmente un passaggio dalla civiltà contadina a quella industriale. Da queste parti l’industria è arrivata come arrivano certi temporali d’estate, con qualche tuono, due lampi, un po’ d’acqua, e poi di nuovo il silenzio. E noi siamo rimasti fermi, lì nel mezzo. Non abbiamo mai visto le industrie, ma, lentamente, ora stiamo diventando digitali. C’è stato un tempo in cui le nostre terre erano attraversate da un fremito antico, dall’attaccamento alla terra, da un modo di stare al mondo che si rifletteva sulla postura stessa dei suoi abitanti. Era il tempo in cui la civiltà contadina decideva per se stessa e per il mondo, oltre che per la terra. Era il tempo in cui intere famiglie si affannavano nei campi, disegnando i profili di interi territori, di colline e di valli, punteggiando il terreno con macchie di coltivazioni dai colori variopinti. Le valli erano un mosaico di geometrie, sin da quando l’aratro solcava la terra seguendo da vicino i buoi. Sin da allora la civiltà contadina aveva conosciuto un’evoluzione lenta, fatta di piccole migliorie, di nuove tecniche agricole apprese e tramandate con lentezza. Solo l’avvento dell’epoca industriale aveva portato ad un salto temporale, che, però, aveva interessato solo marginalmente l’agricoltura. Furono le industrie i veri motori dell’economia di quell’epoca, che è durata fino ai giorni nostri. L’industrializzazione ha significato fare un salto nello spazio, perché significava riorganizzare le conoscenze umane per renderle strumentali rispetto a ciò che si aveva intenzione di produrre, e la produzione ha influenzato tanto lo spazio, perché ci ha riempiti di merci di ogni tipo. Ma l’agricoltura ne è stata toccata marginalmente. C’è stata una lenta meccanizzazione degli strumenti di lavorazione, e forse potremmo far rientrare in questo periodo anche l’utilizzo dei concimi di sintesi, nati per aiutare i terreni a produrre di più, ma, che di fatto, hanno contribuito ad un depauperamento del suolo medesimo. I contadini delle nostre terre hanno vissuto questo lungo periodo in modo marginale, così come marginale è rimasta la loro vita nei paesi, rispetto ai ritmi frenetici delle città. D’altra parte, sarebbe stato impossibile accelerare artificialmente i ritmi della natura. Ogni cosa, in natura, ha i suoi tempi che sono programmati all’interno delle cose stesse. Così accade che il grano sa di dover nascere ad aprile e di maturare a luglio, le ciliegie di diventare rosse a giugno e le fragole a maggio. Ogni oggetto del creato rispondeva ancora alle leggi della natura, fregandosene altamente delle moderne industrie e dei nuovi ritmi dettati dal nascente capitalismo, e con essi anche i contadini erano rimasti ancorati ai vecchi ritmi circadiani. Per secoli gli allevatori hanno spostato mandrie di vacche podoliche dalle montagne alle pianure e viceversa, a seconda della stagione che gli si parava dinanzi. Per secoli la transumanza ha scandito i ritmi di intere famiglie, e con esse di intere fasce di territorio, determinandone ricchezza o impoverimento. Anche l’allevamento ha risentito poco dell’arrivo dell’epoca industriale. Il bestiame non poteva, di certo, essere organizzato in grandi opifici, e ben poco c’era da meccanizzare rispetto a quelle tecniche d’allevamento che vantavano millenni di storia. Basterebbe, per tutti, ripercorrere la storia del tratturo Pescasseroli Candela, per avere un’idea di come la storia millenaria degli allevatori abbia tracciato vie e destini, rotte ed economie di un’intera regione e di un’intera nazione. E oggi, siamo di nuovo davanti a un bivio, solo che questa volta non si vede. Non ha cancelli, non ha fumo, non ha il rumore delle presse o del ferro delle catene di montaggio. Non arriva con le ciminiere, non occupa vallate, non sporca il cielo. La modernità di oggi arriva silenziosamente, attraverso uno schermo acceso, passando per una connessione in rete, dentro ad una macchina capace di rispondere, di scrivere, di immaginare e di farci parlare in tutte le lingue del mondo. Così l’intelligenza artificiale sta diventando la nuova fabbrica invisibile, la nuova soglia della modernità E a differenze delle industrie che erano ingombranti e inquinanti, quest’ultima sta entrando nelle case e nelle vite dei contadini stessi, che, per la prima volta nella storia dell’umanità, stanno conoscendo delle modificazioni ai loro ritmi di vita, alla loro continua routine classica. E sotto questo aspetto, questo tipo di modernità va più in sintonia con lo stile di vita lento dei contadini. Si adatta meglio alla lentezza dei processi naturali, che non devono essere stravolti, ma supportati, aiutati, riorganizzati e controllati. Un algoritmo giusto, infatti, può aiutarci a comprendere meglio il nostro stesso paese, può essere d’aiuto per farci vendere un prodotto, e soprattutto può essere utile per farci scrollare di dosso quella scomoda sensazione di essere una periferia del mondo. E per tutti questi motivi, oggi, nella stanza di mio nonno non ci sono più i polverosi sacchi di grano, ma c’è un giovane, che attraverso un computer, e con il supporto dell’intelligenza artificiale, sta facendo più di quanto abbiano potuto fare mio nonno stesso ed intere generazioni di contadini. L’unico messaggio che mi sento di lanciare è che per quanto possa avanzare la modernità dei ragionamenti, allo stesso modo bisogna avere rispetto dei tempi della natura. Solo in questo modo i due mondi potranno integrarsi a vicenda, apportando benefici a tutti gli uomini e al pianeta
Solo oggi sono riuscito a recuperare un articolo uscito su “Nuova Stagione” agli inizi di Giugno: “Lo scrittore che ha deciso di restare”, da leggere tutto d’un fiato.
Ad essere sincero, non sono il tipo che si fida facilmente delle persone. Ho bisogno sempre di un po’ di rodaggio, prima. Ma c’è una donna nella quale attualmente ripongo ciecamente tutta la mia stima e fiducia, ed è la responsabile del mio ufficio stampa. Si tratta di Maria Baldares, giornalista e appunto responsabile ufficio stampa, specializzata nel settore dell’editoria. Diciamo che in questi ultimi anni l’ho vista crescere, acquistare sicurezza sempre maggiore, fino al punto di riuscire a tirare fuori la grinta e ad affermarsi nel campo dei giornalisti. In basso c’è il link di una sua bellissima intervista radiofonica odierna. Io le voglio un gran bene e so che farà tantissima e meritatissima strada. Un bacio a Maria e voi ascoltate l’intervista, cliccando sul link e scorrendo fino all’intervista n 31.
Circa sei anni fa usciva “Storia di un Presidente che si credeva un Topo”, la mia terza pubblicazione. Trattava la storia della pandemia e della ricerca spasmodica di un vaccino, narrata in un modo molto particolare. Oggi questo libro è fuori catalogo, ma spero che a breve ne possa uscire una versione rinnovata e arricchita. Ci stiamo già lavorando. Ma la verità di fondo che sottende all’intera opera è che l’essere umano è un essere meschino e vile che pensa solo ai propri interessi, anche e soprattutto quando tutto il mondo intorno sta crollando. È il racconto della natura umana messa a nudo dalla pandemia. Un romanzo di formazione al contrario. Un racconto unico in tutto. Intanto sono in giro con il mio nuovissimo libro “Sette e Quarantacinque”, un noir di provincia ambientato nella provincia del sud, nel cuore della cosiddetta Italia Interiore. Il libro lo puoi prendere in libreria, o qui: https://amzn.eu/d/0bHd2EdA
Tra il 2015 e il 2021, se non erro, sono stato coordinatore dei soci del Git di Banca Etica per Sannio, Irpinia e Molise. Fu allora che, per promuovere la finanza etica mi inventai una serie di incontri cinematografici. In quell’epoca a Benevento, c’era uno spazio dedicato alla proiezione di film d’autore e indipendenti, che si chiamava Kinetta. Fu in quella occasione che conobbi Chiara, che purtroppo il destino ha voluto, troppo presto, portare lontano da noi comuni mortali. Mi ricordo che passammo diverse serate per capire come organizzare gli incontri. Io volevo che si proiettassero dei film incentrati sulla finanza etica, ma ben presto ci avvedemmo che non esistevano film del genere e allora ci inventammo una rassegna che funzionava esattamente al contrario di quello che avevo immaginato in un primo momento: avremmo proiettato film sulla finanza rampante, quella sporca, con le mani macchiate di sangue e a seguito avremmo fatto un dibattito su ciò che non bisognava fare per ottenere una finanza etica. Chiara si prese qualche giorno di tempo per selezionare i film della rassegna, poi tirò fuori una lista, ne discutemmo insieme e cristallizzammo la rassegna. Sinceramente non ricordo il titolo della stessa, ma ricordo solo che un qualche titolo ci fosse. Inutile dirvi che la rassegna fu un successo, con molti partecipanti e con discussioni finali anche molto accese. Qualche anno dopo la sede centrale di Banca Etica mi fregò l’idea, organizzando una rassegna cinematografica, incentrata sui film che trattavano di finanza, ma io fui molto felice di aver contribuito, con la mia idea, a lanciare quello che sarebbe diventato un vero e proprio festival cinematografico, che, se non erro, si svolgeva a Firenze. Il mio ruolo, ora, è cessato da un po’, ma ricordo quel periodo di impegno sociale e civile con grande gioia e con qualche rimpianto, ma felice di averlo vissuto.