Lo scorso 26 giugno io e Attilio D’Arielli, autori del libro “L’inaffondabile”, siamo stati insigniti del premio Emily Dickinson. Il libro è il primo libro al mondo che tratta, in maniera romanzata, della tragedia del Bayesian, il veliero del magnate inglese Mike Lynch, considerato inaffondabile, e, invece, affondato al largo di Porticello il 19 Agosto 2024. Il libro ha già ricevuto diversi e prestigiosi premi, come il premio “Itinera Maris” come miglior libro di mare, il premio Spoleto Art Festival di Spoleto, premiato al Parlamento Europeo per la cura della scrittura e la ricerca della verità, ha ricevuto lo scorso 26 giugno il premio Emily Dickinson. Ora, a poco più di un mese di distanza, sia io che Attilio D’Arielli, dopo una lunga riflessione abbiamo deciso di rimettere il premio assegnato, perché in contrasto con la giuria e con l’organizzazione del Premio, che, a nostro avviso, non ha seguito un metodo realmente meritocratico nell’assegnazione dei premi dell’edizione 2026. In particolare siamo rimasti esterrefatti dall’atteggiamento oltraggioso della presidente Politi Cenere che ha confuso un premio internazionale per il salotto di casa propria facendo premiazioni estemporanee e senza alcun senso. Per tali ragionati motivi abbiamo provveduto a restituire il premio e le relative pergamene, informando dell’accaduto la nostra stessa casa editrice, Graus Edizioni.
Nel 2013 o 2014, non ricordo più bene, comprai una bicicletta. Una di quelle biciclette elettriche, con la pedalata assistita. Non sono mai stato un campione dello sport, però mi piaceva molto andare in bicicletta, perchè la bicicletta mi restituiva un senso di libertà che nemmeno la motocicletta riusciva a darmi. E poi vuoi mettere? Il contatto con la natura, le pedalate lente, i paesaggi, i pensieri, le riflessioni. Così cominciai a pedalare e a pedalare sempre di più, fino a quando non tornai nella mia terra d’origine, cioè l’Irpinia. Tra la bicicletta e i paesaggi irpini fu un corto circuito immediato, fu amore a prima vista e subito mi risentii a casa. Le montagne, le valli, i fiumi scavati nella roccia calcarea, tutto sembrava parte di una scenografia costruita appositamente per me. Mi misi a seguire la direttrice della Via Appia Antica, almeno nel tratto che partendo da Benevento, si inerpicava verso l’alta Irpinia e il Formicoso, per scendere poi verso la Lucania. Fu proprio dalle riflessioni di quelle pedalate che nacque “L’Agente della Terra di Mezzo”, un libro ricco di pensieri, di richiamo alla madre terra, di saperi ancestrali e di persone veramente genuine. Ne lascio qui un breve stralcio: “Le regole del ciclista. Sono uscito in bici, mi trovo a Mirabella Eclano, una lunga salita mi ha portato qui, è l’inizio dell’alta Irpinia, secondo alcuni dell’altra Irpinia. Una donna grida : iesc a’lla! Attira la mia attenzione. Mi fermo, guardo la scena. No no, non è una donna musulmana, ma una contadina che intima alla propria figlia di spostarsi. Qui il dialetto è figlio di una stratificazione di culture e di un isolamento atavico, che risale a quando fu deviata la via Appia antica, che ha tagliato l’alta Irpinia fuori dalle rotte commerciali e dagli appetiti dei ricchi antichi commercianti. È qui che incrocio il primo ciclista, come me, vestito da ciclista, spalle dritte, testa alta. Alza una mano : salve collega! È il primo di una piccola schiera di ciclisti, che erano stati di poco distanziati. Uno alla volta, come su di un carillon, sfilano dinanzi a me, in direzione opposta e in sequenza, alzando la mano : buongiorno, salve, buongiorno, salve, salve, buongiorno. La prima regola del ciclista è salutare sempre gli altri ciclisti. Loro come te sostengono uno sforzo che agli altri è sconosciuto. Alzo la mano con religioso rispetto e strozzati in gola si fermano 6 buongiorno. La seconda regola del ciclista è che se sei in discesa saluta pure affettuosamente, ma se sei in salita saluta solo con un cenno della mano, il collega capirà le motivazioni. Proseguo la mia strada, ancora salita, mi trovo ad un bivio : a sinistra strada dritta e pianeggiante, direzione Grottaminarda, a destra ancora salita, è l’appia antica, che attraversa il territorio di Fontanarosa per inerpicarsi su su fino a Frigento e poi sul Formicoso. Ovviamente svolto a destra, le pianure non mi sono mai piaciute. Lentamente mi trovo a passare davanti ad una massaria, il padrone di casa, è seduto sul bordo di un antico abbeveratoio per buoi, e grida: hai bisogno di acqua. Sorrido, mi fermo, accetto l’invito, e riempio la mia borraccia di acqua freddissima. È l’acqua del monti Picentini. Scambiamo due chiacchiere. La terza regola del ciclista è che bisogna mostrare benevolenza e rispetto per i contadini locali, veri custodi del territorio : loro spesso sono i padroni di feroci molossi che hanno la passione per rincorrere ed azzannare i ciclisti.”
E’ uscita la newsletter di Agosto. Ultimo focus sull’esperienza di Letture dal Bosco del 2026, IV edizione del Festival. Un resoconto lucido della manifestazione, delle sue potenzialità e del grande riscontro che ha avuto tra il pubblico e la critica del settore. Alla luce dell’ottima riuscita del Festival, già stiamo lavorando alla prossima edizione e alle prossime iniziative, che, inevitabilmente, si svolgeranno durante l’anno che ci porterà alla prossima terza domenica di Luglio. Intanto vi invito a leggere la newsletter, per immergervi totalmente nelle atmosfere incantate del BOSCO. Buona lettura.
Estate 2008, Staryj Arbat, la via più bohemienne di Mosca. Mia figlia era piccolissima, aveva un anno all’incirca, ed io ero molto piu in carne di adesso. Quando ero a Mosca andavo spesso su quella via, una lunga isola pedonale, affollata di artisti di ogni sorta. Ad ogni angolo di strada c’erano pittori in cerca di fortuna, poeti che recitavano i loro ultimi componimenti, e c’erano musicisti ovunque, che suonavano dal vivo gli strumenti piu disparati, e da qualche parte, se eri fortunato trovavi qualche gruppo di persone che ballava la “lezginka”, al ritmo forsennato dei tamburi del Caucaso. Un’atmosfera bellissima, irripetibile, di un periodo storico in cui la Russia era in piena espansione economica e nulla poteva far presagire, nemmeno lontanamente, quello che sarebbe accaduto più di recente. Putin era saldo al potere e l’economia girava in maniera fortissima. In quei periodi, e anche per molti a venire, Mosca era stata la città più cara al mondo, a riprova di una economia che cresceva in fretta e cresceva a due cifre. La Via Staryj Arbat, però, stava li da sempre, o almeno così sembrava, e con la sua aria scanzonata e bohemienne si era conquistata, nei secoli, il nome di via degli artisti. Alcuni importanti artisti erano vissuti in quella stessa via, artisti del calibro di Puskin, Belyi, Skrjabin. La via era affollata anche di caffè e di ristoranti di ogni tipo. Uno dei più importanti era il Ristorante Praga, situato all’inizio del viale, noto per essere stato, in passato, il punto di ritrovo di giganti della letteratura russa e mondiale, come Lev Tolstoj, Anton Čechov e Ivan Bunin. Io mi sbattevo, come potevo, tra un caffè e l’altro. Mangiavo in un ristorante che proponeva cucina Caucasica, con prevalenza di piatti Georgiani. Ho sempre adorato quella cucina, così semplice, speziata, profumata e ricca di sapori, molto diversi dai nostri. Non c’era pasto che non cominciava con il Khachapuri Adjaruli, la focaccia georgiana, fatta a forma di barchetta, con al centro il formaggio fuso e un uovo crudo. Non c’era pranzo che non si chiudeva se non con il rito dei Blinì, accompagnati da una generosa dose di caviale, rosso e nero perlato. Su quella via ci andavo spesso, perchè lì mi sentivo a casa, circondato dalla Russia vera, quella multirazziale, fatta di persone che provenivano da ogni angolo dell’impero. Si multirazziale, perche in Russia convivevano oltre 130 etnie, in un paese grande quanto un continente. E da tutto quel miscuglio di razze, di profumi, di occhi dal taglio diverso, da diverso modo di vestire e anche di camminare, nasceva e si consolidava il mito di una delle vie più importanti della Capitale Russa. Vi lascio con un link dal quale potrete avere almeno un assaggio di che cosa sia la lezginka: https://www.youtube.com/watch?v=K5vLNRCIF0k
Per una mia scelta professionale e personale, da anni parlo del territorio dell’Irpinia, della sua storia, delle sue leggende e miti. Sostanzialmente sono diventato un ambasciatore della terra Irpina, e l’ho fatto principalmente attraverso i miei libri, che sono diventati il terreno fertile di coltura di questo territorio. Oggi questo riconoscimento è stato realmente consacrato in un due eventi importantissimi: il Festival del Cinema di Venezia e la Fiera del Turismo di Rimini. In entrambi i casi sono stato invitato per rappresentare l’Irpinia in alcuni eventi di rilevanza nazionale e lo farò con passione e con orgoglio. Grazie a chi ha saputo guardare al mio lavoro con lungimiranza.
È una foto scattata nel mese di agosto del 1949 dal grande avvocato Francesco Romano e riprende uno delle più tristi e vergognose pagine della storia beneventana , ma anche di tutto il Meridione d’Italia dove era largamente diffuso . Si tratta della contrattazione degli schiavi-bambini che avvenivano davanti alla parte laterale del Duomo di Benevento . Questa foto fu pubblicata dall’avvocato Romano il 19 settembre successivo sul suo giornale “Il Secolo Nuovo” con un titolo a sua firma :che diceva : ” Bimbi e ragazzi venduti in cambio di sacchi di grano ” Questo sfruttamento del lavoro minorile generò il triste e drammatico fenomeno dei cosiddetti “VALANI ” in dialetto locale detto “ualani o gualani ” . Si sviluppò , questa contrattazione, tra gli anni 40 e la fine degli anni 50 . Nel dopoguerra vi era tanta povertà e miseria e alcune famiglie poverissime per sfamarsi cedevano ogni anno ai proprietari terrieri i loro figli che in alcuni casi no superavano i 7/8 anni . per lavorare nei campi o accudire al bestiame , per poche lire o addirittura in cambio di qualche sacco di grano . L’avvocato Romano con la pubblicazione nel suo giornale e con altre inchieste negli anni successivi portò all’attenzione dell’opinione pubblica nazionale questo triste fenomeno : una realtà fino ad allora ignorata . Grazie al suo impegno civile e politico con pressioni costanti sulle Istituzioni tali da far portare in Parlamento l’argomento con delle interpellanze , il fenomeno dei “VALANI” fu progressivamente contrastato fino alla definitiva scomparsa , agli inizi degli anni 60 . Una delle più grandi battaglie del dopoguerra a difesa della dignità bambini e ragazzi era stata vinta .
Andare in giro in bicicletta è stata una passione che mi ha accompagnato per tanti anni. Ricordo che dalla metà degli anni 10 avevo l’abitudine di partire in bici e di seguire la direttrice della via Appia Antica, facendo delle pedalate bellissime fino all’alta Irpinia. L’ho fatto tante volte, vedendo passare le stagioni, e, con esse, i diversi colori e i profumi dell’aria. Facevo riflessioni sulla mia terra, bella e dannata, ricca ma maledettamente povera di stimoli. E da tutte quelle riflessioni ne venne fuori un libro, una sorta di Diario di Viaggio, che ancora oggi contiene spunti interessanti sia per la terra dell’Irpinia, sia per tutte le aree interne in generale. Il libro in questione si chiama “L’agente della Terra di Mezzo”, e se ti va di leggerlo, lo trovi a questo link: https://amzn.eu/d/08F83t4g
C’è una rivista on line che si occupa esclusivamente di libri. Una delle tante, penserete voi. Forse si, ma una rivista particolarmente seria e con recensioni dettagliate e soprattutto reali, cioè fatte da persone che hanno realmente letto i libri che recensiscono. Oggi su questa rivista, è comparsa una bellissima recensione di “Sette e Quarantacinque”, il mio noir di provincia, il primo di una trilogia. La recensione è molto bella e mi ha colpito soprattutto dove dice: “A Gagliardi si possono perdonare dunque gli articoli scritti in prima persona, un privilegio che nella storia del giornalismo è stato riservato a pochi eletti.” Non avevo mai realmente riflettuto sul fatto che Mimì scrivesse gli articoli in prima persona….ma, in effetti, è così. E allora vuol dire che Mimì è davvero un privilegiato, che resterà nell’Olimpo dei giornalisti di cronaca. La recensione la si può leggere per intero da qui: https://www.letsbook.org/2026/07/27/sette-e-quarantacinque/
È uscita una mia bella intervista per Thriller cafe, che tratta di me a tutto tondo, con un focus specifico sul mio ultimo libro pubblicato, cioè Sette e Quarantacinque. Molto interessante da leggere. https://www.thrillercafe.it/intervista-a-giuseppe-tecce/
Oggi facciamo un focus sulla parte più importante del Festival “Letture dal Bosco”: La gara di lettura. È il cuore di tutta la manifestazione, un momento importantissimo, all’interno del quale si portano al centro della scena, cioè del bosco, due elementi importanti, e cioè i libri e soprattutto la lettura. Le persone, che, durante la mattina, si sono iscritte alla gara di lettura, sono invitate a fare la loro performance. Il capo della persona che legge viene cinto dalla corona, simbolo del Festival stesso. La corona viene poi passata di testa in testa, come una sorta di testimone floreale che va ad identificare la persona che compie la lettura. A latere del luogo di esibizione, c’è una giuria, composta da un presidente Rosanna Lemmo e da tre componenti, che valuta le esibizioni, stilando una classifica e determinando i primi tre arrivati sul podio, a cui spettano le premiazioni. Nella quarta edizione del Festival, i premi sono così stati distribuiti: primo posto per Simona Pasquariello, secondo posto per Stefania Napolitano e terzo posto per Premjeet Kaur Tina.