
C’è vita tra le rocce spazzate dal vento, accanto ai campi dai raccolti fecondi, davanti alla terra battuta da cento zampe per farne una strada. Dritta come una lama di coltello, che attraversa il ventre maturo della madre terra, si siede infine sullo sperone dell’Appennino, respirando lenta la nebbia nata dall’incontro tra l’acqua e il fuoco. E Dio che traccia i destini dei singoli, ci ha uniti come popolo per portarci sulla strada della giustizia, dove scompaiono le pene e le sofferenze, dove non c’è più spazio per la morte, né per le discordie. La natura diventa amica, e le radici arse dal sole diventano la casa delle nostre anime. Le foglie sono candele sull’altare della primavera e la loro forma frastagliata, ingobbita nel loro consumarsi, le rende più simili agli umani, piegati dalla fatica e consumati dal dolore.
C’è vita tra le rocce spazzate dal vento. C’è vita!

Esplorare il territorio, guardare, annusare, sentire, toccare, assaggiare. Il territorio lo si può scoprire in tanti modi, ma di certo bisogna attivare tutti i sensi, perché non si può davvero assimilare una terra, se non facendola passare attraverso le maglie sensoriali del corpo. I sensi sono le sentinelle attente che filtrano gli impulsi del mondo, per creare una mappatura interna che ci permette di decodificarne i segnali. A Castropignano ci sono arrivato attraverso il tratturo, venendo da Torella del Sannio e procedendo in direzione di Campobasso. Il tratturo ha già di per se una sua sonorità, che richiama tempi lontani: il rumore sordo dei campanacci appesi al collo del bestiame, il vociare dei pastori che camminano in testa e in coda alle mandrie, e lo schiamazzo dei cani che fanno bene il loro lavoro di contenimento del gruppo. La piccola comunità di uomini e bestie si muove con passo lento ma costante, lungo sentieri le cui origini si perdono nella notte dei tempi, ricalcando i passi dei padri e dei nonni, spostando gli animali lungo assi viari immaginari, tracciati nell’erba, che al passare di tanto traffico, si piega, delimitando, così, i contorni di strade che sono entrate nel mito dell’immaginario collettivo. E il tratturo che percorro, non è uno dei tanti, ma il più importante di tutti, e forse uno dei primi tratturi di cui si hanno notizie certe: il tratturo che va da Castel di Sangro a Lucera. Oddio, di tratturi ce n’erano tanti. In fondo non erano altro che dei sentieri molto larghi, segnati nei campi erbosi, all’interno dei quali, a forza del passaggio di migliaia e migliaia di mandrie, il terreno si marcava con il segno inconfondibile degli zoccoli affondati nel terreno, che, alla fine, si schiacciava a tal punto da creare delle vere e proprio autostrade. Si, perché di autostrade si trattava, visto che i tratturi avevano una larghezza anche superiore ai cento metri. Quello che va da Castel di Sangro a Lucera è lungo 130 km, ed è lo stesso che i pastori, e le bestie, percorrevano due volte l’anno. Una prima volta in primavera, per abbandonare le pianure pugliesi, dove, durante i mesi caldi, regnava la malaria, per salire verso le montagne Abruzzesi, proprio dalle parti di Castel di Sangro, e una seconda volta a fine estate, quando lasciavano le montagne, che diventavano inospitali in inverno, per fare ritorno alle pianure del tavoliere, dove gli animali potevano continuare a pascolare per tutto il periodo invernale. Io il tratturo l’ho percorso comodamente seduto in una macchina, dosando l’acceleratore, per rallentare al massimo quel viaggio, e per sentirmi parte del paesaggio, che, già di per sé, inneggiava alla lentezza e al fare con calma. A Castropignano ci sono arrivato superando una collina, al di là della quale, in basso, si vedeva la forma allungata del paese, disteso sulla cima di un colle, in fondo al quale si vedeva bene la sagoma di un castello, in parte diroccato, dal colore flebile del giallo, che si integrava bene con il paesaggio circostante. Ci sono arrivato dalla Statale 168, venendo da Torella, e mi sono fermato in uno slargo, parcheggiando in maniera posticcia nei pressi del Bar One. La visione di un bar mi ha rianimato. Ho bisogno urgente di un caffè, ma il miraggio è durato poco: il bar è chiuso per turno di chiusura settimanale. Non so dire quanti pensieri mi siano passati per la mente, non so se fosse di più la voglia del caffè o la rabbia che montava dentro per non averlo preso. Lascio la macchina parcheggiata lì, in modalità provvisoria, che subito è diventata definitiva. Le strade sono deserte: un solo uomo, che passa con delle carte in mano, mi dice che tutto sommato la macchina può stare lì, e mi avvisa che il bar, per oggi, resterà chiuso. Mi da’ indicazioni su come arrivare a quel castello che avevo visto da lontano. Mi inerpico per Via Umberto I e poi per Via Roma, fino a Piazza San Marco, e da lì, oltrepassata la casa comunale, salgo ancora più su, fin dove la strada finalmente diventa pianeggiante e poi con una discesa dolce declina verso il castello, che sorge come una chimera, finalmente raggiungibile, in fondo alla Via Leone. Le case costruite in pietra mi portano in un’altra dimensione. Mi sento come se fossi entrato in una fiaba, mentre un vento sottile mi accarezza il volto e solleva dolcemente la visiera del mio cappello, che mi protegge da un sole fin troppo forte, a dispetto del mese in cui siamo. Marzo si muove sicuro con i suoi profumi ed il risveglio della natura, che, a primavera, osa l’audacia di chi si mette in marcia dopo un lungo riposo. Il sole scalda le cime degli alberi, che, con prepotenza, emettono gemme dai mille colori e dai profumi opulenti. Tutto intorno il canto degli uccelli, mentre nitidi falchi volteggiano sopra la mia testa pensierosa. Arrivo facile al Castello D’Evoli, ristrutturato, si vede, ma conservando, o, per meglio dire, fotografando gli acciacchi del tempo in colate di calce che ne hanno immortalato le fattezze volute dalle inedie del tempo. Corro in direzione delle mura. Mi piacciono, mi attraggono, le sento mie, le tocco, ne sento il profumo. Le pietre, che in apparenza paiono disordinate, si impilano, l’una sull’altra, dando forma a quel castello, che mi ricorda i suoni e le vite d’altri tempi. Il Castello D’Evoli domina la valle sottostante e con essa il più importante asse viario moderno della zona, ossia la Bifernina. Entro nel castello, attraversando un alto arco, che mi introduce in un mondo che, oramai, non esiste più. Penso agli uomini e alle donne che lo vissero, a quelli che lo costruirono e a quelli che lo curarono e custodirono nel corso dei secoli. Un’opera del genere, che arriva fino a noi, non è il frutto del puro caso, ma il lavoro incessante di persone che hanno creduto ciecamente nella conservazione delle tradizioni e della cultura locale. Tutto ciò mi commuove, mentre da un muretto basso mi fermo a guardare, estasiato, la valle. Castropignano è tutto intorno a me, come una coperta calda, che mi protegge dalle intemperie del giorno. Il tratturo, invece, non finisce qui. Va oltre il castello, oltre la valle, oltre il mio sguardo. Porta ancora qualcuno da qualche parte, anche se non si vede più chi cammina.





