Le mie terre

Tra le colline e le montagne della mia terra, si nascondono grandi tesori: piccole cappelle che sbucano in mezzo a campi dorati, borghi dove il tempo si è fermato, e una natura che sembra custodire gelosamente i suoi segreti.
Le strade di campagna ci raccontano storie antiche, le stesse che hanno plasmato la nostra cultura contadina. Un mondo fatto di fatica e orgoglio, di mani che lavorano la terra e di sguardi che scrutano l’orizzonte.
Questo territorio è uno spazio fisico, ed è un luogo dell’anima. I nostri passi, i nostri respiri, ci collegano a chi siamo e a chi vogliamo diventare. La cultura contadina ci ha insegnato il valore della pazienza, dell’attesa e del rispetto per la terra che ci nutre.
Oggi più che mai, sentiamo il bisogno di tornare a guardare le nostre radici, per costruire un futuro più sostenibile e autentico.

Che ne pensi?

CARLO GESUALDO E IL MISTERO DELLA SUA SEPOLTURA

Sembra la trama di un noir storico quella della sepoltura di Carlo Gesualdo! Un enigma non ancora risolto!
Accadde oggi!
l’ otto settembre 1613 moriva, nel Castello di Gesualdo Carlo Gesualdo, uno dei più grandi madrigalisti che la storia della musica abbia avuto! Nella terra di Gesualdo, luogo che lui 18 anni prima aveva eletto a sua dimora! le sue spoglie, probabilmente sono ancora a Gesualdo, nella Chiesa di Santa Maria delle Grazie, dove fu sepolto, insieme a suo figlio Emanuele!
A distanza di più di 400 anni dalla morte di Carlo Gesualdo, non abbiamo notizie certe di dove si trovino le spoglie di Carlo Gesualdo. Nel suo testamento, come sappiamo, Carlo Gesualdo aveva chiesto di essere sepolto non più tardi di cinque anni dopo la sua morte, avvenuta l’8 settembre del 1613, nella chiesa del Gesù Nuovo a Napoli, poco lontano dal luogo, dove anni prima si era consumata la tragedia di cui tanto è stato scritto. Nella Chiesa del Gesù Nuovo il Principe aveva il patronato su di una cappella sotto il titolo della “Madonna della Santissima Trinità”, la quale però doveva essere ristrutturata per accogliere le spoglie di Carlo e di suoi familiari. Sappiamo per certo che le sue spoglie, insieme a quello del figlio Emanuele, nel 1630 si trovavano ancora a Gesualdo, Nella chiesa della Madonna delle Grazie. Questa notizia ci è riportata in una relazione di Monsignor Andrea Pierbenedetti, vescovo di Venosa, scritta durante una sua visita apostolica nelle diocesi di Avellino e Frigento. Nella sua relazione il Vescovo scriveva che il 31 ottobre del 1630 si trovava nella cittadina di Gesualdo, dove si apprestava a visitare la Chiesa di Santa Maria delle Grazie, annessa all’omonomo Convento dei Padri Cappuccini, fatti costruire per volontà del principe Carlo. Dopo aver celebrato la messa nella Chiesa, fece annotare dal suo segretario alcuni particolari che riportavano lo stato in cui versava la Chiesa, quando si trovò nei pressi della cappella che si trova entrando a sinistra dell’ingresso principale della chiesa, si accorse della presenza di due sepolture. Al segretario fece prendere nota dei tumuli di “quegli eccellentissimi signori”, da quanto riporta nella relazione, erano quelle di Carlo Gesualdo e suo figlio Emanuele, che cita testualmente: …et hinc inde intra capsulas plummbeas cadavera excellentissimorum DD. Caroli, Emmanuelis Jesualdi eius filis Principorum Vemusij, quorum tevotione Cappella ipsa fuerat edificata, tota ecclesia restaurata…” Questa testimonianza, attesta che le spoglie del Principe furono sepolte inizialmente a Gesualdo, in attesa di essere trasferite a Napoli, una volta restaurata la cappella del Gesù Nuovo. Il vescovo aveva conosciuto in vita i due illustri personaggi vent’anni prima, sembra che Emanuele fosse morto nelle braccia del Vescovo, nella città di Venosa, dopo aver chiesto perdono per le sue sregolatezze giovanili. Il Principe Carlo lo aveva conosciuto per tramite il Cardinal Federico Borromeo, zio del Principe, cugino della madre Geronima Borromeo, cui il vescovo per anni era stato collaboratore.
Sappiamo per certo che la cappella di Sant’Ignazio, sarebbe stata ultimata solo trent’anni dopo la morte del Principe, e l’iscrizione sepolcrale risalirebbe addirittura al 1688, a distanza di quasi un secolo. Nel 1641 i lavori erano a buon punto e il 2 novembre fu redatto un atto notarile, in cui si dichiarava che si dava esecuzione delle volontà testamentarie di Carlo Gesualdo, in cui venivano stabilite come doveva essere la Cappella. La Cappella fu completata nel 1643. Ci è noto anche che la Cappella subirà dei danni a seguito del terremoto del 13 giugno 1688, i marmi li restaurò nel 1693 Pietro Ghetti, le tele del Ribera furono recuperate nel 1690 dal pittore Luca Giordano. Le spese per il restauro furono sostenute dal Marchese di Santo Stefano Domenico Gesualdo, come si rileva da una lapide del 1705.
La tesi della sepoltura a Gesualdo, ha dato origine a una vera «sfida» tra due opposte scuole di pensiero e due diverse «fazioni»: quella che sostiene che il Principe sia sepolto in terra partenopea, e l’altra che ritiene, invece, che le spoglie di Carlo Gesualdo si trovino ancora nelle terre del suo feudo irpino, come si era creduto finora. Questa seconda tesi è avvalorata dal fatto che non abbiamo alcuna testimonianza di quando le spoglie del Principe furono traslate a Napoli.
A questo punto sorgono degli interrogativi, quando e per opera di chi la sua salma fu trasferita a Napoli? che fine hanno fatto i resti mortali di suo figlio Emanuele? Furono entrambi trasferiti nella Chiesa del Gesù a Napoli? E per opera di chi?

C’erano una volta Adamo ed Eva

C’erano una volta Adamo ed Eva…..
No, no, non voglio raccontarvi la favoletta di Adamo ed Eva, ma è che stamattina è dura ricominciare la giornata!

Tramonti Occidentali ritorna

Evento speciale: “Tramonti Occidentali”, mio ultimo romanzo, nato da una storia di Maurizio Del Greco, vincitore del Premio Approdi D’Autore 2024 e del Premio Internazionale Spoleto Art Festival 2024, torna a Benevento, per un evento speciale, che si terrà il 12 Settembre alle ore 19 presso il Caffè dell’Orto in Via Marco da Benevento 10. Parleremo dei protagonisti del libro con Grazia Caruso e con Angelo Moretti, Presidente del consorzio Sale della Terra, che ci ospita. Le letture saranno a cura dell’attrice Monica Carbini. Siete invitati tutti, l’evento è gratuito, ed è un modo per stare con vecchi e nuovi amici nella mia città. Poi partiremo per un tour autunnale, che mi porterà a Spoleto, Lampedusa, Napoli, Lecce, New York e Colonia. Vi aspetto numerosi.

Settembre

Con Settembre si riprendono tutte le mie attività, che avevo sospeso a luglio, con il prosieguo della tournée che mi vede impegnato con Tramonti Occidentali, che arriverà a breve a Spoleto, Lampedusa, Napoli, New York, Lecce e Colonia. Insomma si riprende la vita! Vi lascio, intanto, con una lettura dell’’incipit di Tramonti Occidentali. Buon ascolto

IL GIORNO DEL MATRIMONIO DI FRIDA KAHLO (21 agosto 1929)

Lei era minuta, aveva appena ventidue anni quando unì la sua vita a lui, un uomo enorme e corpulento di quarantatré anni, divorziato e comunista.

La festa si tenne in una casa a Coyoacán, di proprietà di una grande amica degli sposi: Tina Modotti. Con sorpresa di tutti, il piatto principale del banchetto: mole nero di Oaxaca, fu preparato da Lupe Marín, che era l’ex moglie di Diego, la stessa che aveva già fatto scalpore a causa della sua gelosia.

Oltre al mole nero, ci furono una serie di piatti messicani per deliziare il palato degli invitati: chiles rellenos, pozole, riso, capirotada e torta nuziale. Da bere: pulque e tequila, oppure acqua di frutta.

La madre della sposa era sconsolata, aveva fatto di tutto per evitare quel matrimonio. Lei, che aveva tanto curato l’educazione della figlia, era molto cattolica, mentre il futuro genero era ateo e comunista. Il padre della sposa cercava di consolare la moglie, facendole vedere che non era poi così male. Insieme si ritirarono presto dalla festa.

A tarda notte, Lupe Marín si avvicinò alla sposa, le sollevò la gonna e indicò le sue gambe mentre gridava attirando l’attenzione degli invitati:
“Guardate! Vedete questi stecchi? Questo è quello che ha ora Diego al posto delle mie gambe!” La povera sposa si liberò come poté e corse a nascondersi dalle risatine e dalle esclamazioni imbarazzate degli invitati che avevano visto la sua gamba destra, resa magra dalla poliomielite.

Così fu la celebrazione matrimoniale di Magdalena Carmen Frida Kahlo y Calderón e Diego María de la Concepción Juan Nepomuceno Estanislao de la Rivera y Barrientos Acosta y Rodríguez, ormai 94 anni fa.

La molecola dell’amore

Quando ero a Londra, qualche giorno fa, ho avuto l’opportunità di vedere la molecola dell’amore in azione. I due giovani della foto, che evidentemente non si conoscevano, si sono seduti su quella lunga e strana panchina, proprio sotto l’Abbazia di Westminster. Ebbene, dopo un po’ erano già a chiacchierare e poco dopo, ancora, si sono alzati e sono andati via tenendosi per mano.
Questa è magia!

Sabino, Il ciabattino di Ariano Irpino

Voi non ci crederete, ma negli anni venti del III Millennio, c’era un ciabattino ad Ariano Irpino che aveva la capacità di far risplendere qualsiasi tipo di scarpa e di trasformarla da vecchia in nuova. Aveva un’arte nelle mani che nessuno possedeva nella zona. Gli abitanti del luogo non credevano ai loro occhi quando, portandogli sandali consunti o vecchi mocassini, consumati dall’usura e dal tempo, li restituiva come fossero nuovi. Il ciabattino, al secolo Sabino Grasso, era un uomo grande e grosso, di un’età indefinita, ma dall’aspetto prossimo ai sessant’anni. A dispetto della corporatura, le mani fini, con le quali padroneggiava attrezzi di precisione, erano il fiore all’occhiello di un personaggio che aveva brillato anche per altre qualità e delle quali parleremo in seguito.
Martello, forbici, lesine, trincetto, filo, aghi, mastice, pennelli, semenze e leva chiodi racchiudevano il mondo all’interno del quale si muoveva con disinvoltura, tanto da assumere l’aspetto di un sovrano da bottega, con palandrana come abito ed un pennello come scettro.
Maria, che gli aveva portato i sandali in cuoio della figlia, glieli aveva lasciati sul bancone: poi lo aveva guardato sospirando. Assuntina gli aveva portato i vecchi scarponi da lavoro del marito, scollati sul davanti, tanto che sembravano parlare quando li si indossava. Anche Assuntina glieli aveva lasciati sul bancone, poi si era fermata a guardarlo sospirando. Sandra gli aveva lasciato delle scarpe decolté, quelle col tacco, eleganti, che le donne erano solite indossare sotto abiti raffinati in cerimonie importanti. Sabino si era preso l’onere di sistemarle con dei sottotacchi, lucidarle finemente e consegnarle in tempo per la cerimonia. Anche Sandra, dopo avergli lasciato la busta di plastica contenente le scarpe sul bancone in uso ai clienti, lo aveva guardato sospirando.
Sabino a tutti quei sospiri non ci faceva nemmeno più caso. Erano la musica di sottofondo della sua vita: una sorta di leit motiv che suonava sempre uguale a se stesso, sin da quando, giovane impomatato della Ariano degli anni 80, aveva cominciato a far incetta di successi.
Per far comprendere al lettore il motivo di tanti sospiri, si rende necessario fare un salto indietro nel tempo, tornando proprio ai favolosi anni 80, quando in TV passavano le serie di Fonzie, Starsky e Hutch, Arnold e Hazzard. Era il tempo della Simmental, della Thatcher, di ET e di Papa Wojtyla. Sabino ad Ariano c’era nato e lì aveva trascorso i primi venti anni della sua vita, e, in verità, vi avrebbe trascorso anche i restanti. Era un giovane di bell’aspetto, dai natali modesti. La famiglia era di umile estrazione: il padre operaio della Fiat, la madre che si arrangiava con lavori saltuari presso le famiglie più agiate della città. Ma la fama derivante dalla bellezza di quel giovane aveva valicato i confini di Colle San Martino, diffondendosi a macchia d’olio nelle valli circostanti. Da Montecalvo, a Savignano, da Grottaminarda a Zungoli e Frigento, fino a Montaguto non si parlava d’altro che del giovane Sabino di Ariano Irpino. Anche le donne che vivevano nei borghi più lontani e che non avevano avuto modo di vederlo, sapevano di quel giovanotto dall’aspetto prestante, dal profilo greco, con corti capelli dai ricci portati cadenti sulla fronte, sempre profumato ed impomatato, e lo sognavano di notte. Qualche ragazza impaurita da sogni arditi e raccapriccianti, in un vortice di ormone e mistero, si era finanche rivolta al parroco, che l’aveva redarguita e messa in guardia sulla sfilza di peccati che stava commettendo, punendola con l’obbligo di recitare un rosario per intero, e non da sola, ma in compagnia della confraternita della parrocchia. Qualche donna più coraggiosa rubò di nascosto la 127 del padre, recandosi di corsa ad Ariano, per appurarsi di persona della veridicità di quel che si diceva in giro, restandone folgorata ed esterrefatta.
Sabino, che non lesinava moine con nessuna, era ben consapevole della gran fortuna che aveva ricevuto da madre natura, nascendo di bell’aspetto, con una pelle vellutata, ed un naturale profumo di rose che esalava dal suo corpo. Sin da piccolo si era adattato a fare mille lavori, pur di aiutare la famiglia a sbarcare il lunario.

Nessuno, però, sembrava andargli bene: il meccanico lo faceva sporco, il muratore era troppo faticoso, l’elettricista era pericoloso. Si racconta ancora di quella volta in cui il capo elettricista dovette recuperarlo in una intercapedine su un cantiere, dopo essere stato sbalzato via dalla forza di una scossa elettrica: “solo Dio sa per quale motivo non sei morto. Forse per non farmi passare un guaio”, ripeteva Vincenzo, il capo elettricista, che lo raccontava ovunque, quasi fosse un mantra che serviva ad esorcizzare ciò che già non era successo. Mosso da un sentimento di pietà, lo aveva finanche portato a visita presso l’ospedale cittadino, ancorché non manifestasse segni di particolare sofferenza. “La coscienza viene prima di tutto, e la sera voglio andare a dormire sereno”, continua a bofonchiare in giro, Vincenzo, come se avesse fatto qualcosa di straordinario. Ma negli anni ottanta il tema della sicurezza sui luoghi di lavoro non era poi così importante, ciò che contava sul serio era lavorare massimizzando il profitto. A discolpa di Vincenzo, va però precisato, che in seguito all’episodio chiese scusa a Sabino per l’accaduto, e gli fece dono di un SI della Piaggio, vecchio e sgangherato, ma funzionante. Quel motorino rappresentò, nella vita di Sabino, il primo e forse unico simbolo di libertà, di una libertà voluta, anelata, cercata e mai pienamente raggiunta.
Sul finire degli anni 80, Sabino era già noto per l’essere diventato un playboy, che poteva vantare nel proprio palma res decine di ragazze, delle quali lasciava traccia in un’agenda nera, che teneva gelosamente custodita, in un luogo sicuro, protetta da occhi e da mani indiscrete, a cominciare da quelle dei genitori. Si destreggiava bene tra una ragazza e l’altra e ad ognuna faceva intendere di essere l’unica donna della sua vita, per poi passare, inesorabilmente, alla malcapitata successiva. Si dice che abbia infranto i cuori di donne che non si ripresero mai più dal trauma, donne che decisero di restare zitelle per il resto della loro vita.
Passava le giornate davanti al bar, sorseggiando birra o prosecco, di tanto in tanto andava da un artigiano locale ad imparare un mestiere: quello del ciabattino, che in futuro gli sarebbe tornato utile, ma questo ancora non lo sapeva. I soldi per fare la bella vita, che tanto gli piaceva, glieli passavano le donne che frequentava. Si, perché Sabino, appreso il punto debole delle donne, si faceva mantenere, per l’ordinario, per i vizi e per gli stravizi. Sabino vestiva casual, ma rigorosamente di marca. Tutta roba di primissima qualità, comprata nei migliori negozi di Avellino e Benevento. Il tutto pagato e strapagato dalle ragazze che lo corteggiavano e che frequentava, alcune delle quali più grandi di lui, e già affermate professioniste. Per loro non era difficile sostentare un capriccio, coccolandolo come meglio sapevano. D’altra parte si sa che il lato materno femminile viene fuori nei momenti più impensati, quando meno te lo aspetti. Fu in quel turbinio di rapporti che Sabino conobbe Arianna, l’unica donna che non lo degnava di uno sguardo. Arianna era bellissima. Viveva a Flumeri, ma era nata nel Nord Italia, da un padre Irpino ed una madre Piemontese. L’accento diverso, il modo di muoversi e di camminare, il portamento regale, facevano di Arianna una preda appetibile agli occhi di Sabino. Quest’ultimo più volte fece degli appostamenti davanti alla porta di ingresso del grande magazzino, dove lei lavorava come responsabile di settore. E Sabino ci andava giù duro, con battute, richieste di appuntamenti, appostamenti con tanto di mazzi di fiori profumatissimi, ma Arianna non cedeva di un millimetro. La storia andò avanti per circa due anni, durante i quali Sabino dovette imparare a confrontarsi con un mondo che lo escludeva. La sua idea di essere irresistibile, e di dover necessariamente piacere a tutti, si stava pian piano affievolendo. Cominciò, progressivamente, a chiudersi in se stesso, dedicando sempre maggior tempo proprio al mestiere che lo avrebbe sostentato per il resto della sua vita: quello del ciabattino.
Trovò un inaspettato piacere nello scollare le suole consumate dalle tomaie ancora utilizzabili, nel sostituirle con suole costruite su misura, con cuoio e plastiche speciali che gli arrivavano direttamente dalla Germania. Il rumore del pennello, intinto nella colla, passato con forza e rapidità sul bordo della tomaia, gli venne familiare, a tal punto che lo utilizzava come ansiolitico naturale nei giorni in cui il cuore impazziva pensando proprio ad Arianna. Fu così che pian piano cominciò a frequentare sempre meno il mondo femminile, restando, negli anni, uno scapolo incallito.
Ciò, però, non gli fece perdere quell’alone di bellezza, che da sempre lo aveva caratterizzato, anzi, ad essa si aggiunse un ulteriore alone di mistero: il ragazzo più bello della zona, oramai diventato uomo, che dopo aver abusato dei sentimenti femminili, aveva deciso di restare da solo. I genitori, vecchi, avevano lasciato questo mondo da un pezzo, e Sabino, si ritirava sempre più in una vita fatta di lavoro, di scarpe e di un focolare solitario. E non faceva caso al fatto che la sua clientela fosse quasi esclusivamente femminile, che sospirasse ad ogni suo respiro, almeno fino a quando, una di quelle donne, gli offrì dei soldi per avere le sue scarpe, quelle che indossava di solito, impregnate del suo odore. Non dormì per tre notti, nell’intento di riflettere sul da farsi. La proposta fattagli era allettante: la donna gli aveva offerto 150€ per delle scarpe che, per come erano conciate, non avevano più alcun valore. Dopo tre giorni e tre notti di riflessioni, decise di accettare la proposta: i soldi li avrebbe reinvestiti in attrezzi da lavoro. In poco tempo la notizia di quella donna che era riuscita a bucare le difese di Sabino, acquistando delle scarpe pregne del suo odore, fece il giro della città, arrivando fino alle colline più distanti, e in men che non si dica Sabino si ritrovò subissato di richieste di scarpe da lui indossate, piene del suo odore e dei suoi umori. La notizia fece così tanto scalpore che ne parlarono finanche i giornali locali, che lo intervistarono, piazzandone la fotografia in prima pagina. Sabino, capì, da quanto stava accadendo che, per quanto potesse allontanarsene, non poteva sfuggire al proprio destino, che era quello di servire le donne più belle della città e non solo. Sabino, da quel momento, continuò a comportarsi da playboy, fino alla fine dei suoi giorni.(Inedito da “Storie dall’Irpinia”, di Giuseppe Tecce)

Il momento esatto in cui è arrivata la notizia

Il momento esatto in cui mi è arrivata la notizia: ho vinto il “Premio Internazionale Spoleto Art Festival”, sezione letteratura. Un grazie va subito al mio editore Pietro Graus che ha creduto in me, e a tutta la mia squadra, a cominciare da Maurizio Del Greco, Rosanna Lemmo, Maria Baldares, ma anche Grazia Caruso, Laura Ricca, Michela Ottobre e Stefania Napolitano. Grazie a tutti voi.

Il viaggio di Abdou