LE PERSONE CREDONO AI TOTALITARISMI PER SENTIRSI IMPORTANTI PERCHÉ IGNORATE DA TUTTI

Hannah Arendt, una delle filosofe più importanti del Novecento, nel 1949 terminò un saggio che diventerà un classico della politologia: Le origini del totalitarismo. L’ultimo capitolo del testo si apre con una discussione riguardo al ruolo dei totalitarismi nelle varie fasi della storia e si sviluppa con un elenco di elementi fondamentali – come la massa, la propaganda e l’antisemitismo – che sono stati il motore di un fenomeno che l’autrice definisce come “unico” e “tipicamente moderno”, perché solo nella modernità sono presenti strumenti capaci di permettere un tale controllo della società.

Hannah Arendt

Nel testo, Arendt sosteneva che il punto chiave dei totalitarismi fossero le masse, costituite per la maggior parte da persone che non aderivano a un particolare partito politico e faticavano a recarsi alle urne, gruppi di persone tipicamente considerate ignoranti, inutili o comunque innocue. I regimi totalitari del Novecento, infatti, esigevano secondo Arendt dai loro sostenitori una fedeltà cieca e incondizionata, e questo tipo di lealtà la si poteva ricevere in particolar modo da persone emarginate o escluse, che non avevano legami sociali soddisfacenti ed erano poco considerate dallo Stato, e grazie all’aderenza a questo tipo di sistemi provavano la sensazione di poter avere finalmente un posto definito nel mondo e un senso di rivalsa.

Fu proprio questo dettaglio a determinare l’ascesa del regime nazista in Germania e dei regimi dittatoriali comunisti dopo il 1930, che reclutarono i loro membri da una schiera di cittadini apparentemente indifferenti, che tutti gli altri gruppi politici avevano abbandonato, perché considerati passivi o troppo ottusi per la loro attenzione. Al contrario, questi dimostrarono che le masse politicamente neutrali potevano facilmente essere la maggioranza anche in un Paese governato democraticamente e che quindi diverse democrazie dell’epoca funzionavano effettivamente secondo le regole riconosciute in maniera attiva solo da una minoranza.

Adolf Hitler

La filosofa tedesca scriveva che le caratteristiche principali dell’uomo di massa non erano la brutalità e l’arretratezza, ma il suo isolamento e la mancanza di normali relazioni sociali. Come sappiamo, con la pandemia ampie fasce della popolazione che si trovavano già in una situazione precaria hanno visto da un lato peggiorare ulteriormente le proprie condizioni economiche e dall’altro hanno dovuto accettare mesi di isolamento forzato. L’assenza di contatto diretto e di relazioni interpersonali in grado di instaurare un dialogo aperto è ormai la norma sui social – che dall’inizio della pandemia oltre che spazio eletto dove scambiarsi opinioni sulla situazione, sono diventati soprattutto luogo di sfogo per la propria rabbia verso lo Stato, le istituzioni e chiunque esprimesse pensieri dissonanti. Frustrazione e reclusione hanno nutrito sentimenti di rabbia e invidia, fino a far emergere e polarizzare le coscienze di tanti.

A differenza di un secolo fa, però, le persone che una volta venivano escluse dal discorso pubblico oggi trovano spazio nel più contemporaneo dei mezzi di propaganda politica: il web. Proprio sui social, in particolare su Twitter e Facebook, è stato possibile notare un aumento di sentimenti xenofobi e razzisti, a volte anche a causa di messaggi veicolati dagli stessi partiti: basti pensare all’aumento degli attacchi verbali e delle aggressioni fisiche contro la comunità asiatica all’inizio della pandemia, trasformata in capro espiatorio e accusata di aver diffuso il virus in Europa; ai migranti di origine africana, che sono stati spesso accusati di portare il Covid-19 e altre malattie nei Paesi d’ingresso; o ancora alle stesse accuse rivolte verso i profughi in fuga dall’Ucraina.

Secondo Arendt, i regimi totalitari esigono dai loro sostenitori una fedeltà cieca e incondizionata. Non a caso, da quando il presidente Putin ha dichiarato guerra all’Ucraina il 24 febbraio, il governo russo ha tentato in vari modi di soffocare il dissenso della stampa libera e dei manifestanti nelle piazze: il Cremlino ha bloccato quelli che erano considerati i pilastri dei pochi media indipendenti russi degli ultimi anni, la radio Ekho Moskvy e il canale televisivo Dozhd, trasmissioni indipendenti e liberali, le testate che riportavano la quantità di perdite militari in Ucraina e la maggior parte delle fonti di notizie straniere. Alcuni, per paura, hanno risposto con l’autocensura: Novaya Gazeta, famoso per i suoi reportage investigativi, ha scelto di abbandonare i reportage di guerra per evitare ritorsioni. Elena Chernenko di Kommersant – ma anche Marina Ovsyannikova, la giornalista arrestata per aver mostrato un cartello contro la guerra in Ucraina durante una diretta televisiva – è stata cacciata dal gruppo della stampa del Ministero degli Esteri per aver espresso opinioni contro la guerra, e a oggi, sono state arrestate più di 13mila persone.

Marina Ovsyannikova

Il movimento totalitario si esplica attraverso una particolare propaganda a cui si affianca una sistematica azione di terrore e censura, che diventa elemento di complemento della propaganda stessa: non è un caso oggi che bambini e giovani russi siano diventati soggetti principali della campagna russa. Il Ministero dell’Istruzione, supervisionato da Sergej Sergeevič Kravcov, ha rilasciato poche settimane fa un video di trenta minuti in cui la dodicenne Sofia Khomenko – diventata famosa a livello nazionale nel 2017 grazie al canto – spiega a studenti e insegnanti come stia procedendo una cosiddetta “missione di liberazione” dell’Ucraina. A Kazan, invece, un gruppo di bambini russi malati sono stati costretti a scattare una foto nella neve fuori da un ospedale tenendosi la mano in una formazione a “Z” (il simbolo pro-guerra della campagna militare Russa), in un disperato tentativo di spettacolo propagandistico ispirato da Putin per sostenere l’invasione. Dietro le strategie di Putin, insomma, ci sono gli stessi meccanismi descritti e analizzati ne Le origini del totalitarismo: l’aggressione del presidente russo contro l’Ucraina non si limita infatti a meri obiettivi territoriali. L’obiettivo rappresentato da un nemico comune – in questo caso la stessa nazionalità ucraina – è alimentato dall’entusiasmo di Putin per le teorie ultranazionaliste, le stesse estrapolate e riprese in passato dal regime nazista in Germania e dallo stalinismo in Unione Sovietica.

Vladimir Putin

Il consenso di massa di cui i regimi totalitari hanno goduto nella prima metà del Novecento ha avuto diverse radici ma non così differenti da quelle che potrebbe avere oggi: nel 2021, coloro che sono stati dimenticati dal governo e messi in ginocchio dalla pandemia ripongono speranze e sicurezze nei partiti populisti, che sfruttano preoccupazioni e angosce della popolazione per acquisire adesioni e consensi, convogliando le paure della massa contro un nemico comune che, se eliminato, potrà finalmente risollevarci dai nostri problemi. Nel 2022, se pensiamo al totalitarismo in relazione alla situazione Russia-Ucraina, quello che a noi occidentali potrebbe sembrare un termine lontano e antiquato è invece sempre più attuale, alimentato da un livello di repressione nuovo e improvviso, da una missione propagandistica che non lascia spazio al dissenso, da una politica che presenta le stesse caratteristiche di una comune dittatura nazionalistica.

Nel 1996 in un video trasmesso dalla Cnn Putin affermava che “una svolta verso il totalitarismo per un certo periodo di tempo nel nostro Paese è possibile”. Attraverso l’imposizione di un’ideologia a senso unico e del terrore, il totalitarismo identifica se stesso con la storia del proprio Paese e tende ad affermarsi all’esterno con la guerra. La storia ci ha insegnato, però, che le cose non funzionano in questo modo. I totalitarismi fanno leva sui tratti psicologici insiti nell’essere umano e su immaginari utopici in cui vige il potere assoluto di una sola parte, incapace di conciliare le necessità e le esigenze di un mondo complesso e diversificato – come è a maggior ragione quello contemporaneo. I danni di questo idealtipo dovrebbero ormai essere noti a tutti: è necessario evitare che l’attuale situazione non ci disumanizzi al punto da cadere di nuovo in questi errori e far riemergere il pericolo di una deriva politica assolutista.

La settimana santa e l’arte culinaria che c’è dentro la Pastiera

Un po di leggerezza, si fa per dire, perché anziché di parlare di grandi sistemi, parliamo di un altro tipo di cultura: quella culinaria! Così, in questa settimana, che per il mondo cristiano è la settimana santa prima della Pasqua, per me è la settimana della passione, in cui si assaggiano le pastiere.

Lo so che non sono tradizione di ogni luogo d’italia, ma dovrebbe esserla.

Quel pasticciaccio dell’ANPI e l’imprevisto fattore P

Da alcuni giorni circola il manifesto dell’ANPI per le celebrazioni del 25 aprile del 2022, e che non poche polemiche ha suscitato. Qualcuno sostiene che nel Sacro Nome della Resistenza, si finisca sempre per perdonare tutto all’ANPI. Però alcuni rilievi vanno fatti.

Mettendo da parte il fatto che i pochi partigiani ancora rimasti in vita non ricoprono alcun ruolo di rilievo nell’associazione, e che spesso, soprattutto negli ultimi anni, la stessa è stata utilizzata per manifestazioni anti americane (ma va pur sempre ricordato che gli americani supportarono la lotta partigiana), e che in certi ambienti dell’associazione si è fatta una certa distinzione tra una resistenza buona (la nostra) ed una resistenza non buona (quella Ucraina), come se avessimo il potere di scegliere o determinare la bontà o meno di chi si difende, si pone ora la questione relativa alla guerra.

Nel bel manifesto fatto da Alice Milani si pongono due questioni che potrebbero far intendere un nuovo corso dell’associazione stessa: la scritta a terra che richiama all’art 11 della Costituzione ma in maniera monca e quelle due bandiere appese alle finestre. Per quanto riguarda il primo punto, l’art 11 recita: l’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali…. La frase monca scritta nel manifesto sottintende a ben altro, e ciò che l’Italia ripudia la guerra in ogni caso, di fatto, ripudiando la stessa guerra di liberazione fatta dai nostri partigiani. L’altra questione è relativa alle due bandiere appese sulla destra dell’immagine: messe in quel modo sembrano davvero troppo simili alle bandiere dell’Ungheria, in cui la destra omofoba, xenofoba e proputiniana di Orban ha appena vinto le elezioni.

Il dubbio sorge: vuoi vedere che la P di ANPI non stia proprio per putiniani?

LA FATTORIA DEI PACIFISTI di George Orwell

Si lo stesso George preso ad esempio da tutti quelli che si sentono sotto dittatura e controllo mediatico. Lo stesso George che ha scritto 1984 e Animal Farm era un visionario usato dai maestri della New Age che copiano le belle storie senza riflettere, e che in nome della Pace spianano strade a qualsiasi totalitarismo. È abbastanza sorprendente ascoltare chi per anni ha condannato le false missioni di pace in Afghanistan o in Iraq che fanno analisi politiche individuando nella NATO il problema dell’Ucraina. Si avvicina il 25 aprile, la Festa di Liberazione che celebra la Resistenza armata appoggiata dalle truppe anglo-americane che ci hanno tirato fuori dai pasticci. La Resistenza Ucraina e l’appoggio dei diavoli d’Occidente devono essere meno affascinanti… Sicuramente meno dell’ex ministro dell’Industria cubana che campeggia sulle maglie di tanti pacifinti antisistema. Propongo una maglia con la faccia di George che oggi avrebbe quasi 119 anni, ma sarebbe molto più giovane di tanti nostalgici del movimento subculturale di fine secolo scorso ispirato da una “nuova era” (che ha generato gli scienziati laureati all’università della strada che poi hanno anche fondato un partito politico).

«È un fatto che il pacifismo non esista se non in comunità i cui membri non credono alla possibilità reale di una invasione e di una conquista straniera… Nessun governo potrebbe operare secondo principi puramente pacifisti, poiché un governo che rifiutasse di ricorrere alla forza in qualsiasi circostanza potrebbe essere rovesciato da chiunque fosse pronto a utilizzare la forza. Il pacifismo rifiuta di affrontare il problema del governo, e i pacifisti pensano sempre come persone che non si troveranno mai in una posizione d’autorità, ed è per questo che li considero irresponsabili…»

E inoltre: «La propaganda pacifista tende naturalmente a dire che i due campi sono egualmente cattivi; ma se si studiano più attentamente gli scritti dei giovani intellettuali pacifisti, si vedrà che, lungi dall’esprimere una disapprovazione imparziale, essi sono diretti quasi interamente contro l’Inghilterra e gli Stati Uniti. Inoltre, inevitabilmente, essi non condannano la violenza in se stessa, ma solamente la violenza che è utilizzata per difendere i paesi occidentali. I russi, a differenza degli inglesi, non sono in alcun modo biasimati per il loro apparato bellico». Infine un’affermazione che risale all’epoca bellica: «Se Hitler potesse conquistare l’Inghilterra cercherebbe, ipotizzo, di favorire qui lo sviluppo di un ampio movimento pacifista, in grado di impedire qualsiasi resistenza seria e facilitargli il controllo del paese».

Orwell, che si arruolò volontario coi repubblicani spagnoli, non aveva dunque una grande opinione dei pacifisti, considerandoli nell’ipotesi più benevola portatori di errori logici e in quella meno benevola dei potenziali utili idioti a sostegno dei despoti che le guerre le scatenano.

Facciamo parlare gli anziani!

E chi lo dice che la terza età non abbia una sua bellezza?
I vecchi sono il filo che collega il passato al futuro. Un filo sottile, a volte invisibile, ma sempre forte, ed impossibile da tagliare. Ogni persona vecchia è portatrice di un sapere antico, di una postura nei confronti della vita da tramandare alle generazioni future. I vecchi vanno rispettati e soprattutto vanno fatti parlare.
Il video è stato girato in collaborazione con la Struttura Tutelare di Sturno (AV).

Dopo 30 anni, un nuovo pezzo dei Pink Floyd

Ci voleva un evento eccezionale per far uscire, dopo 30 anni, un nuovo pezzo dei Pink Floyd. Così oggi, 7 Aprile 2022, hanno rilasciato “Hey Hey Rise Up” per sostenere una raccolta fondi per l’Ucraina. Slava Ukraini!

La mia intervista su “Il Centuplo”

Dopo aver percorso le strade dell’alta Irpinia, non mi sono ancora fermato, ed oggi c’è una mia bella intervista su Il Centuplo.
Buona lettura.

Sfatiamo cinque miti relativi alle responsabilità della Nato nella guerra in corso.

Ci sono ancora persone che continuano a sostenere che è stata la Nato a costringere la Russia a cominciare la guerra contro l’Ucraina. Sfatiamo i cinque miti più diffusi.

Mito 1: la NATO ha promesso alla Russia che non si sarebbe espansa dopo la “Guerra Fredda”
Realtà: tale accordo non è mai stato stipulato. Le porte della NATO sono aperte ai nuovi membri sin dalla sua fondazione, nel 1949, e questo principio non è mai cambiato. Questa politica delle porte aperte è sancita dall’articolo 10 del trattato costitutivo della NATO, in cui si afferma che “qualsiasi altro Stato europeo in grado di sviluppare i principi di questo Trattato e di contribuire alla sicurezza della regione dell’Atlantico settentrionale” può presentare la domanda di adesione. Le decisioni sull’adesione vengono prese per consenso tra tutti gli alleati. Nessuno dei trattati firmati tra Stati Uniti e Europa con la Russia includeva disposizioni sull’adesione alla NATO.
L’idea di espandere la NATO oltre i confini della Germania unificata non era all’ordine del giorno nel 1989, considerando soprattutto che esisteva ancora il Patto di Varsavia. Tutto ciò è stato confermato da Mikhail Gorbachev in un’intervista nel 2014: “La questione dell’ “espansione della NATO” in quegli anni non è stata affatto discussa e non è neanche sorta. Lo dico con ogni responsabilità. Neppure un solo paese dell’Europa orientale ha sollevato il problema, neanche dopo la fine del Patto di Varsavia nel 1991. Non l’hanno mai sollevato neanche i leader occidentali”.
Le trascrizioni desegretate della Casa Bianca confermano che nel 1997 Bill Clinton ha sempre rifiutato la proposta di Boris Eltsin di un “gentlemen’s agreement” secondo il quale nessuna delle ex repubbliche sovietiche avrebbe aderito alla NATO: “Non posso impegnarmi a nome della NATO, e non ho intenzione di porre il veto all’espansione della NATO per qualsiasi paese, e tanto meno consentire a Lei o a qualcun altro di farlo … La NATO opera per consenso. “

Mito 2: la NATO è aggressiva e rappresenta una minaccia per la Russia
Realtà: la NATO è un’alleanza difensiva il cui scopo è proteggere i propri Stati membri. La politica ufficiale della NATO consiste nel fatto che “l’Alleanza non cerca il confronto e non rappresenta una minaccia per la Russia”. La NATO non ha invaso la Georgia; La NATO non ha invaso l’Ucraina. Contrariamente, l’ha fatto la Russia.
Negli ultimi 30 anni la NATO ha sviluppato legami aperti e coerenti con la Russia. Ha lavorato insieme su questioni che vanno dalla lotta alla droga e al terrorismo, al salvataggio di sottomarini e alla pianificazione civile di emergenza, anche durante i periodi di allargamento della NATO. Tuttavia, nel 2014, in risposta alle azioni aggressive della Russia contro l’Ucraina, la NATO ha sospeso la cooperazione pratica con la Russia. La NATO non cerca il confronto, ma non può ignorare il fatto che la Russia sta violando le regole internazionali, minando la stabilità e sicurezza della stessa NATO.
Nel 2016, in risposta all’uso della forza militare da parte della Russia contro l’Ucraina, la NATO ha schierato quattro gruppi tattici multinazionali negli Stati baltici e in Polonia. Queste unità non sono dispiegate nella regione permanentemente, essi rispettano gli obblighi internazionali degli alleati e contano circa 5.000 militari. Non rappresentano una minaccia per l’esercito russo di 1.000.000 di persone. Prima dell’annessione illegale della Crimea da parte della Russia non c’erano truppe della NATO nella parte orientale dell’Alleanza.
La NATO resta aperta a un dialogo costruttivo con la Russia. Pertanto, il segretario generale della NATO Jens Stoltenberg ha invitato tutti i membri del Consiglio Russia-NATO a una serie di incontri per discutere le questioni di sicurezza europea, compresa la situazione all’interno e intorno all’Ucraina, le relazioni NATO-Russia, il controllo degli armamenti e la non proliferazione.

Mito 3: l’Ucraina non può aderire alla NATO
Realtà: gli alleati accolgono con favore le aspirazioni dell’Ucraina di aderire alla NATO e sostengono la decisione del vertice di Bucarest del 2008 che l’Ucraina diventi un membro dell’Alleanza.
Le decisioni di adesione alla NATO sono prese da ogni singolo candidato e dai 30 alleati della NATO. E da nessun altro. La Russia non ha il diritto di interferire e non può porre il veto a tale processo.
Come ogni paese, l’Ucraina ha il diritto sovrano di scegliere le proprie disposizioni di sicurezza. Questo è un principio fondamentale della sicurezza europea, al quale ha aderito anche la Russia, attraverso l’Atto finale di Helsinki (1975), la Carta di Parigi (1990), l’Atto istitutivo NATO-Russia (1997) e la Carta europea della sicurezza (1999 ).

Mito 4: la NATO circonda e cerca di frenare la Russia
Realtà: la NATO è un’alleanza difensiva il cui scopo è proteggere i propri Stati membri. Le esercitazioni e gli schieramenti militari della NATO non sono diretti contro la Russia o qualsiasi altro paese.
Questo mito ignora i fatti geografici. Solo il 6% dei confini terrestri della Russia è in contatto con i paesi della NATO. La Russia ha confini terrestri con 14 paesi, e solo cinque di loro sono membri della NATO.
Al di fuori del territorio della NATO, l’Alleanza mantiene una presenza militare in Kosovo e in Iraq. La Kosovo Force (KFOR) è una forza militare internazionale guidata dalla NATO, responsabile di ristabilire l’ordine e la pace in Kosovo, ed è svolta in conformità con il mandato del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite.
La missione non combattente della NATO in Iraq contribuisce alla lotta al terrorismo e si svolge su richiesta del governo iracheno, nel pieno rispetto della sovranità irachena. La Russia, al contrario, ha basi militari e truppe in tre paesi – Georgia, Moldova e Ucraina – senza il consenso dei governi di questi paesi. La Russia ha invaso l’Ucraina il 24/02/2022.

Mito 5: gli interventi della NATO nell’ex Jugoslavia, in Kosovo e in Libia dimostrano che l’Alleanza non è difensiva
Realtà: L’ex Jugoslavia si è sciolta non per colpa della NATO. L’Alleanza non ha usato la forza militare per cambiare i confini nell’ex Jugoslavia. La NATO ha condotto diverse operazioni militari in Bosnia dal 1992 al 1995, incluso il rafforzamento della no-fly zone e il supporto aereo alle forze di pace delle Nazioni Unite. Questi eventi sono stati sanciti dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, di cui la Russia è membro. Gli attacchi aerei della NATO contro le posizioni serbo-bosniache nel 1995 hanno contribuito a spianare la strada all’accordo di pace di Dayton, che ha posto fine alla guerra in Bosnia che ha ucciso più di 100.000 persone. Dal 1996, la NATO ha guidato una forza multinazionale di mantenimento della pace in Bosnia, che includeva truppe russe. Nel 2004 questa missione è stata assunta dall’Unione Europea.
L’operazione in Libia guidata dalla NATO è stata lanciata nel 2011 sulla base di due risoluzioni (del 1970 e del 1973) del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite (UNSC) e la Russia non si è opposta a nessuna di esse. La risoluzione del 1973 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite autorizzava la comunità internazionale a “prendere tutte le misure necessarie” per “proteggere la popolazione civile e i loro luoghi di residenza minacciati dagli attacchi”, cosa che la NATO ha fatto con il sostegno politico e militare degli stati della regione e dei membri della Lega Araba.
L’operazione NATO in Kosovo è stata attivata dopo più di un anno di intensi sforzi da parte dell’ONU e del Gruppo di contatto, di cui la Russia faceva parte, per porre fine al conflitto. Il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ha ripetutamente caratterizzato la pulizia etnica in Kosovo e il numero crescente di rifugiati come una minaccia alla pace e alla sicurezza internazionale. La missione NATO ha contribuito a porre fine alle diffuse e continue violazioni dei diritti umani e all’uccisione di civili. La KFOR, l’attuale missione di mantenimento della pace della NATO in Kosovo, è condotta su mandato dell’UNSC (UNSCR 1244) e supportata sia da Belgrado che da Pristina.

Fonte: https://www.nato.int/cps/ru/natohq/index.htm

Il ciclista di Bucha e l’attivista Russo a Mosca

Durante la seconda guerra mondiale si diceva: Italia Grecia, stessa faccia stessa razza, per indicare la vicinanza storica e culturale di due popoli posti su due sponde opposte del mar Mediterraneo. Oggi possiamo dire la stessa cosa per gli Ucraini ed i Russi: una faccia, una razza. Eppure qualcosa continua a non girare per il verso giusto. Ciò che stona è la violenza dei fatti e delle immagini, che contrasta con le parole pronunciate dallo stesso Putin, che spesso ha parlato di un popolo fratello. Ma nonostante le atrocità della guerra, qualcosa continua ad accomunare i due popoli. Qualcosa accomuna il ciclista morto a Bucha e l’attivista Russo che si è fatto fotografare in vari luoghi di Mosca con le mani legate, il volto riverso a terra ed il cappuccio in testa, ad imitare quei tanti troppi morti di quella guerra. Ciò che li accomuna è il sentirsi parte della storia. Tutti e due eversivi, a modo loro: il primo, suo malgrado, morendo per mano dei “Fratelli” Russi e lasciando al mondo un’immagine carica di atrocità e di tutto ciò che non dovrebbe mai accadere. Il secondo, sfidando la sorte in un regime sempre più totalitario ed opprimente. Le immagini dell’uomo disteso nelle strade di Mosca non sono meno potenti di quelle di Bucha. Stanno a dimostrare che anche nei momenti più cupi della storia non esiste mai un pensiero unico. C’è sempre chi vuole gridare al mondo di non essere complice di quanto perpetrato ai danni dei popoli fratelli. L’uomo di Mosca è il germoglio di un futuro sicuramente migliore.

Una poesia inedita dell’amico Franco Arminio

Vi dono una poesia inedita che mi ha appena inviato l’amico Franco Arminio:

Diteci se quell’uomo pancia a terra
era un bidello, un pensionato, un barbiere,
ci aiuta a rendere più sincera la nostra pena.
Questi cadaveri per terra
sono un ritratto della nostra umanità.
In questi giorni non stiamo abitando il mondo
ma la crudeltà e la menzogna.
L’orrore si è spalancato a oriente
la menzogna attecchisce ovunque,
nulla è più accidentale,
ma il crimine non ci raggiunge
perché ci siamo spenti da tempo,
perché dal nostro piccolo morire
non si vede e non si sente
l’odore del sangue, l’urlo
della paura in chi è calpestato
assieme ai rami, alla neve, al fango.