Morra de Sanctis

Morra De Sanctis

La città è un esercizio collettivo, un esorcismo contro la morte. Case, strade e piazze non sono altro che muri alzati per convincerci che il tempo non passerà da lì. La natura, invece, non concede scampo: è matrigna e feroce. Va plasmata e addomesticata, altrimenti ti seppellisce sotto la sua indifferenza. Nei borghi non esiste quel filtro, tipico dei contesti urbani. Non c’è folla, non c’è la ritualità che crea distrazione. C’è un rapporto frontale con la morte: la vedi nelle case sfitte, nelle pietre che cadono, nelle sere sempre troppo lunghe. Ed é proprio lì, dove la morte ti guarda senza abbassare lo sguardo, che nasce la percezione più alta del divino. Perché solo chi sfiora il limite riconosce la voce che proviene dall’altra parte. Il borgo é contatto diretto con la natura, dove per natura si intende anche il rapporto con gli altri esseri umani, che sono assimilabili alla natura stessa. A Morra De Sanctis ci si arriva da diverse direzioni, ma sempre con strade contorte e panoramiche. Credo, che la strada da me percorsa sia una delle più panoramiche e, forse, anche più contorte. A Morra ci sono arrivato da Sant’Angelo dei Lombardi, attraversando boschi dorati, attraversati a malapena dalla luce obliqua del sole già basso all’orizzonte. Mi ha accolto una abitazione bassa con un murales di Francesco De Sanctis. É strano vedere su di un muro, due epoche che si sfiorano, si corteggiano e poi partoriscono un dipinto moderno, di un uomo d’altri tempi. Lui, il De Sanctis, si erge in posa plastica, al di sopra della strada, con i suoi grandi baffi, a ricordare che Morra gli diede i natali e che in quel luogo visse la sua giovinezza. Era l’800, il secolo romantico, un tempo in cui la vita era difficile finanche per i re, figuriamoci per gli abitanti di un piccolo paesino dell’Appennino Meridionale, tagliato fuori dal resto del paese da vie di comunicazione quasi insistenti. In un’epoca in cui viaggiare era già difficile di per sé, farlo in un luogo marginale, come lo era un piccolo borgo dell’entroterra campano, era davvero un’impresa ardua. Eppure, Morra mi sorprende. Parcheggio l’auto sotto un edificio che, dalle bandiere esposte, capisco essere il comune.

Il palazzo è molto bello, tenuto bene, credo che abbia uno stile ottocentesco. Per una mia innata vocazione, mi inerpico subito per la strada di fronte, quella che sale verso l’alto. Percorro un po’ di strade, mi fermo, osservo con attenzione l’architettura delle case. Si tratta di abitazioni signorili, dove case in pietra si alternano a palazzetti di più recente costruzione. Abitazioni intonacate e colorate con colori tenui che oscillano tra il giallo ocra ed il rosso ocra. Tre cose mi colpiscono: l’assenza di ogni forma di vita. Per lo più le abitazioni sono chiuse, e per le strade non incontro nessuno, né uomini, né animali. L’altra cosa che mi salta agli occhi è la pavimentazione, che si estende, tutta uguale, per l’intero centro storico. É molto bella, fatta in pietra. Ricorda molto gli acciottolati di un tempo, si sposa bene con il paesaggio circostante e dà al paese un’aura di eleganza che è in linea con il suo spirito nobiliare. La terza cosa non salta agli occhi, bensì alle orecchie, ed è il silenzio. Il silenzio è così forte che incombe sulle mie orecchie, che non abituate ad esso, cominciano a ronzare. Producono esse stesse un rumore inesistente, pur di compensarne l’assenza esterna. Come sono belli e fragili i nostri borghi, mi viene da pensare: si fa tanto, o almeno quel che si può, per cercare di mantenerli in vita e poi, anche chi li abita, preferisce eclissarsi nelle proprie abitazioni, piuttosto che riempiersi gli occhi con quei panorami sconfinati. Eppure, la presenza umana c’è. Lo percepisco dall’odore della legna che arde, buttato fuori dai comignoli che svettano sulle abitazioni, come segnali di fumo astratti per ipotetici viandanti del tempo. Cerco di non farmi sopraffare dai pensieri e torno indietro, pensando al De Sanctis che nel 1876 diede alla stampa un libro dal titolo: Un viaggio elettorale. Un libro che disegnava una fotografia dell’Irpinia di quell’epoca, divisa tra povera gente e signorotti locali, e che ci dà un’idea di De Sanctis quale viaggiatore ed esploratore attento della propria terra. Esattamente quello che faccio io circa centocinquanta anni dopo. Questo pensiero mi fortifica e mi rende orgoglioso di poter seguire le orme di un grande uomo di cultura ed attento studioso dell’animo meridionale. Il meridionalismo moderno, quello non piagnone, ma fattivo, passa anche attraverso i suoi scritti. Finalmente incontro delle persone davanti al bar. Chiedo indicazioni per il castello e me ne indicano la direzione. Ovviamente mi indicano la strada che sale ancora più su. Mi dicono di percorrerla tutta per trovarmi proprio di fronte al castello. Ringrazio e mi incammino. In pochi minuti mi trovo ad affrontare una lunga scalinata che mi porta dritto al piazzale antistante ad esso. Cerco di andare a casaccio, a destra e a sinistra. Saluto un elettricista, che, in solitaria, stava montando, lungo le mura del castello, le luminarie per l’imminente Natale. Mi volto ancora e finalmente al centro del piazzale, armato di una bella macchina fotografica, vedo un uomo, sulla quarantina, con una folta barba nera. Mi accorgo allora, che dal muro basso che perimetra la piazzetta, si può osservare un panorama che non ha eguali. Ci vuole poco che mi presento all’uomo accanto a me. Lui si chiama Alessandro Pagnotta. É di Morra, con precisione mi dice di essere nato e cresciuto in una delle tante frazioni sparse lì intorno, ma di aver scelto di vivere in paese dopo essersi sposato. Con la sua macchina fotografica non smette di fare foto, puntando, di volta in volta, l’obiettivo verso punti precisi di quel quadro creato dalla natura. Il cielo dipinto di un rosso infuocato, tipico dei tramonti invernali, rende l’atmosfera ancora più surreale. Mi indica con grande maestria i monti Picentini, il monte Tuoro, in lontananza, il lago di Conza, e la posizione di alcuni paesi, come Nusco, Lioni, Teora e, dalla parte opposta, Andretta, dietro la cui collina si trova Cairano. Mi spiega che il paese, un tempo, era molto più abitato e che oggi le case vuote e quelle in vendita sono aumentate a dismisura. La solita litania già ascoltata altrove: i giovani vanno via, i vecchi muoiono e le case restano vuote. Lo dice con amarezza ed un pizzico di rassegnazione. Si sente che parla del suo paese con amore e con passione. Lo si vede anche nella passione che ci mette nello scattare le foto. I tetti delle case si stendono proprio sotto di noi e le tegole sembrano diventate ancora più rosse, sotto a quel cielo infuocato dal tramonto. Alessandro mi spiega ancora che il Castello, o per meglio dire, il Bastione, appartenente a due famiglie nobiliari, era quasi del tutto caduto dopo il terremoto del 1980. Mi fa notare che lo stesso muro di cinta è fatto di parti più chiare e di parti più scure. Le scure sono le parti originali, mentre le chiare sono quelle ricostruite successivamente. La ferita del terremoto è ancora aperta, e Alessandro la spiega indicandomi i quartieri nati dopo il sisma, con case che erano rimaste praticamente vuote. Credo che Alessandro non fosse nemmeno nato in quell’epoca, ma che avesse un imprinting genetico di quell’evento, così lo abbiamo tutti noi che lo abbiamo vissuto e che apparteniamo a questa terra. Alessandro mi spiega che, dovendo io prendere l’Ofantina per tornare indietro, sarebbe stato opportuno scendere rapidamente giù dal paese, in modo da superare l’insediamento industriale prima delle 17. A quell’ora gli operai escono dalle fabbriche e creano gli unici ingorghi della zona. L’area industriale è piccola, ma ha delle fabbriche che sono delle eccellenze nei propri settori. Molte persone dei paesi limitrofi lavorano lì dentro e questo è una manna dal cielo in una zona così economicamente depressa. Supero l’area industriale alle 16.50, giusto in tempo per non restare imbottigliato in un traffico irreale e mi immetto sulla statale Ofantina. Penso ancora alle parole di Alessandro che mi ha invitato a ritornare, e che avremmo festeggiato l’evento a pane, salame e vino. Mi si stampa un sorriso sul volto.

Pubblicato da Giuseppe Tecce

Scrittore di saggi e romanzi Giornalista Direttore di RSA

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