Lacedonia

Akudunniad

(Madre Cicogna)

Il 15 aprile 2026 si presenta carico di nuvole basse e pioggia sottile. Le nuvole sono talmente basse che si confondono con la nebbia. La strada è sempre la stessa: quella che dalla zona industriale, accanto al casello autostradale, porta su, in collina, dove il paese te lo ritrovi davanti con il suo carico di storia e di meraviglia. Le pale eoliche sono sempre li, disseminate lungo il serpente della strada. Forse ce n’è qualcuna in più. La giornata è brutta, e ventilata. Molte pale sono ferme. Le hanno fermate per evitare che il vento le faccia girare troppo, facendo incendiare le turbine, che sono il cuore vero di quei pali moderni, e che costano tanto, ed è meglio preservare per quando il tempo sarà più clemente e potranno produrre corrente e soldi senza incappare in rischi inutili. Dalla prima collina, proprio sotto di esse, si gode un bel panorama. Nello stesso punto mi fermai sette anni fa. Era la fine marzo del 2019. Era una bella giornata di sole, quella, e dalla stessa collina si godeva di un panorama che è tipico di queste terre d’altura, fatte di vegetazione rada e campi sconfinati seminati a grano. Il grano a fine marzo, così come ad aprile, è come un mare di steli d’erba che ricoprono i crinali delle colline e seguono l’andamento sinuoso del terreno, con i suoi sali e scendi, creando, con il suo verde intenso, l’effetto di un quadro impressionista dell’800. Questa è l’alta Irpinia, terra di tradizioni e di mistero, terra dove risiede l’anima di un popolo, che da queste colline non è mai veramente sceso, aggrappato alle rocce come fanno le capre quando scalano i pendii scoscesi dell’Appennino, quando puntano in terra gli zoccoli morbidi che si adattano alle asperità della terra. Entro in paese attraverso la via principale, la statale 303, la stessa che attraversa di lungo tutto il Formicoso, e che scende giù, fino a Rocchetta Sant’Antonio e ancora più giù, dividendosi tra la Puglia e la Basilicata. Sono i luoghi in cui vive la bestia del grano, dove ogni movimento degli steli viene osservato dai contadini attenti, come segno del passaggio della misteriosa bestia, che tutti nominano, ma che nessuno ha visto. In una giornata come quella attuale, sembrano ancora lontani i giorni della mietitura, del caldo afoso delle giornate del raccolto, delle famiglie riunite per tagliare e custodire i frutti dorati della terra. Oggi, sotto a un cornicione, ci sono solo i ragazzi dell’istituto scolastico De Sanctis, che aspettano l’autobus per tornare a casa. Hanno tutti i cappucci delle felpe calati in testa. La nebbia delle nuvole nere lambisce le punte dei cappucci, e loro si stringono nelle spalle, tirate su a proteggere il collo, dal vento stranamente freddo della giornata. Mi fermo davanti all’istituto scolastico, e faccio due passi per via dei Tribuni, esattamente come feci quel giorno del 2019. Tutto sembra inalterato. Il tempo sembra essersi fermato. Le strade sono vuote, come allora, ma chissà quante persone che in quell’epoca c’erano, ora non ci sono più. Un tabellone in ferro, porta attaccati i manifesti dei morti. Ne conto cinque diversi, tutti morti negli ultimi giorni. Proseguo la mia passeggiata e arrivo in piazza; mi siedo su una panchina. Poco più avanti c’è un bar, gremito di persone intente a chiacchierare, e tutte mi guardano, mi osservano, mi scrutano. D’altra parte, io sono lo straniero, quello da tenere sotto controllo, quello di cui non si conoscono le intenzioni. Mi viene da pensare a quello che scrissi nel 2019 sugli stessi posti.

Lacedonia (tratto da “L’Agente della Terra di Mezzo”)

Sto facendo un solitario con le carte napoletane. Oggi i solitari si fanno al pc o sull’IPad, però vuoi mettere il gusto di farlo con le carte napoletane, magari vecchie, trasandate, un po’ piegate e con quell’odore inconfondibile di carta vecchia? Teresa, non so come la vedi tu, ma certe volte gli odori sono quasi più importanti delle immagini, o quantomeno sono una componente intrinseca di un’immagine. Ad esempio, potresti mai immaginare un camino senza sentire l’odore leggermente acido e con il retrogusto olfattivo di ammoniaca della legna che brucia? Per me sarebbe impensabile. Così come sarebbe impensabile entrare nello studio di un notaio e non sentire l’odore delle carte consumate e ammassate da qualche parte, misto all’odore della pelle delle poltrone, che non mancano mai in uno studio notarile. Aspetta aspetta, te ne dico un’altra che non puoi non condividere: l’odore di chiodo di garofano che si sente quanto entri nello studio del dentista. Si, certo proprio l’odore di chiodo di garofano. Poi ho scoperto che ci sono delle preparazioni dentistiche che sono fatte con l’olio essenziale di chiodi di garofano. Quell’odore ti resta addosso, come la paura della poltrona del dentista, e sarà forse per questo che tendo a non usarli quasi mai in cucina.

Però devo dirti che l’odore che veramente mi rende felice è quello della legna che arde che esce dai comignoli delle case nei paesini.

Mi torna in mente la prima volta che sono stato a Lacedonia, era inverno e ci andai in macchina. Avevo un appuntamento con il sindaco, Mario, uno schietto e simpatico uomo irpino, appassionato della sua terra, come è giusto che sia. E sai qual è il ricordo di quella giornata? Oltre alla grande statua di Padre Pio, inserita all’interno di un colonnato posticcio, sita all’ingresso del paese, era l’odore della legna che bruciava e che attraverso i comignoli delle basse case a due piani, si diffondeva nei vicoli del centro storico. Parcheggiata l’auto all’interno della piazza caduti di guerra, nei pressi di un istituto scolastico, e proseguendo a piedi nei vicoli che costeggiavano via Tribuni e poi Corso Amendola, fino ad arrivare al comune era tutto un susseguirsi di odori di legna arsa. E ti sembrava di riconoscere finanche l’odore della legna che bruciava: ecco, questa è sicuramente quercia, questa è sempre quercia ma è più fresca, fa più fumo e l’odore forte avvolge tutto il caseggiato, qui invece stanno bruciando legno di castagno, addirittura ho intravisto qualche scintilla fuoriuscire dal comignolo. Tutti sono attenti a non bruciare legna di Pino o di conifere, perché quel legno contiene resina, il cui odore si riconosce davvero subito, ma che può rovinare, a volte in maniera definitiva, il camino. E tu sai bene quanto si sia legati al camino nei piccoli paesini delle montagne irpine. D’altra parte, la legna che va per la maggiore è quella di Quercia, sia perché è quella che più facilmente si trova nei nostri boschi, e sia perché è più corposa, e quindi il ciocco brucia più lentamente, dando maggiori calorie, seguita a ruota dalla legna del Leccio e da quella del Faggio, che hanno caratteristiche simili a quella della quercia, ma sono presenti in aree boschive poste più in alto.

Anche Lacedonia ha la sua particolarità: insieme a Mignano Monte Lungo, San Pietro Infine, e a San Bartolomeo in Galdo, è uno dei quattro comuni della Campania che confina con due regioni diverse, a sud est con la Puglia e a sud ovest con la Basilicata. Quando arrivi a Lacedonia dall’autostrada e sali sulla sommità della collina su cui sorge, se ti volti in direzione opposta, sulla collina di fronte c’è un paese, arrampicato sulla roccia, così ben fatto da sembrare un paese da presepe. Si tratta di Sant’Agata di Puglia, che già dal nome fa intendere il suo posizionamento nello scacchiere delle regioni italiane.

A Lacedonia, poi, ci sono tornato più volte, e una volta ci sono arrivato persino in bici. Per un amante della bicicletta come me, che non è un professionista della pedalata, è stata davvero un’impresa ardua, ma ce l’ho fatta. Arrivare a Lacedonia in bicicletta vuol dire percorrere un lungo tratto della già arcinota via Appia.

Solito il rito della vestizione. È quasi inizio estate, giù a valle fa veramente caldo, talmente caldo che l’acqua evaporata dal terreno, dalle piante, dai fiori, forma una lèggerà nebbiolina visibile a distanza. Le montagne non sono più nitide, e a fatica posso scorgere i paesini che si sono spinti fin lassù. Di fronte a me, con gran fatica riesco a malapena a distinguere Vitulano, e laggiù a sinistra c’è Apollosa. La vista non è più acuta come un tempo, se mai lo fosse stata, ma ora è di gran lungo peggiorata. Ma quei paesini, che in inverno, quando l’aria è ghiacciata e tersa, riesco a distinguerne anche le singole case, ora sono nascosti dietro un velo semitrasparente, a volte di colore bruno, che va a formare una sorta di nuvola a mezz’aria tra il fondo della valle e la parte mediana del monte Taburno. In lontananza solo con uno sforzo visivo e , soprattutto, con un po’ di fantasia, riesco a scorgere la sagoma del monte Mutria, la montagna sacra delle popolazioni sannite, ai cui piedi sorge uno dei paesi più belli della zona, Cusano Mutri. In questo scenario di caldo umido, il ciclista deve prevedere, o se preferite, immaginare le condizioni climatiche che potrebbe incontrare lungo il cammino, conoscendone il percorso e sapendo, pertanto, il dislivello che dovrà affrontare sia in senso di ascesa, sia nel senso opposto. Faccio un resoconto mentale della strada, e in effetti, il viaggio di andata è quasi tutto in salita. Bisogna attraversare un altopiano, arrivare fin quasi a mille metri, e quindi il percorso impone il classico abbigliamento a strati. Decido di vestirmi in modo sportivo classico e quindi non da ciclista. Ho un pantalone grigio di una tuta adidas, di cotone leggero ma non eccessivamente, sulla parte superiore l’immancabile t-shirt con il mio logo, due ruote per terre di bellezza sulla schiena, e la scritta suite Mirafloris sul davanti, su cui mettere all’occorrenza la solita felpa con cappuccio e zip della ellesse e sulla testa il compagno di tanti viaggi, il cappellino da baseball della Adidas, blu scuro e con il logo bianco, oramai bianco sporco, impresso sulla fronte. Preparo lo zaino: borraccia in alluminio con acqua freschissima rigorosamente presa dal rubinetto della cucina, una banana, che contiene prezioso potassio, un pacco di tarallini all’olio extravergine d’oliva, una barretta di cioccolato, un blister di duspatal, ed uno di bentelan in compresse da 1gr. Quest’ultimo è considerato un vero e proprio farmaco salvavita, utilissimo in caso di punture di insetti, da mettere sempre in conto quando si va in giro con la buona stagione.

Sigillo lo zaino con un kway, che potrebbe tornare utile qualora sull’altopiano dovessi incontrare delle condizioni meteo avverse. Così bardato, controllo che la batteria della mia Atala sia carica del tutto, imposto la potenza del motore sulla modalità eco, che è quella che di norma prediligo, esco dal cancello e inforcata la bicicletta parto. Come si dice: ogni viaggio, per quanto lungo possa essere, ha bisogno di un primo passo, e in questo caso di una prima pedalata, poderosa, che ho dato sul vialetto fuori casa, tra il profumo delle rose e gli odori del rosmarino e del coriandolo, che Zio Bacco coltiva nell’orto attiguo, con amorevole passione. Ogni partenza è un addio, un addio a quel pezzo di mondo, a quell’angolo di tranquillità, alle confortevoli abitudini di tutti i giorni, agli odori e ai suoni noti, per tuffarsi in scorci nuovi, orizzonti diversi, fatti di colori e soprattutto di profumi diversi. Ma è un distacco necessario per permettere agli occhi e all’anima di evolversi e di trovare nuovi pensieri di aria e di bellezza. Ho battezzato gli odori quali veicoli della vecchia bellezza, di quella bellezza ancestrale, atavica, racchiusa in ogni cosa e che bisogna saper scorgere con sensi diversi.

Decido di fare una piccola variazione iniziale al percorso. Lungo il rettilineo della via Appia , prima di MotorSannio, viro a destra, scavallo la collina, il bivio per Sant’Angelo a Cancello, e giù lungo la striscia di case di Dentecane, e alla fine della strada svolto ancora a destra per imboccare quello stradone che gli abitanti locali chiamano semplicemente con il nome di “Variante”.

La Variante è una strada più larga delle altre e ben asfaltata. All’incrocio all’altezza della mellifera Artemide, svoltando a destra si scorre in direzione Avellino. Ma io devo andare nella direzione opposta. È ancora mattino presto, ci sono poche auto in giro e la ritengo una fortuna, considerato che su questa arteria, così larga e ben fatta, gli automobilisti sono soliti sfrecciare a velocità sostenuta. All’incrocio faccio il giro della rotatoria per salutare Antonio Monteforte, il mobiliere, un caro amico di vecchie zingarate. Vado in direzione di Mirabella, e in poche pedalate in discesa, forse l’unica discesa del percorso, arrivo a Calore, frazione di Mirabella Eclano, poche case, un largo ponte sul fiume Calore, e di fronte una salita incorniciata tra le classiche e basse case bianche di paese.

La salita è ripida ma breve, ma alla fine, svoltando a sinistra comincia il percorso solito della via Appia , che in questo tratto è veramente caratteristico perché non ci sono ponti e la strada, seguendo il naturale andamento del territorio, sale e scende dalle colline che si susseguono.

La via è ancora larga, ben asfaltata e comoda per chi viaggia in macchina. La strada è affascinante e dura per chi la attraversa in bicicletta. Sono un puntino grigio, su una bicicletta nera, con uno zainetto grigio sulle spalle, che si affatica lungo la salita. Non conviene fare uno sprint, la salita è costante e lunga, e sembra non finire mai. Sulla sinistra il bel ristorante di Mastroberardino, di un bel rosso pompeiano, circondato da vigneti folti di verdi foglie, e alle spalle un esclusivo campo da golf.

Di fronte la strada sale in una ripida salita fin sulla sommità della collina. Poi un tratto leggermente in discesa e di nuovo una lunga ripida salita che porta sulla sommità della collina successiva, fino al Passo di Mirabella. Superato il Passo, anch’esso una striscia di abitazioni lungo la strada, che in epoca Borbonica era la principale via di comunicazione tra la Puglia, con i suoi granì, e la capitale del regno, cioè Napoli, si imbocca l’Appia antica. È una strada che conosco bene, che mi affascina ogni volta che la percorro, pensando a quante persone abbiano potuto attraversarla e a quante merci più o meno preziose vi siano transitate in direzione di Roma, e di quanti occhi abbiano potuto ammirarne le bellezze. La strada è sempre in salita, più dura, con tornanti che ti portano a guardare prima da una parte e poi dall’altra della vallata sottostante. Si sale, si sale in altezza, ci si distacca lentamente da quell’umido appiccicoso della vallata, si sale fino a Frigento. Mi fermo, il sole di metà mattina, il cielo blu limpido, permette di guardare giù verso la valle del calore con amabile compiacimento, per la strada percorsa, per il respiro che resiste ancora, per aver superato quella coltre di nebbia che si deposita sul fondo delle valli e che vela tutto di misterioso silenzio. Qui, da questa posizione l’aria è chiaramente più salubre, il cielo è blu, ed il sole una palla gialla alta nel cielo. Alle mie spalle, su un’altura che arriva fin quasi ai mille metri c’è la bella Frigento.

Mi fermo, mangio la barretta di cioccolato, i muscoli sono ben riscaldati e l’aria calda e umida della valle lascia il posto ad un’aria più fresca, ossigenata e mossa da un vento sottile. Si sta decisamente meglio, i polmoni ringraziano per averli portati fin quassù a respirare aria ricca di ossigeno, e storia da sniffo. Bisogna rimettersi in cammino e di nuovo su, per il bivio di Rocca San Felice, quello di Guardia Dei Lombardi e la strada 303, dall’altopiano che attraversa, diventa panoramica. Rettilinei lunghissimi, il Formicoso, le tante pale eoliche, e di nuovo Bisaccia, prima il paese nuovo e poi ancora su verso il paese vecchio, e da lì proseguendo sulla stessa statale 303, gli ultimi 14 km che mi separano da Lacedonia sono un susseguirsi infinto di curve, tornanti, all’interno di un paesaggio tipico dell’altopiano, in un tratto che è sostanzialmente pianeggiante , ma nonostante ciò le curve si susseguono con cadenza regolare e sono più o meno ampie , ma tutte decisamente di facile percorribilità. Dopo tanta salita sembra quasi che le gambe non facciano più fatica in quel percorso, in mezzo a una natura rigogliosa e con un caldo oramai accecante ed amico, nello stesso tempo. Siamo ancora in un terreno di quasi montagna, in zona appenninica, fortemente sismica, nel silenzio più assordante. Dopo l’ennesima curva a sinistra vedo spuntare un paesaggio che mi è più famigliare, le case in pietra, il campanile, Lacedonia. Territorio abitato sin dai tempi dell’età del rame, e lo dimostrano i numerosi ritrovamenti di armi e reperti in rame in zona, antica Aquilonia di epoca romana, secondo la tradizione fu luogo dell’ultima battaglia della terza guerra sannitica, nel 293 dc , nella quale ci fu la vittoria dell’esercito romano che annientò la famosa e potente legione Linteata. Posta sulla via Appia Antica fu una fiorente cittadina in epoca romana, tanto che furono costruite piscine, terme, un anfiteatro, lavatoi, giardini pubblici, ed anche una “mutatio”, ossia una stazione di sosta e di cambio di carri e cavalli. Seguendo gli eventi storici del circondario, fu dominio dei Longobardi, poi dei Normanni e fece parte del regno di Napoli e del regno delle Due Sicilie.

Io vi sono arrivato nel primo pomeriggio di un giorno qualsiasi di quasi inizio estate, stanco per il lungo procedere, felice per il percorso nei pensieri, sudato ma non troppo, affamato come non mai. Mi infilo a casaccio per le strette e belle viuzze del centro storico, trovo un minimarket, è aperto, ed è una benedizione del cielo. Appoggio la bici alla porta d’ingresso, con la ruota posteriore che sporge verso l’apertura dell’ingresso, così che, dall’interno, possa controllarne la presenza, entro e ne esco con un marsigliese ripieno con del prosciutto locale che potrebbe far resuscitare anche i morti.

Sono stanco, il solo pensiero della strada del ritorno mi da i brividi, mi attacco al telefono e prenoto una confortevole camera in un agriturismo poco fuori dal paese. La serata è piacevole, così come le chiacchiere scambiate con gli anziani che popolano le stradine e le piazze del paese. Dopo un sonno ristoratore ed un’abbondante colazione , preparata dalle sapienti mani della Signora Anna, sono di nuovo tirato a lucido per affrontare la strada del ritorno, ma questa volta è davvero una piacevole passeggiata. La strada è tutta, o quasi, in discesa. La percorro spedito, l’aria è profumata di gioia.

Pubblicato da Giuseppe Tecce

Scrittore di saggi e romanzi Giornalista Direttore di RSA

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