Ogni terra ha, di sicuro, qualche elemento fisico che la caratterizza: a Napoli domina il Vesuvio, Catania è sopraffatta dall’Etna e molte città del Nord hanno sullo sfondo le cime delle Alpi. Così il territorio del Sannio è caratterizzato da quella figura femminile, distesa, che pare dormire. Una figura gigantesca che va da est a ovest e caratterizza tutto il paesaggio e che è sempre presente da qualunque parti la si osservi. Si tratta del massiccio del monte Taburno, che per gli abitanti del Sannio e dell’Irpinia è semplicemente la “Dormiente del Sannio”. Ho detto dell’Irpinia, perché la sagoma inconfondibile di quella montagna è visibile anche da gran parte dell’Irpinia, dai monti che sovrastano la valle d’Ansanto e quella del Calore, dalla Baronia, dal Tricolle e anche dai monti sul Sabato. È un marchio inconfondibile, che al tramonto si accende di una luce sfumata, rossa e giallo ocra, disegnando nitido il suo profilo sullo sfondo colorato della golden hour.
La montagna è lì ferma da secoli, anzi direi da sempre, da quando il pianeta si è formato e ha visto generazioni e generazioni di esseri umani passare e scomparire, per lasciare il posto ad altri esseri umani, con le stesse fattezze, ma vestiti in modo diverso, anch’essi scomparsi e rimpiazzati.
Già Virgilio, nell’Eneide, sfiorava quel monte con le sue parole, chiamandolo “Saticulo Taburno”, ricordandoci che ai suoi piedi sorgeva la città di Saticula.
In verità Virgilio cita il Taburno due volte.
La prima nelle Georgiche, nel libro II, quando parla della terra, delle coltivazioni, degli alberi adatti ai luoghi. Il verso è questo: “Iuvat Ismara Baccho conserere atque olea magnum vestire Taburnum.”
Cioè, più o meno: “Conviene piantare l’Ismaro a vite e rivestire d’ulivi il grande Taburno.”
La seconda citazione è nell’Eneide, nel libro XII, nel momento altissimo del duello tra Enea e Turno. Virgilio paragona lo scontro dei due eroi a quello di due tori che si affrontano sulla Sila o sulla cima del Taburno: “Ac velut ingenti Sila summove Taburno…”
Cioè: “Come quando sull’immensa Sila o sulla sommità del Taburno due tori si lanciano l’uno contro l’altro…”
Poi c’è Plinio il Vecchio, che nella Naturalis Historia, libro XIV, parla della vite, dell’uva e dei vini. Plinio cita il nome Taburno in relazione a generi di vite/vino, dentro un discorso sulle varietà che nobilitavano alcune zone. Il passo latino dice: “Taburno Sotanoque et Helvico generibus…”.
E ancora Silio Italico, nei Punica, cita il nome Taburnus, ma in un passo del libro XIII sembra indicare un personaggio, uno dei tre fratelli capuani: Numitor, Laurens e Taburnus. Silio scrive che Numitor primeggiava per bellezza, Laurens per velocità, Taburnus per mole del corpo: “membrorum mole Taburnus.” Quindi un questo caso non abbiamo con certezza una descrizione diretta del monte, ma l’uso del nome Taburnus dentro un contesto epico e campano.
Ciò che io posso affermare con certezza è che quel monte, oggi, è ancora lì, nonostante l’incedere del tempo, le intemperie delle stagioni e il passo lento dei millenni. È ancora lì, di fronte a me, tanto che io posso ancora toccarlo e ricordare la sua lunga storia.
