Da sempre scrivo storie, pensieri e prose che sfiorano il mito e ballano con memorie ancestrali. I miei scritti li dissemino ovunque ed ogni tanto li ritrovo, o forse sono loro che trovano me. Così come è accaduto oggi, che mi sono imbattuto in un mio vecchio scritto, sempre carico di pathos e di una tensione interiore, tanto da farmi riaffiorare alla mente gli scritti di Gibram, Borges, e di Mutis, chiedendo venia per tanto paragone.
Il brano si intitola Ninive:
Nelle vie strette di Ninive o nei giardini fioriti di Londra, dietro ai chiaroscuri dei marmi o nelle fessure dei monumenti, il tempo scorreva con un lento girovagare, mentre un cielo plumbeo su un campo verde , gocciolava come neve che si scioglie al sole.
Il vecchio dalle rughe arate dei campi asciutti, cantava, fasciato dai tulle portati a mano dai putti alati, che, come nuovi Pegaso, vagavano dalle Pleadi alle terre intrise del sangue di Medusa.
Il vento sussurrava nuove profezie, che si insinuavano tra le colonne sbrecciate del tempio, accarezzando il volto delle sfingi addormentate, mentre sfogliava con dita arcaiche i papiri segreti custoditi nella pancia della storia.
Un cane passava scodinzolante, tra le rovine dei giardini pensili, che sovrastavano le torri che svettavano oltre le nebbie del tempo;
Il ticchettio di passi senza nome si mescolava al pianto delle fontane,
mentre l’eco del sole morente si stemperava nel Tigri.
Forse, tra le ombre lunghe della sera,
ancora puoi udire quel canto ininterrotto, come un lamento che sfida il destino, sussurrando ai secoli l’ultima preghiera.
