Quest’anno il Festival “Letture dal Bosco” è cresciuto ulteriormente. Abbiamo intavolato tre collaborazioni importantissime, con il Cesvolab Irpinia Sannio, con la Svimar e con la Associazione “Sabba de Nuce”. Abbiamo il patrocinio del comune di Bagnoli Irpino, della Provincia di Avellino e della Regione Campania. Siamo in attesa dell’alto patrocinio del Parlamento Europeo. Quest’anno abbiamo anche una grandissima novità perché saranno con noi ben tre case editrici, la nostra storica casa editrice Graus Edizioni, Marotta&Cafiero editori, e Apeiron Edizioni, ci saranno scrittori come Alessia Vessicchio, Rosario Esposito La Rossa, Lorenzo Marone, e molti altri. La conduzione, come sempre è affiata alla grandiosa Grazia Caruso, la giuria è diretta da Rosanna Lemmo, mentre la parte delle immagini sarà curata da Antonio Nottini. La comunicazione è affidata ad una delle nostre donne più importanti: Maria Baldares. Il rito del piccolo popolo è affittato all’associazione Sabba de Nuce. La corona simbolo del festival sarà realizzata da La Vie En Rose – Flower Boutique di San Giorgio del Sannio. I vini saranno di Ifalco_vini, il service di Accademia Delle Opere ApS e ci saranno delle simpatiche sorprese da parte di Claudia Magà. Il momento iniziale sarà affidato a Premjeet Kaur Tina, mentre ci saranno degli intermezzi con musiche sacre a cura di Orbisophia e infine dei momenti di animazione a cura di Wave Animazione . Infine ci saranno tantissime premiazioni con tanti personaggi, che abbiamo svelato nella conferenza stampa tenutasi a Napoli il 31 maggio, e ovviamente la nostra importante gara di lettura.
Che volete di più? Dovete solo partecipare. La partecipazione è gratuita ed il posto è incantevole.
Lunedì 15 Giugno, con una cerimonia che si svolgerà presso una sala del Campidoglio a Roma, Vera riceverà un riconoscimento speciale all’interno del Premio Internazionale Donne D’Amore. Io credo che il Premio di Vera sia super meritato e che lei sia solo la punta dell’iceberg di una eccezionale squadra di lavoro che ogni da sollievo alle persone all’interno de Il Soffio sul Mulino Comunità Tutelare per non Autosufficienti-SturnoAv. La novità è che dovrò presentare io a Vera e dovrò spiegare le motivazioni del suo premio. Ad maiora. Un grazie di cuore a Virginia Barrett per aver preso in seria considerazione la candidatura di Vera, nonché a tutti i membri della prestigiosa giuria. Qui uno stralcio dell’articolo che fa menzione dei premiati, mentre nel primo commento allego il link all’articolo stesso.
Novità della XIII Edizione del Premio è l’assegnazione di un Riconoscimento Speciale “DONNA D’AMORE” ad una Donna che si è distinta a livello Nazionale o Internazionale nel fare del bene attraverso le proprie azioni o la propria professione. Il Premio sarà assegnato a Vera Verenich, Infermiera di origine Ucraina, trasferitasi in Italia 25 anni fa, ed operante in una Struttura per persone non autosufficienti di Sturno (A V). Sarà presentata dal Dr Giuseppe Tecce, titolare della struttura stessa.
Sono tornato ragazzi. Il mio sguardo si è ampliato dall’Irpinia all’intero Sud, perché le nostre terre, pur mantenendo le loro peculiarità, condividono tutte la stessa sorte. In fondo o siamo destinati al declino, o diventiamo il nuovo nord di un mediterraneo che guarda a noi come guida. Grazie a Francesco che mi ha fatto l’opportunità di scrivere su questo giornale, che mi dà la possibilità di avere una visione più ampia su tutto il meridione, aiutandomi a far crescere la mia visione complessiva.
Mi sento di dover fare un post di ringraziamento per le tantissime persone che stanno acquistando il nuovo romanzo: “Sette e Quarantacinque”, sta vendendo come non mai era successo, a meno di un mese dalla sua uscita ufficiale. Come, oramai, ben sapete, si tratta di un noir mediterraneo, ambientato nella provincia italiana, dove il paesaggio diventa esso stesso parte della trama, con i suoi borghi bellissimi, le colline, i monti. Il romanzo ha una collocazione spaziale ben precisa: la trama si snocciola tra alcuni dei Borghi più Belli , e, forse, più dannati d’Italia, cioè Gesualdo, con il suo Castello, Sant’Angelo dei Lombardi e Lioni. I personaggi, si muovono all’interno di questo triangolo, trovandosi di fronte a cose e fatti, che mai avrebbero immaginato in una provincia dell’Italia Interiore. Il romanzo lancia anche dei personaggi, in primis il protagonista, che si chiama Mimì Gagliardi, che vive proprio a Gesualdo, e poi la barista Katia, il Maresciallo dei Carabinieri Vincenzo Lamonica, il parroco Don Rocco, e Brunilde e Frida, e tanti altri personaggi che ritroveremo anche negli altri libri che seguiranno. Si, perchè la particolarità è che ne è nato un mondo narrativo, che ci accompagnerà in tutti i libri, di quella, che per ora, sarà una trilogia, ma che, forse, potrebbe anche continuare oltre. Vi ricordo ancora che il libro, edito dalla Graus Edizioni, è in vendita in tutte le librerie d’Italia e lo trovate in tutti gli store on line.
La strada in salita è faticosa e celestina deve sudare sette camicie per arrivare fino in cima. In compenso, la strada è larga e non la percorre nessuno in senso opposto. Questo mi permette di alleggerirla con qualche zig zag che ne addolcisce la pendenza. Però, in compenso, come spesso accade, quando arrivo in cima, il panorama è mozzafiato, e la vista può spaziare su territori ancora accecati dalla luce del sole, battuti dal vento e calpestati dal nulla. Mi fermo per un po’ lungo la strada panoramica, che delimita la parte bassa del paese e cinge la cima del monte come una corona preziosa, cesellata in ferro, puntellata da una miriade di muretti, che come novelli merli, fanno tornare alla mente storie di principesse e cavalieri d’altri tempi, che pare da qui non se ne siano mai andati. Mi trovo in un cono d’ombra, sono le quattro del pomeriggio, e nonostante sia solo l’inizio di Settembre, il vento comincia già ad essere pungente quassù. Teresa, non so per quale strano meccanismo mentale, ma la mia attenzione si è soffermata sulle pale eoliche che punteggiano la collina di fronte, lì dove giacciono inermi i corpi allungati di Lacedonia, Bisaccia e Andretta. Si, mi trovo nel cuore dell’Irpinia d’Oriente, nel punto esatto in cui la Baronia batte il record regionale di salto in alto. Trevico è il comune più alto della Campania, e te lo dico mentre il mio sguardo, da quassù, accarezza le cime della Lucania da un lato e i promontori della Puglia dall’altro. Il giallo dei campi seccati, dalle stoppie tagliate corte, dalle stradine contorte che salgono i crinali mai a strapiombo, sempre docili al passaggio degli uomini e delle bestie, contrasta amaramente con il bianco dei fusti delle pale eoliche, vendute come il petrolio del Sud, e piantate secondo un disegno divino, su terreni sottratti all’agricoltura, per inseguire il sogno di un facile arricchimento collettivo, che, invece, ha portato petrol dollari solo nelle tasche di pochi, che della collettività se ne sono sbattuti altamente, depauperando un invidiabile primato paesaggistico, lasciando sul terreno un mare di stelline che girano, che viste da un aereo sembrano tante croci di Cristo sulle colline del Calvario, tutte uguali a se stesse, tutte silenziose allo stesso modo, tutte che parlano di noi. Teresa sento già l’odore dell’autunno, e qui è più facile percepirne gli odori e gli umori, le voci e i colori. È l’ora di proseguire. Celestina arranca nel partire, il motore scoppietta, dalla marmitta esce una breve fiammata. Faccio inversione e mi intrufolo su per la stradina lastricata in pietra che un cartello indica portare verso la piazza principale, il castello e la chiesa. Un’unica via che porta nel cuore della comunità, posta sulla sommità di un monte a 1100 metri di altitudine. Un cartello, posto di rimpetto all’imponente monumento ai caduti, campeggia in alto con aria maestosa e saccente, tra due panchine di legno antico: Trevico, comunità montana dell’Ufita, Baronia di Vico. Parcheggio, mi stiracchio e cerco di capire come riparare dal vento fastidioso la mia schiena sudata al contatto con il tessuto della seduta. Mi piazzo su una delle panchine, dando le terga al sole amico, che provvederà ad asciugare tutti gli umori del corpo, lasciando sulla schiena una beata sensazione di alito caldo. La piazza è vuota. Da una finestra aperta arriva il suono lontano di un blues, che riempie l’aria di una malinconica nostalgia. Chiudo gli occhi, respiro con profondità, mi inebrio degli odori aspri dell’Irpinia e rifletto. Rifletto sulla caducità della vita, sull’alternarsi delle stagioni, sulla ritmicità del respiro, sull’inseguirsi eterno tra la luce e l’oscurità, la vita e la morte, l’alto e il basso, il dentro e il fuori. Teresa, ne abbiamo già parlato, ma devi sapere che ci sono poche certezze nella vita. La più importante di tutte è che siamo precari e di passaggio, nessuno escluso. Tutto cambia incessantemente: cambiano i regni, le stagioni, i presidenti, le religioni. Passa anche la gioventù e nulla si può fermare. Si cambia amore, idea, umore, perché siamo solo di passaggio.
Il sibilo di una Subaru, il traballio delle gomme sulle pietre sconnesse, attira la mia attenzione. L’unica macchina di passaggio, l’unica macchina che si ferma proprio lì, in piazza e ne scende l’unico uomo, l’unico essere vivente di quel luogo vuoto, oltre me. Mi saluta con gentilezza e ricambio allo stesso modo. Ha una camicia grigia, si volta verso di me: ha il collarino bianco. È un prete. Gli vado incontro con la mano tesa, con la cordialità che si usa in questi luoghi, dove una parola e una stretta di mano posso assumere un valore incommensurabile. Piacere Giuseppe, piacere don Claudio. Lei è un fortunato, gli dico di getto, in un luogo così silenzioso può aspirare all’ascetismo, alle virtù dei Santi, alla preghiera rigeneratrice dell’anima del luogo. Lui mi sorride: sono il Parroco della comunità, il custode di questa bellissima chiesa, dedicata alla Madonna della Libera, monumento nazionale risalente al 1100, che intanto mi indica con la mano libera. Complimenti, gli faccio di rimando, è una chiesa bellissima. Lui annuisce: ti lascio, devo entrare per preparare la messa. Don Claudio, prima di lasciarti ho bisogno di un’informazione: so che da queste parti c’è il museo dedicato ad Ettore Scola, mi sapresti indicare il luogo esatto? Lui sorride ancora: il museo è stato realizzato nella casa natale di Ettore. È qui sotto, subito dopo il tiglio.
Considerata l’ora, chiedo, lo troverò aperto?
Non preoccuparti, fa ancora lui, con aria sicura, casomai fosse chiuso, bussa alla porta accanto. La famiglia che vive lì, ne custodisce le chiavi.
Lo guardo con stupore: ma darò fastidio nel bussare a quest’ora?
Non ti preoccupare, minimizza lui, siamo una piccola comunità e tutti ci diamo una mano. Di gran lena supero il tiglio secolare, fatto di due tronchi avvinghiati in un abbraccio secolare, e mi ritrovo presto in un vicolo, che si dirama dalla via principale. Non v’è anima viva, anzi forse qualcosa c’è. In fondo al vico, proprio di fronte a me, c’è un palazzotto in pietra, dal grande portone in legno, incorniciato in un portale in pietra maestoso, e davanti al portone una bella poltrona, con tanto di poggiapiedi, rivestita con una stoffa di raso dalle strisce di un viola chiaro e scuro, poste a formare una scacchiera. Un colore inusuale, in particolare per una poltrona, ma che ben si abbina all’ambiente circostante. E su di essa, comodamente sdraiato, quasi mimetizzato, in quel miscuglio di colori scuri, un gattino, nero come il carbone. Un nero forte, che non lascia uscire nessun colore, che ne mette in risalto i grandi occhi gialli, che mi fissano, quale straniero che ha osato invadere la sua regale dimora. Faccio per avvicinarmi, per accarezzarlo, ma per tutta risposta, si alza, si allontana, per continuare a guardarmi da lontano. Ho dolore alla caviglia, ne approfitto, per sedermi un po’ sulla stessa poltrona. Accanto a me un banchetto fatto di paglia, spighe di grano generose, e un’infinità di zucche, dai colori variopinti, con evidenti richiami all’arancio, al giallo, al bianco. Hanno forme e dimensioni che non avevo mai visto. La natura, quando è lasciata libera di esprimersi non smette mai di sorprenderci, ed io sono il primo a restarne a bocca aperta di fronte a tanta bellezza. Il museo è chiuso, ma sembra quasi inevitabile, considerata l’ora. Mi faccio coraggio e suono il campanello della porta accanto, proprio come mi aveva raccomandato don Claudio. Mi apre una signora sulla cinquantina, una bella signora, dal portamento elegante, sicuramente affaccendata in qualche faccenda domestica. Sorrido, lei mi sorride con un’espressione dolce. “Mi scusi”, faccio io, “il parroco mi ha insistito di suonare il vostro campanello, per avere la chiave del portone del museo.”
Lei mi guarda con aria dispiaciuta: “abbiamo consegnato le chiavi al comune circa tre giorni fa. Le avevamo in consegna per il mese di agosto, ma ora siamo tornati alla normalità, al soporifero oblio dei mesi altri da quelli della stagione”.
Io sono più dispiaciuto di lei. Ci tenevo davvero tanto a visitare quel museo della memoria civica e storica, che raccoglie frammenti della nostra vita passata, vista attraverso la lente d’ingrandimento della macchina da presa di Ettore Scola. Lei, Michela, cerca di sdebitarsi per la mancanza in altri modi, mi invita ad entrare in casa per prendere qualcosa da bere, mi porge dei biscotti, ma io declino ogni invito. Io volevo solo guardare il museo. Considerato che non c’è verso, né modo di aprire quel portone, mi incammino con Michela verso la chiesa madre, cattedrale d’altri tempi, segno tangibile della storia spirituale del passato. Michela mi chiede di restare in chiesa: “tra sei giorni festeggiamo la Madonna della Libera, ed ora dobbiamo fare la novena alla Madonna. Però”, ci tiene a sottolineare, “prima dobbiamo fare il rosario”. La chiesa si riempie presto di vecchiette che si siedono proprio di fronte alla bella statua della Madonna. Così finisco per recitare il rosario insieme a loro: “O gloriosa Regina del cielo, augusta Madre di Dio, Santa Maria della Libera, eccoci ancora ai vostri piedi quali figli devoti e fiduciosi. Se guardiamo alle nostre colpe ci sentiamo immeritevoli della vostra misericordia. Ma sapendo che Dio vi ha stabilita tesoriera delle sue grazie, prendiamo coraggio e, mentre rinnoviamo i nostri propositi di bene, vi preghiamo, con tutta l’effusione del nostro animo, di ottenerci da Dio il perdono dei peccati in modo che le nostre anime, liberate dalle colpe commesse, possano tornare a piacere al vostro divin Figlio. AVE MARIA… Maria della Libera prega per noi”.
Mi è capitato spesso, negli ultimi tempi, di leggere di storie di uomini tirchi. Uomini che escono con le proprie donne con la calcolatrice in mano, che si fanno restituire anche i soldi del caffè, o, ancora più assurdo, si fanno pagare il rimborso chilometrico solo per andarle a prendere in macchina. Ma, scusate, io la trovo una cosa disgustosa. Da cosa dipende? Dal fatto che sono troppo vecchio? Da sempre, quando sono uscito con una donna, qualunque fosse il rapporto che avevo con lei, ho sempre pagato tutto io. Ma non perché dovessi o debba dimostrare qualcosa a qualcuno e men che meno perché pensassi, o pensi, che la lei di turno non possa permettersi di pagare un caffè o mezza cena. Ma credo che sia un fatto di galanteria, di gentilezza. Sono l’unico a sognare un mondo in cui l’uomo faccia l’uomo e la donna faccia la donna? A quanto pare si… considerato quello che leggo in giro.
Unica data, per parlare del mio libro “Sette e Quarantacinque”, nella mia città nativa, cioè Benevento. Si tratta di un noir di provincia, ambientato in alta Irpinia. Il protagonista, il giornalista Mimì Gagliardi, sta già conquistando tantissimi cuori. Si tratta del primo libro di una trilogia, dedicata interamente a Mimì Gagliardi, giornalista di cronaca de “La voce dell’Irpina”. Il giorno 18 giugno, alle 18.30 presso la libreria Mondadori Damiano di Benevento, ne parlerò con due bellissimi personaggi, che sono Grazia Caruso e Pasquale Orlando. L’evento è aperto a tutti e vi aspetto numerosi.
Ieri sera mi ha telefonato personalmente la Presidente del “Premio Internazionale Emily Dickinson” di Napoli, premio letterario di grande prestigio, per avvisarmi che il giorno 25 giugno sarò premiato a Napoli. Il premio è stato attribuito a me e ad Attilio D’Arielli per il libro “L’inaffondabile”, edito da Graus Edizioni. Poi ne scoprirò le motivazioni. L’inaffondabile è un libro uscito quasi due anni fa e che ha macinato tantissimi successi: è stato presentato a Sanremo, ha ricevuto un importante premio al Parlamento Europeo, è stato presentato alla Camera dei Deputati, è stato presentato nella prestigiosa vetrina del Salone Internazionale del libro di Torino, vincendo ancora il premio Itinera Maris come miglior romanzo di mare a Ischia. e da oggi si aggiunge un nuovo e prestigioso capitolo. Un libro che ci ha dato tantissime soddisfazione e tantissime occasioni di incontro con i nostri lettori. Il libro è ispirato alla storia vera del Bayesian affondato al largo di Porticello, in Sicilia, il 19 agosto del 2024, e lo trovate in tutte le librerie e in tutti gli store on line. Qualcuno di voi l’ha già letto?
Ci sono luoghi dai quali si parte e luoghi nei quali si resta. Poi ci sono i paesi del Sud, che sono una cosa a se stante: luoghi dai quali si parte anche quando si rimane, e nei quali si resta anche quando si è partiti da una vita. Questa, forse, è una delle più grandi ferite dei borghi meridionali. Non ci sono soltanto lo spopolamento, le case chiuse, le scuole accorpate, i bar con tre sedie e quattro uomini a presidiarle, di cui uno resta sempre in piedi. La vera ferita è più profonda. Si tratta del dubbio, ossia del tarlo antico che accompagna intere generazioni: andare via o rimanere? Cercare il mare, la città, il lavoro, il futuro altrove, oppure restare dentro alla lentezza della propria terra, dove ogni pietra conosce il nostro nome e dove ogni angolo conserva una voce?
La partenza, per molti, è stata una salvezza. Ha significato studio, lavoro, emancipazione, libertà, e nessuno può negarlo. In tanti sono andati via perché restare avrebbe significato spegnersi pian piano, come una lampadina lasciata accesa dentro a una stanza vuota. Eppure la partenza, soprattutto per chi viene dal Sud, non è mai soltanto uno spostamento, ma uno strappo, uno sradicamento, una piccola amputazione dell’anima.
La restanza, invece, parola bellissima e dolorosa, non è pura e semplice immobilità, non è solo il gesto di chi non ha avuto il coraggio di partire. Restare, in certi luoghi, può essere un atto di resistenza, può avere un significato molto più profondo e umano, può significare custodire, tenere acceso un forno, coltivare una vigna, curare il dialetto, organizzare una festa patronale, restaurare una casa ereditata, spostare una sedia sotto l’ombra. Può avere il significato di dire al mondo: io non me ne vado, non perché non possa permettermelo, ma perché qui c’è ancora qualcosa che merita di essere guardato.
Eppure la questione resta aperta. Sempre. Come una finestra che nessuno osa chiudere.
Nei borghi del Sud la via del mare spesso sembra lontana. Il mare, in questa poesia, non è soltanto il mare vero, ma è inteso come fuga, come promessa, come l’altrove. È tutto ciò che immaginiamo possa salvarci quando il luogo in cui siamo comincia a sembrarci troppo stretto. Ma arriva un momento in cui ripartire diventa impossibile. Non perché manchino le gambe, ma perché il tempo si è depositato addosso come polvere buona. Perché rimettere indietro gli orologi richiederebbe un’infinità. Perché certe partenze, a un certo punto della vita, non sono più geografiche, ma interiori, e allora, può bastare una vigna.
Una vigna davanti agli occh, una sedia trascinata all’ombra, un grappolo maturo, un libro aperto, una donna che viene a sedersi a terra, il desiderio che non esplode, ma resta in sospensione. La vita che non si muove eppure fermenta, così come fa il mosto e come fanno i pensieri che ci visitano quando finalmente smettiamo di correre.
La vigna diventa, così, il contrario della fuga, diventa un approdo, una rivelazione. È il luogo in cui il corpo accetta di stare e, proprio restando, comincia a vedere. Perché forse non sempre bisogna raggiungere il mare. Qualche volta bisogna imparare a riconoscere il mare nascosto dentro le cose ferme, come la foglia larga della vite, l’uva matura, la bocca rossa di una donna, il silenzio caldo di un pomeriggio meridiano.
Questa poesia nasce dentro quel dilemma antico: partire o restare, e, forse, sceglie resta la cosa più difficile: restare senza smettere di desiderare. Restare senza diventare pietra. Restare sapendo che l’altrove esiste, che il mare chiama, che gli orologi non tornano indietro, e tuttavia riconoscere che anche una vigna può essere il proprio destino.
I borghi del Sud, sono lì immobili, che aspettano i testimoni della loro esistenza. Vogliono gente capace di guardare ancora un filare e sentirci dentro una missione. Gente capace di sedersi all’ombra e capire che, a volte, la salvezza non arriva con il rumore dei treni in partenza, ma con il silenzio di chi rimane e aspetta.
La vigna
La via del mare è lontana e ripartire da qui sarebbe impossibile. Ci vorrebbe un’infinità di tempo già solo per rimettere indietro gli orologi, figurati per incamminarsi verso il mare.
Per fortuna che qui c’è una vigna, alla cui ombra si sta divinamente, leggendo un passo da un libro di Gurdjieff, uno di quelli che incitano alla calma dentro il moto perpetuo delle cose, mentre parole come gambe sottili trasportano corpi imbalsamati dalla salsedine serale.
Per fortuna che ho la vigna di fronte a me. Trascino una sedia e mi ci siedo sotto.
I filari di uva matura mi parlano di afrodisiache visioni. Il nettare cade lento sulla mia bocca che, appena aperta, aspetta di riceverne ancora.
Ma la sua bocca dipinta di rosso non concede scampo a me, mentre lei viene a sedersi a terra accanto alla mia sedia.
Ed io, reso empio dal nettare del frutto, non colgo il tempo per sfiorarla, ma mi lascio ingannare dalla promessa dell’uva.
Come la rosa davanti al filare grida al cielo il suo sacrificio, così il vignaiolo risponde addossandosene la cura.
Con ostinazione devota, spalanco gli occhi sul mondo e attendo dalle sue mani calde il permesso di osare.
Da oggi è attiva la mia newsletter Lettere dall’Italia Interiore. La prima lettera si chiama “Pietracupa, dove i vivi e i morti sono vicini di casa” , un viaggio in un paese del Molise profondo, dove il cimitero è attaccato al centro abitato e i vivi e i morti sembrano davvero vicini di casa.
La newsletter esce due volte al mese, il primo e il quindici. Ogni lettera parte da un paese, da una strada, da un’immagine dell’Italia interiore.
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