C’era una volta un corvo che, con un’aria di sfrontata sicurezza, si avvicinò alla ciotola di un cane ben nutrito. Volò giù in picchiata, dando colpi di becco qua e là, come se quel cibo fosse suo di diritto.
Il cane, placido e cortese, osservava la scena con un mezzo sorriso. “Prendine pure un po’, se ti fa piacere,” disse il cane, con un tono che lasciava intendere tolleranza. Ma aggiunse anche: “Non superare il limite, però.”
Il corvo, preso dall’entusiasmo di quella momentanea libertà, cominciò a gonfiarsi il petto. Si convinse di essere così superiore da tentare un’azione ardita: volò sopra il cane e lasciò cadere una catena, dichiarando di volerlo “tenere legato”, perché “lui, il corvo, era nato per essere libero, mentre il cane era nato per restare fermo, sottomesso”.
Il cane, a quel punto, osservò il corvo con uno sguardo placido e sereno. Con un lieve colpo di zampe, spezzò la catena come fosse un filo d’erba. “Vai pure, amico mio,” disse. “La vera libertà non ha bisogno di catene né di confronti. Tu sei libero di volare; io sono libero nella mia calma. La mia forza non risiede nel volo, ma nella pazienza e nella gentilezza.”
Il corvo, finalmente spogliato di quella sua falsa importanza, prese il volo. Da quel giorno non cercò più di darsi arie, e il cane continuò a guardare il cielo senza alcuna invidia, contento della sua quiete e della sua pace.











