
Nella casa di mio nonno, c’era una stanza in cui si conservava il grano. Era una stanza
semplice, fatta di mura in pietra, dove le stesse erano tenute insieme dalla calce messa in bella
vista. Li, in grossi sacchi di iuta si conservava il grano, il raccolto che doveva servire alla
famiglia per l’intero anno, le cui eventuali eccedenze venivano vendute sul territorio, creando
un’economia circolare, che apportava cibo e ricchezza al territorio stesso. In quella stanza
c’era la polvere, e se ne percepiva l’odore. Non era la stessa polvere che conosciamo oggi, era
meno sottile e aveva un odore diverso: era la polvere dei sacchi di granaglie, la polvere che
derivava dalla fatica degli uomini, la polvere che la famiglia doveva sopportare per un anno
intero, per averne in cambio cibo e nutrimento.
Oggi in quella stessa stanza c’è un ragazzo, seduto davanti a un computer, connesso con il
mondo intero, che parla di quello stesso grano antico, ma con mezzi diversi e rivolgendosi a
persone che, magari, sono dall’altra parte del pianeta, alimentando, così, un’economia che è
sì circolare, ma su scala molto più ampia, apportando, forse, minori benefici al territorio
circostante, quantificabili solo in termini di ricchezza monetaria.
Fuori, intanto, il paese è rimasto lo stesso di sempre: con le case in pietra, i vicoli stretti che
qualche volta tolgono l’aria, le vie polverose che attraversano le campagne e scendono a valle,
i vecchi seduti davanti al bar, le serrande abbassate e le scuole con sempre meno bambini.
Nulla sembra essere cambiato in un sistema nel quale, in realtà, tutto si è trasformato.
In questo paese nessuno ha mai sentito le sirene delle fabbriche, non ci sono mai state le
ciminiere ad inquinare l’aria e la terra: qui non abbiamo mai conosciuto realmente un
passaggio dalla civiltà contadina a quella industriale.
Da queste parti l’industria è arrivata come arrivano certi temporali d’estate, con qualche
tuono, due lampi, un po’ d’acqua, e poi di nuovo il silenzio. E noi siamo rimasti fermi, lì nel
mezzo. Non abbiamo mai visto le industrie, ma, lentamente, ora stiamo diventando digitali.
C’è stato un tempo in cui le nostre terre erano attraversate da un fremito antico,
dall’attaccamento alla terra, da un modo di stare al mondo che si rifletteva sulla postura
stessa dei suoi abitanti. Era il tempo in cui la civiltà contadina decideva per se stessa e per il
mondo, oltre che per la terra. Era il tempo in cui intere famiglie si affannavano nei campi,
disegnando i profili di interi territori, di colline e di valli, punteggiando il terreno con macchie di
coltivazioni dai colori variopinti. Le valli erano un mosaico di geometrie, sin da quando l’aratro
solcava la terra seguendo da vicino i buoi. Sin da allora la civiltà contadina aveva conosciuto
un’evoluzione lenta, fatta di piccole migliorie, di nuove tecniche agricole apprese e tramandate
con lentezza. Solo l’avvento dell’epoca industriale aveva portato ad un salto temporale, che,
però, aveva interessato solo marginalmente l’agricoltura. Furono le industrie i veri motori
dell’economia di quell’epoca, che è durata fino ai giorni nostri.
L’industrializzazione ha significato fare un salto nello spazio, perché significava riorganizzare
le conoscenze umane per renderle strumentali rispetto a ciò che si aveva intenzione di
produrre, e la produzione ha influenzato tanto lo spazio, perché ci ha riempiti di merci di ogni
tipo. Ma l’agricoltura ne è stata toccata marginalmente. C’è stata una lenta meccanizzazione
degli strumenti di lavorazione, e forse potremmo far rientrare in questo periodo anche l’utilizzo
dei concimi di sintesi, nati per aiutare i terreni a produrre di più, ma, che di fatto, hanno
contribuito ad un depauperamento del suolo medesimo. I contadini delle nostre terre hanno
vissuto questo lungo periodo in modo marginale, così come marginale è rimasta la loro vita nei
paesi, rispetto ai ritmi frenetici delle città. D’altra parte, sarebbe stato impossibile accelerare
artificialmente i ritmi della natura. Ogni cosa, in natura, ha i suoi tempi che sono programmati
all’interno delle cose stesse. Così accade che il grano sa di dover nascere ad aprile e di
maturare a luglio, le ciliegie di diventare rosse a giugno e le fragole a maggio. Ogni oggetto del
creato rispondeva ancora alle leggi della natura, fregandosene altamente delle moderne
industrie e dei nuovi ritmi dettati dal nascente capitalismo, e con essi anche i contadini erano
rimasti ancorati ai vecchi ritmi circadiani.
Per secoli gli allevatori hanno spostato mandrie di vacche podoliche dalle montagne alle
pianure e viceversa, a seconda della stagione che gli si parava dinanzi. Per secoli la
transumanza ha scandito i ritmi di intere famiglie, e con esse di intere fasce di territorio,
determinandone ricchezza o impoverimento. Anche l’allevamento ha risentito poco dell’arrivo
dell’epoca industriale. Il bestiame non poteva, di certo, essere organizzato in grandi opifici, e
ben poco c’era da meccanizzare rispetto a quelle tecniche d’allevamento che vantavano
millenni di storia. Basterebbe, per tutti, ripercorrere la storia del tratturo Pescasseroli Candela,
per avere un’idea di come la storia millenaria degli allevatori abbia tracciato vie e destini, rotte
ed economie di un’intera regione e di un’intera nazione.
E oggi, siamo di nuovo davanti a un bivio, solo che questa volta non si vede. Non ha cancelli,
non ha fumo, non ha il rumore delle presse o del ferro delle catene di montaggio. Non arriva
con le ciminiere, non occupa vallate, non sporca il cielo. La modernità di oggi arriva
silenziosamente, attraverso uno schermo acceso, passando per una connessione in rete,
dentro ad una macchina capace di rispondere, di scrivere, di immaginare e di farci parlare in
tutte le lingue del mondo. Così l’intelligenza artificiale sta diventando la nuova fabbrica
invisibile, la nuova soglia della modernità E a differenze delle industrie che erano ingombranti
e inquinanti, quest’ultima sta entrando nelle case e nelle vite dei contadini stessi, che, per la
prima volta nella storia dell’umanità, stanno conoscendo delle modificazioni ai loro ritmi di
vita, alla loro continua routine classica. E sotto questo aspetto, questo tipo di modernità va più
in sintonia con lo stile di vita lento dei contadini. Si adatta meglio alla lentezza dei processi
naturali, che non devono essere stravolti, ma supportati, aiutati, riorganizzati e controllati. Un
algoritmo giusto, infatti, può aiutarci a comprendere meglio il nostro stesso paese, può essere
d’aiuto per farci vendere un prodotto, e soprattutto può essere utile per farci scrollare di dosso
quella scomoda sensazione di essere una periferia del mondo.
E per tutti questi motivi, oggi, nella stanza di mio nonno non ci sono più i polverosi sacchi di
grano, ma c’è un giovane, che attraverso un computer, e con il supporto dell’intelligenza
artificiale, sta facendo più di quanto abbiano potuto fare mio nonno stesso ed intere
generazioni di contadini. L’unico messaggio che mi sento di lanciare è che per quanto possa
avanzare la modernità dei ragionamenti, allo stesso modo bisogna avere rispetto dei tempi
della natura. Solo in questo modo i due mondi potranno integrarsi a vicenda, apportando
benefici a tutti gli uomini e al pianeta