Letture dal Bosco Winter Edition

Perchè c’è bisogno di un’Edizione Invernale del Festival Internazionale “Letture dal Bosco”?

La scorsa edizione, la numero tre, che si è svolta, come di consueto, a Lago Laceno, ha messo in campo diverse novità, che hanno segnato un notevole passo in avanti nell’organizzazione del Festival. Accanto alla consueta gara di lettura, che, da sempre, è stato il fulcro della manifestazione, e che si è svolta nel bosco della Piana dei Vaccari nella terza domenica di Luglio, è sorta l’esigenza di premiare una serie di persone e di associazioni, che tengono alta l’attenzione sul mondo della cultura e su quello dell’ambiente e del suo rispetto. Come ben sapete, ormai, la manifestazione si prefigge proprio di coniugare i due aspetti, che devono essere le colonne portanti nell’educazione di ogni essere umano, e cioè la cultura, che noi decliniamo nella forma della letteratura, e la Natura, che decliniamo nel rispetto dell’ambiente in cui viviamo. Abbiamo distribuito premi ad eminenti personaggi appartenenti ad entrambi i gruppi appena elencati. Tre di essi, però, sono rimasti fuori, perchè impossibilitati ad essere presenti a Lago Laceno. Da qui l’esigenza di una versione invernale del Festival, che si svolgerà in una foresta umana, e cioè a Napoli, presso la Libreria Raffaello, il 31 Gennaio alle ore 17.00. In questa versione invernale premieremo il Gruppo di Lettura di Napoli, il Prof. Antonio Trillicoso, il Magifico Rettore dell’Università Giustino Fortunato Prof. Giuseppe Acocella. Ad essi si aggiunge un premio speciale per la Professoressa e Critica Letteraria Rosa Bianco, per il suo enorme impegno nella diffusione della cultura letteraria legata ai territori delle aree interne della Campania. La serata sarà presentata dall’eccellente Grazia Caruso, e vedrà la partecipazione dei soci dell’Associazione Ver Sacrum. Saranno presenti gli autori dei libri che saranno letti durante la serata e che costituirà il fulcro della gara tipica del Festival. Avremo con noi la nostra addetta stampa Maria Baldares. Ovviamente sarò presente io, ideatore del Festival.

E’ giusto sottolineare che la vera forza dell’evento sono le persone che vorranno aggregarsi a questa bellissima manifestazione, per fare delle letture o, semplicemente, per ascoltare e trascorrere un pomeriggio in compagnia. L’ingresso è gratuito ed auspichiamo una forte presenza di persone intenzionate a gridare il loro amore per la cultura e per la natura.

La statuetta

La statuetta, dove la metto?

Novità bollono in pentola

Sono giorni di lavoro febbrile per preparare tutto il necessario per la mia partecipazione a Sanremo Writers, in concomitanza con il più famoso e blasonato Festival di Sanremo. È una cosa immensa pensare che la mia scrittura, nello specifico il mio libro “L’inaffondabile“, sia arrivato fino a lì, e che tra poco farò parte anche io del grande circo di Sanremo. ❤️
Intanto vi ricordo che martedì 13 gennaio, alle 20.30, sarò in diretta sul canale YouTube “Insieme per Avellino e L’Irpinia”, che sarà condiviso su diverse pagine della piattaforma Facebook. Sarò in compagnia del padrone di casa, il dott. Pasquale Luca Nacca e della prof. Rosa Bianco per parlare ancora dei miei “Racconti dall’Irpinia”.

La coda

(Suggerimento per la lettura: schiaccia play sul brano in basso e leggi sul brano, cercando di seguire il ritmo, partendo dal punto in cui comincia la melodia)

Solevamo passeggiare in campagna tenendoci per mano, specialmente dopo il pranzo. Tua madre ci osservava dalla finestra e sorrideva della nostra ingenuità. L’aria respirava la rugiada del mattino e le nostre dita si intrecciavano sotto al disco dorato del sole. Il cane ci seguiva scodinzolante; dal manto bianco sporco, ai peli arruffati e torti sotto l’addome, tutto ci parlava di vita. L’aria profumava di primavera e giovane umanità, che fioriva in uno con le rose di stagione, con i boccioli della rosa canina, con le foglie delle viti, che raccoglievamo per il pranzo. Ti piaceva avvolgerle attorno al riso, mentre con lo sguardo mi ammiccavi, come le idee che correvano veloci nella tua mente leggera. La strada era sempre lì ad attenderci tra un campo di grano ed uno di fave. Si faceva avanti la nostra curiosità, come i papaveri nelle semine da fieno, come i fiori rossi delle fave e le teste girate dei girasoli. L’armonia del creato si tagliava dentro a un clima di sabbia. Poi tu mi dicesti basta, ma io non me ne accorsi. Il cane non era più con me, ma scodinzolava a un nuovo padrone. La strada restava immobile, ferma nei ricordi, così come nella realtà. Io invece no. Nei miei voli pindarici continuavo a cercare il rumore dei tuoi passi accanto ai miei, quel mezzo passo avanti quando eri impaziente, quel mezzo passo indietro quando volevi rallentare ed ascoltare, e capire. Continuai a passeggiare per la stessa strada, seguito solo dalla mia ombra e dal rumore dei passi che ritornavano spesso nella mia testa. Ogni quattordici passi solevo fare un giro di valzer solitario, tra i campi di papaveri e le balle del fieno appena tagliato. Si spandeva nell’aria l’odore della sulla e degli steli di avena appena tagliati. Passavo ogni giorno davanti a quella finestra, dalla quale tua madre un tempo ci osservava. Ora è sempre chiusa, nera come un pugno in un occhio. Camminai così ancora molti giorni, fino a quando la mia mano non si intrecciò di nuovo con un’altra mano, e il cane scodinzolante, girando intorno, dava approvazione, ululando agli astri della sera. 

Il tempo che passa

Ho un’ansia dentro, che mi consuma come una candela. Sento di dover combattere una lotta contro il tempo, per ottenere in premio il nulla. Sentite anche voi quest’ansia impellente di fare le cose? Quell’ansia che ti fa sentire il tempo che ti sta col fiato sul collo, come se ci si dovesse muovere in gran fretta per vincere la sfida contro il tempo. Lo sentite?

Al Trianon con Gennaro Vallifuoco

Ieri sono stato al teatro Trianon di Napoli, per una serata in memoria di Roberto De Simone. Serata nella serata, c’è stata l’inaugurazione della mostra del pittore irpino Gennaro Vallifuoco, che per trent’anni ha collaborato, come scenografo, con Roberto De Simone. Questo in basso è il mio articolo per il Corriere dell’Irpinia.

La caduta dell’Occidente

Quello che è accaduto la notte di Capodanno a Crans-Montana merita di essere guardato con uno sguardo più ampio di quello della cronaca. Non come un fatto isolato, ma come un segnale. Un sintomo. Una spia accesa sul cruscotto di una civiltà stanca.
Crans-Montana è l’Occidente che si guarda allo specchio: ricchezza, turismo di lusso, locali esclusivi, la promessa di una felicità immediata e senza conseguenze. Eppure, proprio lì, nella notte che dovrebbe celebrare il passaggio, il rinnovamento, il futuro, emerge il vuoto, il disordine, la perdita di controllo.
L’Occidente non muore sotto i colpi di un’invasione. Muore per consunzione.
Le discoteche sono uno dei templi di questo declino. Non perché il divertimento sia in sé una colpa, ma perché questi luoghi hanno assunto un ruolo che non dovrebbe mai appartenergli: quello educativo, iniziatico, identitario.
Lì, i giovani non imparano a stare al mondo, ma imparano a stordirsi dal mondo.
Il volume della musica non serve a ballare: serve a non pensare.
L’alcol non serve a condividere: serve a dimenticare.
Le droghe non servono a esplorare: servono a spegnere.
Oswald Spengler, ne “Il tramonto dell’Occidente”, lo aveva scritto con inquietante precisione: le civiltà muoiono quando la tecnica prende il posto dello spirito, quando la quantità soffoca la qualità, quando la vita diventa intrattenimento permanente. E la sua non era assolutamente una profezia, ma una diagnosi.
Un tempo l’Occidente costruiva cattedrali, università, biblioteche.
Oggi costruisce locali dove si entra per perdersi e si esce svuotati.
Ha sostituito il rito con lo sballo, la comunità con la massa, il silenzio con il rumore.
Non voglio essere un moralista, né un nuovo Savonarola. Sto solo constatando.
Quando una civiltà non sa più offrire ai suoi giovani parole, orizzonti, visioni, allora offre anestetici.
E li chiama libertà.
Crans-Montana, come tante altre notti simili, ci dice una cosa semplice e terribile: l’Occidente non sa più festeggiare perché non sa più credere in nulla.
E dove non c’è senso, resta solo l’eccesso.
Forse la vera rivoluzione, oggi, è tornare a luoghi dove si possa parlare a bassa voce.
Dove il corpo non venga usato come merce.Dove la notte non sia una fuga, ma un tempo abitabile.
Perché una civiltà non cade quando perde la ricchezza, ma cade quando perde l’anima.

È tempo di cambiare una brutta tradizione

Questo post è rivolto ai miei amici sindaci e a chi fa politica e segue la mia pagina.
Alla luce di quanto accaduto la sera di Capodanno in un locale in Svizzera, e di ciò che è successo pochi giorni fa al Kristal di Ariano Irpino, dove solo per pura fortuna non c’è scappato il morto, forse è arrivato il momento di farsi una domanda semplice e necessaria:
non si potrebbero organizzare i festeggiamenti in modo diverso?
Ogni anno contiamo centinaia di feriti per i botti di Capodanno. Mani, occhi, volti segnati per sempre. E intanto continuiamo a chiamare “festa” qualcosa che, soprattutto nelle città, assomiglia più a una simulazione di guerra che a un augurio di buon anno.
Esplosioni, paura, animali terrorizzati, ambulanze in corsa. Che razza di rito è diventato?
Forse sarebbe il caso di vietare definitivamente i botti privati e inaugurare una nuova tradizione, più adulta e più bella: fuochi d’artificio organizzati dalla collettività.
Eventi pubblici, sicuri, pensati, curati. Magari persino una sana “competizione” tra città e paesi.
Sarebbe bello poter dire:
“Quest’anno vado a vedere i fuochi di Napoli”, oppure “Quelli di Roma”, “Quelli di Firenze”.
E lo stesso potrebbe valere per i piccoli centri, che avrebbero finalmente un’occasione di attrazione, di racconto, e di orgoglio.
In cambio, elimineremmo quella pericolosa e assurda abitudine di riempire case e locali di candelotti incandescenti che provocano danni, feriti, paura. E diciamolo senza ipocrisie: spesso sono anche brutti, caotici, senza alcuna grazia.
Le tradizioni non sono sacre perché esistono.
Sono sacre quando migliorano la vita delle persone.
Forse è tempo di cambiarne una!

L’Italia interna come futuro possibile

Appunti per una geografia umana necessaria

C’è una parte del Paese che continua a essere raccontata come se fosse un problema. L’Italia interna, l’entroterra, i paesi, soprattutto quelli montani, vengono evocati quasi sempre con un lessico difensivo: spopolamento, marginalità, declino. È una narrazione pigra, figlia di uno sguardo urbano che ha smesso da tempo di interrogarsi su se stesso.

Eppure, se si prova a guardare meglio, proprio da lì arriva una delle domande più urgenti del nostro tempo: come vogliamo vivere?

Parlo spesso del Sud Italia, perché è la terra che mi ha generato, quella che mi ha insegnato la vita, il silenzio, e anche l’attesa. Ma ciò che vale per il Sud vale per tutta l’Italia interna. I monti, che attraversano la penisola come una spina dorsale, non sono solo uno sfondo paesaggistico, ma ne costituiscono l’innervatura, il suo sistema nervoso, fatto di storia e umanità.

Negli ultimi decenni le città sono cresciute troppo e troppo in fretta. Hanno assorbito energie, giovani, sogni, promettendo un’idea di sviluppo che spesso si è rivelata parziale, quando non apertamente fallace. Dentro le grandi aree urbane convivono oggi ricchezze vistose e povertà invisibili, solitudini radicali, e marginalità silenziose. Molte persone sono rimaste intrappolate nel loro stesso sogno di progresso.

Su questo punto, il lavoro di Ernesto De Martino resta fondamentale. Quando parlava di “crisi della presenza”, descriveva già lo smarrimento dell’uomo moderno, il rischio di non riuscire più a stare nel mondo in modo pieno. Il Sud, per De Martino, non era un luogo di mero folklore, ma un laboratorio umano dove osservare fratture profonde, che oggi si sono estese ovunque.

Accanto a lui, Carlo Levi ha mostrato che esistono luoghi esclusi dalla Storia ufficiale, ma non per questo privi di dignità o di senso. “Cristo si è fermato a Eboli” è il racconto di un confino, che è, al contempo, una denuncia dell’abbandono strutturale di intere comunità, ed è ancora oggi un libro di grande e bruciante attualità.

Poi c’è Rocco Scotellaro, che non ha mai parlato dei contadini, ma ha sempre discusso “da contadino”. Nelle sue poesie e nei suoi scritti politici, il paese non è un’idea astratta, ma è un corpo che vive, fatto di fatica, di legami, e di desiderio di riscatto. Scotellaro aveva capito che senza il mondo rurale non esiste una vera democrazia.

Più tardi, Corrado Alvaro ha raccontato il dramma dell’emigrazione e del ritorno, lo strappo identitario di chi parte e non è mai più intero, né altrove né a casa. Una condizione che oggi riconosciamo in milioni di vite sospese.

Su questa scia si colloca il lavoro contemporaneo di Vito Teti, che ha smontato l’idea del paese come cartolina nostalgica, restituendogli una sua complessità, una conflittualità, e una profondità storica. E anche quello di Franco Arminio, che ha avuto il merito di riportare i paesi nel linguaggio comune, non come delle semplici reliquie, ma come luoghi dell’anima e del possibile.

Fuori dall’Italia, uno sguardo affine è quello di John Berger, che ha raccontato il mondo contadino europeo come spazio politico, come spazio poetico e come spazio di resistenza. Berger ha insegnato che parlare di un territorio significa prendere posizione, e non semplicemente descriverlo.

Dentro questa tradizione io provo a collocare il mio lavoro. Come scrittore e come giornalista, racconto ciò che vedo: un mondo sbandato, sospeso tra un passato che non esiste più e un futuro che non è ancora stato delineato. Un mondo che cerca una direzione.

I piccoli borghi possono tornare centrali, non per nostalgia, ma per necessità storica. Possono essere una cura attiva alle distorsioni economiche e sociali del nostro tempo. Uno stile di vita più umano, più misurato, restituirebbe centralità alla persona, migliorerebbe la salute mentale, riattiverebbe economie legate alla terra che producono reddito e, insieme, custodiscono il paesaggio.

È evidente che tutto questo non può reggersi solo sulla buona volontà individuale. Servono politiche pubbliche coraggiose, servizi diffusi, incentivi fiscali, una visione che sappia invertire la rotta di decenni di accentramento miope. È un compito arduo. Ma qualcuno dovrà pur farsene carico.

Io, nel mio piccolo, provo a fare la mia parte con i racconti, con i libri, con il lavoro giornalistico. Da L’agente della Terra di Mezzo a Racconti dall’Irpinia, con le storie che verranno, come quelle del giornalista Mimì Gagliardi.

E con un nuovo romanzo di formazione a cui sto lavorando, La Stanza degli Uomini, che attraversa tre generazioni, nonno, padre e figlio, per cercare l’anima profonda del nostro Sud e il Genius Loci che l’ha generata.

Non so se questo basterà. So che raccontare, oggi, è già una forma di resistenza. E che l’Italia interna non è il passato: è una delle poche ipotesi serie di futuro che abbiamo ancora.

Giorno 365

Giorno 365. Nella mente i versi del mio amato Esenin:

Io sono lo stesso,
sono lo stesso di sempre,
solo un po’ più ubriaco
e un po’ più stanco.

Non mi importa più di piacere alla gente,
non mi importa di essere buono.
Ho imparato che la vita
non chiede il permesso.

Mi chiamano teppista.
E va bene.
Meglio un teppista vivo
che un santo imbalsamato.

Amo questa terra rozza,
con le sue chiese storte,
con i suoi campi spelacchiati,
con i cani randagi e le bettole.

Amo le betulle, sì,
ma amo anche il fango
che mi sporca gli stivali.
Perché senza fango
non c’è cammino.

Sono cresciuto tra bestemmie e preghiere,
tra il vino cattivo
e il canto dei galli.
E tutto questo
mi ha fatto poeta,
non il contrario.

Non cerco redenzione.
Non sono un eroe.
Scrivo perché non so tacere,
perché il cuore mi batte forte
come un pugno sul tavolo.

Forse un giorno mi calmerò.
Forse no.
Ma oggi vivo così:
con l’anima in disordine
e la Russia nel sangue.