Tramonti Occidentali: i finali che non ti aspetti

Ieri al termine della presentazione di Tramonti Occidentali, presso il Liceo Manzoni di Caserta, alla presenza di tantissimi ragazzi, provenienti dagli indirizzi più diversi, dal Liceo Scientifico, ala Liceo Linguistico, al Liceo Umanistico, due ragazze si sono avvicinate a me con dei fogli in mano e me li hanno consegnati. Entrambe, pur appartenendo a classi ed indirizzi di studio diversi, e quindi non conoscendosi, avevano avuto la stessa sensazione, quella che il romanzo avesse un finale sospeso e che, in qualche modo, fossero in dovere di dare un prosieguo a quella storia così commovente, che era narrata nel libro.

Ovviamente ho accettato di buon grado i loro documenti, portandoli con me a casa. Ieri sera, finalmente ho potuto trovare il tempo di leggerli e di restare stupito di fronte a tanta sensibilità. Le dure ragazze offrivano due finali diversi, ma accomunati da uno stesso respiro positivo: in qualche modo entrambe anelavano ad un lieto fine per quella vicenda, e ognuno di loro l’ha trovato a modo suo.

L’intento di quel finale aperto era esattamente questo: quello di spingere il lettore a trovare un proprio finale ad una storia, che, per come è narrata, poteva avere un esito positivo o negativo. I ragazzi, hanno, per propensione personale, un innato amore per i finali lieti, e così è accaduto anche al Liceo Manzoni di Caserta.

Allego in basso i due finali, per chi avesse voglia di leggerli e anche di darmene un parere.

Grazie ancora alle due ragazze…

Rassegna stampa dopo Tramonti Occidentali al Campus Manzoni di Caserta

https://www.goldwebtv.it/al-liceo-manzoni-di-caserta-incontro-con-lo-scrittore-giuseppe-tecce.html#

Sette e Quarantacinque

Dopo una lunga gestazione, è in uscita il mio nuovissimo libro. Si intitola “Sette e Quarantacinque”, ed è un giallo di provincia, ambientato in alta Irpinia. È il primo libro di una trilogia, che vede come protagonista “Mimì Gagliardi”, giornalista de “La Voce dell’Irpinia”, che si trova ad indagare tra una serie di situazioni poco chiare e casi che mai ci si aspetterebbe di incontrare in una provincia dell’Italia interiore. Un romanzo che fa del territorio un punto di forza e della lingua un elemento di caratterizzazione. Il libro sarà presentato in prima esclusiva al Salone Internazionale del Libro di Torino il 17 maggio alle ore 11.30 presso il padiglione della Regione Campania.
Sono certo che Mimì Gagliardi saprà conquistare il cuore di tantissime persone con il suo carattere informale e diretto, e con lui tutti gli altri personaggi che rientrano in un mondo narrativo fatto di vita lenta di provincia, di paesini bellissimi e di paesaggi mozzafiato.

Tramonti Occidentali al Campus Manzoni di Caserta

È un turbinio di emozioni, dopo aver trascorso un pomeriggio così intenso. I ragazzi al Liceo Manzoni di Caserta erano davvero tanti. Abbiamo parlato di “Tramonti Occidentali” , un mio libro di qualche anno fa, ma ancora di grandissima attualità, perché tocca una tematica profondamente legata ai giorni nostri, cioè quella del dramma legato all’immigrazione. Parlare oggi di immigrazione, di tragedie del mare, è diventato quasi un tabù, ma noi abbiamo scoperchiato il tabù mostrando il re nudo, perché è inutile affondare la testa dentro la sabbia, come fanno gli struzzi. Il problema esiste e va affrontato, con serietà e serenità. È un dovere delle scuole, tutte, di affrontare il tema di una società più inclusiva. È dovere della società civile di parlare di queste tematiche. Un grazie di cuore va alla prof Maria D’agostino che ha seguito tutto il percorso della lettura del testo da parte dei ragazzi, con tutti i laboratori annessi. Un grazie alla prof Marianna Marsilio, che ha moderato l’incontro, alle prof Caterina Vagliviello e Angelica Martuccio che hanno coordinato il progetto. Un percorso che è durato un anno e che è culminato con una sfilza di domande super interessanti da parte dei ragazzi. Un grazie di cuore all’avvocato Hilarry Sedu, che ha curato la postfazione del libro, per la presenza e per i suoi preziosi interventi che hanno dato sostanza e importanti spunti di riflessione alle tematiche trattate.

Il giallo che farà tremare l’Irpinia debutta al Salone di Torino

Un po’ di rassegna stampa:

Lo Surco re l’Angelo

La prima volta che vidi il solco avevo otto anni, era il 1973 e il solco già veniva tracciato da oltre mille anni. Pensai che qualcuno avesse ferito la terra con una lama lunga chilometri, che l’avesse tagliata come se fosse un pezzo di carne tenera. Mio nonno mi prese per il collo della giacca e mi disse: “Non guardare il trattore…guarda gli uomini”.

Solo anni dopo avrei capito quello che realmente intendeva.

Donato da Sturno se ne era andato che aveva quasi vent’anni. Se n’era andato al nord, con precisione viveva dalle parti di Torino, dove aveva lavorato per tutta la vita come operaio della Mirafiori. Si era sposato, aveva messo su famiglia e a Sturno ci tornava ogni tanto, d’estate per trascorrere qualche giornata serena, magari in compagnia dei parenti e dei tanti amici, anch’essi dispersi, in una immaginifica diaspora, tra il Nord Italia e l’Europa. Poi anche quelle visite erano diventate sempre più sporadiche. Il legame con la famiglia, con il papà, oramai novantenne, era diventato il telefono, che lo teneva legato a quel lembo di terra incastrato all’interno della parte più orientale dell’Irpinia. Questo almeno fino a quel giorno, in cui ricevette l’ultima chiamata: “Donato, il tuo papà è morto”.

La botta al cuore, la tristezza, l’organizzarsi in fretta e furia per scendere giù, lungo lo stivale, per quell’ultimo viaggio che, forse, lo avrebbe allontanato per sempre dalla sua Sturno. Era il 26 settembre, di mattina, quando si mise in macchina per attraversare l’Italia, con la testa che si tuffava in ricordi antichi, in riti e sorrisi che non sarebbero ritornati mai più. Arrivò a Sturno che era già buio. Il padre era disteso sul letto, nella sua camera. A rischiarare lo scuro della stanza, solo un cero acceso. Un cero grande, uno di quelli che si usavano nelle chiese. Nella stanza c’era una sola persona, Pasquale, un uomo oramai avanti con gli anni, che a Donato lo aveva visto crescere. Gli si avvicinò, per fargli le condoglianze, mentre lo salutava con due baci sulle guance, come si era soliti fare da quelle parti.

“Donà”, sussurrò, “ti ho visto crescere. Eri un bambino quando tuo nonno ti portò a conoscere il primo solco. Quel solco lo avevo tracciato io, così come ho continuato a fare in tutti gli anni successivi, in onore del santo, solo ed esclusivamente per onorare San Michele Arcangelo”.

Donato rimase per un attimo in silenzio. Ebbe bisogno di qualche attimo per collegare il solco, di cui parlava Pasquale, al famoso Solco dell’Angelo, cui non assisteva oramai da tantissimi anni.

“Si, Pasquale, mi ricordo. Mi ricordo di te e del solco, dritto come una lama, profondo come una ferita nella terra, dalla quale non usciva sangue, ma profumo di grano e benzina, di terra smossa, di raccolti copiosi, di natura. Mi ricordo molto bene”, e Donato lo diceva con lo sguardo perso nel vuoto, ricordando un tempo che non sarebbe mai più tornato.

“Il 29 mattina, vieni alle nove in punto, rinnoveremo la tradizione”, disse Pasquale

“Dove?”

“A la preta a lo Piesco”, te la ricordi? Ti ricordi la strada per arrivarci? Incalzò Pasquale.

Donato annuì.

Si salutarono, sancendo un patto di continuità davanti al morto, chiudendo quell’incontro con un sugello metafisico, e con parole che affondavano le loro radici nella tradizione più antica dell’essere umano.

Donato quella notte se la sarebbe portata addosso per tutto il resto dei suoi giorni. Non riusciva a chiudere occhio. Le emozioni gli entravano dentro e poi sparivano, facendo lo stesso rumore degli zoccoli dei cavalli al galoppo. Se ne andò in giro per le vie di Sturno. Le trovò deserte, vuote di persone, di rumori e di sogni. Erano molto diverse da quelle strade che ricordava pullulanti di esseri umani, di bambini che giocavano alla campana, e di donne con le buste pesanti della spesa in mano.

Un solo uomo camminava lento sotto alla luce gialla dei lampioni, fumando con flemma una sigaretta che sembrava non finire mai. A un palmo di distanza si riconobbero.

Dapprima un “buonasera” distratto, poi: “Ma si’ zi Michele”, fece Donato, con l’aria di chi aveva scoperto qualcosa di raro.

“Ue, uagliò, ma tu si Donato?”, disse l’uomo che aveva il bavero della giacca alzato, per proteggersi dal primo freddo autunnale.

“Si, si sono io”.

“Ho saputo di tuo padre. Ti faccio le mie più sincere condoglienze”, fece Michele con aria seria.

Si strinsero la mano, prima, poi si abbracciarono, continuando a passeggiare insieme, nella stessa direzione, che non aveva meta.

“Il paese è deserto”, esordì Donato.

“Il paese è vuoto”, rimarcò Michele.

“Vuoi dire che ce ne siamo andati tutti?”, continuò Donato.

“Voglio dire che chi ha potuto è andato via. Chi ha voluto fare di testa sua, è rimasto. Ma quelli che ragionano con la propria testa sono pochi, e, quindi, quelli rimasti veramente a Sturno, sono pochi. Questo è un gran peccato, perché abbiamo un patrimonio di tradizioni, di leggende, di letteratura, che deve essere tutelato. Ci sono cani che non hanno più padroni, case che non trovano più la loro anima e chiese rimaste senza nè pecore nè pastori”, disse Michele in modo secco e cinico.

“E’ il frutto di scelte sbagliate della politica”, incalzò Donato.

“No, è il frutto di decisioni affrettate. E’ lo spopolamento che autoalimenta se stesso. Vedi, in questi casi si applica la teoria della finestra rotta. Conosci la teoria della finestra rotta?” chiese Michele.

“Si, cioè, no….forse, ma non mi ricordo”.

“La teoria della finestra rotta dice che se lasci una finestra rotta in un immobile, inesorabilmente quell’immobile sarà condannato alla decadenza, perché chi dovrebbe prendersene cura si lascia trascinare da quel momento di inettitudine, che è la finestra rotta, e si abbandona ad uno stato di inerzia, che lo porta al declino totale. Lo stesso vale per lo spopolamento. Man mano che le persone partono generano, in chi resta, una umana curiosità per la partenza, una voglia di andare a vedere cosa c’è oltre la collina, portando tutti verso uno stato di eccitazione da abbandono, prima mentale e poi fisico, che porta al declino del paese. Per questo ora trovi le strade vuote, non si sentono più le grida dei bambini che un tempo giocavano per le strade, e nemmeno i cani sonnecchiano più agli angoli delle vie.”

“Capisco”, disse Donato, alzandosi il collo della maglia per proteggersi dalla fredda umidità, mentre si stringeva nelle spalle, per non trovare le parole necessarie per giustificare una scelta che lui stesso aveva fatto tanti anni addietro.

Tornò a casa che era già tardi e riuscì a dormire giusto il necessario per poter affrontare, l’indomani, il funerale. Il funerale, quella strana processione di anime che tornano in paese per salutare, per l’ultima volta, l’altra anima, che, invece, se ne va per sempre. Al funerale ci sono tutti. Tutti quelli che sono rientrati appositamente per il funerale: i cugini, i nipoti, le sorelle, i vicini di casa, qualche vecchio collega di lavoro, e il parroco aveva fatto la sua solita bella omelia, che dava lustro al morto e insisteva sulla necessità di far vivere il paese, di non farlo diventare una cartolina. Terminata la cerimonia, una lunga fila di persone rimarcava, attraverso una frettolosa stretta di mano, la propria presenza al funerale e la propria appartenenza ad una comunità che continuava ad esistere nonostante fossero divisi in luoghi diversi.

Tra una sosta al bar, qualche chiacchiera scambiata con vecchi conoscenti, Donato stava rientrando nei ritmi lenti del paese, nella lentezza che aveva governato la sua gioventù. Quella lentezza che prima aveva tanto odiato, e che ora cominciava ad annusare come possibile soluzione ai mali della vita moderna.

In breve, si ritrovò al 29 mattina, alle nove in punto, a la Preta a lo Piesco. Arrivò con il SUV attraverso una via sterrata. Sceso dall’auto, a Pasquale lo vide in fondo al campo, che già stava mettendo in opera l’aratro. L’aratro era attaccato ad un trattore, uno di quelli moderni, con le ruote altissime. Di lato, due buoi bianchi dalle lunghe corna, stavano a simboleggiare il legame con il passato. La direzione del solco che stava nascendo era quella della Chiesa di San Michele, che se ne stava immobile da secoli, su a Sturno, simboleggiando il legame profondo di quella terra e di quelle persone con l’Arcangelo Michele, simbolo di protezione e di lotta al male. Un gruppo di persone armeggiava, tra i campi, con attrezzi antichi. Avevano una missione precisa: indicare la via all’aratro, che seguendo quelle indicazioni doveva arare un solo solco, dritto come la lama di un coltello. Ci fu prima un gran vociare, e nacquero discussioni sulla direzione da prendere, poi, quando tutti i patti erano stati fatti, scese il silenzio. Solo il rumore del trattore, che procedeva piano su un terreno perfettamente arato, indicava la direzione presa da quella ferita nel terreno. Fu allora che gli ritornarono alla mente le parole del nonno: “Non guardare il trattore… guarda gli uomini”. Il trattore traccia il solco, gli uomini ne determinano la direzione. Pasquale, ancora una volta, aveva realizzato un capolavoro di fede e di benevolenza al Santo. “Evviva San Michele”, esclamò alla fine, con un sorriso che parlava più di mille parole.

Ti ho vista nel vicolo

“Ti ho vista laggiù, è inutile che ti nascondi. Il tempo delle stupide rincorse contro il tempo è finito. É terminata la guerra e siamo sopravvissuti. Non è cosa da poco. Ora vieni qui. Non ho più voglia di giocare. Dammi la mano e camminiamo insieme.”
Lei si voltò, si passò la mano sopra al vestito, per far cadere gli ultimi residui di polvere, poi uscì da dietro a un muro, diroccato per metà, facendo capolino con i suoi grandi occhi blu, che sembravano due fari accesi sul mondo. Lo guardò, restando ferma per qualche secondo.
Quel vicolo sembrava non finisse mai. Era rimasto intatto ai bombardamenti, all’incuria, alla gente che se ne era andata troppo in fretta, alle chiacchiere e alle risate di chi lo aveva abitato, alle lacrime di chi era sopravvissuto. La guerra, ora, era finita per davvero e Antonio aveva mantenuto la promessa: era tornato per prenderla e portarla in quella vita che aveva sempre sognato.
Lei si passò la mano tra i capelli, quelli biondi e folti che si hanno a vent’anni. I vent’anni di una giovane donna che negli ultimi anni aveva visto e patito di tutto: le bombe, la fame, la miseria nera, la paura di non farcela, di non morire subito sotto a una bomba, ma di restare
schiacciata sotto alle macerie. La fame, che l’aveva costretta a fare di tutto, ad umiliarsi, a non volersi più bene, e finanche a pensare dì farla finita. Ora che aveva Antonio davanti, non
riusciva a pensare ad altro che alla vergogna. Forse non lo meritava, forse doveva dirgli tutto?
“Antó, sono più di due anni che non ci vediamo. Io sono cambiata, e sono certa che lo sei anche tu. Non siamo più quei ragazzini che si erano giurati eterno amore sotto a quel portone lì. Io ho visto troppe cose brutte e non credo che tu possa sentirle.”
“E tu non me le dire”, rispose d’impeto Antonio. Aveva il cuore semplice, del ragazzo pulito, anche se il fronte lo aveva segnato. Anche lui aveva visto tante cose brutte, aveva patito il
freddo e la fame, ma non aveva nessuna intenzione di raccontarle ad Anna. Lui fece qualche passo in avanti e le tese la mano. Quel vicolo ora era diventato il prolungamento del suo braccio, la leva che poteva utilizzare per sollevare la sua donna al di sopra del bene e del
male, al di sopra di tutte le brutture del mondo. La sua caparbietà era riposta in un corpo magro, fatto di soli muscoli e coraggio, di pochi soldi e tanta dignità.
Anna uscì completamente da dietro al muro diroccato, fermandosi esattamente al centro della strada, proprio di fronte a lui. Quel vicolo era diventato, per lei, il prolungamento dei suoi occhi, e la bocca attraverso cui parlare al solo uomo che avesse mai realmente desiderato.
Napoli era tutta intorno a loro, senza scampo, senza respiro.
L’aria di maggio respirava addosso a tutti i sopravvissuti. Un clima festoso era sparso nell’aria, come un aerosol di gioia, come quando una guerra finisce e ti accorgi di essere ancora vivo. E non solo, ma sei ancora integro, e riesci ancora a camminare, a correre, a
sorridere. Da quel punto in poi, il mondo non poteva che essere in discesa. Antonio lo sapeva bene e quella sensazione la teneva stretta dentro. Anna non era così consapevole. Il suo
corpo abusato portava ferite che non erano visibili ad occhio nudo. La sua anima era sezionata in piccole parti, ognuna delle quali non rappresentava che se stessa e tutte insieme
non riuscivano più a costruire il suo intero. Anna si mosse con audacia e speranza verso quella mano. Il destino, finalmente le stava offrendo quell’opportunità di riscatto che aveva
sempre sospirato. Ma la mano del destino, quello che si nasconde tra le case diroccate, travestito con l’uniforme di un soldato, scampato alla guerra, ma ancora in guerra dentro di
se, era in agguato, interposta tra lei e lui. Aveva le sembianze di un giovane, che ancora non aveva trent’anni, che era rimasto per giorni, tremante, dietro la finestra divelta di un’abitazione, ignaro, o forse inconsapevole della fine di quel mondo di cattiveria in cui era
stato catapultato. Lui, giovane fante, fucile in braccio, allucinato dalla fame e dalla paura, imbracciato il fucile, sparò due colpi precisi in direzione di Anna. Quasi fosse un cecchino, o, forse, per un ulteriore scherzo del destino, colpì dritto al cuore della donna, che cadde
repentina in terra, emettendo un solo rantolo prima di partire per altre terre. Nessuno seppe mai il motivo di quel gesto, come se fosse stato comandato da qualcuno che si muoveva dentro di lui, ordinandogli cosa fare o cosa non fare. Ci volle un attimo per rompere tutte le
aspettative dei due, quelle stesse aspettative che nemmeno una guerra intera aveva saputo distruggere. Ora era bastato un solo gesto per togliere una vita, ad Anna, e per distruggere
un’esistenza, quella di Antonio. Antonio tornò più volte in quel vicolo, ma lo fece dopo anni, quando tutto era cambiato e la sua anima si era riappacificata con il mondo. Quello era il vicolo dell’Amore.

Taurasi

Mi sono fermato sotto alla grande scalinata che conduce al castello di Taurasi. Aspetto ospiti, che devono arrivare da Fondi e da Napoli. Ci aspetta una giornata di scambi culturali, all’insegna dell’accoglienza e dell’enogastronomia irpina. L’orologio della torre batte le dodici. Non c’è scampo, l’orario è preciso e lo stomaco comincia a brontolare. A momenti dovrebbero arrivare anche gli ospiti. Intanto una voce comincia a gironzolare nella testa, come un mantra, una ripetuta perpetua. La voce si fa sempre più forte e nitida e come una cantilena ripete: madrigali, madrigali, madrigali. Una sorta di osmosi con il luogo mi ha trasmesso dentro una parola che probabilmente conosco, ma che allo stato attuale mi dice poco e nulla. Eppure da qualche parte devo aver sentito parlare dei madrigali. Sono troppo affamato per fermarmi a pensare, anche se l’ora del pranzo è ancora lontana. Nella terra del vino non ci si ferma mai. Non c’è tempo per pensare troppo. Questa mattina c’è stata anche una scossa di terremoto, giusto a ricordarci che siamo in una delle zone più sismiche d’Europa. Anche la terra è in perenne movimento, da queste parti, in una trasformazione continua che coinvolge luoghi fisici e luoghi spirituali, che restano legati in un connubio mutevole ma eterno. Il fuoco che si sprigiona sotto la terra è lo stesso che arde nelle vene delle genti irpine, dal temperamento forte e deciso, proprio come una botta di terremoto. Finalmente gli ospiti sono arrivati. I rituali abbracci e baci, lasciano ben presto il posto alla fretta di allungare il passo per arrivare in tempo al castello dove ci aspetta l’architetto Giovanni Gasparriello per la visita guidata. Dal viale principale di Taurasi, pavimentato in pietra bianca e costeggiato da abitazioni basse e graziose, abbellite da importanti portali in pietra e da balconi antichi, si arriva al castello oltrepassando la porta maggiore, campeggiata da un grande orologio, che scandisce le ore su questa parte di Appennino. Sono circondato dall’affetto degli amici: Pietro si affretta a stringermi la mano, Antonella elargisce abbracci e Stefania non perde l’occasione per darmi un bacetto. Giovanni, l’architetto, lo troviamo fermo davanti al portone principale d’ingresso. Nel frattempo ha rastrellato ancora un po’ di turisti, formando un primo nucleo del gruppo che si sarebbe allargato con la nostra presenza. “Forza muovetevi, che dobbiamo andare a pranzo”, dice con un tono un po’ spazientito. L’ora del pranzo, da queste parti, è sacra. Non che non lo sia da altre parti, per carità, ma qui assume una rilevanza quasi sacrale, di rispetto delle tradizioni, perché si è fatto sempre così e così si deve fare per sempre. Il pranzo è un rito collettivo ed individuale, che scandisce il ritmo delle giornate, dividendole esattamente a metà, determinando un prima e un dopo, che, a sua volta, è rappresentativo dello scorrere inesorabile del tempo. I contadini, vero motore dell’economia locale, lavorano per produrre cibo, che viene consumato, per creare energia umana atta a produrre altro cibo, in un eterno rincorrersi tra stomaci che si riempiono e stomaci che si svuotano.

Lo stomaco di Giovanni, di sicuro starà per svuotarsi del tutto, considerata la premura di metterci fretta. Non appena ci riuniamo al nucleo del primo gruppetto di turisti, Giovanni comincia la sua visita guidata, e qui accade qualcosa di particolare. Il Giovanni tradizionalista e brontolone di poco prima, muta completamente aspetto, diventando, all’improvviso, sorridente ed accogliente. Le parole si addolciscono e si fanno ritmate, come quelle di un madrigale, e ci introduce in un mondo che non ci appartiene più, ma ne parla con una tale enfasi, che quei personaggi pare di averli davanti agli occhi, pare di toccarli e di sentirne l’odore. Comincia, così, a narrarci le gesta di uomini e donne del passato, i cui volti sono impressi su tele antiche, ma che dalla sua bocca sembrano rianimarsi. Carlo Gesualdo, principe di Venosa, è la vera star locale. Tradito dalla prima moglie, Maria D’Avalos, con un esponente dei Carafa, li uccide, nel loro palazzo napoletano. A tutto ciò ne segue un pentimento, un nuovo matrimonio con una esponente della potente famiglia D’Este ed un ritiro, anche in questo caso, fisico e spirituale nel castello di Taurasi, seguito poi da un ritiro nel castello di Gesualdo, meglio fortificato e più sicuro in caso di attacco da parte dell’esercito della famiglia D’Avalos, che cercò a lungo di vendicarsi per l’uccisione di Maria. Ma proprio lì, in quel lembo di terra che corre tra Taurasi e Gesualdo accadde la conversione spirituale di Carlo, che si dedicò alla composizione dei madrigali, un genere musicale sacro, scrivendone alcuni tra i più belli di tutta la storia rinascimentale. Ecco che la storia, quella con la S maiuscola, entra d’impeto nelle nostre terre, scrivendo alcune tra le pagine più belle e durature del rinascimento italiano, che danno orgoglio e senso di appartenenza alla nostra terra. Giovanni, intanto, sottolinea spesso la possibilità di incontrare qualche fantasma all’interno del castello, ma lo fa con ironia e sempre con il sorriso sulle labbra. Pare che qualche nobildonna, in passato, fosse morta di morte violenta tra quelle mura e che il suo fantasma non avesse mai abbandonato il castello. Lo ascoltiamo con interesse, e con lo scetticismo che ben si addice ai nostri tempi moderni. Io, però, resto attento a scorgere i possibili segnali della presenza del fantasma.  In un breve tempo facciamo il giro del castello, scendendo, infine nel cortile, dove in filo diffusione ascoltiamo uno dei madrigali di Carlo Gesualdo. Mi viene in mente il pezzo di Battito, che dice: “i madrigali di Gesualdo, principe di Venosa, musicista assassino della sposa”. I madrigali, penso, ecco cosa sono i madrigali. Carlo Gesualdo è stato un innovatore della musica del suo tempo ed è considerato a tutti gli effetti l’iniziatore della musica moderna, quello che, con la sua arte, ha dato il via a tutte le forme musicali che oggi conosciamo. Pensare che tutto ciò sia accaduto in questo lembo di terra, diviso tra Taurasi e Gesualdo, mi mette i brividi. Ci congediamo da Giovanni con una stretta di mano e la promessa di tornare per una visita più approfondita. Oramai è l’ora del pranzo e non trattengo più i miei ospiti. Alle Cantine Caggiano ci aspettano per un succulento pranzo autunnale. Ci spostiamo a piedi, attraversando a ritroso il bel viale pavimentato in pietra bianca, scorgendo di fronte a noi la Chiesa madre, che si erge maestosa su una piccola altura posticcia. È stata da sempre usanza quella di costruire le chiese in posizione sopraelevata, per dare l’idea ai fedeli che attraverso di essa si possa ascendere a mondi ultraterreni ed invisibili. Dopo una piccola discesa, che principia proprio accanto alla scalinata della chiesa, arriviamo finalmente alle cantine Caggiano, dove sull’uscio dell’abitazione ci attende un altro grande personaggio della Taurasi moderna. Si tratta dell’ingegnere Antonio Caggiano. Ci stringiamo la mano e finalmente, tutti insieme, ci accomodiamo a tavola per gustare le delizie della terra Irpina. Prosit.

Il Preside che diceva la verità

Durante una delle mie serate di presentazione, nel tour che è seguito all’uscita di Racconti dall’Irpinia, ci fu un Preside, persona molto colta e grande oratore, che mi disse che aveva dovuto leggere il libro, con accanto il vocabolario. La cosa mi colpì molto, perché fino a quel momento avevo considerato i miei racconti come accessibili a tutti, finanche ai bambini delle scuole elementari, ma quella affermazione mi fece cambiare radicalmente prospettiva: non era più tanto scontato che tutti potessero leggerli. Non era più immaginabile che tutti potessero avere facile accesso a quella lettura. Da quel momento ho riletto diverse volte il mio libro, cercando di interpretarlo con occhio critico, cercando di evidenziare tutti i passaggi più ostici. E solo allora, cercando di essere il più oggettivo possibile, mi sono accorto che quel Preside aveva ragione e che quella lettura era molto più profonda di quanto io stesso potessi immaginare. Raccontare una terra senza raccontarla, ma narrando le storie dei personaggi che la abitano, è una cosa complessa, ma nello stesso tempo meravigliosa, che richiede doti di sintesi e capacità di entrare e uscire dai dettagli con estrema maestria. Ne è uscito fuori un libro, che non solo narra l’Irpinia, ma parla di una terra che rappresenta tutto il sud, con i suoi lati positivi e i suoi difetti. Un libro che tutti possono leggere e che, forse, non tutti potranno comprendere appieno.

Un giorno non come gli altri

È un periodo di grande ed intenso lavoro, e accolgo con piacere e gioia una giornata di riposo, con un bel sole, che non è ancora caldo. Tra pochi giorni esce il mio nuovo romanzo, che, in realtà, è un giallo di provincia. Sono molto soddisfatto di questo lavoro e credo che sia uno dei miei libri più belli. A breve vi svelerò il titolo e le date e luogo di presentazione. Piccolo spoiler: stiamo preparando cose grandiose!