Ieri, Attilio

Ieri Attilio D’Arielli, mio collega scrittore e coautore della nostra ultima opera, L’inaffondabile, mi ha fatto morire dal ridere, quando mi ha inviato questa foto.
Tiene in mano “Tramonti Occidentali”, e dell’espressione del viso, lo fa, anche, con un certo orgoglio.
È davvero una persona dalla spiccata sensibilità, e non certo per il libro che tiene in mano e, insieme, abbiamo davvero fatto un ottimo lavoro. Il nostro “L’inaffondabile” farà tanta strada. Intanto per chi volesse vederci dal vivo, il 20 dicembre saremo a Riposto (Ct) presso il Salone del Vascello , per presentare il libro, in compagnia del Sindaco, del Presidente della Lega Nautica Italiana, della Preside dell’istituto nautico, è diversi giornalisti. Vi aspettiamo numerosi.

L’inaffondabile arriva a Riposto

Archiviate le giornate beneventane, mi aspettano nuove avventure.
Il giorno 20 dicembre sarò a Riposto (CT) presso il Salone del Vascello, con il Sindaco, il Presidente della Lega Navale Italiana, la Preside della scuola Nautica e diversi giornalisti. Per chi fosse della zona e volesse passare a fare due chiacchiere con me e con Attilio D’Arielli, coautore del libro “L’inaffondabile”, lo potrà fare con tranquillità, e saremo ben felici di accogliervi.

Dopo il successo in Germania, “L’inaffondabile” approda a Benevento!

Dopo Colonia, Duisburg e Düsseldorf, il Bayesian è finalmente giunto in Italia con la presentazione del nuovo bestseller targato Graus Edizioni: “L’inaffondabile”. Un ringraziamento speciale a Giancristiano Desiderio, che ha condotto magistralmente le interviste con me, Attilio D’Arielli e l’editore Pietro Graus.

La Graus Edizioni, già al centro dell’attenzione per il successo del film Il ragazzo dai pantaloni rosa, tratto dal romanzo “Andrea oltre il pantalone rosa”, aveva presentato il nostro nuovo romanzo (L’inaffondabile) in anteprima mondiale proprio a Colonia.

“L’inaffondabile” è un romanzo unico, ispirato alla vera e drammatica storia del Bayesian, il veliero affondato in circostanze misteriose il 19 agosto scorso, al largo di Porticello, in Sicilia. Il libro non si limita a raccontare un evento tragico, ma restituisce dignità alle vittime, indagando le possibili motivazioni dietro il disastro. Un intreccio di suspence, colpi di scena, storie di spionaggio e momenti di lussuosa vita quotidiana: tutto questo fa di “L’inaffondabile” un’opera imperdibile.

Il libro è già disponibile in libreria e online. Non vi resta che immergervi in questa avventura emozionante.

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Non perdete l’occasione di scoprire una storia che vi terrà con il fiato sospeso fino all’ultima pagina!

La Gente della Terra di Mezzo

Cara Teresa, è da un po’ che non ti scrivo, ed ho avuto le mie buone ragioni per non farlo. Le giornate sono troppo brevi per scorrere queste terre, ed il tempo è ancor più breve per raccontarle. Il tempo, se esiste, è trascorso veloce, sono invecchiato: le due ruote, che mi hanno accompagnato nelle indimenticabili giornate di luce e di sole, sono state soppiantate da quattro ruote, più stabili e sicure per chi comincia a tentennare e di sicurezze non ne ha più tante. Il polverone ha cecato gli occhi ai cani e siamo rimasti soli in mezzo alla via, la via che avrebbe dovuto portarci verso il futuro, il progresso, l’Eldorado, che a tratti ci era stato promesso dopo il terremoto.
Mi trovo al bivio per Andretta. Ho lasciato lì Celestina ed ho fatto due passi a piedi sulla statale che taglia il Formicoso. Una striscia d’asfalto che divide un’altura piatta e priva di vegetazione. In altri tempi ti avrei raccontato ancora che questa via segue il tracciato della Via Appia Antica, ma adesso non ne ho più voglia. Le cose non mi attirano più, o, almeno, non quanto le persone e le loro storie. Sono arrivato fino al guardrail che protegge gli automobilisti più audaci in una curva troppo stretta e falsa. Mi sono fermato ed ho guardato. Le ginocchia poggiate contro la barriera, poi il vuoto, ed il ventre poggiato ad un parapetto metallico. È freddo, mi procura i brividi, che però non sono nulla al cospetto di quello che avrei provato poco dopo. Ero distratto dallo smartphone che mi segnalava l’arrivo di un messaggio, ma una volta riposto nella tasca posteriore del pantalone, sono stato costretto a sollevare lo sguardo. Costretto dalle ansie del momento che mi trascino dietro ovunque io vada e che, a volte, mi spingono ad avere una fretta che non si addice alla bellezza del luogo in cui mi trovo. Resto senza fiato, ancora una volta questa terra così cruda e dura mi lascia senza fiato. Cerco un contatto con la realtà: mi volto dapprima verso destra. La via da dove sono venuto è deserta. Mi volto, poi, a sinistra; poco più avanti, al centro esatto dell’incrocio, ci sono dei cartelli stradali: Bisaccia, Calitri, Lacedonia, Andretta. Bisaccia, il paese di Franco, Lacedonia, quello di Mario, Calitri, quello di Franca. Ho un piccolo seme piantato in ciascuno di questi paesini disseminati su queste alture impervie, ma fertili. Mi volto d’improvviso, alzando, poi, lo sguardo di fronte a me. Questi luoghi mi sono così familiari che non posso non pensare che in una vita passata li abbia abitati. In fondo li riconosco istintivamente, emotivamente, a pelle, e a naso. Tutto mi è familiare, i colori, i panorami, gli odori e d’istinto mi accorgo di sentirmi a casa, accolto in un abbraccio tenero, tipico di una madre premurosa, che teme la partenza del figlio, che non vuole che vada, che gli da cibo in abbondanza per legarlo a se, per sempre.
Ho alzato lo sguardo ed ho guardato verso Sud, attraversando con la vista un terreno all’apparenza brullo, privo di vegetazione da fusto. Qui sotto c’è Morra De Sanctis, e li più avanti, sulla sinistra c’è il lago di Conza. E ancora Lioni, Teora, Materdomini, Calabritto, poi lo sguardo si alza verso l’imponenza austera dell’Appennino. È la magnificenza del massiccio dei Monti Picentini, un massiccio immenso, ricco di acqua e di fitta vegetazione, che divide la terra irpina da quella salernitana. Questi luoghi, un tempo, furono luoghi di spionaggio, di guardia, e di scontro tra il ducato di Benevento e quello di Salerno, che in epoca longobarda, si fronteggiarono con aria di sospetto e di sfida. Ora sono luoghi materni, di accoglienza e di ricordo, di partenze e di ritorni. In questo lembo di terra si combattono tutti i destini della miriade di persone che decidono di andar via o di restare. L’eterna lotta tra l’assecondare la natura vagabonda dell’essere umano e lo spirito di resilienza. Talvolta le due anime convivono, in chi, dopo essere andato via, in questa terra c’è tornato, a volte anche migliorato, con idee nuove, che spesso, qui, non vengono comprese. Però il panorama lascia veramente senza fiato, nonostante che le nuvole coprano il cielo, che a tratti sbuca con un colore azzurro cobalto, nitido, pulito e carico. Qui tutto è più colorato, più saporito, più profumato. Non ne conosco il motivo, ma posso pensare che sia il frutto del lavoro estenuante di generazioni di contadini che hanno saputo migliorare ciò che già di per sé era superlativo.
(Inedito da “La Gente della Terra di Mezzo” di Giuseppe Tecce)

Stati alterati di coscienza

Gli Stati alterati della coscienza erano il mare primordiale dal quale, pescatori di anime, tiravano su reti cariche di effluvi vitali ed escrementi#. Nel mare alterato della coscienza avevano catturato un’anima libera, che credeva di essere libera, con la quale ho colloquiato tutta la notte. Anche gli Dei erano passati da quelle parti, in barba alle raccomandazioni di Odino , camminando su un tappeto di suoni cupi e sostenuti, assistendo inermi alle discussioni tra le anime, fatte di parole forti e di profonda sincerità. Negli Stati alterati della coscienza venivano fuori verità scomode ed ancestrali paure, portate a spalla da lacerati sacerdoti isiaci.
Una voce maschile, grave ed alta nello stesso tempo, intonava motivi antichi, su una melodia prodotta da una tastiera su un tappeto di archi. Parlava la lingua dura dei vichinghi, che lasciava immaginare orme pesanti su una tundra ghiacciata, mentre il cielo, solcato da aurore boreali, si apriva in un caleidoscopio di colori primordiali. Le parole, scagliate come lance contro il silenzio, evocavano memorie di un mondo dimenticato, dove gli Dèi banchettavano e le anime trovavano il loro destino su campi di battaglia mistici. Eravamo poco più che macchie di luce.

Nelle profondità di quello stato, sentii il sussurro di Pan, il dio cornuto dei boschi, che danzava nudo tra ombre e fuochi, chiamando gli spiriti erranti con il suono del suo flauto. Era un richiamo irresistibile, che risvegliava desideri sopiti e paure primordiali, un invito a unirsi alla danza sfrenata della natura, dove ogni maschera cadeva e ogni segreto era rivelato.

Freya, nel suo passaggio, aveva lasciato dietro di sé un profumo di ambra e muschio, mentre il suono dei suoi passi si faceva un tutt’uno con il canto degli sciamani, che invocavano la benedizione dei Nornir, le filatrici del destino. La rete tirata su dal mare alterato straripava di simboli: piume di corvo, amuleti di bronzo, frammenti di ossa, ognuno portatore delle proprie storie.

E lì, tra le onde del subconscio, vedemmo un antico sacrificio consumarsi: un fuoco sacro acceso su un altare di pietra, dove il sangue versato era l’offerta, a ciò che era trascendente. Una sacerdotessa velata, forse un’ombra di Hekate, tracciava segni incomprensibili nell’aria, mentre un corvo osservava dall’alto, scrutando l’eternità con occhi gelidi.

Nel mare della mia coscienza alterata, ogni voce, ogni visione portava un messaggio dimenticato, un eco delle ere pagane, quando gli uomini e gli dèi parlavano la stessa lingua e il mistero della vita era accettato,e non temuto. Forse, quella rete non è altro che un frammento del Wyrd, il tessuto del destino, che ci unisce tutti in un intreccio sacro e inscindibile.

(Giuseppe Tecce)

Le origini dei Notturni

Picasso diceva che l’artista mediocre copia, mentre l’artista bravo ruba.
A proposito di “rubare”, pochi sanno che i notturni di Chopin, considerati una delle massime espressioni del Romanticismo ottocentesco, non sono in realtà un’invenzione del celebre compositore polacco.
Sul finire del Settecento, un compositore irlandese di nome John Field, attivo presso le corti imperiali russe, sviluppò il genere del notturno. Fu proprio nel 1812 che Field pubblicò i suoi primi notturni, dando vita a uno stile che mescolava melodia intima, accompagnamenti arpeggiati e un’atmosfera crepuscolare.
Ascoltando i notturni di Field e quelli di Chopin, ci si rende conto che il secondo non solo si ispirò, ma in alcuni casi riprese direttamente lo stile e certi passaggi del suo predecessore. All’epoca, senza strumenti moderni come Spotify o YouTube, era difficile verificare l’origine delle influenze artistiche. Chopin, forse, pensava che le opere di Field restassero sconosciute al di fuori della Russia.
Oggi, però, possiamo riscoprire il lavoro di John Field e riconoscere quanto il suo genio abbia contribuito alla nascita di un genere musicale che Chopin rese celebre. Se avete tempo, ascoltate i notturni di entrambi: vi accorgerete subito di quanto Chopin abbia “rubato” dal passato per trasformarlo in capolavoro.

Da “Il Portiere”

“Mi dice cosa ci vede, lei, in quel quadro?”
“Scusi?” disse l’uomo voltandosi lentamente per guardare negli occhi la donna che aveva parlato alle sue spalle.
“Mi scusi lei, ma ho notato che stava guardando quel quadro da un tempo infinito, e la cosa mi ha incuriosita non poco. Tra l’altro, ho notato che la sua attenzione è stata catturata solo da quell’opera e non dalle altre che vi sono intorno”.
“Beh, si, in effetti sono ammaliato dagli occhi della donna raffigurata”, rispose l’uomo, grattandosi il mento con la mano sinistra e voltandosi, ancora, a guardare il quadro. “Non le sembra che la donna raffigurata ci stia osservando?”
“Beh, si, con un po’ dì fantasia, in effetti, potrei immaginare una donna che ci stia guardando”, disse lei, intenta a fissare il quadro, con la testa reclinata da un lato.
“Più guardo quella figura femminile”, continuò lui, “eterea e sottile, più ho l’impressione che ci sia un’anima dietro lo strato di pittura. Gli occhi azzurri, il cappello, il collo lungo ed affusolato, e lo sguardo, quello sguardo, mi lasciano intravvedere qualcosa che va oltre la sottile crosta della pittura ad olio indurita sulla superficie. Ma lei ha mai pensato alla possibilità che dentro ad un’opera d’arte possa essere intrappolata un’anima?” “Oddio, forse le posso spiegare meglio, mi scusi. Quando un artista crea un’opera, realizza dal nulla un qualcosa che, per l’appunto, prima non esisteva. È, di fatto, un atto di creazione, di infusione di vita in un oggetto. Ecco, e non ha mai pensato che in quell’attimo, in quel momento, in quell’istante, in quella infusione di vita, in quel battesimo sul mondo, si possa materializzare un’anima che vada ad abitare nell’opera stessa? D’altra parte nemmeno la scienza è in grado di dirci se l’anima esista per davvero, ma non è nemmeno in grado di confutare la tesi contraria, quindi, ragionando per astratto, nessuno può vietarmi di pensare che dentro a quel quadro sia stato infuso un alito di vita e che, fintanto che qualcuno come me, osserva l’opera stessa, quella possa sentirsi viva e dare sollievo all’anima di chi la abita”.
Lei, che sostava in posizione eretta, con la gamba destra spostata leggermente in avanti, il braccio sinistro tenuto in orizzontale sul ventre, il gomito destro poggiato sull’altro braccio e la mano che pareva sostenerne la testa, osservava alternatamente il quadro e l’uomo, poi ancora il quadro e poi di nuovo l’uomo: “la sua tesi, per quanto strampalata, non fa una piega, nella misura in cui fa riferimento ad elementi astratti che non possono, almeno allo stato delle attuali conoscenze scientifiche, ne essere confutati ne essere controbattuti. Potrei affermare, con un elevato grado di certezza, che attraverso la sua teoria si è posizionato in una zona di confort quasi inattaccabile. È un po’ come ragionare sull’esistenza dì Dio: sono valide tutte le tesi, sia quelle che portano, ineluttabilmente, alla sua esistenza, sia quelle contrarie, che portano, ineluttabilmente, alla sua inesistenza. E quando scopriremo la verità, sarà, per noi esseri umani, così tardi da non poter tornare più indietro per affermarne le ragioni o farne un atto di scusa per aver sostenuto quelle sbagliate. Siamo condannati ad andare a tentoni, questa è una delle poche verità che abbiamo”.
L’uomo sorrise: “noto con piacere che lei ha inteso il senso, sia pur bislacco, per qualcuno blasfemo, delle mie parole”.
La donna fece cenno di si col capo.
(Il brano è tratto da “Il Portiere”, di Giuseppe Tecce)

Odin’s Raven Magic

Odin’s Raven Magic

Solo un anno fa si parlava di “Ljuba senza scarpe”

Esattamente un anno fa, il 2 Dicembre 2024, ci fu la bellissima presentazione di “Ljuba senza scarpe” presso il Caffè Letterario all’interno del Castello D’Aquino a Grottaminarda. Una serata memorabile, in compagnia di tanti amici, vecchi e nuovi.
È trascorso solo un anno, ma sembra già una vita fa!