Giordano Bruno
Il 17 febbraio ricorre l’anniversario della morte, sul rogo, di Giordano Bruno, frate Dominicano di Nola, arso vivo in piazza Campo dei Fiori a Roma, il 17 febbraio 1600.
Giordano Bruno è certamente uno dei più grandi pensatori e filosofi dell’era moderna e da uomo libero morí per mano della sacra Inquisizione
“Io penso a un universo infinito. Stimo infatti cosa indegna della infinita potenza divina che, potendo creare oltre a questo mondo un altro e altri ancora, infiniti, ne avesse prodotto uno solo, finito. Così io ho parlato di infinitimondi particolari simili alla Terra.” (Giordano Bruno)

La grande carestia
Torni a casa, dopo una giornata di lavoro, e nella cassetta della posta trovi un pacco voluminoso. Lo apri e la serata si illumina. L’amico Rino mi ha mandato questo bellissimo libro.
L’ennesimo elemento in favore della tesi che la storia si ripete…. E mettiamoci a leggere!
Grazie assai!

Crimea Crimea
Cammino pensando ad una bellissima poesia di Pushkin
Il papiro di Tulli
Nel Papiro Tulli c’è registrato un evento che si è verificato durante la 18a dinastia, circa 3500 anni fa. Il testo dice: ” Nell’ anno 22 terzo mese d’ inverno ora sesta del giorno, gli scriba della Casa della Vita, scoprirono che un cerchio di fuoco arrivava dal cielo. Il suo corpo era lungo una pertica ( 50 mt ) e largo una pertica, ed era silenzioso. Sua Maestà il faraone ordinò …. è stato esaminato tutto quello che è scritto nei rotoli di papiro della Casa della Vita. Il faraone meditava sull’ accaduto. Dopo qualche giorno brillavano in cielo più del Sole tre corpi celesti. Grande era la posizione dei cerchi di fuoco. Solo dopo cena i cerchi si alzarono e se ne andarono diretti verso sud.”

Tra sguardi e cecità
Stamattina il mio orologio biologico mi ha svegliato puntualmente all’alba, giusto in tempo per scrivere questo post prima di iniziare questo nuovo giorno condividendo questo articolo di Michela Rapomi pubblicato da R/S Servire dal titolo:
Tra sguardi e cecità
Sono ormai 17 le persone condannate alla pena capitale perché coinvolte nelle proteste contro il regime di Teheran, accusate di “aver mosso guerra a Dio”.
Secondo l’ong norvegese Iran Human Rights, almeno 481 persone sono state uccise a causa della dura repressione messa in atto durante le manifestazioni dagli ayatollah, i custodi del corano, e almeno altre 100 sono a rischio di esecuzione in relazione alle proteste.
Ma oltre alla morte, questa repressione ha la faccia della tortura.
È una punizione per chi non accetta di essere ciò che deve essere.
Sono almeno 200, perlopiù giovani intorno ai 20 anni, i manifestanti che hanno subito gravi lesioni agli occhi e alla testa, dopo essere stati colpiti dalle Guardie della Rivoluzione.
Sparano pallini di metallo i “birdshot”, le nuove granate, autorizzate dallo stato che reprime, intimidisce, mette a tacere e acceca.
È un marchio, un pro memoria indelebile inflitto proprio su quei volti, l’unica parte del corpo visibile sotto lo hijab.
L’unica via di comunicazione viene lacerata.
“Alzatevi ogni giorno, guardatevi e ricordatevi chi comanda”.
È così che l’oppressore dichiara il suo potere, tormenta e silenzia.
Gli sguardi diventano bui, bassi e vuoti.
Spesso nelle guerre, la malvagità dell’uomo non si esprime solo con l’omicidio, ma con la violenza, la tortura, le mutilazioni, che dicono del desiderio di rendere disumano, colpevole e storpio il nemico, esaltando il potere dell’oppressore.
Scrivevamo in occasione della giornata della memoria, qui su questa pagina, dell’assurdità di leggi che, condannando l’omicidio, ne commettono a loro volta.
Qui siamo di fronte a uno stato ultraconservatore che condanna la libertà di espressione con la morte. E noi ancora una volta siamo spettatori, forse troppo ciechi.
Sul piano internazionale i governi di Stati Uniti, Gran Bretagna e Canada hanno prontamente espresso una condanna pubblica contro la violenza e la repressione delle ultime settimane e hanno dichiarato di appoggiare le rivendicazioni dei manifestanti. Anche l’Unione Europea ha sanzionato la “polizia morale” e la ministra degli Esteri tedesca Annalina Berbock ha proposto l’inserimento delle Guardie rivoluzionarie nella lista delle organizzazioni “terroristiche” (fonte: OSMED).
Ma noi cittadini, noi scout, noi qui, dalla nostra Europa, abbiamo la sensazione di non vedere ancora e di non vedere abbastanza: fatichiamo a fermare lo sguardo su quei volti sfigurati, sulle giovani vite spezzate che rischiamo di guardare di sfuggita e rimuovere, in una cecità generale che si indigna ma non agisce in funzione del bene, come siamo ri-chiamati a fare dalla nostra legge scout e dalla nostra costituzione.
“La costituzione è un sogno, fabbricato da uomini svegli” ha detto Benigni nella serata di apertura di Sanremo.
Diamo gambe ai nostri sogni, il futuro è adesso!
Foto: una delle manifestazioni seguite alla morte di Mahsa Amini

A proposito del terremoto
C’è una bella spiegazione che è stata data da Dmytro Pavlichenko: “Non sono un sismologo e nemmeno un geografo. Ma so che quando passa un treno o un camion, le finestre delle case a cento metri di distanza tremano! Quando vengono effettuate esplosioni controllate in una cava, la terra trema a diversi chilometri di distanza. Quando gridi forte in montagna, inizia una valanga. E se salti forte sui talloni, puoi scuotere il cervello.
Quando migliaia di missili balistici hanno colpito una placca tettonica per un anno, l’intero pianeta subisce una commozione cerebrale.
Per questo non è necessaria un’educazione speciale, basta prendere una pietra e un martello e picchiettare venti volte nello stesso punto, e poi vedere fin dove si diffondono le crepe. Le menti più brillanti e scienziati del mondo non daranno la voce alle ragioni di questa serie di terremoti in tutto il pianeta? E non è venuto in mente a nessuno dei capi accademici che la Russia sta distruggendo non solo l’Ucraina, ma il mondo intero, e questa guerra porterà perdite senza precedenti al pianeta? Continueranno a flirtare con il paese dei pazzi terroristi- kamikaze? Si nasconderanno da futuri disastri ambientali oltre i confini amministrativi?”
Tango di Tananai e tutta la tragedia di un popolo
Tango di Tananai racconta la storia di un amore nato, e spero mai morto, tra le palazzine di qualche periferia Ucraina. Un amore come tanti se non fosse intervenuta la maledetta guerra a dividerli.
Già solo per il tema trattato, onore a Tananai e sosteniamolo nel Festival!
SlavaUkraini
Roger Waters, ahimè!
No vabbhe, siamo arrivati al ridicolo. Roger Waters, che tanto ha sofferto, in vita sua per il nazismo, ora dovrebbe parlare all’ONU per difendere le posizioni del più nazista regime europeo dalla fine della seconda guerra mondiale. Bha!
La regina è nuda
Quando mi hanno detto -molto prima che lo dichiarasse- che il monologo Chiara Ferragni se lo sarebbe scritta da sola (cioè col suo manager, che poi è la stessa cosa), ho avuto la conferma di quello che ho sempre pensato di lei: ha un orizzonte emotivo, professionale e culturale che non va oltre le sue ciabatte Gucci. Non conoscendo nulla del mondo, non avendo interessi o curiosità che non siano se stessa e l’immagine di se stessa che arriva agli altri, non è abbastanza modesta e consapevole da comprendere i suoi limiti e i margini di miglioramento. Ferragni pensa di non aver bisogno di nessuno se non del suo cerchio magico, abitudine tipica di chiunque miri a conservare il suo status circondandosi di adulatori e parenti, e tenendo lontano chiunque provi a dire “forse su questo puoi lavorare”. Il monologo gliel’ha scritto un uomo-manager-stylst- ghostwriter e ormai qualunque cosa, le amiche più fidate sono le sorelle e la madre, il suo scudo mediatico è la stampa amica e ormai uno stuolo di influencer al suo servizio in cambio di elemosina.
Perché forse negli ultimi tempi i più ingenui si sono bevuti la manfrina furba sulle sue paure e sulle fragilità tatuate sulla pelle, ma non è vero che Chiara Ferragni è insicura. Non ha paura di non essere abbastanza, ha paura di fallire, che è un’altra cosa. Il suo non è un problema con se stessa- lei si piace moltissimo- è un problema con l’eventuale dissenso del pubblico. Come tutti i narcisisti patologici ha un’enorme paura di essere smascherata. Da qui il suo terrore, di sempre, delle interviste, perché lei- maniaca del controllo- è l’unica narratrice di se stessa, e assistendo ieri alla conferenza stampa che l’ha costretta per una volta a rispondere con parole anziché con i selfie, viene anche facile capire il perchè. Tra “Un uomo non deve farci sentire da meno”, la mancata comprensione di semplici domande e una povertà lessicale che nemmeno il concorrente tipo di Temptation Island, la sensazione era quella di vedere il re, anzi, la regina nuda per la prima volta. Tant’è che le sue nudità sul palco non hanno impressionato nessuno. La Chiara senza vestiti era quella che rispondeva ai giornalisti, non quella in un insolitamente brutto abito Dior.
E veniamo alla serata di ieri.
Con quel monologo cringe che creava un imbarazzo nell’ascolto simile a quello di quando sentiamo i genitori che si accoppiano nella loro camera da letto, non parlava alla sua bambina interiore (magari) ma all’adulta fighissima che pensa di essere. Mentre scomodava tutti i problemi del mondo per posizionarsi come ragazza impegnata- mica solo moda e frivolezze- e snocciolava sessismo, hating, maternità, normalizzazione di non so che, bodyshaming, il problema delle falde acquifere tra le fondamenta, la dermatite squamosa e insomma, mancava solo la fame nel mondo ma solo perché madre e sorelle si stavano sconfanando di hamburger per adv, alla fine ti chiedevi: vabbè ma quindi che ha detto?
In effetti nulla. Non c’era un vero focus, perché il focus era dire fintamente a se stessa -bambina quanto è figa, ricca, con una bella famiglia, sexy, brava madre e dirlo in realtà al pubblico, auto-assolvendosi da qualunque possibile colpa, limite, lacuna, dando l’idea di aver superato ostacoli e combattuto contro mostri e nemici.
In realtà, si tratta di una ragazza di Cremona nata bella, da famiglia agiata in una ricca cittadina di provincia del nord Italia, ma Chiara Ferragni è un’idrovora 2.0 e i posizionamenti li vuole tutti.
Ha arraffato quello delle mamme 2.0 che postano 24 ore su 24 la vita dei figli, quello delle influencer audaci e mezze nude alla Ratajkowski, quello (ormai antico) della influencer di moda, quello della brava ragazza sempre con mamma e sorelle, quello delle milionarie annoiate che esibiscono case e automobili, quello di chi sbatte in faccia il privilegio 24 ore su 24. Quando ha capito, da un paio di anni a questa parte, che iniziavano a farsi strada influencer di peso con altri posizionamenti lontanissimi da lei, influencer che parlavano di femminismo, violenza sulle donne e malattie, ha deciso che oltre ad esser la massima rappresentante del privilegio, doveva essere anche quella della sfiga, della bontà, della fragilità, della solidarietà femminile, della cultura del femminismo.
Del resto, l’ha detto molto chiaramente: fino a due anni fa lei che di anni ne ha 35 mica 18, non aveva mai sentito parlare di violenza psicologica, poi un giorno ne ha letto in qualche slide su Instagram. Cioè, non ha mai letto non dico un libro sul tema, ma un articolo di giornale, non ha mai visto mezza puntata di Amore criminale, non ha mai frequentato nessuno che gliene parlasse. Una roba spaventosa. E quindi improvvisamente inizia a “parlare” un po’ a caso di donne, violenza, fragilità, hater, aborto con la profondità, appunto, di una slide su Instagram, senza mai andare oltre le due righe d’ordinanza della serie viva le donne viva il femminismo, il cachet in beneficenza e tanti cari saluti, ora sono pure attivista 2.0, femminista digitale, Carlotte Vagnoli scanzatevi.
Questo ha profondamente destabilizzato quel mondo che da una parte è ben consapevole dell’operazione scalcagnata e furba di Piccola Kiara, dall’altra se provi a mettere in dubbio la purezza dell’imprenditrice digitale sei brutta e invidiosa e quindi si arriva allo stallo alla messicana di ieri sera, in cui i “brava” sono stati pochini e soprattutto da uomini tranquillizzati dall’inocuità del monologo. Le attiviste- più o meno tutte- tacciono imbarazzate. Perché Chiara-l’idrovora 2.0 s’è acchiappata pure la loro casella. (ora diranno che non ci sono caselle blabla, sì ci sono)
Ed è stato chiaro quando Amadeus ha chiamato sul palco le rappresentanti di “Dire” presentandole per nome come fossero state sue amiche del liceo e Chiara Ferragni ha taciuto come se sentire delle professioniste chiamate col nome di battesimo fosse normale. Non accorgendosi neppure di quanto fosse stonato quel momento rispetto a quello che lei vorrebbe trasformare in una SUA battaglia.
Tutto questo accadeva mentre afferrava pure il posizionamento tv-delle famiglie, che davvero è l’unico che le mancava e che, ahimè, richiede quel “fattore x” che milioni di follower non possono comprare. No, la tv non è il suo mestiere, non c’è carisma, non c’è manco un accento giusto per sbaglio, non c’è un volto che buca. Ma questo conta poco, forse è vero, su quel palco abbiamo visto anche di peggio.
La cosa seria è che ieri, in quella operazione, non c’era uno straccio di pensiero femminista. Era tutto immensamente egoriferito e pensato principalmente con due scopi: per far parlare (la scritta sullo scialle da far diventare un meme, il vestitino fesso con le scritte degli hater, l’abito con le tette disegnate) e per proteggerla il più possibile dalle critiche (dì che hai paura anzi, fai di più, porta la BAMBINA che eri sul palco e non ti colpiranno).
Ed è così che il suo artefatto manifesto del femminismo si è trasformato nell’operazione più anti-femminista che si potesse partorire.
Quella “nudità” rimetteva il corpo al centro del dibattito e quella fragilità ribadita ogni due secondi con la vocina da bambina lagnosa l’ha messa al centro di una insopportabile nenia paternalistica tra conduttori che continuavano a rassicurarla dicendole “brava”, anche un po’ sorpresi dal fatto che conoscesse i verbi come fosse una bambina scema e “critiche” di giornalisti che “vabbè dai è spigliata”, “pensavo peggio”, “se la cava”. Che voglio dire, devi leggere un cartoncino sul palco a 35 anni, peggio che usare l’intonazione da sciura borghese dei Bagni misteriosi e non azzeccare una vocale aperta e chiusa, cosa doveva fare? Vomitare?
Qualcuno avrebbe dovuto spiegarle che fragilità non è usare la fragilità per costruire uno scudo per le critiche e fottersi pure- tu, privilegiata- lo spazio della (vera) fragilità altrui, ma di fronte ai Ferragnez sono tutti così genuflessi che è inutile cercare di spiegare qualcosa che sia oltre “si è tagliata i capelli”.
Qualcuno avrebbe dovuto spiegarle che femminismo non è quel ruolo da topolino bagnato che “insegnatemi!”, “ho paura!” accanto ai due uomini che sono papà e maestri. Che femminismo non è quei 7 minuti di parole buttate a caso, vuote, con i post scritti sui vestiti anziché su Instagram.
E taccio sul momento Shakira- perché anche quel posizionamento lì doveva prendersi, quello della donna che lancia la frecciata cattiva all’ex in mondovisione- e “non mi hai creato tu” rivolto al povero Pozzoli che si fa beatamente i fatti suoi. Perché lei è una di noi, non dimenticate anche lei ha l’ex che le ha fatto male (cosa le manca? Forse solo la povertà. Poi?)
In effetti, qui ha ragione, nessuno ha creato e crea Chiara Ferragni. Chiara Ferragni- e qui sta il problema- non lascia a nessuno la possibilità di creare nulla che non sia ciò che lei vede di sé e pretende da sè. Partorisce se stessa continuamente, sempre uguale ma con una maschera diversa a seconda dell’algoritmo del momento, figlia del suo ego perennemente gravido. Il tutto scambiando l’egolatria per autodeterminazione. Eppure le basterebbe poco, per essere davvero protagonista di una rivoluzione, era perfino sulla strada giusta. Se solo avesse capito che la moda non è frivolezza e che poteva occuparsene con una profondità maggiore che producendo brutte, costose borsette con occhi stilizzati che finiscono in televendite con bambini adultizzati, forse oggi si troverebbe appagata in quel ruolo da leader.
Se solo nella vita avesse capito che la moda è un mondo pieno di significati e la puoi raccontare anziché fare selfie dalla stanza guardaroba; che essere una donna indipendente, che si è fatta da sé, che diventare imprenditrice digitale di successo è già di per sé un manifesto di emancipazione senza doverlo eroicizzare con sfighe, fragilità e ostacoli, forse ieri ci avrebbe risparmiato quel monologo.
Se solo avesse capito che la sua ambizione, la sua fortuna e pure la sua (non comune) capacità di governarla erano cose preziose da raccontare su quel palco, ieri avremmo visto un’altra Chiara. Quella adulta che parlava a noi, non quella inquietante che parlava all’invisibile gemellina di Shining.
Anzi, dirò di più. Ieri l’avrei preferita senza lezioncine e spiegazioni, con abiti portatori di figaggine e non quella galleria di vestiti scialbi, ornati di inutili, ridondanti messaggi del cazzo.
Ridateci la Chiara privilegiata che ci sbatte in faccia la sua ricchezza e il suo narcisismo sfrontato senza voler sembrare la piccola fiammiferaia.
Quello, a suo modo, era pensarsi libera.
Ora è piena di catene e il bello è che se l’è messe da sola. (Selvaggia Lucarelli)
