Cosa si dice di noi in Sicilia?

Un ringraziamento alla bravissima giornalista Patrizia Tirendi che ha scritto il pezzo in modo eccelso!

Il pianeta sotto di me

Sotto di me passa il pianeta terra, quel luogo in cui si concentrano tutte le nostre energie, gioie, dolori, amori, litigi, separazioni. In questo preciso istante, che io passo sopra alle isole Eolie, in qualche parte di questa terra, ci sono persone che si abbracciano, che litigano. Qualcuno sta sparando a qualcun altro. Qualcuno muore e si allontana per sempre da questo pianeta, punto perduto nel vuoto cosmico, di un universo che è come una infinita placenta, che tutto assorbe, metabolizza e restituisce. Ed io ancora non mi rendo conto se ciò che gli occhi vedono è reale o illusorio. Mi mangio una mentina, si stappa una narice, l’orecchio fa click clock, guardo ancora giù. Dalle cuffie sento la voce familiare di Concato, mentre le nubi si fanno più vicine. Il cielo sta salendo verso di me, o forse siamo noi che stiamo scendendo. Un certo languorino mi prende lo stomaco. Ma come è strano questo mondo, che non si ferma mai; che mentre uno muore, c’è già uno che nasce, che non fai in tempo a vivere che già in altro essere vivente ti soppianta. Il dolore alla spalla anche oggi mi attanaglia. Non mi da tregua, non mi fa riposare. Non ho fatto in tempo a far nulla. Ho guardato giù dal finestrino e già sento il carrello che vien giù e il terreno avvicinarsi. Qualche scossone ancora, dobbiamo attraversare un fitto strato di nubi, prima di toccarla la terra, con i suoi colori, profumi, sapori. Sono arrivato in Sicilia. 

L’inaffondabile conquista la Sicilia: il debutto a Riposto

Ieri sera, nella splendida cornice della Sala del Vascello presso l’edificio comunale di Riposto, L’inaffondabile ha fatto il suo esordio ufficiale in Sicilia. L’evento ha visto la partecipazione di numerose autorità e figure di spicco del mondo nautico, tra cui il Presidente della Lega Navale Italiana, il Vice Prefetto, un Ammiraglio, un Capitano di Vascello, un Capitano di Fregata, un meteorologo dell’Aeronautica Militare, le dirigenti dei licei nautici di Catania e Riposto, il Sindaco e diversi Assessori.

La sala era gremita di appassionati ed esperti del settore, e L’inaffondabile ha ricevuto un’accoglienza entusiasta, consolidando la sua posizione come opera di rilievo nella letteratura nautica.

Desidero esprimere la mia profonda gratitudine a tutti coloro che hanno partecipato, rendendo questa serata memorabile.

Se desideri immergerti nella storia del veliero Bayesian e vivere un’avventura unica, puoi acquistare L’inaffondabile ai seguenti link:

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Io e Alice

La ragazza con me in questa foto è Alice Balistreri, la nostra editor Graus Edizioni nella redazione dell’ultimo romanzo “L’inaffondabile”. Stasera saremo a Riposto (CT), con anche Attilio D’Arielli, per la presentazione del libro. Un libro è frutto dell’intelletto degli autori, ma è anche il frutto di un gran lavoro di squadra, che va dall’editing, all’impaginazione, alla realizzazione della copertina, fino alla stampa e distribuzione. In bocca al lupo a tutti noi!

Il libro che non ti aspetti

Questa mattina ero passato in libreria per prendere l’ultimo libro di Mario De Tommasi e Maria Scarinzi. “I confini del mondo magico”, che ho preso e leggerò con attenzione. Ma la vera sorpresa è stata quando ho trovato tra gli scaffali una copia di “Storia di un Presidente che si credeva un topo”, libro, ormai, introvabile. Si tratta di un libro finito fuori dai cataloghi, di fatto un libro da collezione, per il quale rifaremo una nuova edizione aggiornata e corretta. Lo stavo cercando ovunque, proprio perché io stesso ne ero rimasto sprovvisto. Così, oggi, l’angelo custode mi ha permesso di trovarlo in libreria ed ora finirà dritto nella mia libreria personale, a futura memoria dei miei scritti. Mi sembra proprio un bellissimo regalo di Natale.

Questo fine settimana

Questo fine settimana ho passeggiato molto per le strade di Benevento, incontrando tanti vecchi amici. È stato bello chiacchierare e scoprire che tutti sembrano conoscere ogni dettaglio del percorso che ho intrapreso anni fa con la scrittura: i miei spostamenti, le presentazioni, i libri pubblicati, i successi raggiunti.
Eppure… c’è qualcosa che mi ha fatto riflettere.
Mi sono accorto che molte di queste persone, pur sapendo tutto, non hanno mai messo un like o un commento ai miei post. Mai una reazione, un segno di apprezzamento visibile. Mi sono chiesto: com’è possibile? È normale che sia così?
Forse siamo tutti spettatori silenziosi della vita degli altri, nascosti dietro uno schermo, a osservare senza sentirci in dovere di interagire. Forse è una questione di abitudine o di timidezza digitale, ma mi domando: non sarebbe più bello partecipare, anche solo con un piccolo gesto?
Non è una questione di numeri, né di vanità. È che i “like” non sono solo un click: sono un modo per dire “ci sono”, “ti ho visto”, “ti sostengo”.

Il giorno di Santa Lucia

Cara Teresa, è il giorno di Santa Lucia, un giorno molto importante nelle nostre terre, e non solo perché Santa Lucia è considerata la patrona dell’Irpinia.
Stanotte ho fatto uno strano sogno e te lo racconto, perché tu possa darmene spiegazione o perché, forse, è legato alla
magia di questo giorno….

Dopo aver compreso di essere sul letto e che la mia mente stava appena uscendo dalle nebbie di un sogno, ripresomi e
sorseggiando un caffè mi sono reso conto che era la mattina del giorno di Santa Lucia. Un giorno, in un momento speciale per le nostre terre. Tutto il periodo dell’avvento è un susseguirsi di feste e di riti che affondano le loro radici nel paganesimo. Così il 6 di dicembre si festeggia San Nicola, l’8 di dicembre è l’Immacolata Concezione, fino ad arrivare al 13 dicembre che è il giorno di Santa Lucia. Per farti capire l’importanza di queste
feste devo, innanzitutto, spiegarti che si tratta di riti antichissimi legati alla civiltà contadina e al lento trascorrere
delle stagioni. Questa è la parte dell’anno in cui le giornate si accorciano sempre più, quando la luce, generatrice della natura, diminuisce a tal punto che il tempo della notte supera di gran lunga quello del giorno. Noi sappiamo che ciò accade nel giorno del solstizio d’inverno, che cade verso il 22 di dicembre, ma per le antiche popolazioni contadine non era così, e il giorno più breve dell’anno coincideva con quello di Santa Lucia. Così già a partire dal giorno di San Nicola iniziavano i riti che dovevano propiziare il ritorno alla luce e
alla fertilità dei campi. In certi paesi, il 6 dicembre si porta in processione un sacchetto di grano come buon auspicio per
il prossimo raccolto. Ma la tradizione che maggiormente caratterizza le nostre terre è quella dei falò.
I falò oscillano tra sacro e profano, e alcune tradizioni collegate al fuoco affondano le loro radici addirittura nel periodo precristiano, trasmettendosi, successivamente, ai riti di
fede cristiana.
Nell’ origine pagana celebravano il fuoco e il calore nella parte più fredda dell’anno, la forza della fiamma rappresentava la purificazione e la luce nelle notti più lunghe, quando il ruolo del fuoco era considerato primario sia come elemento purificatorio che come buon auspicio per il futuro.
(Tratto da “L’agente della Terra di Mezzo, di Giuseppe Tecce)

Una bambina sopravvissuta al naufragio: la realtà di Lampedusa e la narrazione in “Tramonti Occidentali”

Nei giorni scorsi, al largo di Lampedusa, si è verificata una vicenda che ha toccato profondamente le coscienze di tutti . Una bambina di circa otto anni è stata trovata viva, da sola su un’imbarcazione alla deriva, dopo essere sopravvissuta a un naufragio in cui altre 45 persone hanno perso la vita. Rimasta in mare aperto per giorni, la piccola ha lottato contro la fame, la sete e la solitudine in una prova di estrema resistenza.
Questa storia sembra quasi uscita dalle pagine di Tramonti Occidentali, il mio romanzo, dove la protagonista Fatima, una bambina migrante, si trova anch’essa sola a sopravvivere a un naufragio. Fatima approda a Lampedusa, dove incontra il luogotenente Peppe Moccia, simbolo di un’umanità che accoglie e protegge. La narrazione di Tramonti Occidentali esplora il lato più profondo e complesso della migrazione.
La vicenda della bambina al largo di Lampedusa, come quella di Fatima, ci ricorda quanto il Mediterraneo sia ancora teatro di tragedie inaccettabili, ma anche di straordinarie storie di sopravvivenza. Entrambe le bambine incarnano il coraggio e la resilienza di chi affronta viaggi disumani alla ricerca di un futuro migliore, lasciandoci la responsabilità di non distogliere lo sguardo da queste realtà.
La letteratura, pur non avendo il potere di cambiare il mondo, ha il potere di aprire gli occhi, e di scuotere le coscienze. Raccontare queste storie significa non dimenticare e, soprattutto, non smettere di lottare per un cambiamento.

Per chi volesse approfondire, il romanzo Tramonti Occidentali è disponibile per l’acquisto su IBS o sul sito dell’editore Graus Edizioni. Ma lo trovate in tanti altri store on Line, come Mondadori, Feltrinelli, Amazon, e in tutte le librerie!

La storia di questa bambina, come quella di Fatima, non deve essere dimenticata.

Sono trafitto da sette spade

Sono trafitto da sette spade, che attraversando il torace, lacerano i tessuti, in particolare il pericardio e il cuore. Lo stomaco l’ho perso da tempo, con l’innocenza della fanciullezza e la sfrontatezza dei miei vent’anni. I peli sulla lingua, invece, non sono mai cresciuti, motivo per cui sono cresciuto in fretta, sfrontato e ribelle. A diciotto anni, mi innamorai di una puttana, che aveva le gambe piegate ad arco, ma mi voleva bene, come solo una puttana sa fare. Aveva due occhi neri come bottoni e braccia corte, a tal punto, che le mani non le ho mai vedute oltre le maniche. La bocca carnosa aveva, con gli spigoli rivolti all’insù, tanto da sembrare sempre sorridente oltre ogni misura. A diciotto anni ero ribelle, come solo a quell’età si può essere, e tamburellavo con le dita ogni oggetto di latta, come un percussionista, ma ero solo iperattivo nell’anima.

La mia anima, ora, è un campo arso dal fuoco sacro, un lembo di terra che la pioggia non bagna e che il sole non scalda più. Sono rimasto, o forse sono diventato, un viandante senza meta, un nomade in un deserto d’idee, con i piedi nudi che sanguinano sui ciottoli taglienti delle antiche verità infrante. Al mio passaggio, il vento solleva polveri di memoria che si infilano negli occhi come aghi, pungendo e risvegliando visioni che preferirei dimenticare.

Eppure, sotto la crosta di questo deserto, qualcosa pulsa. È la linfa di un albero invisibile, un Yggdrasil capovolto, le cui radici si nutrono delle lacrime versate dai giganti in esilio. Ogni spada che mi trafigge è un ramo di quell’albero, un ponte tra i mondi, e mentre sanguino, sento crescere dentro di me un’antica foresta simbolica. Gli animali selvatici si risvegliano nei miei pensieri: un lupo ulula il nome della luna, un corvo vola con un messaggio che non so leggere, una serpe si avvolge attorno al mio cuore trafitto e sussurra segreti mai dimenticati.

Nel cielo sopra di me, il tempo si dissolve. Il sole e la luna danzano insieme. Ogni passo che compio è un’offerta alla terra, un sacrificio silenzioso che il vento raccoglie e porta lontano, verso l’orizzonte. Ho perso l’aspetto da uomo; sono un ritmo, un battito che si fonde con il respiro del mondo.

La puttana dai bottoni neri mi appare in sogno, con le mani ancora nascoste, e mi dice: “Le mani che non hai mai visto sono le mani del destino. Le nascondo per non mostrarti quanto forte stringono le redini della tua vita.” La sua voce è il canto delle sirene, il richiamo degli abissi.

Mi sveglio in una radura che non ricordo di aver attraversato, circondato da alberi che sussurrano nomi antichi, mai pronunciati. L’aria è satura di resina e di preghiere dimenticate. Il tamburellare delle mie dita è diventato il battito di tamburi lontani, come quelli di un rito tribale che richiama spiriti antichi. Chiudo gli occhi e vedo immagini sovrapposte: templi crollati, altari insanguinati, danze selvagge sotto un cielo cremisi.

Non c’è più confine tra il sogno e la realtà, tra il sacro e il profano. E così, trafitto e sanguinante, continuo il mio cammino, seguendo il richiamo di un corno che riecheggia nella notte eterna, sperando che, al termine del viaggio, ci sia un’alba pronta ad accogliermi con il sorriso di una puttana dai bottoni neri e dalle mani nascoste. (Giuseppe Tecce)

I passi

I passi sul sentiero della vita a volte sono morbidi e leggeri talvolta sono duri come pietre, o turbolenti come il fianco spoglio del monte, travolto da una frana. Bouree era nell’aria, Ian Anderson era attaccato al flauto traverso e me lo immaginavo con il ginocchio sollevato e con la gamba piegata verso il basso, fin quasi a toccarsi il polpaccio. Ero in auto sulla Napoli Bari, nel tratto tra Grottaminarda e Vallata, e dall’autoradio si spandevano, a palla, le gesta erotiche di immagini immaginate tra le musiche dei Jetro Tull, che risuonavano per le valli circostanti, risalendo lungo i crinali delle colline, fino a raggiungerne le sommità, sulle quali dormivano distesi, piccoli paesini che assomigliavano più a un presepe mesto che ai fasti del passato. Una stradina passava sotto al ponte alto dell’autostrada, tagliando come una lama sottile il terreno tra le colonne, come un filo di cotone che passava nella cruna di un ago, e risaliva lungo il costone della collina. Il sole, già basso delle quattro, di un dicembre freddo e piovoso, si rifletteva sull’asfalto della stradina, dileguandosi in mille cerchi arancioni, che sfumavano in tonalità calde, allargandosi attorno ad una macchia gialla al centro, che risaliva lungo tutto il corso della strada. Non c’era verso di evitarla, se non distogliendone lo sguardo, puntando gli occhi sui terreni arati circostanti. Riconobbi il paese in cui terminava quella striscia di asfalto. Era Zungoli, antico borgo irpino, oggi paese dì frontiera tra la Campania e la Puglia, un tempo via di comunicazione tra la via Appia e la via Traiana. Oggi la via Herculeia, che ottemperava proprio al suddetto compito, coincide esattamente con quella striscia di asfalto, che, ancora, mette in comunicazione l’Appia, che passa ad ovest, attraversando il Formicoso, con la Traiana, che taglia il percorso ad est, tirando dritto da Benevento fino Monopoli, passando dietro Ariano, tagliando in due Savignano e sfiorando Grieci.
Terre aspre e dure, terre cresciute in altezza e nemmeno più di tanto. Come panettoni afflosciati per metà, come lampi nel terreno, saette che attraversano gallerie, le terre d’altura sono state per secoli terre di pascolo e di caccia, luogo di incontro di mute di cani o falchi solitari, che al fischio concordato, tornavano al braccio del padrone, che restava guardingo sul cavallo. Federico II, da qui ci passava spesso. Era uno dei suoi terreni di caccia preferiti. Il promontorio che scorre alla mia destra è il Formicoso, altopiano brullo e ventoso, dove la caccia diventava arte venatoria, corso per la sopravvivenza, luogo in cui si incrociavano addestratori di cani e falconieri esperti. Il mite Federico, questa terra la percorreva in lungo e in largo, beandosi delle delizie della natura, riposando, infine, le sue membra stanche presso il castello di Bisaccia. Oggi, come allora, l’odore dell’origano selvatico, riempie le narici dei profumi delle terre a sud, delle terre di altura e di pascolo; terre abitate da pecore e cristiani, da lupi, tassi e scoiattoli. Terre brulle e amare, terre che o si odiano o si amano.