Perché bisogna andare a votare!

Sta per iniziare una nuova campagna elettorale, che si prospetta dura e cattiva, molto più cattiva delle altre. La diminuzione del numero dei parlamentari ed il fatto che le destre più estreme abbiano ripreso fiato, ci mettono di fronte a scenari non immaginabili prima. L’avanzare di movimenti populisti, come quelli di Orban e di Trump, chiaramente sostenuti dai petroldollari di Putin, ha dato nuova linfa alle destre europee, che sicuramente vengono foraggiate con gli stessi petroldollari russi. Lo so bene che molte persone sono state prese dallo sconforto, negli ultimi tempi, tanto da sostenere di non voler proprio recarsi alle urne, ma state attenti. Non andare a votare significa solo abbassare il quorum sul quale si calcolerá la percentuale dei voti presi. Quindi, non andando a votare, inteso come una sorta di dispetto nei confronti di una sinistra zoppicante, significa solo fortificare ulteriormente la destra. E non parliamo di una destra liberale, come quella di Berlusconi, ma di una destra fascista.

Quindi, tappati il naso e vai a votare. È in ballo la democrazia.

Help… Topo in vista!

Una bella ed interessante recensione di “Storia di un Presidente che si credeva un topo” è apparsa oggi su Art a Part of Culture. Ad maiora!

La Simon & Schuster non deve morire

Stephen King è andato in tribunale a Washington per deporre contro l’acquisizione del suo editore Simon & Schuster da parte della Penguin-Random House, operazione che le darebbe un’influenza gigantesca sui libri pubblicati negli Stati Uniti, dando ai consumatori meno libri tra cui scegliere. «Mi chiamo Stephen King. Sono uno scrittore freelance», cominciava così la sua deposizione che tutti i giornali italiani hanno riportato, ma poi proseguiva dicendo: «Diventa sempre più difficile per gli scrittori trovare abbastanza soldi per vivere». Lui che può pubblicare con chiunque si è preoccupato di lasciare una possibilità agli altri scrittori (già pagati male e costretti a doppi,tripli lavori) opponendosi a un monopolio. La sua deposizione è una lezione contro l’egocentrismo della letteratura: di chi sa che oltre lo stile, le copie vendute e il successo, c’è la responsabilità di preservare un mondo per chi verrà dopo. È anche uno scontro all’interno del partito democratico, l’accordo rappresenta un test fondamentale per la politica antitrust dell’amministrazione Biden e per molti altri ambiti lavorativi: con il governo statunitense – che si oppone a questa fusione ma che incentiva alla concentrazione e alla concorrenza delle imprese – e la Penguin che pubblica gli Obama, Clinton, Grisham e Toni Morrison, mentre dall’altra ci sono metà Springsteen – solo le memorie –Hillary Clinton, Bob Woodward e Walter Isaacson. L’America è piena di queste nazioni a parte – uomini e donne – che ribellandosi la tengono viva. Penso a Larry Flynt su tutti. In più King sembrava uscire da un suo romanzo: potrebbe tranquillamente essere Gordie Lachance, lo scrittore voce narrante di “The Body” in “Different Seasons” – che poi è diventato a cinema “Stand by Me – Ricordo di un’estate” – e stare tenendo fede a una promessa di libertà fatta anni prima in un bosco di Castle Rock a Chris Chambers, Teddy Duchamp e Vern Tessi, ormai fantasmi, e per questo ancora più da rispettare.

(Marco Ciriello)

standWithUkraine

Canzoni ucraine a Minsk, Belarus.

Una ragazza ha cantato le canzoni del gruppo ucraino Okean El’zy in via Zybitskaya,in un bar nel centro della capitale bielorussa.

Oggi sono partiti gli arresti. Non si riesce a mettersi in contatto né con lei, né col proprietario del bar dove si è esibita.

Tecnicamente si chiama dittatura!

La sabbia della Democrazia

Sto con Nancy Pelosi

Nel 2016 andai in visita ufficiale a Taiwan.
5 parlamentari italiani, guidati da Fabrizio Cicchitto, Presidente della Commissione Esteri della Camera.
Incontri con le autorità governative di Taiwan, al più alto livello.
Festeggiavano( e noi con loro) il risultato elettorale, una Presidente donna appena eletta.
Una democrazia viva. Giovane. Forte.

Prima di partire arrivarono proteste pressanti, tese a dissuaderci, da parte dell’ambasciata cinese in Italia.
Durante la visita e dopo, Pechino fece sentire la sua ostilità.
Ora, noi non eravamo presidenti della Camera americana, certo, una dimensione totalmente diversa, ma insomma, le proteste furono forti, ma contenute dentro una dimensione diplomatica.
Ci furono un po’ di diplomatici col broncio.

Ma era successo, in passato, anche a personalità di pari livello della Pelosi.
Newt Gincrich, speaker della Camera prima della Pelosi.
Visita a Taipei e proteste.

Adesso invece se una personalità democratica occidentale va nell’isola( in tutti i sensi) della democrazia orientale, arrivano missili e bombe.

Lo possiamo accettare?
Possiamo accettare che i cinesi, come i russi, gli Xi o i Putin, dittatori violenti, possano regolare, abbiano deciso di regolare, le sorti del mondo con i missili e i carri armati?
Qualcuno, parecchi, parecchie anime belle, pacifisti un tanto al chilo, dicono che la Pelosi non doveva andarci.
Quindi l’Occidente deve accettare una riduzione della propria libertà di movimento perché i dittatori abbaiano?
Cioè, loro dicono alla Pelosi che non può andare a Taipei e la Pelosi non ci va?
Vincono perché noi abbassiamo la testa appena digrignano di denti?
Abbaiano e scappiamo?
Attaccano o minacciano di attaccare paesi liberi e democratici e noi scappiamo?
È questo il mondo che vogliamo?
È questa la libertà che vogliamo?

No. Io sono con Nancy Pelosi.
Che non è scappata. Non ha abbassato la testa.
E ci ha fatto vedere, ancor meglio di prima, cosa sono le dittature.
A noi che stiamo diventando indifferenti alle dittature.
Che non capiamo il salto di livello, nel mondo, di attacco alle democrazia.
Perché stiamo spaparanzati al mare, ormai indifferenti alla democrazia.
Che giustifichiamo Putin e Xi e i violenti dittatori perché siamo diventati ciechi e codardi.

Perché non vediamo la sabbia della democrazia che ci sfugge dalle mani.

Chi non vuol vedere non vede.
Ma Nancy ha fatto vedere qualcosa a chi vuol vedere. Grazie.

(Sergio Pizzolante)

Perché viviamo nella società dei creduloni?

A parlare è Gerald Bronner, sociologo francese, che da anni si occupa dello studio delle fake news e della loro diffusione sul web.
Si tratta di un problema enorme, perché abbiamo tutti gli strumenti per creare una società della conoscenza, ed invece annaspiamo in un mondo di creduloni e complottisti.
C’è una spiegazione scientifica a tutto ciò… Il problema è :  come spiegarlo agli analfabeti funzionali?
“Tutto quello che sta accadendo è la conseguenza del funzionamento ancestrale del nostro cervello di fronte all’ipermodernità del nostro ambiente sociale, e in particolare digitale.

I due fattori sono necessari per capire quello che ci sta accadendo. Uno dei fattori che spiega la diffusione di false informazioni è che queste ultime vanno nel senso delle aspettative intuitive del nostro cervello, appagano quello che ho chiamato l’aspetto oscuro della nostra razionalità.

Per esempio, uno studio pubblicato nella rivista Science ha mostrato che le informazioni false sono sei volte più virali su Twitter rispetto ad informazioni vere. C’è una forte asimmetria in questa concorrenza dell’informazione, e questo è un dramma ! Si sarebbe potuto immaginare che nell’insieme di tutte le rappresentazioni del mondo quelle che avrebbero avuto un vantaggio sarebbero state quelle vere. Avremmo potuto immaginare che fra qualche decina d’anni avremmo potuto dare vita a delle vere e proprie società della conoscenza, perché la conoscenza può diffondersi meglio, ma non è ciò che sta accadendo. In certe situazioni, è la fake news che vince perché può godere del “lazy thinking”, il pensiero pigro.

Tutti gli studi mostrano che la variabile che determina l’affermarsi di queste informazioni è un indebolimento della nostra vigilanza razionale. Siamo tutti dotati di razionalità, ma in alcuni momenti abbassiamo la guardia. La cacofonia dell’informazione contribuisce a far abbassare il nostro livello di vigilanza. Nella maggioranza dei casi, ricerchiamo delle informazioni che vanno nel senso delle nostre credenze. Più informazioni disponibili ci sono, più ne troveremo sicuramente una che va nel senso di quello di ciò che crediamo veramente.

È il paradosso della credulità informativa, più informazioni ci sono, più diventiamo creduloni.”

Fake news, limiti agli influencer e lucidità contro il “lazy thinking”, queste le proposte di Gérald Bronner, sociologo francese.

Una nuova vita per l’abitare

Condivido la bella intervista di Luca M. Possati a Johnny Dotti, pubblicata dall’Osservatore Romano, su un nuovo modo di concepire il rapporto tra essere umano, relazione e casa dal titolo:

Solo la carità racchiude il vero senso dell’abitare.

In numerose lingue, vivere è sinonimo di abitare.
Chiedere “dove vivi?” significa chiedere qual è il luogo dove la tua esistenza quotidiana forma il mondo.
Dimmi come abiti e ti dirò chi sei».
Le parole di Ivan Illich sono forse il modo per sintetizzare al meglio il senso del libro Generare luoghi di vita (Milano, Paoline 2022, pagine 122), un progetto editoriale che nasce dall’esperienza viva di Johnny Dotti e Chiara Nogarotto.
“Generare” luoghi che non siano semplicemente spazi statici, fermi, incapaci di entrare in relazione con l’identità e la vita di chi ci abita, è lo scopo di questo volume, che non è affatto una riflessione teorica sull’abitare e sull’architettura, bensì la testimonianza concreta che un modo diverso di relazionarsi all’abitazione e alla gestione dello spazio è possibile.
Uno modo che non sia dettato esclusivamente dalle logiche del capitalismo selvaggio, che non veda nel profitto e nel consumismo gli unici produttori di significato. «Le nostre forme di abitare sono forme distorte» afferma Dotti, pedagogista e imprenditore sociale che da anni vive in una comunità di famiglie a Carobbio degli Angeli, in provincia di Bergamo. «Sono sempre più schiacciate su forme separative, non su forme che aiutano la generazione di senso e i legami.
Dobbiamo renderci conto del fallimento del modello di welfare che abbiamo».
Le persone abitano il mondo e trovano in esso il loro senso, non stanno in un appartamento controllato da dinamiche speculative e dal mercato.

Da che cosa nasce questo libro?

Una radice importante sono le esperienze che abbiamo fatto nel mondo del welfare, che è diventato il mondo dei servizi per i disabili, gli anziani, i malati di mente, i carcerati.
Avendo ampiamente contribuito alla trasformazione di tanti servizi di ciò che è immaginato come welfare, ovvero una politica inclusiva e non emarginativa delle persone, una politica che cerca di generare una vita buona, ho constatato che il modello di welfare che si fonda esclusivamente sulla moltiplicazione di servizi specialistici è fallimentare.
Il problema che per me è sempre più evidente da almeno una decina d’anni è che le persone hanno bisogno di senso, di legami, e dopo di servizi specialistici.
Il modello consumista della nostra società ha invece trasformato tutto in produzione e consumo.
Gli stessi servizi sociali, i servizi educativi e i servizi assistenziali e sanitari purtroppo sono assimilati in questo grande meccanismo che non genera affatto senso e legami ma soltanto più consumo e più bisogni.
Seguendo questo modello non generiamo l’inizio di vite dignitose, ossia della ricerca di cambiamenti nell’esistenza di ciascuno.
Nella tradizione italiana, che è mediterranea e cattolica, la casa è sempre stata un nido e un nodo, e non un posto blindato dove tu immagini di avere di tutto e di più consumando attraverso dispositivi sempre più tecnologici.
Sono convinto che il Paese non riparte se non riparte la filiera che è sempre stata legata all’edilizia e alla casa, e che è una bella fetta del prodotto interno lordo.
Solo l’uomo abita, mentre gli animali stanno in una tana.
“Dio venne ad abitare in mezzo a noi” dice l’inizio del Vangelo di Giovanni.
L’abitare è la radice dell’esistenza. Aver ridotto l’abitare a un mercato speculativo è un’aberrazione umana.

Questa convinzione si collega anche a una esperienza personale.

Sì, io vivo da trentacinque anni in una comunità di famiglie e ho potuto sperimentare sulla mia pelle e su quella della mia famiglia il grandissimo valore della condivisione e della convivenza.
Non sto parlando delle comuni; bisogna capire la differenza.
Nella mia esperienza ognuno ha i suoi spazi.
I miei modelli sono i nostri paesi, le nostre piazze, le case a ringhiera, le cascine.
Tutti questi modelli includono una dimensione comunitaria, nel senso che il vicino ti riguarda, pur mantenendo ognuno i suoi spazi.
A partire da questa esperienza, insieme ad alcuni amici, abbiamo provato a sviluppare un po’ di progetti.
Abbiamo visto che esistono capacità reali, volontà di cambiamento e di generare spazi nuovi.

Uno dei temi centrali del libro è il rapporto tra la casa e il territorio. Rigenerare la casa significa anche rigenerare il territorio.
Questo va al di là della sfida ecologica.

Certamente.
Rigenerare la casa significa rigenerare anche il territorio e le sue tradizioni.
Le tradizioni sono i principi costitutivi che permettono di generazione in generazione di realizzare l’umanità del mondo.
L’innovazione è sempre una genesi, mai una nascita dal nulla.
Questo è particolarmente visibile in Italia.
Perché in Italia ogni piazza è diversa dall’altra?
La piazza è sempre stata un elemento costitutivo della nostra tradizione perché fa parte integrante del genius loci, cioè una specificità del posto, una sua unicità.
Il capitalismo ha invece eroso questa specificità e proprio per questo ha eliminato l’abitare.
Il capitalismo è nichilista: tende a standardizzare e riprodurre allo stesso modo.
L’abitare invece richiede un esserci originale, specifico, particolare.

Quali iniziative sono nate da questo progetto?

Sono in corso molte iniziative in alcune zone d’Italia dove, in modi diversi, sono coinvolte le famiglie che acquistano case o le affittano, le istituzioni, etc.
Un esempio concreto è il progetto abitativo Generavivo a Bergamo che è sorto sul terreno dove doveva esserci una casa di riposo.
Oggi è un’esperienza in corso dove quaranta famiglie — ne mancano una decina, ma so che arriveranno — hanno investito nell’idea che il vicino li riguarda.
E quindi non comprano una casa intesa come appartamento, ma comprano un luogo che li vede in relazione con gli altri.
Hanno spazi in comune, hanno deciso di fare una comunità energetica, ci sarà inoltre un gruppo di acquisto solidale in collaborazione con alcuni contadini.
A me interessa una visione comunitaria e orizzontale tra diversi, non immunitaria e chiusa tra uguali.

Qual è stata la reazione della politica locale a questi progetti?

Qualche politico, in maniera intelligente, capisce che questa è una via di sostenibilità per le città e che sarà un rimedio per il futuro.
Come faremo nei prossimi anni quando la maggior parte della popolazione avrà superato i 65 anni?
Ci sono persone sensibili a questi temi.

Qual è il ruolo della spiritualità e della fede in questo progetto?

Si può parlare di comunità in tanti modi diversi.
L’uomo ha bisogno di spiritualità, e soprattutto di spiritualità concreta, ossia di spazi e di tempi di silenzio, di vuoto.
Abbiamo bisogno di modalità linguistiche diverse come la musica, l’arte, la poesia, la letteratura.
Tutti questi progetti hanno alle spalle un grande spazio di spiritualità, anche intesa in modo laico.
Ogni luogo, ogni comunità la declina secondo le sue modalità.
Spiritualità vuole dire non rimuovere la morte dalla propria vita.
È uno spazio esistente nell’invisibile.
Nei nostri progetti ci sono tante persone di religione diverse: cristiani che vivono con buddisti o con atei alla ricerca comune di un senso.
Questa è la premessa della fraternità.
La fraternità è sempre tra diversi, mai tra uguali.

Un altro problema chiave è la città. Oggi assistiamo a una crisi generale delle città.

Esistono oggi enclave di ricchi che si costruiscono delle sorte di piccole comunità separate dal resto della città.
Sono comunità chiuse, il cui unico obiettivo è quello di proteggere la ricchezza.
Il nuovo modello abitativo che proponiamo si oppone a questa visione e cerca di essere più vicino alla città, più integrato nel territorio.
Nella stessa pianificazione dei nostri progetti ragioniamo con le parrocchie, con i comitati di quartiere e con le istituzioni locali.
Cerchiamo il coinvolgimento pieno anche dei soggetti del terzo settore, cooperative sociali e associazioni, che vogliono far parte di questi progetti e spesso sono mezzi di collegamento importanti.
In alcuni progetti poi cerchiamo di coinvolgere anche gli studenti.
La carità è il vero motivo ispiratore, questo è il punto fondamentale per noi.
La genialità del cristianesimo in termini di carità deve saper dire qualcosa alla modernità.
Le tradizionali forme di assistenza prodotte dal mondo contemporaneo sono a volte molto pericolose diaboliche.
Abbiamo bisogno di tornare a riscoprire la carità.

Il Portiere… Ti piace il titolo?

Il Portiere è più che un semplice libro. È uno stato d’animo, uno spaccato della società attuale, una carrellata di personaggi: di alcuni ti innamorerai, altri li odierai. Ma la letteratura è fatta così, c’è il mondo dentro, con tutti i suoi sentimenti, amori, odio, senza mezze misure. Da leggere tutto d’un fiato…. Anche in vacanza.

Una riflessione per i cosiddetti benpensanti

Questa è la foto di Gorbaciov che passa in auto davanti al muro di Berlino, apparsa su Vogue, sul sedile di fianco una borsa di LV. L’autrice della foto è sempre la stessa del servizio ai Zelensky e nessuno all’epoca osò attaccarlo per la pubblicità a LV. Chiaramente lo fa una donna e tutti corrono ad azzannarla.
Solo che:

Cominiciamo con il fatto che la Zelensky nelle foto non indossa un solo abito con griffe famosa, sono abiti di stilisti ucraini e questo ha enorme significato e, se non si è in grado di capirlo, il limite è di chi non capisce, non del messaggio. Se si leggesse anche l’articolo cui le foto sono collegate, si capirebbe che è permeato da speranza e fiducia nelle possibilità dell’Ucraina di vincere e rialzarsi.

Proseguiamo con il fatto che la Zelenska si è fatta ritrarre circondata da soldatesse e non da soldati: altro messaggio forte perché assegna alle donne un ruolo attivo e non più passivo, quello di madri da difendere, come nella narrazione tradizionale.

Poi ancora, se si guardano
la sua espressione e quella del marito, ci si rende conto che non sono foto patinate, fatte per pubblicizzare un brand, ma sono foto per tenere viva l’attenzione sulla guerra Ucraina andando nei luoghi dove noi pigri occidentali siamo tornati nel frattempo, esaurita la novità della guerra: le riviste patinate. Quei visi ci inchiodano alla nostra responsabilità, noi che abbiamo coccolato per decenni Putin credendolo un presidente democratico mentre è un dittatore e ci ‘invita’ a darci da fare per aiutare il popolo ucraino.

Se si resta alla superficie delle cose è perché lo si vuole per precisi motivi ideologici, altrimenti si andrebbe oltre, magari leggendo anche l’articolo, perché le foto a quello fanno riferimento (ma gli italiani sono bravissimi ad emettere giudizi e farsi idee solo dai titoli, sia mai che leggano più di due righe). Tra l’altro nell’articolo si piega anche come mai la Zelenska indossa proprio quegli abiti (i pantaloni color ruggine richiamano i carrarmati russi che stanno invadendo il suo paese, ad esempio).
Le foto scattate, poi, saranno state parecchie e, tra queste, Vogue avrà scelto quelle che più si addicevano al taglio della rivista.
Imbarazzanti i commenti di critica da parte di difensori del proletariato (!) vecchio stampo, che faticano a stare al passo col mondo della comunicazione moderno.

Federigo Argentieri

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