Da Roma all’Irpinia

Come diceva il proverbio antico: tutte le strade portano a Roma. Ciò non toglie che io continui a sentirmi irpino e che la maggior parte dei miei scritti e dei miei articoli parlino del mio territorio, parlino di resilienza, di restanza, e, come spesso dice la mia amica Rosa Bianco, di meridionalismo. Tra l’altro, Rosa legge spesso le mie sfumature, accostandomi talvolta a Pavese, talvolta a Calvino, fino a Pasolini e ultimamente anche a D’Annunzio. In realtà io mi sento solo me stesso, cercando di mettere in evidenza, per quanto possibile, gli aspetti positivi di una terra meravigliosa, che ha tante potenzialità inesplorate, che spesso rientra nelle cronache per lo spopolamento dei piccoli borghi, il cui fenomeno, a mio avviso, rientra pienamente nel normale andamento storico e ciclico delle cose. Vi lascio un link qui sotto, attraverso il quale potrete leggere il mio pensiero a riguardo:

L’inaffondabile alla Camera dei Deputati

L’inaffondabile approda in Camera dei Deputati. Una bellissima esperienza, con un gruppo d’attacco di tutto rispetto: Giuseppe Ballistreri, Presidente della Lega Navale di Riposto, il mio editore Pietro Graus, l’onorevole Simone Billi e il coautore del libro Attilio D’Arielli, ed ovviamente Io. Un grazie anche a chi era presente, venendo da diverse parti d’Italia. È stata davvero una bellissima esperienza. Finalmente la prima esperienza istituzionale in Italia.

Viaggio a Sud

C’è chi dal Sud se n’è andato, chi è ritornato, ma anche chi non se n’è mai andato, perché se una terra non ha niente, vuol dire che c’è tutto da costruire. Ps: non è vero che non c’è niente, perché abbiamo il mare, le montagne, tanti cervelli e voglia di fare.

Limbo

C’è un limbo sottile, che copre il passaggio tra il visibile e l’invisibile. Un unico grande luogo, disteso sopra colli e mari, posto al limitare del mondo, come chiusura da colui che sa essere il sigillo delle passioni e delle virtù del cosmo. Dall’alto della sua postura, dopo aver pasteggiato con cibi preziosi, e sorseggiato vini da calici di onice, alita su ciò che resta del nostro mondo. E le colline disadorne di vegetazione si mettono in marcia verso i confini del tempo, stringendo al ventre la terra madre di tutte le creature. Gli Dei, scontrosi al primo impatto, accecati dal bagliore della luce, scagliano dardi di grano, che raggiungono i fedeli del tempio, raccolti in preghiera, stretti come i silenzi nel ventre della terra. “Giustizia per i giusti”, gridò, il Dio della luce, parlando con voce roca, dall’alto dei suoi giorni. Il trono tremò per un istante, e mille insetti invasero la sala, il limbo sottile fu divorato in pochi istanti. Sciolto il velo brumoso che ricopriva il mondo, ciò che apparve fu oggetto di meraviglia. Piansero i serpenti e i curanderi, le vacche sacre si spinsero oltre i confini terreni, gli sciamani ballarono a lungo. I colli e i monti furono visibili ad occhio nudo. Il creato era salvo. 

Al Gren

Ci sono serate che ti restano nel cuore e questa è una di quelle. Più che un convegno o una presentazione, è stato un soliloquio di oltre un’ora e mezza. Alla fine erano tutti entusiasti e su di giri. L’unico stanco ero io. Le serate al GREN di Napoli, hanno sempre il gusto della cultura, quella vera, del viaggio, della condivisione, che scaturisce dal profondo. Ringrazio ancora Aldo per l’invito e per la bella ospitalità.

I paesi

I paesi respirano come respira il cuore della terra, si allargano, si stringono, poi emettono uno sbuffo di vapore, infine inspirano ancora.  Non c’è nulla di strano in tutto ciò , è solo il respiro della terra. Spesso le case sono vuote. Vuol dire che chi le abitava è andato via: a volte si va via per piacere, per lavoro, spesso si va via per forza, con la chiamata dell’altissimo. Le case dell’inedia si rompono e per rimetterle in piedi ci vuole fatica e sudore. Oggi, le grida dei bambini sembrano un ricordo lontano e i paesi si sono trasformati in culle per anziane signore, che in una strana involuzione del destino ritornano a indossare i panni dell’infanzia, e questa volta, senza più memoria. 

Non è stato sempre così: un tempo c’era un bambino per ogni giovane donna e un cane per ogni bambino. C’erano intere generazioni affollate in una casa. I gatti amoreggiavano sotto ai lampioni dalla luce gialla, mentre la ragazza lasciava all’angolo gli avanzi della casa. Il macellaio sbuffava per il troppo lavoro e il contadino alleggeriva le giornate con un buon bicchiere di vino e un pezzo di formaggio. Le vacche erano all’angolo delle strade e le case in pietra erano il perimetro di viali alberati, pieni di sedie e di voci. 

Ma anche gli alberi, ogni tanto, perdono le foglie.

Così i paesi si spogliano piano piano, restano le case vuote come gusci, le strade silenziose come orfani.

Non c’è nulla di strano in tutto ciò:

è solo il respiro della terra, che fa posto al silenzio, per poi, forse, un giorno, ricominciare.

Nel nome della cultura della dieta mediterranea

Nella seconda serata della due giorni dedicata ai quindici anni della dieta mediterranea, si parla di cultura, di storia, di poesia. Lo faremo tra poco con la giornalista Rosa Bianco, il poeta Mimmo Cipriano, o scrittore Federico Curci, la poetessa Agostina Spagnuolo, il dott Rocco Fusco, il dott Pasquale Luca Nacca, Francesco Finizio doctor chef, in collegamento da New York Frank Iovine.

L’autunno a Masticadores

Ed eccoci qua: ancora su masticadores.it, la piattaforma internazionale che tratta di arte e cultura. Oggi ci sono con uno scritto sul valore dell’autunno, almeno quello delle mie parti. Leggetelo al link qui sotto:

Quarantacinque anni dal grande terremoto dell’Irpinia

Come ogni sabato, trovate il mio pezzo sul Corriere dell’Irpinia. Questa settimana parlerò del terremoto del 1980, che colpì soprattutto la zona dell’alta Irpinia, costituendo un vero e proprio spartiacque tra quello che era stato prima di quella data e quello che sarebbe stato dopo. Un racconto fatto a tre voci, da tre diversi punti di vista e in tre luoghi simbolo di quella data. Buona lettura.

Che uomo sceglieresti?

Che poi, a pensarci bene, io non sono un uomo di mare, ma neppure di montagna. Mi potrei definire meglio come un uomo di collina. Ecco. Questa potrebbe essere la definizione più corretta. Giuseppe Tecce, scrittore, uomo di collina e cantore dei piccoli borghi. Così va bene.