Tramonti Occidentali

Immaginate il fascino senza tempo del Mediterraneo, con i suoi tramonti che dipingono il cielo di sfumature incredibili. Ora, immaginate il mio nuovo romanzo, “Tramonti Occidentali”, che cattura proprio l’essenza di questi momenti magici, facendo il suo debutto in un contesto altrettanto magico.

Il mio caro editore, Pietro Graus, si trova attualmente a bordo della nave da crociera Costa Crociere, che oggi ha fatto scalo a San Remo, proprio in concomitanza con l’inizio del festival. Ma c’è di più: ieri, Pietro ha presentato un’iniziativa importante della casa editrice Graus, portando con sé una sorpresa molto gradita per me (e spero anche per voi!).

Tenetevi forte: la prima copia di “Tramonti Occidentali” è con lui, facendo non solo il giro del Mediterraneo ma anche assistendo ai famosi tramonti occidentali che hanno ispirato le pagine del romanzo. Sì, avete capito bene: il mio libro sta letteralmente seguendo il percorso dei suoi protagonisti, avvolto nella bellezza e nell’atmosfera unica che solo il nostro mare può offrire.

Questa avventura simbolica è un modo per farvi sentire ancora più vicini alla storia che sto per raccontarvi, una storia che spero possa toccare i vostri cuori come ha toccato il mio. “Tramonti Occidentali” uscirà ufficialmente il 24 febbraio, ma sapere che sta già viaggiando, osservando i tramonti del mediterraneo, mi riempie di un’emozione indescrivibile.

Non vedo l’ora che “Tramonti Occidentali” possa essere nelle vostre mani, per condividere insieme la magia di questi tramonti che non smettono mai di stupirci.

E se avesse ragione lui?

Sull’intelligenza artificiale dice Noam Chomsky:
“La mente umana non è, come ChatGPT e i suoi simili, una macchina statistica e golosa di centinaia di terabyte di dati per ottenere la risposta più plausibile a una conversazione o la più probabile a una domanda scientifica”.
Al contrario… “la mente umana è un sistema sorprendentemente efficiente ed elegante che opera con una quantità limitata di informazioni. Non cerca di danneggiare le correlazioni dai dati, ma cerca di creare spiegazioni. […] ]

Smettiamola di chiamarla allora “Intelligenza Artificiale” e chiamiamola per quello che è e fa un “software di plagio” perché “Non crea nulla, ma copia opere esistenti, di artisti esistenti, modificandole abbastanza da sfuggire alle leggi sul copyright.
Questo è il più grande furto di proprietà intellettuale mai registrato da quando i coloni europei sono arrivati nelle terre dei nativi americani. “

Noam Chomsky, New York Times – 8 marzo 2023

‘A juta de’ femmenielli

I’ so’ ‘a cchiù brutt’ ‘e tutte ‘e ssòre meie, me n’aggi’ ‘a j’ tanto luntano ca m’hânno veni’ a truva’.

Così la Madonna di Montevergine, una delle sei Madonne sorelle che volle andarsene sul monte Partenio, considerandosi rispetto alle altre ‘a cchiù brutta pecchè nera. Nera come le donne costrette a lavorare sotto al sole nei campi. Nera come una schiava, da cui l’appellativo di Mamma Schiavona. Nera come le Madonne di matrice orientale. Come la vergine Hodigitria, patrona di Costantinopoli. Nera di quella nerezza nei paesi cattolici associata agli inferi, all’occulto, alla magia.

Ebbene, quell’ascesa al monte Partenio compiuta dalla Madonna, da secoli è la medesima che i suoi devoti replicano su quel massiccio montuoso più volte l’anno. Si tratta della cosiddetta juta che si svolgeva e tuttora si svolge a maggio, a settembre e a febbraio lungo itinerari prefissati sia per l’andata sia per il ritorno, scanditi da luoghi di sosta per ricordare la salita della Madonna al monte. Vi sarebbe addirittura ancora un sasso sul quale ella si sarebbe seduta per riposare. Juta punteggiata da canti sul tamburo conclusi da canti “a distesa” secondo lo stile dei richiami dei venditori napoletani.

Secondo una leggenda medievale, nel 1256 proprio su quel monte sarebbe accaduto un fatto altrettanto eccezionale. Commossa dall’amore di due omosessuali incatenati per punizione sul Partenio a lei sacro e condannati a morire di freddo o sbranati dai lupi, la Madonna li avrebbe salvati riscaldandoli con la sua luce.

Il pellegrinaggio che si tiene nel giorno della Candelora verso il Partenio, dove sin dall’età arcaica era attestata la presenza di culti dedicati a divinità femminili o dai forti contenuti ambivalenti come la dea Cibele o l’androgina Mefite o Mefito, viene ricordato come la juta dei femminielli laddove il termine femminiello sta ad indicare un uomo che negli atteggiamenti, nell’abbigliamento e nelle scelte sessuali assume i caratteri identitari femminili. E ogni 2 febbraio il rinnovarsi del ringraziamento alla Vergine per quel miracolo d’inverno trova nelle tammurriate e danze dei pellegrini il suo acme prioritario.

Il Blót d’autunno in “Ljuba senza scarpe”

Così in Ljuba senza scarpe:

“Ljuba scese dall’albero, sul quale era salito per avvistare qualcosa , decisamente a proprio agio con i piedi nudi che usava imitando il modo delle scimmie.

Dobbiamo raggiungere il gruppo per compiere i riti per Freyja nel blót d’autunno, disse rivolgendosi ai tre rimasti ai pedi dell’albero. Dobbiamo affrettarci per vivere in pace e propiziarci la stagione del lungo inverno”.

Il Blót d’Autunno è un affascinante rituale dalle radici antiche, praticato nelle culture del Nord Europa, in particolare tra i popoli germanici e vichinghi. Facendo riferimento al mio romanzo “Ljuba senza scarpe”, si è evidenziata la necessità di approfondire questa pratica e di esplorare possibili collegamenti con riti simili nel Mediterraneo. Il termine “Blót” deriva dalle lingue antico norreno e inglese antico, o anche “geblōt” in inglese antico. Si riferisce a cerimonie religiose all’interno del paganesimo germanico, in cui avveniva il sacrificio e l’offerta di un animale a una divinità, seguiti dalla cottura e dal consumo condiviso della sua carne. Il Blót era un atto rituale dedicato agli dei, solitamente mediante l’uccisione di animali, in particolare di maiali e cavalli. Durante la cerimonia, il sangue degli animali sacrificati veniva raccolto in ciotole e poi spruzzato sugli altari, sulle pareti e sui partecipanti utilizzando ramoscelli. Si riteneva che il sangue avesse poteri speciali. Il cibo veniva cucinato in grandi forni di terra, sia all’interno che all’esterno delle abitazioni, e il pasto consumato durante questi eventi veniva considerato un atto di condivisione con gli dei e gli elfi. Durante il Blót, venivano anche effettuati brindisi in onore degli dei, come Óðinn, Njörd e Freyr, per ottenere vittoria, prosperità e pace. Di solito, il Blót veniva ospitato nelle dimore dei magnati, dove i contadini della zona si riunivano per adorare gli dei attraverso un grande sacrificio. Queste cerimonie rappresentavano anche un modo per i magnati di mostrare la propria ricchezza e il proprio potere, fornendo cibo e bevande a tutti i partecipanti. Con l’avvento del Cristianesimo, il potere religioso venne trasferito alla Chiesa e le celebrazioni del Blót persero gradualmente importanza. I riti sacrificali dei Vichinghi variavano dalle grandi feste nelle sale dei magnati alle offerte di armi, gioielli e utensili nei laghi. Le fonti letterarie testimoniano anche la presenza di sacrifici umani, sebbene questo sia un argomento ancora oggetto di dibattito tra gli studiosi. Il Blót prevedeva quattro date fisse all’anno: il solstizio d’inverno, l’equinozio di primavera, il solstizio d’estate e l’equinozio d’autunno. Il Blót d’autunno si svolgeva a metà ottobre ed era un momento sacro in cui si pregava per un anno prospero e pacifico, chiedendo fertilità, buona salute e armonia tra le persone e gli dei. Il Blót più importante era quello del solstizio d’inverno o Yule, dedicato principalmente a Freyr, e la tradizione del “prosciutto di Natale” (originariamente un maiale sacrificato in onore di Freyr) continua a essere una tradizione importante e ben conservata in Scandinavia. Per quanto riguarda possibili collegamenti con le civiltà del Mediterraneo, non esistono informazioni specifiche che suggeriscano un legame diretto tra il Blót d’Autunno e riti simili del Mediterraneo. Tuttavia, è interessante notare che l’idea di sacrifici rituali e celebrazioni stagionali è comune a molte culture antiche, e potrebbero esistere parallelismi tematici o simbolici. Esaminando le somiglianze tra il Blót d’Autunno e i falò autunnali praticati in Italia, in particolare in Irpinia, emergono interessanti connessioni culturali e spirituali. Il Blót d’Autunno nelle culture del Nord Europa era un rituale che coinvolgeva il sacrificio di animali, la distribuzione del sangue sugli altari e sui partecipanti, e il consumo condiviso della carne. Questo rito rappresentava un momento di unione con gli dei e con la comunità, un’occasione per rinnovare la speranza e chiedere benessere e protezione per il futuro. In Irpinia, la tradizione dei falò ha radici profonde e si lega sia a momenti sacri che profani. Durante queste celebrazioni, come ad esempio la Notte dei Falò del periodo dell’avvento, vengono accesi grandi fuochi come elementi purificatori e rinnovatori. Questa festa rappresenta anche un momento di unione comunitaria, in cui le persone si riuniscono attorno al fuoco, condividendo cibo, musica e danze popolari. La tradizione dei falò in Irpinia è strettamente legata ad alcune figure di santi, tra cui Sant’Antonio Abate, protettore degli animali e della comunità contadina. Secondo la leggenda, Sant’Antonio Abate avrebbe sconfitto il demonio per salvare le anime. Anche in questo caso, il fuoco assume una dimensione simbolica di luce, calore e protezione. Entrambe le tradizioni, sebbene appartenenti a contesti culturali diversi, condividono l’elemento del fuoco come simbolo di purificazione, rinnovamento e unione. Il fuoco, sia nel Blót che nei falò autunnali italiani, rappresenta un momento di transizione e rinnovamento, un’occasione per la comunità di riunirsi e condividere speranze e preghiere per il futuro. L’aspetto comunitario e rituale è fondamentale in entrambe le pratiche, sottolineando l’importanza delle radici culturali e delle tradizioni nella costruzione dell’identità di un popolo. In conclusione, il Blót d’Autunno è un rituale affascinante e complesso che ha caratterizzato le culture del Nord Europa antico.

Blót d’autunno

Nulla è come appare. Con Pietro Graus in giro per Benevento

Quando il tuo editore Pietro Graus si aggira per le strade soleggiate della tua città, accompagnato da buona parte della squadra della Graus Edizioni, vuol dire che qualcosa bolle in pentola.
Ed effettivamente ci sono tante novità che stanno per accadere e che, per ora, non vi posso svelare.
Ma sappiate che nulla è come sembra e che ci sono novità grandi in arrivo. Bisogna saper attendere.
Un bacio.

Una inattesa attestazione di gratitudine

Oggi ho ricevuto, da Вадім Мельник, notizia di un riconoscimento che mi ha profondamente toccato, che sta arrivando direttamente dall’Ucraina. È un gesto che mi fa riflettere sull’importanza delle azioni umanitarie e sulla solidarietà internazionale.
Nel ricevere questo attestato di gratitudine, mi sento onorato e, in qualche modo, mi hanno fatto sentire come Schindler, un Giusto tra le Nazioni. Tuttavia, voglio sottolineare che il mio contributo verso il popolo ucraino è un atto spontaneo e disinteressato, mosso da un profondo senso di giustizia e dal rispetto per la dignità umana.
L’Ucraina, una terra di bellezza indescrivibile, ha dimostrato al mondo intero la forza e la coesione di un popolo che sa che il proprio destino è nelle proprie mani. Il mio sostegno continuerà, piccolo ma costante, nell’affermazione che l’onore appartiene all’Ucraina e al suo valoroso popolo.

“Uniti siamo forti. Insieme verso la vittoria! Gloria all’Ucraina!”

Gli Squacqualacchiun di Teora

Queste figure antiche , primitive e grottesche , che ricordano, per certi versi, i Mamuntones della Sardegna, indossano un costume composto da un sacco di tela con una giacca stinta messa a rovescio. Il loro viso è coperto da un cappuccio che funge da maschera e che lascia intravedere solo gli occhi.
Gli Squacqualacchiun è un termine che potrebbe derivare dalla voce dialettale squacquarat che significa trasandato.
Il rituale si ricollega al mondo pagano , come i Baccanali , il culto di Dionisio e delle divinità dei boschi , e per questo rappresentano un momento di ebbrezza , di gioia , di evasione , di libertà.
Gli Squacqualacchiun improvvisano una danza prima intorno a lu Pagliar (il Falò) e poi intorno alla fontana, compiendo il loro rito Magico .

Quanti libri bisogna avere in casa?

È sciocco pensare che si debbano leggere tutti i libri che si comprano, come è sciocco criticare chi compra più libri di quanti ne potrà mai leggere.
Sarebbe come dire che bisogna usare tutte le posate o i bicchieri o i cacciavite o le punte del trapano che si sono comprate, prima di comprarne di nuove.
Nella vita ci sono cose di cui occorre avere sempre una scorta abbondante, anche se ne useremo solo una minima parte.
Se, per esempio, consideriamo i libri come medicine, si capisce che in casa è bene averne molti invece che pochi: quando ci si vuole sentire meglio, allora si va verso “l’armadietto delle medicine” e si sceglie un libro. Non uno a caso, ma il libro giusto per quel momento.
Ecco perché occorre averne sempre una nutrita scelta!
Chi compra un solo libro, legge solo quello e poi se ne sbarazza, semplicemente applica ai libri la mentalità consumista, ovvero li considera un prodotto di consumo, una merce.
Chi ama i libri sa che il libro è tutto fuorché una merce.

(Umberto Eco)

La divinazione runica

Nel testo del mio libro “ Ljuba senza scarpe”, leggiamo: “Era una perfetta mattina di primavera inoltrata, quando Ljuba tirò fuori dal sacchetto di iuta dal colore della carta da zucchero, due rune, rispettivamente la Fehu e la Ansuz.

L’evento lo meravigliò e lo scosse … Pur conoscendone perfettamente  il significato allungò il braccio verso la parte bassa di un comodino che era proprio di fianco al letto, tirandone fuori un libricino , piuttosto malmesso, riportante il significato e gli scopi magici delle rune.

Le due rune riportavano segni simili ed apparentemente opposti. La prima assomigliava ad una F con i due tratti orizzontali rivolti a 45 gradi verso l’alto, la seconda assomigliava alla stessa F ma con i due tagli orizzontali rivolti a 45 gradi verso il basso.

Scorse rapidamente le prime pagine contenenti la prefazione e la storia delle rune, passando subito al capitolo dedicato al significato delle stesse.

Le rune di cui Ljuba si serviva non erano quelle dell’alfabeto celtico, ma quelle più recenti dell’alfabeto scandinavo detto del futhark, composto da 24 rune”.

Dunque è chiaro, da questi pochi versi, che vengono poi esplosi in tanti altri dettagli, che Ljuba sapesse maneggiare l’arte della divinazione runica, cioè la divinazione fatta attraverso le rune.

Nasce spontanea la domanda, a questo punto, e per chi non fosse avvezzo a tali pratiche, su cosa siano le rune.

Le rune sono i segni di un antichissimo alfabeto germanico, utilizzate sia per scrivere che per divinare il futuro.

L’alfabeto runico, originariamente diffuso nell’intera regione germanica, si estese progressivamente verso il nord, abbracciando l’area scandinava. In particolare in Svezia, queste rune rimasero in uso fino a periodi storici più recenti. Per i Vichinghi, gli antichi popoli di queste terre, le rune avevano un carattere sacro e divino, impiegate in circostanze eccezionali come l’ornamento di navi e spade e nella marcatura di oggetti legati al commercio, a scopo di protezione e difesa da varie minacce. Riguardo a questa antica pratica divinatoria, i dettagli certi sono scarsi: la data e il luogo esatti della loro origine sono incerti, tuttavia è noto che questi simboli erano conosciuti e utilizzati in Svezia già nell’età del Bronzo, intorno al 1300 a.C., usati come un alfabeto scritto per redigere documenti ufficiali e per comporre testi poetici e prosaici legati alle divinità solari. È inoltre documentato che le rune furono impiegate fino al Medioevo, periodo in cui erano ancora utilizzate dalle comunità islandesi.

Prima che i Germani adottassero una forma scritta propria, si avvalsero di simboli già in uso nelle culture scandinave, conosciuti come RUNE, termine derivato dal gotico Runa, che significa “segreto, enigma”. Questi simboli presto divennero strumenti per divinazioni, invocazioni e rituali, aumentando così la loro rilevanza e diffusione. Furono incisi su vari oggetti come coppe cerimoniali, amuleti ritualistici, armamenti guerrieri e prue delle navi vichinghe.

Le rune trovavano largo impiego anche nei memoriali per i defunti, con steli erette in loro onore. Su queste venivano scolpiti racconti delle gesta eroiche e auspici per attrarre protezione e guida nell’aldilà per l’anima del defunto. La capacità di interpretare le rune era molto valutata, conferendo onore, ricchezza e grande stima a chi ne possedeva la conoscenza, soprattutto in momenti di necessità.

Nel mondo vichingo e teutonico, gli esperti delle Rune, spesso donne, erano simultaneamente venerati, festeggiati, accolti e temuti. Questi praticanti sciamanici, presenze costanti nelle comunità tribali, portavano sempre con loro un sacchetto contenente ciottoli incisi su un lato con rune. Durante le consultazioni, a seguito di una domanda posta dal capo del clan, estraevano le pietre dal sacchetto, interpretando solo quelle con i simboli rivolti verso l’alto. Tale pratica divinatoria era comune soprattutto prima delle battaglie, momento in cui i guerrieri incidevano simboli propizi sulla loro armatura. Tra i molteplici significati dei segni runici, il più diffuso è “liberare il guerriero dello spirito”.

Le informazioni dello storico romano Tacito ci permettono di affermare che tali simboli e metodi interpretativi erano conosciuti in tutta Europa già nel primo secolo d.C.

All’epoca, le Rune erano una presenza costante nella vita di guerrieri, commercianti e religiosi, portando a un aumento della loro fama e comprensione. Questo portò alla necessità di un alfabeto unificato, riconosciuto da tutti, il “Futhark”, con 24 rune suddivise in tre gruppi di 8 simboli ciascuno. Ogni gruppo era nominato in onore di una divinità principale, riflettendo la credenza nelle speciali potenze dei numeri 8 e 3.

Nell’evoluzione dell’alfabeto runico all’interno della cultura vichinga svedese, il numero di simboli si ridusse a 16, persistendo in questa forma fino al VII secolo. Questo cambiò con l’arrivo della lingua latina e del suo alfabeto, che portarono alla graduale scomparsa delle rune. Successivamente, gli Anglo-Sassoni espansero l’alfabeto runico a 33 caratteri, introducendo anche la Runa Mistica, un simbolo privo di incisioni che rappresentava l’ineffabile e l’ignoto aspetto del divino. La caratteristica forma squadrata delle rune deriva dal materiale su cui venivano incise, prevalentemente pietra e roccia, che non consentiva la realizzazione di disegni morbidi o curvi a causa della loro durezza.

La magia di Ljuba la trovi ai seguenti link.

Graus Edizioni: https://www.grausedizioni.it/prodotto/ljuba-senza-scarpe/

Amazon: https://www.amazon.it/Ljuba-Senza-scarpe-Giuseppe-Tecce/dp/8883469542

Seguirà, poi un approfondimento sui singoli simboli delle rune e sul loro significato nella divinazione.

Divinazione runica

I tappeti sciolti di Amhed

L’artista azero 41enne Faig Amhed realizza tappeti storti che danno l’illusione di sciogliersi. Una tecnica complessa per un risultato incredibile.