La storia del topo che diventò tedesco

Cinque anni fa, o poco più, usciva in Italia “Storia di un Presidenteche si credeva un Topo”, un libro esilarante che raccontava la pandemia vista attraverso gli occhi di un Presidente di una cooperativa, che, all’improvviso, si ritrovava ad essere un topo.
Cinque anni dopo esce, grazie alla caparbietà di Maurizio Del Greco, la prima edizione tradotta in lingua tedesca, magnificamente tradotto da Patrizia Pili. Purtroppo l’edizione italiana non è più disponibile, ma stiamo lavorando su una seconda edizione, che dovrebbe uscire già nel 2026.
Quindi, per ora, accontentatevi solo della versione in tedesco.

L’inaffondabile va a Sanremo

Il libro “L’inaffondabile”, scritto a quattro mani con Attilio D’Arielli, é stato selezionato per partecipare a “Sanremo Writers”, presso Casa Sanremo, durante lo svolgimento del più famoso Festival di Sanremo. Ci sarò io a Sanremo a parlare del libro con i giornalisti di RaiPlay. Quindi, per questo, ci vedremo dal 24 Febbraio in poi.

Antonio Caggiano

Che personaggio l’ingegnere Antonio Caggiano delle Cantine Caggiano di Taurasi. Un personaggio che sembra uscito dalla penna di uno scrittore. Un artista a tutto tondo, dalla fotografia, alle arti figurative, alla scrittura. Amante della vita in tutte le sue forme, soprattutto di quelle femminili. Un personaggio di cui sentirete molto parlare.

I riti del fuoco

Riti di purificazione.

Tutto il periodo dell’avvento è un susseguirsi di feste e di riti che affondano le loro radici nel paganesimo. Così il 6 di dicembre si festeggia San Nicola, l’8 di dicembre è l’Immacolata Concezione , fino ad arrivare al 13 dicembre che è il giorno di Santa Lucia. Per farti capire l’importanza di queste feste devo , innanzitutto, spiegarti che si tratta di riti antichissimi legati alla civiltà contadina e al lento trascorrere delle stagioni. Questa è la parte dell’anno in cui le giornate si accorciano sempre più , quando la luce , generatrice della natura, diminuisce a tal punto che il tempo della notte supera di gran lunga quello del giorno. Noi sappiamo che ciò accade nel giorno del solstizio d’inverno, che cade verso il 22 di dicembre , ma per le antiche popolazioni contadine non era così, ed il giorno più breve dell’anno coincideva con quello di Santa Lucia. Così già a partire dal giorno di San Nicola iniziavano i riti che dovevano propiziare il ritorno alla luce e alla fertilità dei campi. In certi paesi , il giorno di San Nicola si porta in processione un sacchetto di grano come buon auspicio per la prossima raccolta. Ma la tradizione che maggiormente caratterizza le nostre terre è quella dei falò.
I falò oscillano tra sacro e profano , ed alcuni riti e tradizioni collegati al fuoco , affondano le loro radici addirittura nel periodo precristiano, trasmettendosi, successivamente, ai riti di fede cristiana.
Si tratta di riti di origine pagana che celebravano il fuoco ed il calore nella parte più fredda dell’anno, e la forza della fiamma che rappresentava la purificazione e la luce nelle notti più lunghe dell’anno , quando il ruolo del fuoco era considerato primario sia come elemento purificatorio che come buon auspicio per il futuro.
C’è stato un tempo in cui le nostre terre non conoscevano ancora il fenomeno della desertificazione e le terre di mezzo erano popolate , molto più di adesso, e allora in ogni paese, in ogni quartiere, in ogni rione si accendeva un falò e così tutta la dorsale appenninica dell’alta Irpinia era costellata da puntini luminosi , simboli di fratellanza , di buon augurio per un futuro migliore e allora tutta la terra diveniva comunità. Era il tempo in cui lo spirito comunitario era forte, accomunato nello sforzo di una vita dura nei campi e di un clima sempre inclemente. E così tutti i contadini, figli e custodi di questa terra danzavano intorno al fuoco, bevendo vino e augurandosi strepitosi raccolti.
Ancora oggi questi falò vengono accesi, anche se non sono più così tanti come una volta e rappresentano lo spirito di fratellanza nella lotta che accomuna tutti verso una globalizzazione che ci vorrebbe tutti uguali ed omologati alle stesse regole di vita. E ancora oggi si sta insieme intorno ai falò, mangiando prodotti di una terra generosa, bevendo aglianico di Castelfranci accompagnato dal mitico carmasciano frigentino e ballando al ritmo della montemaranese.
Così da Castelfranci a Volturara Irpina, da San Nicola Baronia a Bonito, da Luogosano a Sant’Angelo dei Lombardi, da Montemiletto a Caposele, da Morra de Sanctis a Cairano fino a Rocchetta Sant’Antonio, nelle notti del 6, del 8 e del 13 Dicembre è una danza di falò e alti si levano nel cielo i canti delle nuove generazioni delle terre irpine.
(Da “L’agente della terra di Mezzo”, BookaBook editore)

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Il mondo va a due velocità

Lo so che viviamo in un mondo che va a due velocità. Ci sono luoghi, nel mondo, che sono proiettati nel futuro, come la Silicon Valley o Shenzhen, dove si disegna un futuro fatto di AI e di robot umanoidi.
Io invece vivo ancorato alle vecchie tradizioni, in un territorio che fatica a trovare una propria dimensione. Forse sono io stesso l’anello di congiunzione tra un passato che è stato ed un futuro che stenta a farsi comprendere.
Qui, dalle mie parti, crediamo ancora nell’intelligenza umana e nelle persone. Credo che una stretta di mano o un abbraccio abbiano ancora un valore non misurabili in moneta.

Quello che resta

Ora sono polvere portata dal vento. Sono il fumo che sale in una notte d’inverno. Il caldo di un camino, la fiamma di una stufa. Sono l’accento che tronca le parole, la salsa caduta sulla cenere, un’incrostazione di amido su una giacca di velluto.
Non c’è temporale che possa resistermi, non c’è vacanza che possa fermarmi, o sangue gelato che raffreddi le vene. Io porto notizie buone, come farebbe l’acqua incontenibile dopo una tempesta. Sono una giacca calda sulle spalle fredde, una brioche consumata al sole in un giorno d’estate. Vivo nella tempesta, quando tutto mi rema contro, anche le forze che erano state amiche. Eppure le redini restano salde nelle mani segnate. A volte conviene dare ascolto a un nemico, che consiglia con franchezza, che ad un amico che ti pugnala alle spalle.
Divento terra quando sento il momento di fermarmi. Terra brulla e ruvida, scura e umida. La puoi spalmare sul pane, se desideri, ma non devi esserne ingordo, perché ti porterà alla morte.
Divento acqua se qualcuno alza troppo la voce. Affogo le parole in un muro di bolle che portano in superficie la verità, affondando tutto il resto. La paura non appartiene più al mio stato. La mia forza sta nell’aura che mi circonda e non più nelle braccia sagomate e pulsanti.
Ma quando la notte si stende, io divento verbo e allora passo di bocca in bocca, baciando le labbra profumate delle fanciulle, mi stendo tra le guance rosee ed esco dalla lingua, riempiendo l’intero universo.

Un uomo del Sud

Mi sono bastati due giorni per capire quanto sia fortunato di essere nato a Sud. Due giorni trascorsi nel centro Italia per percepire tutte le differenze culturali che ci rendono così diversi, seppur restando nella stessa nazione e nemmeno ad una grande distanza. Tanto che spesso mi chiedo come sia possibile che ci sia una differenza culturale così grande a poche centinaia di km di distanza. Per carità, non c’è stata nessuna scortesia, e nemmeno sono stato trattato male, ma c’è, semplicemente, un modo di fare diverso, che ti fa percepire una freddezza ed un distacco nei rapporti, che da noi sarebbero inconcepibili. Eppure montanaro sono io e montanari sono loro, ma con un retaggio culturale molto diverso. Senza nulla togliere a nessuno, dico che sono felice di essere un uomo del Sud.

Il giorno dopo

Passa il tempo ma la sensazione resta sempre la stessa: il giorno dopo aver fatto qualcosa di importante, ti lascia sempre addosso una certa malinconia, che è un misto tra stanchezza, ansia, consapevolezza di aver fatto qualcosa di irripetibile.
Non so se è normale, ma per me è così.

23 novembre 1980

Oggi, 45 anni fa, l’evento che cambiò per sempre le nostre vite: il terremoto dell’Irpinia.
Vi lascio il pezzo che ho scritto per il Corriere dell’Irpinia un paio di settimane fa.

Il terremoto
Io sono Giuseppe Tecce, e il giorno del terremoto del 1980 me lo ricordo bene. Ero piccolo, meno che un adolescente. Eravamo stati tutto il giorno a casa dei nonni, a Paternopoli. Nonno Peppe aveva una casa bassa, che andava in profondità con le sue cantine, che dava sulla piazza principale del paese. Era proprio su quella piazza che ero stato durante il pomeriggio, giocando a pallone e godendomi il sole che, stranamente, aveva riempito una giornata di autunno inoltrato. Una giornata insolita sull’Appennino, dove già si sarebbe dovuto respirare l’aria dell’inverno, e dove ci si sarebbe aspettato di vedere tante nuvole e pioggia. E invece no, il clima aveva deciso diversamente, regalandoci una giornata quasi estiva. Ma fu la sera che, rientrato in casa, feci ritardare la partenza, spinto da mio nonno a restare per la cena, preparando salsicce e patate da cuocere sotto la cenere. Non si poteva dire di no a quelle prelibatezze del luogo, e così fu che ci ritrovammo tutti in casa alle 19.34 di quel fatidico 23 novembre 1980, una data che per tutti è diventata uno spartiacque tra un prima e un dopo. La terra tremò, con movimenti che ci sbattevano in tutte le direzioni. La fuga verso l’esterno, attraversando il lungo corridoio, sembrava non finire mai. Era piena di insidie, di mobili che cadevano, di vetri che si frantumavano. L’aria era satura di paure e destini di migliaia di uomini e bestie, che cambiavano per sempre. Io fuori da quella porta ci arrivai. La casa resse, seppur danneggiata, dandoci l’opportunità di arrivare fuori. Ero provato ma salvo.

Io ero Antonio Pecora, capitano e comandante della stazione dei carabinieri di Sant’Angelo dei Lombardi. Il giorno del terremoto ero in servizio, perché per un carabiniere non esistono né domeniche, né giorni comandati. La patria la si serve ogni giorno, anche quando non si sa che sarà l’ultimo.
Quella giornata, l’avevo trascorsa insieme al mio collega, l’appuntato Benito De Gennaro, svolgendo compiti esterni. D’altronde la giornata era così bella e tiepida che sarebbe stato uno spreco rinchiudersi in caserma. Era la classica giornata in cui all’interno delle mura faceva addirittura più freddo che fuori. C’era stata una lite che aveva coinvolto una famiglia di contadini fuori Sant’Angelo. Una di quelle liti che potevano insorgere per motivi familiari, legate a fatti di confini e di eredità. Figli che non si accordavano su un lascito terriero e nemmeno sui confini. Avevamo trascorso gran parte del nostro tempo lì, cercando, con la nostra flemma, di farli ragionare e di evitare che un semplice litigio potesse trascendere in qualcosa di peggiore. Qualcuno all’interno della casa aveva persino brandito un coltello e la moglie di uno di loro, si era premurata di chiamare i carabinieri. Arrivammo sul posto pieni dell’orgoglio che la nostra divisa ci trasmetteva, intenzionati a risolvere bonariamente la faccenda. Conoscevamo alcuni componenti di quella famiglia e sapevano che, in fondo, erano brave persone. Di sicuro, a qualcuno era partita la brocca, dopo aver alzato un po’ il gomito.
Mi ricordo il sole che rimbalzava sui terreni e sulle piante circostanti. Pensai a quanto fosse bello il creato, con tutti quei colori, la luce del sole e gli animali che ci tenevano compagnia giorno e notte. L’aria della campagna ci riempiva i polmoni, e non potei non soffermarmi su quanto fossi fortunato a svolgere il mio servizio in una terra così antica e bella. Tornammo in caserma che era già buio. Per le scale incrociammo Filomena, la signora che veniva a darci una mano per le pulizie. Si era anticipata alla domenica pomeriggio, perché il giorno dopo avrebbe avuto una visita medica in ospedale. Ci rinchiudemmo nella mia stanza, per redigere il verbale di quanto accaduto in quel pomeriggio. Alzai gli occhi verso il grande orologio che tenevo appeso alla parete, proprio sopra ai gagliardetti dell’arma. Mancava poco alle 19.35. Mi fermai a guardarlo per un istante. Non lo sapevo, ma quello era l’ultimo secondo che avrei contato.
Un respiro dopo, la luce si spense.
Ci fu un rumore profondo, come se qualcuno avesse tirato una corda sotto la terra. I muri cominciarono a muoversi, a piegarsi, a gemere. Il pavimento si sbriciolava, l’aria si riempiva di polvere e di urla. Provai a chiamare Benito, ma la voce mi restò in gola. Poi tutto fu silenzio.
Da allora non ho più sentito il peso del corpo, né la fatica dei giorni. Solo il ricordo che continua, come un’eco sepolta nelle pietre. Ogni anno, quando la terra si muove ancora, io passo di lì. Passo tra le macerie che non ci sono più, accarezzo i nomi sulle lapidi, ascolto le voci che salgono dalle cantine, dalle case, dalle piazze.
Il mio paese è rimasto sopra di me, ma io lo veglio ancora, come quella notte, alle 19 e 34.

Io ero Davide Sorrentino, avevo venticinque anni e vivevo a Conza. Sì proprio in quella parte che oggi chiamate Conza Vecchia. Nel 1980, quella era la nostra terra. Vivevo in una casa antica, fatta di pietre, costruita da un nostro antenato. “È una casa che può resistere a tutto”, diceva papà. Ha resistito a due terremoti e forse anche più, perché non sappiamo di preciso quando fu costruita la casa. Per me era come un castello, fatto di pietra e di odori familiari. Mamma di domenica preparava sempre il ragù, quello con la pancetta d’agnello, ripiena di uova, aglio e prezzemolo, e cucita sul davanti. Come mi piaceva il ragù di mamma e non sprecavo un’occasione per assaggiarlo in anteprima con un tozzo di pane. Con più precisione tagliavo il culo del pale e lo intingevo direttamente nel pentolone dove il ragù cuoceva almeno dalle sei del mattino. Quel giorno avevamo pranzato tutti insieme. Io ero felicissimo, perché per la prima volta avevo portato la mia fidanzata a casa. Teresa si chiamava e con orgoglio la presentai prima a papà e poi a mamma e poi anche ai miei due fratelli. Teresa era emozionata e si fece rossa in viso, ma fu papà a sdrammatizzare il momento con una battuta che la mise a suo agio. Mamma era più emozionata di Teresa e non smetteva di toccarsi i capelli e di mettere in ordine la casa. Eravamo una famiglia povera, ma dai buoni principi morali. Eravamo una famiglia di contadini. Avevamo degli appezzamenti di terra fuori dal paese e lì trascorrevamo le nostre giornate, coltivando tutto ciò che ci serviva. Avevamo anche tre pecore, che si lasciavano avvicinare solo da me. Io le mungevo e con il latte sapevo fare un formaggio da leccarsi i baffi. Come ero felice quel giorno. Avevo avuto l’approvazione da mamma e papà. Da quel giorno potevano dirci veramente fidanzati, perché la sua famiglia già ci aveva benedetto qualche giorno prima. Fu un pranzo lungo, pieno di chiacchiere, di vino, di risate. Mangiamo tanto e dopo il pranzo mi stesi un po’ sul divano. Teresa parlava con mamma. Si era fatto tardi, credo fossero le sette e mezza o poco più. La terra tremò in un gran frastuono di tuono. La terra tremò e quelle pietre si sgretolarono. In poco più di un minuto ci cadde tutto addosso. Conza vecchia non esisteva più e noi eravamo tutti morti.

Racconti Dall’Irpinia a Vetralla

Domani alle 19.34 saranno trascorsi 45 anni dal terremoto del 1980, il terremoto che scosse l’Irpinia. Io ero lì quella sera, vicino all’epicentro, salvo per miracolo.
Oggi 22 Novembre 2025 ho ricevuto un importante premio letterario per i miei “Racconti dall’Irpinia”, e al momento di ricevere il premio, l’ho voluto dedicare a tutte le vittime di quel terremoto, perchè tutte le narrazioni della nostra terra si dividono in prima del terremoto e dopo il terremoto.