A Leggilibri, la rubrica del Tgr Campania, si parla di “Racconti dall’Irpinia”. Grazie del bellissimo servizio… ed è roba da Graus!
Il senso dell’Europa
Il senso religioso delle nostre piccole comunità é un segno identitario di appartenenza ad una cultura cristiana, che è la stessa che ha forgiato le regole e l’identità di tutti i popoli europei. I piccoli borghi sono, ancora oggi, i custodi di quella identità, persa oramai in molte grandi città, e in quanto tali, sono i portatori dei principi fondanti della democrazia e della civiltà europea. Siamo noi, ancora una volta, lo scrigno che conserva la scintilla generativa della nostra cultura. Salvare i piccoli borghi dal declino, significa salvare l’intera nostra civiltà.

Il divino e l’umano
Mi piace quando l’aereo buca la coltre delle nubi e dall’altro lato ci trovi ancora il sole. Mi piace l’aria rarefatta delle cantine, dove l’umido delle pietre gioca a Tetris con i ragni.
Mi piace quando il divino scende tra gli umani e smazza le carte, distribuendo a tutti le stesse opportunità. Mi piace il freddo che invita al fuoco, portatore di civiltà. Mi piace che intorno ad esso si narrino i racconti e che l’oste versi ancora il vino. Mi piace vedere un uomo che cammina sotto l’effige di una Madonna, portando in tasca, le sue promesse.

Il mio posto nel mondo
Penso spesso a quale possa essere il mio posto nel mondo, se debba classificarmi tra gli umani o gli animali. A ben pensarci anche gli umani null’altro sono se non animali bipedi, che si sono erti a signori del pianeta. Credo che il mio posto sia qui, nel silenzio delle valli, tra l’eco delle montagne e il profumo dell’erba.

Dal “Bosco” a “Ljuba senza scarpe”: il richiamo della natura e la riscoperta di una vita più autentica
Negli ultimi tempi, la storia di una famiglia che ha scelto di vivere nel bosco, lontana dalle comodità moderne, ha suscitato un notevole interesse. Questa scelta di tornare a un’esistenza più semplice e in contatto diretto con la natura è vista da molti come un segno dei tempi. Ma non è un caso isolato: già due anni fa, il romanzo Ljuba senza scarpe anticipava questo desiderio diffuso.
In Ljuba senza scarpe, pubblicato all’inizio del 2023, veniva raccontata la storia di un protagonista che, già allora, sceglieva di vivere scalzo, rifiutando le comodità e le convenzioni della modernità per riscoprire la sacralità del corpo e dell’ambiente. Oggi, vediamo come sempre più persone, non solo in Italia ma anche all’estero, seguono questo richiamo.
Non si tratta solo di un caso isolato: la cosiddetta Rainbow Family, per esempio, riunisce comunità che scelgono di vivere nei boschi, rinunciando a vestiti alla moda, alle comodità moderne, persino alle medicine e alle sostanze stimolanti, per vivere un’esistenza in totale armonia con la natura. Questo movimento rappresenta un bisogno profondo di disconnettersi da un mondo sempre più frenetico e ritrovare un ritmo di vita più autentico.
In conclusione, l’attenzione che oggi diamo a storie come quella della famiglia del bosco ci mostra quanto queste tematiche siano attuali e quanto, già da tempo, ci fosse chi come me, autore di Ljuba senza scarpe, aveva saputo raccontare questa voglia di riscoprire un contatto più puro e naturale con il mondo che ci circonda.
I camminatori
Camminatori camminammo sulla cima dell’Appennino, attraversando terre, che all’apparenza, parevano desolate. Le vecchie insegne, ancora sospese ai pali che le avevano sostenute per tanto tempo, cigolavano, mosse appena dal soffio del vento. Tutto intorno si riempiva di poesia e di luce. Di quella luce che acceca e lascia una macchia gialla sulla cornea, che ti rende cieco nei luoghi oscuri, come se avessi perso il centro dello sguardo. Il silenzio saliva dalle valli, galoppando su cavalli invisibili e invadeva le rovine, con la morbidezza dell’ovatta, restituendo una voce muta alle civiltà antiche, anch’esse rurali e non dissimili da quelle sparute che ancora oggi puoi osservare tutto intorno.
Camminammo là dove un tempo passavano le greggi rumorose, portatrici di latte e nutrimento, la dove gli elfi, sul finire del giorno, danzavano con le coccinelle dai colori sgargianti. In quell’aria sospesa anche i Pierrot si erano dati convegno: vestiti intonsi, ricamati di sette punti neri su un tessuto arancio, portato fin lassù da sedici gechi dai piedi palmati. Danzavano, seducevano, cantavano come nel più fragile dei circhi.
Lo spettacolo era appena cominciato.
Camminammo ancora, mentre le ombre lunghe della sera arrivavano a lambire l’orizzonte. Un vecchio pastore ripeteva a memoria i nomi delle pecore, mettendo l’accento su quelle scomparse. Ad un tratto, anche le pietre cominciarono a parlare in un dialetto vecchio, che entrava fin dentro le stanze della memoria delle lingue. Così potevi udire parole arcaiche, come frasca, petra, juorn, vient, portate alle orecchie da un alito di vento generato dalle credenze popolari.
In lontananza, un albero storto si stagliava come un dio, i suoi rami nodosi indicavano direzioni che nessuna bussola può sapere. Ai suoi piedi, una ciotola di rame riempita di pioggia e di stelle: l’acqua tremava come tremano le mani di chi conosce troppe cose.
Incrociammo una donna, che se ne stava seduta sul limitare di un muretto a secco. Non parlò, ma aveva gli occhi di chi aveva visto l’inizio del mondo. Tutto intorno a lei una danza di galli cedroni che portavano sulle ali campanacci muti.
Ci porse un frutto di sorbo, e quando lo spezzammo in due, ne uscì una farfalla nera, che si posò sulla fronte di ognuno.
“È il sigillo”, disse una voce che non sapevamo da dove provenisse. “Da ora ne siete i custodi”.
Il cielo si abbassò fino a sfiorare le nostre ciglia. Un lampo lontano illuminò per un attimo le rovine di un paese senza nome, aggrappato alla costa di un monte come un ricordo che non vuole morire. Una lapide diceva: Qui si fabbricava il silenzio.

Borghi e sogni
Vi lascio un pezzo tratto da un monologo teatrale che ho scritto questa notte:
Voi li chiamate borghi.
Io li chiamo palpebre:
palpebre che custodiscono il sonno della terra, che si chiudono e si aprono al mio passaggio, che tremano quando annuncio l’arrivo dell’inverno o quando porto il primo profumo di grano maturo.
È in questi luoghi che io vivo davvero.

Storie da supermercato
É uscito oggi, sulla rivista internazionale di arte e cultura “Masticadores”, un mio intero racconto inedito. Si tratta della Storia n 2 di “Storie da Supermercato”, un racconto intriso di realismo magico. Una riflessione socratica e sarcastica sui nostri stili di vita e sulle abitudini della nostra società financ fondata sul consumismo.
Cliccando sul link in basso, potrai leggere il racconto. Buona lettura.
Sulla cima dell’Appennino
Mi sono seduto sulla cima dell’Appennino, appuntito ed aspro, con i suoi sali e scendi, bello e mitologico, popolato di personaggi fiabeschi, abiti colorati, streghe, maoni, Janare, e tutte le bestie conosciute e sconosciute. Dalle cime dei monti godi panorami che ti fanno immaginare immortale. Nel fondo delle valli, mandrie di vacche podoliche migrano verso pascoli più verdi, dove gli steli d’erba si fanno poesia, e le dentature, straziate, stringono radici tirate a forza di strattoni dal terreno duro del cammino. Escrementi di bovino diventano secchi ripari per insetti, neri come la merda, corazzati come i Leopard, che non si fanno acchiappare, nemmeno se ti ci tuffi sopra. Ranocchiette verdi saltano veloci dentro a ciò che resta di uno stagno. L’odore acre della melma mi sale al naso causando reminiscenze antiche, di muschio e fango: è il petricore.
(Inedito tratto da “La gente della Terra di Mezzo”)

I nostri paesi
Ho una teoria tutta mia in merito allo spopolamento dei nostri paesi. Credo che lo spopolamento e il ripopolamento siano dei fenomeni ciclici, che si rincorrono. Le cause dell’uno o dell’altro, nel corso della storia, sono state molteplici e spesso non riconducibili a volontà dei singoli, come nel caso di guerre, epidemie, calamità naturali, ecc. Oggi siamo in una fase di spopolamento, e credo che non debba essere forzato il fenomeno inverso. Esso accadrà in maniera naturale, quando le città avranno esautorato il loro ruolo e non saranno più attrattive. Non bisogna forzare nulla, ma bisogna attendere che tutto avvenga in modo naturale.
Vi lascio una prosa da me scritta qualche tempo fa, proprio sui paesi.
Ps: il paese nella foto è Cairano e, alle spalle, il lago di Conza.
I paesi respirano come respira il cuore della terra, si allargano, si stringono, poi emettono uno sbuffo di vapore, infine inspirano ancora. Non c’è nulla di strano in tutto ciò , è solo il respiro della terra. Spesso le case sono vuote. Vuol dire che chi le abitava è andato via: a volte si va via per piacere, per lavoro, spesso si va via per forza, con la chiamata dell’altissimo. Le case dell’inedia si rompono e per rimetterle in piedi ci vuole fatica e sudore. Oggi, le grida dei bambini sembrano un ricordo lontano e i paesi si sono trasformati in culle per anziane signore, che in una strana involuzione del destino ritornano a indossare i panni dell’infanzia, e questa volta, senza più memoria.
Non è stato sempre così: un tempo c’era un bambino per ogni giovane donna e un cane per ogni bambino. C’erano intere generazioni affollate in una casa. I gatti amoreggiavano sotto ai lampioni dalla luce gialla, mentre la ragazza lasciava all’angolo gli avanzi della casa. Il macellaio sbuffava per il troppo lavoro e il contadino alleggeriva le giornate con un buon bicchiere di vino e un pezzo di formaggio. Le vacche erano all’angolo delle strade e le case in pietra erano il perimetro di viali alberati, pieni di sedie e di voci.
Ma anche gli alberi, ogni tanto, perdono le foglie.
Così i paesi si spogliano piano piano,
restano le case vuote come gusci,
le strade silenziose come orfani.
Non c’è nulla di strano in tutto ciò:
è solo il respiro della terra, che fa posto al silenzio, per poi, forse, un giorno, ricominciare.
