Ljuba senza scarpe

I nonni di Ljuba erano nati nei pressi della piccola cittadina di Sumperk, situata nella regione Ceca di Olomouc, a sua volta appartenente alla regione storica della Moravia, la cui capitale, Brno brillava, ai loro occhi, come una capitale lontana e sconosciuta.
La modesta famiglia ebrea di origini russe viveva di agricoltura e di allevamento, in una “venkovsky dum “, che chiamavano semplicemente “dacia”, in memoria delle proprie origini russe. La dacia, ossia la casa di campagna, null’altro era se non una bassa costruzione in legno, piuttosto fatiscente e ben poco manutenuta, rivestita di assi di legno piegate dal tempo , quasi interamente avvolte dai licheni, e con un tetto spiovente , tipico delle costruzioni dell’Europa centrale, atto a far scivolare giù le grandi quantità di neve che cadevano durante i lunghi inverni. In compenso, durante le brevi, ma torride estati, erano avvolti dal verde profumo dei boschi dei Monti Iser, cullati dal rumore lento dello scorrere del fiume Desná.
L’avvento del nazismo , aveva trovato adepti anche in quella terra lontana da ogni modernità e ben presto, sotto la pressione di solerti soldatini, attivi aguzzini degli ebrei locali, decisero di rispolverare le antiche origini e di tornare nella città dei loro avi.
Prima ancora che le leggi razziali frenassero ogni loro velleità di libertà, riuscirono finanche a vendere la fattoria e con un lungo viaggio attraversarono la Polonia, ed entrarono nel territorio dell’immensa Unione Sovietica, terminando il lungo cammino nella cittadina di Zheleznogorsk, all’epoca poco più che un villaggio di campagna, nell’oblast di Kursk.
Li, ricongiuntisi con la famiglia d’origine, acquistarono una dacia , non dissimile da quella che avevano lasciato , vivendo appieno l’epoca sovietica che avanzava piena di speranze e di promesse di modernità.
(Tratto da “Ljuba senza scarpe”, Graus Edizioni)

Ian Anderson a Zungoli

I passi sul sentiero della vita a volte sono morbidi e leggeri talvolta sono duri come pietre, o turbolenti come il fianco spoglio del monte, travolto da una frana. Bouree era nell’aria, Ian Anderson era attaccato al flauto traverso e me lo immaginavo con il ginocchio sollevato e con la gamba piegata verso il basso, fin quasi a toccarsi il polpaccio. Ero in auto sulla Napoli Bari, nel tratto tra Grottaminarda e Vallata, e dall’autoradio si spandevano, a palla, le gesta erotiche di immagini immaginate tra le musiche dei Jetro Tull, che risuonavano per le valli circostanti, risalendo lungo i crinali delle colline, fino a raggiungerne le sommità, sulle quali dormivano distesi, piccoli paesini che assomigliavano più a un presepe mesto che ai fasti del passato. Una stradina passava sotto al ponte alto dell’autostrada, tagliando come una lama sottile il terreno tra le colonne, come un filo di cotone che passava nella cruna di un ago, e risaliva lungo il costone della collina. Il sole, già basso delle quattro, di un dicembre freddo e piovoso, si rifletteva sull’asfalto della stradina, dileguandosi in mille cerchi arancioni, che sfumavano in tonalità calde, allargandosi attorno ad una macchia gialla al centro, che risaliva lungo tutto il corso della strada. Non c’era verso di evitarla, se non distogliendone lo sguardo, puntando gli occhi sui terreni arati circostanti. Riconobbi il paese in cui terminava quella striscia di asfalto. Era Zungoli, antico borgo irpino, oggi paese dì frontiera tra la Campania e la Puglia, un tempo via di comunicazione tra la via Appia e la via Traiana. Oggi la via Herculeia, che ottemperava proprio al suddetto compito, coincide esattamente con quella striscia di asfalto, che, ancora, mette in comunicazione l’Appia, che passa ad ovest, attraversando il Formicoso, con la Traiana, che taglia il percorso ad est, tirando dritto da Benevento fino Monopoli, passando dietro Ariano, tagliando in due Savignano e sfiorando Grieci.
Terre aspre e dure, terre cresciute in altezza e nemmeno più di tanto. Come panettoni afflosciati per metà, come lampi nel terreno, saette che attraversano gallerie, le terre d’altura sono state per secoli terre di pascolo e di caccia, luogo di incontro di mute di cani o falchi solitari, che al fischio concordato, tornavano al braccio del padrone, che restava guardingo sul cavallo. Federico II, da qui ci passava spesso. Era uno dei suoi terreni di caccia preferiti. Il promontorio che scorre alla mia destra è il Formicoso, altopiano brullo e ventoso, dove la caccia diventava arte venatoria, corso per la sopravvivenza, luogo in cui si incrociavano addestratori di cani e falconieri esperti. Il mite Federico, questa terra la percorreva in lungo e in largo, beandosi delle delizie della natura, riposando, infine, le sue membra stanche presso il castello di Bisaccia. Oggi, come allora, l’odore dell’origano selvatico, riempie le narici dei profumi delle terre a sud, delle terre di altura e di pascolo; terre abitate da pecore e cristiani, da lupi, tassi e scoiattoli. Terre brulle e amare, terre che o si odiano o si amano.

La bellezza è dentro di noi

Spesso cerchiamo la bellezza fuori di noi, negli oggetti, nei paesaggi, nelle persone. Eppure, la verità più profonda è che il bello sta dentro di noi. È nel nostro modo di vedere il mondo, nel coraggio con cui affrontiamo le sfide, nell’amore che riusciamo a donare, anche a chi non lo ricambia.
La bellezza sta nella gentilezza di un gesto, in un sorriso sincero, nella forza di un abbraccio. È nel bagliore che illumina i nostri occhi quando sogniamo, nei pensieri che scegliamo di nutrire e nelle emozioni che decidiamo di condividere.
Non c’è specchio che possa riflettere questa bellezza, perché risiede nel profondo: nel cuore che batte, nella mente che crea, nell’anima che si apre sul mondo.

Ah, Catullo

Leggere gli autori antichi è come fare un salto nel passato e dissetarsi alla loro fonte di infinita saggezza!
“Eterno, anima mia, senza ombre mi prometti questo nostro amore.
Mio dio, fa’ che prometta il vero e lo dica sinceramente, col cuore.
Potesse durare tutta la vita questo eterno giuramento d’amore.” (Catullo)

Terre di nevi a Oriente

Terre alte, terre di nevi, di primule e origano selvatico. Terre di transumanza, di formaggi caldi, di cuori affranti e di finocchio selvatico. Terre spazzate dal vento, sferzate dall’inedita, madide di sudore del dolce far nulla. Terre di Sud, terre di Est, terre di storia!
Irpinia d’Oriente!

Tecnica di Seduzione

Ciao sono Roman, disse lui, tendendole la mano.
Roman? Rispose lei, guardandolo con sospetto.
Si, sono Roman Stepanovich Dorosh, piacere di conoscerti. Sono giorni che ti osservo. Ti dai un gran da fare per la nostra terra, la nostra patria e per i nostri uomini.
Ciao, sono Natalka, Natalka Ivanivna Diachenko, rispose lei, sfiorandogli appena la mano, indaffarata com’era a portare sacchi di riso verso il lato sud della piazza.
Fai presto Natalka, non perder tempo, urlava un gruppetto di donne, intente a cucinare su grandi fornelli da campo, posti proprio nella direzione in cui Natalka trasportava i sacchi.
Tutto intorno c’era il caos: uomini e donne danzavano al ritmo di musiche popolari sparate a palla, altri gettavano mobili e quello che trovavano nel grande fuoco acceso ai margini della piazza. A stento i furgoni carichi di viveri, scortati da uomini della polizia, riuscivano a passare attraverso la Boulevard Lesi Ukrainky, arrivando fino alla piazza Nezaleznosti, che tutti, ma proprio tutti, ormai chiamavano semplicemente Majdan.
Majdan in ucraino vuol dire piazza, ma nell’immaginario collettivo di un popolo quella si identificava con l’unica piazza della nazione, dove quaranta milioni di cuori battevano all’unisono, anelando quella libertà che per troppo tempo era stata negata.
(Inedito da “Tecnica di Seduzione)

Un’opera da portare a termine

Circa due anni fa cominciai la scrittura di una storia molto complessa, i cui protagonisti, Natalka Ivanivna Diachenko e Roman Stepanovich Dorosh, si muovono tra l’Ucraina e l’Italia, sullo sfondo della guerra in Ucraina e le sommosse di Piazza Majdan. Il coprotagonista, l’italiano Tito Montella, si divide tra la propria realtà e quella del soldato Bohdan, che si muove su polverosi e fumosi scenari di guerra. Un’opera complessa, ricca di realismo magico, di riferimenti di storia contemporanea, di battaglie, di sentimenti ricambiati e non, che scava nell’animo umano in un periodo complesso per l’umanità, dove il confine tra la vita e la morte è sottile. Oggi ho deciso che sia giunto il tempo di rimettermi a lavorare proprio su quest’opera, e di portarla finalmente a termine.

L’audiolibro de L’agente della Terra di Mezzo

Un po’ di tempo feci una sorta di audiolibro del mio primo libro “L’agente della Terra di Mezzo”.

Ora ve lo ripropongo sperando che vi piaccia. E se dovesse piacervi, rendo pubblici anche gli altri capitoli

L’agente della Terra di Mezzo

L’agente della Terra di Mezzo è un mio libro dedicato alle bellissime terre irpine. Il libro lo trovi in libreria o negli store on Line!

È giorno di recensioni!

Vi allego la recensione de “L’inaffondabile” fatta da La Biblioteca di Elisa su Instagram. Da leggere tutta d’un fiato!

“L’inaffondabile” è un romanzo incredibile edito @grausedizioni, scritto a 4 mani, il primo pensato per far luce sul tragico inabissamento del Bayesian, avvenuto lo scorso 19 agosto. Un evento disastroso, ancora avvolto nel mistero: Attilio D’Arielli e Giuseppe Tecce cercano di far luce sulle contraddizioni, gli opposti punti di vista, le teorie e le supposizioni che costellano questi drammatici fatti di cronaca.

Lo scopo degli autori è stato quello di scrivere un testo accessibile a tutti: ecco la scelta di trattare un argomento così delicato attraverso la forma del romanzo, caratterizzato da uno stile semplice, coinvolgente e diretto, che tuttavia trasuda di drammaticità ed inonda il lettore con un incontenibile groviglio di emozioni.

La tragedia è annunciata dal sogno premomitore della giovane Heaven, presagio nefasto da cui ha inizio la vicenda. Dalle narrazioni delle scintillanti giornate a bordo del Bayesian, la tensione cresce sempre più, raggiungendo il culmine al verificarsi dell’evento drammatico.

Ma questo romanzo è tanto altro. È la storia del Sian, un veliero perfetto ed inaffondabile; in grado sfidare il mondo, eppure squassato da una tempesta, spezzato come un fuscello.

Fu un errore di progettazione? Una distrazione del comandante? Era evitabile la tragedia? Infinite domande, ancora senza alcuna risposta. Dubbi che ancora riposano negli abissi del mediterraneo.

È la storia delle vittime che non ce l’hanno fatta, e dei sopravvissuti, che invece persero ogni cosa: è la storia delle loro emozioni e sensazioni, che diventano i veri protagonisti del romanzo. Il lettore empatizza e percepisce il loro dolore ed il loro terrore, la loro angoscia ed il loro tentativo di aggrapparsi alla speranza. Se ne viene travolti e, giunti all’ultima pagina, ci si sente destabilizzati.

Un romanzo che sfiora l’inchiesta giornalistica, capace di emozionare profondamente e, al contempo, di scatenare milioni di interrogativi a cui, ancora, non è stata data risposta.

Cosa sapete di questi tragici eventi?