I nonni di Ljuba erano nati nei pressi della piccola cittadina di Sumperk, situata nella regione Ceca di Olomouc, a sua volta appartenente alla regione storica della Moravia, la cui capitale, Brno brillava, ai loro occhi, come una capitale lontana e sconosciuta.
La modesta famiglia ebrea di origini russe viveva di agricoltura e di allevamento, in una “venkovsky dum “, che chiamavano semplicemente “dacia”, in memoria delle proprie origini russe. La dacia, ossia la casa di campagna, null’altro era se non una bassa costruzione in legno, piuttosto fatiscente e ben poco manutenuta, rivestita di assi di legno piegate dal tempo , quasi interamente avvolte dai licheni, e con un tetto spiovente , tipico delle costruzioni dell’Europa centrale, atto a far scivolare giù le grandi quantità di neve che cadevano durante i lunghi inverni. In compenso, durante le brevi, ma torride estati, erano avvolti dal verde profumo dei boschi dei Monti Iser, cullati dal rumore lento dello scorrere del fiume Desná.
L’avvento del nazismo , aveva trovato adepti anche in quella terra lontana da ogni modernità e ben presto, sotto la pressione di solerti soldatini, attivi aguzzini degli ebrei locali, decisero di rispolverare le antiche origini e di tornare nella città dei loro avi.
Prima ancora che le leggi razziali frenassero ogni loro velleità di libertà, riuscirono finanche a vendere la fattoria e con un lungo viaggio attraversarono la Polonia, ed entrarono nel territorio dell’immensa Unione Sovietica, terminando il lungo cammino nella cittadina di Zheleznogorsk, all’epoca poco più che un villaggio di campagna, nell’oblast di Kursk.
Li, ricongiuntisi con la famiglia d’origine, acquistarono una dacia , non dissimile da quella che avevano lasciato , vivendo appieno l’epoca sovietica che avanzava piena di speranze e di promesse di modernità.
(Tratto da “Ljuba senza scarpe”, Graus Edizioni)








