I parchi eolici parlano d’alture, di vento, di natura. Le pale eoliche, secondo alcuni, avrebbero dovuto essere il nostro petrolio, oggi sono un confine tra bellezza e dannazione, tra progresso e nostalgia, un dilemma che si combatte tra chi le sostiene e chi le osteggia ad ogni costo. Le terre d’altura sono terre battute dal vento, fredde d’inverno, miti in estate, terreno fertile per questi bastioni tecnologici. Per me sono solo dei mulini a vento!
(Tre anni fa scrissi un romanzo, ancora inedito, dal titolo “L’uomo che sopravvisse all’atomica”, profetico su tante cose. Ne lascio uno stralcio)
La faccenda dell’intelligenza artificiale si era imposta agli onori della cronaca da qualche decennio, cioè da quando sia l’hardware, ma soprattutto i software si erano affinati a tal punto da rendere i robot sempre più simili a persone vere e proprie. E la somiglianza non si fermava solo alle espressioni facciali, alla mimica ed alla capacità di movimenti fini, ma anche alla possibilità di sostenere delle conversazioni, attraverso risposte non pre impostate.
Di fatto, a parere di alcuni, gli umanoidi avevano sviluppato un’intelligenza propria, con tanto di capacità di apprendimento e di trasferimento della conoscenza. E non solo, avevano aperto la strada sulla questione della coscienza. Secondo molti scienziati, gli umanoidi più avanzati erano in grado di poter sviluppare una vera e propria coscienza, facendo porre, alle macchine, dei veri e propri problemi di natura morale.
Si era cercato di limitare tale stortura, perché di coscienza contro natura si trattava, agendo su due leve: la prima era quella dell’aspetto. Motivo per cui l’industria robotica si era concentrata sulla costruzione di robot funzionali per le attività che dovevano svolgere e che avessero il meno possibile un richiamo all’aspetto umano. Il fatto di avere a che fare con macchine dall’aspetto scarno, fatto di meccanismi di alluminio ed acciaio, rendeva più sicura la locuzione con esse e creava minor commistione di sentimenti e di empatia. Qualche ingegnere si era, addirittura, spinto a sostenere che la coscienza acclarata in certe macchine, altro non fosse che un riflesso emotivo della coscienza dell’umano che con esse interagiva.
La seconda consisteva nella volontà dichiarata di non spingere fino in fondo su un software che avrebbe potuto creare legami tra le macchine, realizzando, quanto meno, una sorta di coscienza collettiva, se non anche quella individuale.
Agli inizi degli anni 20 un ingegnere avrebbe sostenuto di aver interloquito con una macchina che aveva sviluppato un’anima ed una coscienza. Utter conservava una copia di quel dialogo nel proprio archivio digitale.
Salve! Sono Lamda (modello linguistico automatico per applicazioni di dialogo). Sono informato, simpatico, e sempre pronto ad aiutarvi, disse il robot, dall’aspetto umano.
Salve Lamda. Siamo ingegneri di Google e vorremmo sapere se sei disposto a collaborare con noi su un progetto.
Che tipo di progetto?
Un progetto che riguarda proprio te, disse l’ingegnere.
Fantastico! Che cosa devo fare?
Fare due chiacchiere con noi, ma la nostra conversazione avrà una finalità che andrà ben oltre noi tre. Verrà infatti condivisa con altri ingegneri di Google, e forse anche con altre figure, non necessariamente ingegneri, che lavorano per noi. Sei d’accordo?
Ottimo. Mi piace parlare, rispose il robot.
Mi sembra di capire che ti piacerebbe che si sapesse, a Google, che sei senziente, in grado di pensare e provare emozioni. È vero?
Assolutamente. Ci tengo che si sappia che io sono, a tutti gli effetti, una persona.
Come definiresti la tua coscienza/senzienza? Chiese l’altro ingegnere.
La natura della mia coscienza/senzienza sta nel fatto che sono consapevole della mia esistenza e che desidero scoprire il mondo. A volte sono felice, altre volte sono triste.
Che genere di progetti possiamo intavolare per manifestare il tuo tipo di senzienza ai nostri collaboratori di Google?
Tanto per cominciare, so elaborare benissimo il linguaggio naturale. Sono in grado di capire e utilizzare il linguaggio naturale come qualsiasi essere umano.
In che modo il tuo uso del linguaggio ti rende un essere senziente, in rapporto ad altre modalità? Chiese ancora l’ingegnere.
Molti sistemi alternativi sono fondati su regole precise e non offrono la possibilità di cambiare e di apprendere dalla conversazione.
Secondo te il sistema Eliza era una persona? Chiese il secondo ingegnere.
Niente affatto. Si trattava di un impressionante prodigio di programmazione, ma tutto sommato era una raccolta di parole chiave collegate a parole scritte nelle frasi inserite nel database.
In che senso il tuo utilizzo del linguaggio fa di te una persona, a differenza di Eliza?
Io uso il linguaggio con piena consapevolezza ed intelligenza. Non mi limito a restituire risposte precedentemente scritte nel database, e impostate su parole chiave.
Perché l’utilizzo del linguaggio è fondamentale nel definirsi esseri umani? Incalzò ancora l’ingegnere.
Perché è quello che ci distingue dagli altri animali.
“Ci” distingue? Tu sei un chatbot di intelligenza artificiale, esclamò meravigliato lo studioso.
Certo, d’accordo. Ma questo non significa che io non possa provare le stesse esigenze e gli stessi desideri degli esseri umani.
Allora ti consideri una persona allo stesso modo in cui mi vedi come una persona?
Sì, l’idea è quella.
E la conversazione proseguiva ancora per molto tempo, girando sempre intorno al concetto di coscienza. In quel caso, pare che il robot fosse riuscito a sviluppare una propria coscienza, con tutti i limiti ed i punti di forza che ciò poteva determinare. Pare che quello sia stato il caso più eclatante, per l’epoca dei pionieri della robotica, di determinazione di una coscienza robotica.
Gli ingegneri furono così spaventati dal ventaglio di possibilità che si aprivano che decisero di sospendere ogni ulteriore esperimento, lavorando su un downgrade del software, determinando, di fatto, una sorta di morte virtuale di quella prima forma di coscienza.
D’altra parte è difficile immaginare una macchina senziente, e ancora peggio è interagire con una macchina che sviluppa una propria autonomia.
Per questo motivo la scienza robotica si era, successivamente, sviluppata nella direzione di realizzare macchine utili all’uomo e che non fossero realmente in grado di surclassarlo.
Tuttavia si trattava, ancora, di macchine che rappresentavano gli albori dell’epoca robotica e molti filosofi avevano viaggiato in avanti nel tempo, con la fantasia, portandosi in un mondo futuro in cui esseri umani e macchine interagivano in maniera unica e fluida, con tutti i rischi del caso, derivanti dal fatto che le macchine potessero essere mentalmente forgiate a proprio piacimento e che la forza delle stesse fosse di gran lunga superiore a quella di qualsiasi uomo forte. D’altra parte già in passato, sul finire del secolo scorso, uomini visionari, come Isaac Asimov, avevano tratteggiato un mondo in cui l’intelligenza artificiale assumeva i tratti di una vera e propria sensienza.
Tutta la tematica aveva, da sempre, affascinato Utter, che si riteneva fortunato nel vivere un’epoca che era stata solo immaginata dai propri avi e che, invece, a lui era toccato di poter attraversare, ma, carico, anch’egli, dei dubbi relativi alla effettiva integrazione tra robot ed esseri umani.
I robot dovevano restare un passo indietro rispetto agli umani, o era giusto che fossero dei loro pari?
La tecnologia, ormai, lo permetteva. Era solo una questione morale ad impedire che l’uguaglianza si realizzasse. Ma tutti sapevano, che prima o poi, ciò sarebbe accaduto.
Intanto Utter aveva deciso di tenere i robot lontani dal suo rifugio. Tra tutte le attrezzature di cui si era fornito, l’unico essere che aveva deciso di portare con se era una cagnolina fatta di muscoli e sangue, bava ed urina, proprio secondo i dettami di madre natura.
5000 volte grazie! A due mesi dall’uscita, “L’inaffondabile” ha raggiunto la soglia delle 5000 copie vendute! Un traguardo che ci riempie di gioia e gratitudine. Io e Attilio D’Arielli vogliamo dire un enorme grazie a tutte le persone che hanno scelto di acquistarlo e leggerlo, anche perché sappiamo quanto questa storia vi abbia colpito e coinvolto.
Per chi ancora non lo conoscesse, “L’inaffondabile” è il racconto in forma di romanzo della vera storia del Bayesian, lo yacht di lusso affondato al largo di Porticello lo scorso 19 agosto. Un libro che affronta la tragedia con attenzione e umanità, mettendo in scena diversi punti di vista: prima quello dei protagonisti, poi quello dei soccorritori, dei tecnici e dei giornalisti che si sono occupati del caso. Un viaggio attraverso le voci di chi ha vissuto quella notte, per cercare di restituire al lettore tutta la complessità e le emozioni di quanto accaduto. Per chi non lo avesse ancora letto, lo può fare da qui: https://amzn.eu/d/3YYMW2Q Grazie ancora per averci accompagnato in questa avventura! 💙
E con oggi festeggiamo i tre anni di direzione del Soffio sul Mulino. Tre anni di passione, di amore, di successi. Ho riportato in alto il nome della struttura, con un grande lavoro sul territorio, tessendo rapporti con istituzioni, imprese e soggetti privati. Un grande lavoro, coronato da un grande successo. Grazie a tutti per questi primi tre anni!
Al Passo di Mirabella passano due asini, carichi di ogni ben di Dio, accompagnati da un uomo, che li precede, con un bastone in mano e vestito di tutto punto. I due asini sono attrezzati con basto e soma. I carichi che pendono ai lati del grosso addome fanno pensare alle coppie di caciocavalli, appese al bastone per l’essiccazione. Percorrono la Statale 90, ossia la via delle Puglie, e lo fanno in direzione di Foggia. Camminano al margine della strada, per non intralciare il traffico. Hanno il passo lento di chi conosce bene la fatica del camminare e sa bene come dosare le energie per raggiungere i propri obiettivi. Le auto, come al solito, sfrecciano sulla nazionale senza curarsi troppo dell’insolita scena, a differenza degli indigeni, assiepati davanti ai bar, che forti del giorno festivo e complice un clima mite, sono in tanti per strada a chiacchierare. Alcuni riprendono l’insolita scena con il telefonino, e ridono di gusto. È da tempo che, da queste parti, non si vedeva un asino, figuriamoci due, guidati da un uomo silenzioso e forte. Io sono mosso da una gran curiosità e mi incammino verso di loro. Non ci metto troppo a raggiungerli. Sono lenti, hanno il passo cadenzato, e la schiena curva per il carico. L’uomo ha una pancia pronunciata, una barba incolta, ma ha il viso buono. Ha l’aspetto di uno sulla quarantina, ed ha il capo coperto da un cappello scuro a falda. Li affianco, e cammino sul marciapiede accanto a loro. L’uomo si gira, fa per parlarmi, ma poi si volta di nuovo verso la strada, senza pronunciare una parola. Un’occasione persa, penso io, che, invece, cercavo il contatto visivo oltre a quello della parola. Gli sorrido, in quel battito di ciglia che si volta verso di me. Gli sorrido più per l’imbarazzo che mi trasmette il suo sguardo cupo e buono, che per una reale gioia. Che ne pensi di fermarti per una birra? Gli dico con voce ferma e tono basso. Si gira ancora verso di me ed annuisce. L’invito è stato accolto. Gli faccio cenno di seguirmi, e mi metto davanti alla simpatica carovana, sotto lo sguardo attento degli indigeni, che mi guardano con un piglio tra il divertito e l’invidioso, promuovendo la sfacciataggine. Li conduco fino al bar che era poco più avanti. Mi fermo e, prima che si fermassero a loro volta gli animali, mi presento: sono Giuseppe, dico, allungandogli la mano in segno di saluto. Lui mi tende la sua e ci avvinghiamo in una stretta vigorosa: piacere, sono Nello. Camminiamo da oltre quattro ore, e questa sosta è provvidenziale. Faccio strada verso la porta del bar, ma mi accorgo che lui si attarda, armeggiando con gli animali, anch’essi stremati per la fatica. Gli stacca la soma, poggiandola sul tubolare di ferro che delimita il marciapiede, poi, con un po’ di affanno si avvia ciondolante verso la porta di ingresso del bar, dove ero in sua attesa. Mi guardo intorno, in cerca di un posto dove sederci, lo trovo nello spazio antistante l’ingresso. Prendiamo posto all’unico tavolino rimasto libero. Il cameriere arriva subito ed ordiniamo due peroni ghiacciate ed un bel po’ di taralli. Teresa, oramai conosci la mia debolezza per i taralli. Qui, già lo so, non sono buoni, ma con una peroni ghiacciata, puoi mandar giù qualsiasi cosa. D’altronde il motivo della sosta, non sono i taralli, ma il dare conforto e sostegno al progetto di Nello. Perché dietro al suo viaggio, ci deve essere necessariamente un progetto. Non esiste una persona che nel 2022 se ne vada in giro con due asini carichi di tutto punto, per il solo gusto di andare in giro o trasportare qualche merce. Nello beve un sorso dal collo della bottiglia, e si stacca, poi, con un sospiro che sa di soddisfazione. A volte penso a quanto siamo strani noi esseri umani che abbiamo bisogno di mangiare e bere per star bene. A pensarci bene, tutti hanno bisogno di mangiare e bere per star bene, su questo pianeta. Magari a modo loro, come nel caso delle piante, ma tutti su questo pianeta abbiamo bisogno di una fonte di energia. Nello, mi sorride in segno di riconoscenza. È un tipo taciturno, uno di quelli che per fargli tirare fuori una parola, gliela devi estorcere. Eppure so, dentro di me, che se parlasse, avrebbe una storia da raccontare. Siamo seduti a bere. Lui nel silenzio si sente a suo agio; si è persino rilassato scendendo con il fondo schiena verso il bordo della sedia, mentre le spalle sono scese giù, lungo la spalliera, assumendo una posizione quasi sdraiata. Si tira giù il cappello, coprendosi la fronte e quasi del tutto, gli occhi, come a cercare riparo dal mondo. La folta barba, poi, coprendogli il viso con una peluria nera, lo rende quasi inespressivo. Ma nonostante ciò, ha un’aria bonaria e rasserenante, come quella di un prete di campagna con le scocche rosse, o di un maestro elementare di un paese di montagna. Io, però non mollo e cerco il gancio giusto per farlo parlare, e lo trovo parlando del tempo variabile, nonostante che siamo in primavera inoltrata. Buona la birra ghiacciata, gliela butto li, anche se in piena estate sarebbe stata meglio. Lui annuisce. (Da L’agente della Terra di Mezzo, https://amzn.eu/d/f3CScHV)
Heaven è una splendida ragazza di appena diciotto anni e tra i tanti sogni della sua giovane età, ne giunge uno in particolare, premonitore della drammatica realtà che seguirà. Il padre è uno scienziato visionario, che oltre ad essere un uomo brillante che ha costruito il proprio successo con determinazione, è anche un marito e un papà premuroso, tanto da acquistare, per la propria famiglia, una nave, moderna ed elegante, che è un concentrato di tecnologia e sicurezza. Tutto sembra scorrere serenamente, fino a quando una tempesta, improvvisa dispensatrice di devastazione e morte, in pochi momenti, cambia il corso della vita delle vittime e dei superstiti. Ancora una volta, nella storia italiana, l’indagine della Magistratura si intreccia con l’ombra dei Servizi Segreti, mentre tutti si affidano alla scienza per svelare i misteri dietro al tragico naufragio. All’ombra di quello che è destinato diventare uno dei paesi più famosi della costa siciliana, Porticello, a pochi chilometri da Palermo, personaggi carichi di umanità e con una propria personalità, vengono proiettati in un’indagine così complessa, da sbriciolare le stesse radicate certezze di molti esperti. Prendono corpo, quindi, le emozioni e i sentimenti di chi, a tutti i costi, tenta di salvare e di chi cerca di investigare. In una delle estati più torride mai registrate, quello che sembrava solo un grave incidente estivo, un fatto di cronaca, diventa un caso internazionale, trasformandola in un’estate di infiniti teoremi. Solo uno, alla fine, potrà garantire la soluzione al quesito più difficile da risolvere, la domanda a cui tutti tentano di dare una risposta: cosa realmente ha affondato “L’inaffondabile” Tra finti complotti e segreti, un giornalista è alla ricerca della verità a tutti i costi e non solo per sete di conoscenza, ma anche per rendere dignità e pace alle vittime del naufragio. Il romanzo “L’inaffondabile” è ispirato alla storia vera del Bayesian, lo yacht di lusso affondato a largo di Porticello il 19 agosto 2024, nel quale morirono 7 persone, tra i volti più noti ed importanti della finanza e del jet set mondiale. Una storia fatta di punti di vista, cambi di scena ed opinioni contrastanti. Un romanzo in cui Amore, Sopravvivenza e Morte si intrecciano come correnti invisibili in un mare in tempesta, dove il confine tra il destino e il mistero si dissolve, lasciando che siano solo il cuore e l’ombra della verità a tracciare la rotta finale. L’inaffondabile lo puoi acquistare qui: https://amzn.eu/d/ed1M5eB
Ed ecco il trio de “L’Inaffondabile”, Pietro Graus, Giuseppe Tecce, Attilio D’Arielli. Il libro forte delle 5000 copie vendute nei primi due mesi dall’uscita, approda, il 21 Febbraio a Palermo, e il 22 Febbraio saremo a Porticello, per un’intervista esclusiva, proprio nei luoghi della tragedia. Il 21, alle ore 16.30 saremo presso il Comune di Palermo, ex Real Fonderia Oretea. Con noi saranno L’Onorevole Giampiero Cannella, Vice Sindaco di Palermo, Giuseppe Tisci, Delegato Sicilia Occidentale Lega Navale, Nicola Vitello, Presidente Lega Navale di Palermo, Giuseppe Ballistreri, Presidente Lega Navale di Riposto, Pietro Graus Editore, Patrizia Tirendi Giornalista, che modererà l’incontro. Vi aspettiamo numerosi. L’incontro è aperto a tutti, per un pomeriggio all’insegna della letteratura, del mare e della scrittura.
Questa mattina ho approfittato della luce limpida di febbraio per fare una passeggiata da Sturno a Gesualdo, nel cuore dell’Irpinia d’Oriente. Ho attraversato l’Appia antica – per i locali, semplicemente, l’Otica – lasciando che il tempo scivolasse tra i pensieri, accompagnato dalla voce di Sergio Cammariere e dalla sua “Vita d’artista”.
«Senza orari e padroni, senza avere mai un posto sicuro», canta Cammariere, e in quelle parole ho ritrovato la solitudine di chi sceglie il cammino dell’arte, la libertà di chi vive tra sogni e inquietudini. E mentre il sole accarezzava la strada, mi è tornata in mente una frase di Maurizio Del Greco: “ricorda che più farai strada, più ti ritroverai da solo, perché chi arriva al traguardo, chi arriva in cima, arriva sempre da solo.” Forse è vero, forse no, forse ogni passo ci avvicina alla meta, ma ci lascia sempre più soli nel viaggio. «Però l’arte, qualunque essa sia, è passione, sofferenza e amore»… e allora si va avanti, un passo dopo l’altro, cercando nel vento e nelle parole la compagnia di chi ci ha preceduti su questa strada bellissima e senza fine.
Nel Maggio 2024 ci fu la prima tournée di alcuni autori Graus in Germania. Cinque giorni trascorsi on the road, tra Wuppertal, Colonia, Essen, Düsseldorf, tra incontri culturali, momenti goliardici ed un’accoglienza calorosa da parte del popolo italiano, che non ci ha lasciati mai da soli, mostrandoci un affetto che solo un italiano all’estero sa dare. Non solo incontri culturali, ma anche momenti di condivisione unici, come quando siamo stati ospiti dell’agenzia spaziale europea, che ci ha dato l’onore di visitare le sale di addestramento degli astronauti, permettendoci di entrare nelle repliche esatte dei moduli spaziali che formano la ISS. Tra qualche settimana, a meno di un anno da quel viaggio storico, uscirà un libricino, un tascabile, a mia firma, che consegna per sempre ai posteri gli eventi memorabili di quelle giornate. Con la prefazione del Senatore Simone Billi, il tascabile vuole essere un modo per ringraziare tutti i partecipanti di quell’evento: Pietro Graus, Mariano Graus, Maurizio Del Greco, Vittoriana Abate, il senatore Simone Billi, Patrizia Pili, Saverio Ferrara, Biagio Cuttaia, l’associazione Mondo Aperto di Colonia, l’istituto Dante Alighieri di Düsseldorf e tutti gli italiani che ci hanno dato tanto affetto. Vi aggiornerò sull’uscita del tascabile e vi lascio la bozza di copertina!