Se Bach è l’architettura e Beethoven la tempesta, Satie è l’evaporazione. La sua musica è il suono che fa il tempo quando decide di non avere più fretta. Ascoltarlo è come trovarsi in una stanza senza pareti, dove ogni nota si dissolve nell’aria prima ancora di poterla afferrare.
Le Gymnopédies sono il sogno di un fauno che ha perso la strada nel bosco, mentre le Gnossiennes sono la colonna sonora di un film che nessuno ha mai girato. Non c’è sviluppo, non c’è destino, solo la pura esistenza del suono. Satie non ti prende per mano, non ti accompagna: ti lascia lì, a galleggiare nel vuoto, in un eterno déjà vu di note lente e sospese.
Chi cerca emozioni violente, tragiche, esplosive, sbaglia porta. Qui si entra solo con la leggerezza di chi ha capito che la vita è un gioco assurdo, un pianoforte scordato che suona comunque, anche se nessuno lo ascolta.
Come da tradizione, ogni inverno qualche virus viene a farsi una capatina nelle mie cellule. In genere ciò avviene nel periodo natalizio e quest’anno, speravo di essermela cavata senza colpo ferire… e invece il colpo è arrivato. Tardi, ma è arrivato. E cosa si fa in questi casi? Semplice, leggo un libro, per il quale mi hanno chiesto di fare una prefazione. La prefazione è, a mio avviso, il biglietto da visita di un libro e sono molto felice che mi abbiano dato, tra l’altro per la seconda volta in poco tempo, l’onore di aprire quella porta che porterà il lettore nel cuore della storia. Ovviamente non sono mai solo: con me il fido Piero Angela, meglio conosciuto con il soprannome di “Tonkj”, dal russo tonkj che, per l’appunto sta ad indicare il magro, lo smilzo.
Sei giunto nel luogo che procura visioni, che evoca anime trapassate (1000 anni fa o forse più). Ci sono luoghi che rinascono solo nelle nebbie del mattino o nei teneri bagliori della sera. Luoghi in cui Dio fa convegno con le vecchie donne, sagge di natura, con i capelli intrecciati di saggina, dritte contro il vento, come solo sanno esserlo coloro che sono dotate di spina dorsale.
Quello stesso Dio che sì è perso nei meandri degli sterrati, nelle righe consumate delle pietre, nei sospiri dei rospi e nei contorni irregolari delle pozzanghere. Dio stesso si è specchiato in una di esse, sopra la patina colorata della benzina, tra l’odore acre del petrolio e la luce diffusa del tramonto. Un lampione a intermittenza illumina un cane, vecchio, e sporco, dal pelo arruffato e lo sguardo opaco di chi ha visto troppe lune passare. Ha annusato l’aria che sapeva di pane raffermo e maggese, che di notte contava le anime rimaste a piedi sui bordi della strada. Teneva il muso duro e lo sguardo fisso, osservando i piccoli sotterfugi che portavano a mari di pensieri innocui e vacanti, sapendo distinguere bene la mano della carezza da quella del sasso.
Da dietro a una finestra, un fiammifero illumina un volto consapevole, stanco del vino, infastidito dalle pene, che preme sul vetro, stampando le rughe della sera sul filo dei ricordi. Li il viandante è divenuto stanziale, precipitando parole colorate su tele di piacere e ricordi senza fiato.
Ci sono luoghi dove il tempo non corre, si attarda sui gradini di pietra, si rifugia nei buchi delle serrature, aspetta che un piede sconosciuto lo risvegli dal torpore. Sono i luoghi delle voci basse, delle storie sussurrate tra le pieghe della notte, dei miracoli nascosti nei dettagli che solo gli occhi pazienti sanno cogliere.
E Dio? Dio che fine ha fatto? Lui è rimasto qui, intrappolato nella ruggine delle ringhiere, nel grido acuto del gufo, nel canto intonato del campanile, nel respiro del filo d’erba, nello sporco del selciato, nei filari dei pomodori, negli odori delle arature.
Dio si nasconde nel silenzio e nell’attesa, e forse aspetta che qualcuno lo riconosca, nel riflesso di una pozzanghera o nel latrato solitario di un cane dimenticato.
C’era un tempo in cui avevo una bicicletta. Si, qualcuno storcerà il naso, perché aveva la pedalata assistita. Sì, è vero: aveva la pedalata assistita, ma vi assicuro che, nonostante tutto, la fatica non mancava, quando andavo in giro. Ed è proprio con questa bicicletta che andavo in giro, attraversando l’alta Irpinia, seguendo la direttrice della via Appia Antica. Ed è proprio da quella bellissima esperienza che nacque “L’agente della Terra di Mezzo”, un vero e proprio inno alla vita semplice, e, a tratti, contemplativa. Un libro pieno di spunti e di slanci nei confronti della vita on the road e dei luoghi dalla bellezza incontaminata.
Dopo aver lasciato il trono, Diocleziano si ritirò nella sua sontuosa villa a Spalato, in Dalmazia (nell’attuale Croazia), dedicandosi alla vita rurale e alla coltivazione dell’orto. Quando alcuni emissari lo pregarono di tornare a governare l’Impero Romano a causa della crisi politica, si racconta che egli rispose con una frase rimasta celebre:
“Se poteste vedere le verdure che coltivo con le mie mani nel mio orto, non mi proporreste di tornare al potere.”
In questa risposta c’è la sintesi della volontà di rimanere lontano dagli intrighi politici e godersi la tranquillità della vita agricola. Fu un raro caso nella storia romana di un imperatore che scelse volontariamente di ritirarsi e di non cedere alla tentazione del potere.
Intanto il mio mandorlo fiorisce e la primavera tarda ad arrivare!
Ad Alushta ho mangiato un salmone sulla Lenina, arrostito mentre osservavo i colombi beccheggiare come sostenitori dell’ultimo arrivato. Donne fasciate in abiti di pizzo rosa o dai colori sgargianti passeggiavano sulla Naberiezhna, reggendo in mano rose dal gambo lungo, insinuando le dita sottili tra le fila di spine, sparse a casaccio sullo stelo vitreo. Una gatta amoreggiava con un cane, mentre l’uomo dalla lunga barba, suonava, da seduto, un violino ebreo, con ritmi sefarditi, muovendo il piede a tempo con la posizione delle mani, che scorrevano fluide tra la parte alta e quella bassa della tastiera. Io camminavo come un pavone dalla ruota aperta, sognando di calpestare le stesse pietre che videro Pushkin passeggiare con il vento che gli spettinava i ricci. Immaginavo l’eco della sua voce che rimbombava nelle gole del granito dei palazzi in stile liberty. Immaginavo Čechov che mi osservava dalla scorza ombrosa di un gelsomino, quando con la penna tracciava i destini di uomini dagli abiti scuri, che tessevano addii sulla sabbia della Golubaya Volna. Vedevo nitido Tolstoj passare, alto e severo, scalzo sui ciottoli della spiaggia, come un profeta, saggio e colto, che osservava come i vitini stretti sorreggevano donne, che giocavano rincorrendo i gabbiani. Sulle scale bianche di Livadija, appuntavo i sogni del mio destino nei taccuini fatti con le ultime foglie dell’estate. Ed io forestiero in cerca di gloria, suonavo le ultime sinfonie delle memorie, anelando di essere reso partecipe alla festa delle anime, dove i salmoni risalivano vivi le correnti d’acqua, senza più freddarsi in piatti di rose, stanche di bellezza.
Oggi, per qualche motivo che mi è sconosciuto, è accaduto che il mio articolo su Osvaldo Sanini, sul mio sito Internet (www.giuseppetecce.com) ha ricevuto tantissime visualizzazioni. E, per questo, mi è tornato alla mente un pezzo che avevo scritto su Sanini all’interno di un mio libro (La Gente della Terra di Mezzo) che è ancora inedito. Io stesso ho conosciuto il poeta Sanini attraverso i racconti di una mia amica, che mi ha invogliato a fare ulteriori ricerche e ad apprezzare il suo lavoro ed il suo amore per la terra irpina, che non era la sua terra nativa. Vi lascio sotto il pezzo che parla di lui:
Arrivo da Celestina, la metto in moto e ce ne andiamo, anche noi, per la via delle Puglie, arrivando fino a Grottaminarda, imboccando, poi, la via per Melito, dove mi fermo in prossimità di quella che, a prima vista, sembra una vecchia fontana, ma che, ad un esame più attento, si rivela essere un antico lavatoio in uso alle donne del paese. Lo stato della fontana non è dei migliori, ma si capisce subito che ha conosciuto fasti migliori, in altri tempi. C’è una donna seduta su uno dei muretti. Ha i capelli scuri ed è intenta a leggere un libro. Oggi sono proprio in vena di fare chiacchiere con gli sconosciuti, ed in pochi attimi sono accanto a lei. L’esperienza mi ha insegnato che ci si può fidare delle persone che leggono. Per lo più sono persone buone, bramose di conoscenza e, qualche volta, un po’ asociali. Mi avvicino, tossendo, per farle sapere della mia presenza, evitando di procurarle uno spavento. Abbiamo un contatto visivo, quando lei solleva, per un attimo, lo sguardo dal libro e mi getta un’occhiata, accompagnata da un fugace buongiorno. Non solo rispondo al buongiorno, ma mi seggo proprio di fianco a lei, che, dall’espressione del viso, non mi pare esserne troppo contenta. Che vuole? Mi dice con un’aria scocciata. Ha bisogno di qualcosa? Non le sembra di essere stata un po’ troppo rude, replico io, che, intanto, avevo sbirciato la copertina del libro che leggeva: un libro sulla storia dell’Irpinia, e la cosa mi fa particolarmente gola. Mi presento, signorina, le dico allungandole la mano: sono Giuseppe, Giuseppe Tecce, piacere di conoscerla. Piacere mio, replica lei, con aria sorpresa ed un cenno di sorriso: sono Monica. Ecco Monica, non si meravigli della mia presenza qui. Volevo fare una sosta presso la fontana. Me la ricordavo in uno stato migliore, ed invece l’incuria ed il tempo hanno lavorato insieme anche da queste parti. Si, sorride lei, è da un po’ di tempo che manca da qui. Il tempo e l’incuria lavorano da queste parti da un bel pezzo. Basta osservare le condizioni della fontana. Più che una fontana, aggiungo io, ha l’aspetto di un lavatoio. Già mi immagino le donne di una volta, chine in terra a strofinare panni e cenci con acqua e cenere. Ah, vedo che se ne intende, fa lei, che questa proprio non se l’aspettava. Però finalmente si scioglie e si mette a suo agio, sedendosi in una posizione più comoda per poter parlare. Di sicuro è incuriosita. E mi dica, cosa sa lei dei lavaggi con la cenere? Monica, vede, continuo io, nei tempi passati, non esisteva di certo il sapone, né lo smacchiante per tessuti. Ma gli antichi erano saggi e sapevano che la natura aveva una soluzione per ogni problema; così, sapevano, che i tessuti bianchi si potevano tranquillamente smacchiare utilizzando i residui della combustione dei camini, cioè la cenere. Come abbiano, poi, fatto una scoperta di questo genere, in sincerità, non lo so. Ciò che so è che avevano delle soluzioni, a volte geniali, per ogni piccolo o grande problema della vita quotidiana. Quel che è certo è che, in quell’epoca, non avevano le comodità che abbiamo al giorno d’oggi: come la lavatrice. Si immagina la fatica cui erano sottoposte quelle donne, che, con pesanti ceste di panni sulla testa, dovevano scendere dalle proprie abitazioni, arrivare fin qui, dove, in maniera condivisa, dovevano lavare i propri panni. Oggi sarebbe una cosa inimmaginabile, almeno in questa parte del mondo, ma aveva anche i suoi risvolti positivi. Si? Risponde lei. E quale sarebbe il risvolto positivo? Il risvolto positivo è che, a quel tempo, c’erano più occasioni di socialità. Non oso immaginare quanti racconti si facessero, in luoghi come questo; quante storie, quanti “cunti” siano passati attraverso queste colonne: storie di vita, magari di tradimenti, di mariti o di mogli infedeli. Insomma da qui passava la vita. Questi luoghi erano la televisione, o, ancora meglio, il whatsapp dell’epoca. D’altra parte le Agorà greche, o le Piazze romane, avevano la medesima funzione. Lei, divertita dai miei racconti, mi chiede se fossi della zona: non mi aveva mai visto in giro. Sa, il paese è piccolo e ci conosciamo un po’ tutti. Lei ha perfettamente ragione, replico, non sono del posto, ma quando posso mi ci fermo: il luogo è accogliente con i forestieri, ed è normale che sia così, considerata la storia della cittadina, nata proprio per accogliere persone di passaggio tra la Puglia e la Campania. E invece, lei, signorina, è di Grotta? Si, sono di Grottaminarda, risponde celermente, fiera di essere Irpina, nata e cresciuta in questa terra, e lo dico con orgoglio, dall’alto dei miei trentaquattro anni. Sono nata e cresciuta nel paese della “ciambottella”, una zuppa di peperoncini piccanti al pomodoro e dei “ cicatielli col pulieo”, una buonissima erba aromatica. Lei forse ignora che anche questo paese ha origini molto antiche, e le vestigia dei fasti del passato, sono conservate nel castello D’Aquino, dove c’è un museo, la biblioteca del castello, e dove si trova il noto caffè letterario. Noto soprattutto a noi giovani del posto, perché, nel tempo è divenuto il centro culturale del paese, regalandoci interessanti rassegne letterarie e musicali. Il mio amore per questi luoghi, nasce, non, come spesso accade, dalla rimozione dei loro veleni, della loro miseria e della loro impotenza, ma da uno sguardo lucido e poetico, che non nasconde nulla e non fa sconti a nessuno. Troppe persone sono arrabbiate con la nostra terra, sbattono la porta e vanno via. Troppi tra quelli che restano, pensano che la cosa più giusta da fare sia il vendersi o lo svendersi. Ecco, io sono l’esatto contrario: contraria ad ogni forma di vendita o di mercimonio del corpo, e, soprattutto, dell’anima. Troppo spesso la politica cerca di portarci via anche quella, soprattutto in luoghi come questi, depressi, dove è più facile ingannare le persone, sottraendogli anche la loro anima o il loro credo, in cambio di un lavoro, che, certe volte, non arriva mai. L’affetto per i nostri luoghi è diventato un marketing territoriale, e loro sono i commercianti della nostra identità. L’Irpinia, invece, è una terra verde e di appartata bellezza, terre alte, terra di venti, luogo dell’anima, dei miti, dei riti magici dei contadini. Per questa terra ci vorrebbe più rispetto vivo del presente, e, soprattutto un desiderio di futuro. La gente scappa e lo fa ,soprattutto, per lavoro. La realtà è questa, perché questa terra, da un punto di vista lavorativo, non offre molto, e, pertanto bisogna andar via, verso il nord dell’Italia, se non addirittura all’estero. Una volta è successo anche a me, che un mio cugino mi abbia chiamata per andare a Modena, dove avrei potuto lavorare e costruire una vita serena. In verità, sono anche andata, ma ci sono stata solo qualche settimana. Poi, il richiamo di questa terra si è fatto sentire, forte ed imperioso e mi ha indotta a tornare, proprio qui, da dove ero partita. In fondo, amo Grottaminarda, ed è un sentimento che va al di là delle contraddizioni o delle contrapposizioni politiche, che ci fanno scontrare. Questa è la terra in cui, un poeta, sconosciuto ai più, vittima delle persecuzioni fasciste, genovese di nascita, fu mandato al confino, nel 1940, restandovi, di propria volontà, fino alla morte. E chi è quel poeta, le chiedo incuriosito. Si tratta di Osvaldo Sanini, il cui nome non le ricorderà nulla, ma che tanto ha dato a questa terra e che tante emozioni continua a suscitare in me. La sua poetica struggente, si è incontrata spesso con le bellezze che ci circondano. In tanti hanno cercato di narrarle: in pochi ci sono riusciti. Lui è uno dei pochi. Poi si ferma per un attimo, si porta una mano al mento, pensa, poi riprende: «Irpinia bella, …/ Mi volean morti i perfidi;/ ma tu m’alzasti da la sepoltura/ e mi scaldasti il cuore e apristi il ciglio,/ tu mi parlasti tenera/ e prendesti di me gentile cura/ come ti fossi il più diletto figlio». E non meno bella è “Monti dell’Irpinia”. «Monti ch’io non cercai, fate che almeno/ sian le mie strofe come l’aria lievi/ e rubino l’azzurro al ciel sereno/ e la bianchezza fulgida a nevi. […] Monti, purificatemi co’ venti/ freschissimi de l’alba, con la luce/ de l’aurora, con l’acque de’ torrenti». Poi si ferma ancora. L’emozione è palpabile. Io resto in silenzio, pietrificato. Pensavo fosse una persona taciturna, ed invece, toccando i tasti giusti si era completamente liberata, esternandomi, forse, anche più del dovuto. Restiamo in silenzio per un tempo che sembra infinito. Infine mi invita a bere un bicchiere di vino in onore di questa nostra terra, contadina e letterata, bella e sconosciuta, al di fuori delle rotte turistiche, difficile e mozzafiato. La ringrazio signorina, accetto volentieri il suo invito. D’altronde oggi festeggio il mio compleanno, ed un altro bicchiere di vino ci starebbe bene.
Sono stati due giorni faticosi, ma ce l’abbiamo fatta. La presentazione del libro L’inaffondabile è stata un successone. Tante le autorità presenti, a cominciare dal Vice Sindaco di Palermo, oltre che dei Presidenti delle varie Leghe Navali della Sicilia, e soprattutto di tante persone, curiose di conoscere la storia del veliero di lusso che era considerato inaffidabile e che, invece, è affondato al largo di Porticello il 19 agosto 2024. La seconda giornata è trascorsa quasi interamente a Porticello, tra interviste e chiacchiere con le persone del posto e con un capitano di lungo corso, che la sera della tragedia era sul molo, e ci ha raccontato tutta la sua versione dei fatti. Ad ogni modo resta il fatto che il Bayesian giace ancora lì a 50 mt di profondità. Ma la cosa più importante è che abbiamo riscontrato l’affetto del pubblico, che ha sancito, ancora una volta, che la nostra scrittura è stata capace di narrare ed affascinare tanti di loro, e di farli immergere nelle atmosfere dotate di quel viaggio finito troppo presto e nel peggiore dei modi. La Sicilia ci riserverà ancora tante sorprese belle.
Sono stati due giorni faticosi, ma ce l’abbiamo fatta. La presentazione del libro L’inaffondabile è stata un successone. Tante le autorità presenti, a cominciare dal Vice Sindaco di Palermo, oltre che dei Presidenti delle varie Leghe Navali della Sicilia, e soprattutto di tante persone, curiose di conoscere la storia del veliero di lusso che era considerato inaffidabile e che, invece, è affondato al largo di Porticello il 19 agosto 2024. La seconda giornata è trascorsa quasi interamente a Porticello, tra interviste e chiacchiere con le persone del posto e con un capitano di lungo corso, che la sera della tragedia era sul molo, e ci ha raccontato tutta la sua versione dei fatti. Ad ogni modo resta il fatto che il Bayesian giace ancora lì a 50 mt di profondità. Ma la cosa più importante è che abbiamo riscontrato l’affetto del pubblico, che ha sancito, ancora una volta, che la nostra scrittura è stata capace di narrare ed affascinare tanti di loro, e di farli immergere nelle atmosfere dotate di quel viaggio finito troppo presto e nel peggiore dei modi. La Sicilia ci riserverà ancora tante sorprese belle.
La giornata di oggi è stata interamente dedicata al piccolo borgo marinaro di Porticello, dove è avvenuta la tragedia del Bayesian e dove il relitto ancora giace ad una profondità di circa 50 mt. Da autore del libro L’inaffondabile, insieme al mio editore Pietro Graus e al coautore, Attilio D’Arielli, abbiamo vissuto fortissime emozioni. Sapere che a poche centinaia di metri da noi c’era il relitto di una delle imbarcazioni più belle al mondo, un Perini Navi, un concentrato di tecnologia, sdraiato sul fondale marino, all’interno del quale sono morte tante persone, ha fatto male al cuore. Un ricordo, in particolare, è andato alla giovane Anna Lynch, che nel libro è diventata Heaven, che, giovanissima, in questo mare, purtroppo ha perso la vita. Intanto L’inaffondabile continua il suo percorso: già siamo stati opzionati per altre presentazioni a Trapani, a Giarre, a Porticello. Insomma, la Sicilia mostra un grandissimo interesse sulla faccenda e noi, d’altra parte, amiamo la Sicilia!