Porterò

Porterò con orgoglio la mia corona di spine: come un novello Gesù, camminerò verso il Golgota. Attraverserò la città vecchia, tra ali di folla, a volte muta a volte rumorosa. 

Ci sarà chi gioirà, chi mi compatirà e chi mi sputerà addosso. Questi ultimi saranno in numero maggiore, perché umanamente è più semplice distaccarsi dal dolore, soprattutto quando non è il proprio. Ma camminerò sempre a testa alta con un mantello che coprirà le mie spalle nude e fragili, marchiate con i colori dell’arcobaleno, e con un copricapo, così come ho sempre fatto in tutta la mia vita. Le feste urlanti degli sciacalli e i banchetti ululanti dei lupi, non sono mai finiti, se non sono finiti dentro a pozzo, che ho prosciugato, a volte, con un pezzo di carta assorbente. Gli assoli dissonanti di individui stonati mi hanno perseguitato da sempre. E accendendo la radio ho ascoltato storie diverse dalla mia, ma, allo stesso modo, cariche di solitudine, saggezza e sofferenza. Ma io camminerò ancora a testa alta e porterò con orgoglio la mia corona di spine, che mi è stata donata da un mondo che corre e che non potrà capire mai ciò che io provo. 

Non mi è dato sapere

Non mi è dato sapere come lascerò questa terra, su quale aeroplano fuggirò, innalzandomi su mondi sconfinati di terre verdi ed acque blu. 

Non mi è dato sapere come verrà quell’aeroplano a prendermi, ne dove atterrerà. So solo che un giorno accadrà e non potró rifiutare il viaggio. Non mi è dato sapere l’orario della partenza, né tantomeno preparare la valigia. Per oltrepassare il bardo basterà la propria presenza. E quella dovrà essere cosciente, imponente, determinata e saggia, perché non sono ammessi cambi di biglietto, né tantomeno cambi di tragitto. Il mondo delle illusioni finisce così, con lampi colorati e coriandoli sciolti nell’acqua. Non mi è dato sapere se sarò accompagnato, né se sarò accolto con un aperitivo di benvenuto, come si fa qui, su questa terra misera di sentimenti e ricca di paure. La musica, però, voglio sceglierla io e voglio un sottofondo dei Sigur Ros, le tastiere piatte e gli archi che tessono trame oniriche, su una ritmica ossessiva e piatta. Voglio sognare, come ho fatto nelle notti più belle, baciato dal caldo delle stelle, dalla luce blu dell’universo, quando ho danzato sopra montagne di problemi e ho sorvolato le cime più alte che incoronano le mie valli. Non mi è dato sapere, ma io già so. 

“A mezz’ora da tutto”, suoni e immagini

Le piramidi della Campania

In Campania, nella zona compresa tra le province di Caserta e di Benevento, si elevano tre grandi piramidi che per le loro dimensioni assomigliano a delle vere e proprie colline.
Si trovano sparse per il territorio casertano. Una si eleva vicino a Sant’Agata dei Goti, un’altra vicino a Moiano e un’altra ancora vicino a Caiazzo.
Appartengono da millenni alla tradizione più nascosta della zona e sono oggetto di interesse ancora oggi da parte di alcune comunità esoteriche locali.
Si è cominciato a parlare di loro dopo la scoperta delle piramidi di Visoko, avvenuta in Bosnia. La ripercussione culturale della scoperta le ha riportate alla luce della storia contemporanea, sia pure con molte controversie e vari segreti da parte degli abitanti della zona.
La prima ad essere stata scoperta “ufficialmente” è stata quella di Sant’Agata dei Goti, conosciuta come “collina Ariella”. Venne rilevata casualmente nel settembre del 2008 da Leonardo B. Romano che accorgendosi della similitudine con quelle bosniache ne diede notizia ai media italiani.
Le altre due piramidi sono state in seguito rilevate durante le indagini della Ecospirituality Foundation condotte in loco che hanno portato alla loro scoperta.
In questa occasione è stata raccolta anche la notizia che negli anni 50-60 è stata tentata l’apertura di una cava estrattiva, sullo spigolo a nord della piramide di Sant’Agata dei Goti. Evidentemente lo scavo è stato attuato con l’intenzione di utilizzare il materiale con cui era costruita la piramide, come era già accaduto in un primo tempo per quella di Barnenez in Bretagna.
Nel caso della piramide campana la cava venne quasi subito chiusa, e ad oggi non se ne conoscono ancora i reali motivi.
Si ignora quale civiltà antica possa essere stata tra i costruttori di queste piramidi. La zona è stata abitata in più epoche storiche da varie popolazioni. Ma nessuna di queste, per quanto si conosce, ha mai manifestato caratteristiche costruttive di questo genere.
Possiamo ricordare gli Osci, gli Ausoni e i Sanniti, di ceppo indoeuropeo, e quindi gli Etruschi che abitarono la Campania dal secondo millennio a.C. Poi i Greci che giunsero e colonizzarono successivamente queste zone nel sesto secolo, dove fondarono Cuma, il primo nucleo cittadino dell’attuale Napoli. Dopo le tre guerre sannitiche, 343-290 a.C., queste terre furono quindi occupate dai Romani, che vi fondarono parecchie colonie come l’attuale Pozzuoli. Sul finire del V secolo d.C. giunsero infine i Longobardi.
Si ritiene che nessuna di queste culture abbia potuto costruire piramidi di quelle dimensioni. Probabilmente occorre riferirsi a una civiltà sconosciuta, ancora più antica e evoluta tecnologicamente di quelle citate, e andare indietro nel tempo approssimandosi ad una datazione risalente ad almeno 5-10.000 anni a.C.
Intorno alla piramide di Sant’Agata dei Goti sono state rinvenute nei campi circostanti grandi sfere di pietra di varie dimensioni. Esse si presentano simili a quelle scoperte nei pressi delle piramidi bosniache di Visoko e a quella di Monte D’Accoddi in Sardegna.
Si ipotizza che la funzione di questi manufatti potrebbe essere quella di “accumulatori orgonici”, utilizzati secondo le pratiche degli antichi popoli per assorbire l’energia positiva catalizzata dalla piramide. Per curiosità, altri manufatti moderni, a cui viene data la stessa attribuzione, sono stati trovati presso le piramidi della Val Curone, in Brianza.
Nella misteriosa atmosfera di questi luoghi alcune di queste sfere di pietra sono state sottratte da ignoti. Ne rimagono comunque altre a testimoniare la loro enigmatica presenza, ben protette dalla gente del luogo che le nasconde in luoghi segreti, forse conoscendo il valore che esse rappresentano.
Vicino a Caiazzo, nei pressi della piramide omonima, ci sono resti di mura megalitiche oggi fondamenta di un castello, vestigia delle antica civiltà degli Osci che ha avuto sede proprio in questi luoghi.

A mezz’ora da tutto

Ed eccolo, finalmente. Il mio nuovissimo libretto: “A mezz’ora da tutto”, è nelle mie mani.
È inutile e superfluo dirvi che è bellissimo. Il libretto è in vendita ovunque ed è la cronistoria narrata del primo tour fatto in Germania, tra le nutrite comunità di italiani che vivono nelle zone di Colonia, Düsseldorf, Duisburg, Essen, a mezz’ora l’una dall’altra, e quindi a mezz’ora da tutto. Un viaggio goliardico che resterà nelle nostre storie e nella memoria di tante e tante persone che abbiamo incontrato in quel viaggio. Con me c’erano l’editore Pietro Graus e Mariano Graus, la giornalista Rai Vittoriana Abate, l’onorevole Simone Billi, lo scrittore Saverio Ferrara, il regista Maurizio del Greco e le nostre mascotte Patrizia Pili e zio Biagio.
La sera del prossimo 13 Aprile al Cinedom di Colonia, in occasione del primo premio Approdi d’Autore che si terrà in Germania, con la partecipazione del regista Fabio Massa e dell’attore Enrico Lo Verso, l’onorevole Billi donerà 100 copie del libro ai primi 100 arrivati. Io, ovviamente , provvederò ad autografarle con una una penna che, spero, scriva bene.
Intanto un po’ di copie le ho tenute per me, qui in Italia e, volendo potete chiederle direttamente a me, che, in quel caso potrò anche autografarvele.

Il ragazzo dai pantaloni rosa

Metti una mattina a pranzo con Teresa Manes

Non è questo il migliore tra i possibili mondi

Ritornando sulla strada di casa, mi sono ricordato che questo non è il migliore tra i possibili mondi. E, allora, bloccato nel traffico, mi sono ricordato che quando piove mi fa male il polso e che quando c’è vento il collo diventa rigido. Oggi, però, c’è uno spiraglio di sole, che squarcia le nuvole nere e pesanti, che da troppi giorni incombono su di noi, come ali sporche di un essere immenso che deve essersi nascosto da qualche parte, forse nelle sue stesse ali. Ma quell’essere chi è? E allora, continuando a riflettere, ho pensato che quell’essere che ci sovrasta forse siamo noi, che ogni giorno dobbiamo combattere contro le intemperie della vita, e che, forse, sono proprio i nostri improperi a diventare i mostri che nel cielo appaiono materiali, addensandosi in cumuli di vapore, simile all’ovatta, sporca, però. Poi, quell’ovatta, a un certo punto, collassa e viene giù sotto forma di pioggia purificatrice. E allora, ho pensato che la pioggia non poteva  essere una cosa negativa, perché la pioggia esisteva a braccetto con la vita, che essa stessa donava energia vitale alla natura e che altro non poteva essere, se non le lacrime di quell’essere, che, saturo di maledizioni e cattiverie, si riversava su se stesso quale rito di purificazione.

Ho guardato davanti a me. Le nubi si erano finalmente aperte, e quel raggio di sole, che prima, arrivava come uno spillo, dritto nei miei occhi, ora era diventato un campo aperto, dove giocavano bambini, che, d’improvviso, erano apparsi dinanzi a me, ricordandomi che, se è vero, che questo non è il migliore tra i possibili mondi, però ci si avvicina parecchio. 

Io e Franco Arminio

Due irpini in terra irpina

Tracce di me

Il cielo

Il cielo piangeva lacrime che sapevano di mirtillo, mentre l’aria brumosa incupiva la notte, tra i vicoli fatti di pietra e marmo. La nebbia saliva poggiandosi sui gradini di una scala che interrompeva la monotonia della via. La scala portava a un castello, disabitato, ormai, da secoli, dimora di spiriti erranti, almeno così si vociferava. C’era chi giurava di aver visto figure femminili accostarsi ai vetri delle finestre, durante le notti autunnali, e chi spergiurava di aver udito il rumore prodotto dalle spade che si davano duello. A Gesualdo ci sono arrivato sudato, dopo aver percorso la statale 303 che dal Passo di Mirabella si inerpica su per l’alta Irpinia. L’odore della brina si confondeva con quello del muschio e quando mi sono fermato vicino ad un albero, per fare la pipì, il naso è stato investito dall’odore forte dei miceti. La bicicletta l’avevo buttata di lato. È strano se mi fermo a pensare di quanto la maltratti. Poi, cancello i pensieri dalla mia testa leggera, inarco la schiena e monto di nuovo sulla mia bici, non senza aver fatto una sosta contemplativa al castello di Gesualdo, cercando dietro ai vetri delle finestre, e tra i rami degli olmi, i fantasmi di vite vissute e mai trapassate.