Il 23 Aprile

La cultura è determinata dai libri che si è letti; la pila di libri da leggere è altrettanto importante, perché ci ricorda tutto ciò che ancora dobbiamo apprendere. Le grandi librerie ci restituiscono l’odore della carta, che inebria i cervelli.
Il mio ultimo libro “L’inaffondabile” è finito dritto nella biblioteca privata di casa Alberto Moravia, e Carmen Lliosa, la moglie, lo ha definito un capolavoro.
Oggi è il giorno di nascita di Shakespeare, la giornata mondiale del libro ed il mio compleanno!

La Pasqua

Non c’è nulla da fare, può essere primavera quanto vuole, ma quando arriva Pasqua, anche se arriva ad aprile inoltrato, c’è sempre brutto tempo. Il fenomeno lo tengo sotto osservazione da decenni, perché ha sempre colpito la mia immaginazione. Chissà cosa si nasconde dietro una delle più grandi feste della Cristianità, quella in cui si festeggia non la morte, bensì la resurrezione del Cristo. Tengo tutto annotato in una vecchia agenda, una di quelle che non si trovano nemmeno più in commercio. La apro, la sfoglio, e trovo un susseguirsi di eventi climatici sfavorevoli: che Pasqua tocchi a Marzo, o ad Aprile, in alcuni casi addirittura a fine aprile, c’è sempre un tempo funereo, con nuvoloni neri, pioggia, e, ancor peggio, venti fortissimi. Il vento proprio non lo sopporto. Preferisco una giornata di pioggia, magari una pioggia lenta e rilassante, piuttosto che una giornata agitata e ventosa, pur senza pioggia.
Mancano pochi giorni a Pasqua, e si respira già aria di festa. Ovunque è un susseguirsi di odori, di sentori, di saperi e di sapori. È un tripudio di soppressate, uova sode, salami di ogni genere, spezie, pepe; è la festa della “pizza co l’ereva”, della “pizza chiena” e soprattutto della “pastiera”.
Teresa, proprio queste ultime due meritano un breve discorso a parte, perché rientrano a pieno titolo nell’Olimpo delle specialità del nostro entroterra.
La “pizza chiena” ossia la “pizza ripiena” è la rappresentazione, fatta pane, dell’abbondanza, che, soprattutto in passato, aveva avuto un valore calorico decisivo, dopo il periodo magro della Quaresima. I continui digiuni e le privazioni quaresimali, trovavano una fine naturale di fronte al muro invalicabile della pizza chiena. Si tratta di un rustico, nato nelle terre a ridosso tra la Basilicata e l’entroterra campano, che possiamo identificare proprio col territorio dell’alta Irpinia, e diffusosi, poi, in tutte le province dell’appenino, fino al basso Lazio. C’è qualche variante nel nome, ma la sostanza non cambia: è il rustico dell’abbondanza, ripieno con tutto ciò che la rappresenta, salame, prosciutto, uova, formaggi, spezie, il tutto avvolto in un morbido impasto che ne fa da contenitore. Sarà che ho un debole per i dolci, ma la pastiera, cara Teresa, è la quintessenza della bellezza del vivere, il profumo dell’alba mattutina dopo una notte di risvegli amorosi, la brezza fresca che ti accarezza il viso dopo una giornata torrida, il tetto che ti protegge dalla pioggia scrosciante in un giorno d’autunno. La pastiera è tutto questo, racchiuso in un disco, dal diametro, pressappoco, di 24 centimetri, ed uno spessore di 5. Teresa, la pastiera è il classico dolce, ripieno di ricotta e grano, tipico della tradizione napoletana, che si è diffuso nell’entroterra campano, divenendo il simbolo stesso delle festività pasquali. Non mancano variazioni irpine sul tema, con pastiere fatte con ricotta carmasciano, nocciole di avella, fichi di San mango sul calore, tutte eccellenze del territorio, contribuendo a realizzare un dolce simile, ma non uguale a quello originale. Alta è la disputa sulle strisce di pasta frolla che vengono utilizzate per decorare la parte superiore del tortino: c’è chi non segue la tradizione e ne usa a discrezione, e chi, invece, ne è legatissimo, mettendone esclusivamente sette. Pare, che secondo la tradizione, le strisce debbano essere sette a rappresentare i tre decumani di Napoli, da una parte, e i quattro punti cardinali della città, dall’altra. In ogni caso, con sette o più strisce, resta uno dei dolci più ghiotti della tradizione pasquale della nostra terra, e non c’è casa, e non c’è massaia che, nel periodo pasquale, non sia alle prese con fornelli, ricotta, grano, fiori d’arancio, e pasta frolla. ( inedito da “La Gente della Terra di Mezzo)

Ver Sacrum

In qualità di Presidente della APS “Ver Sacrum-Arte, Cultura e Società-Cinthia”, durante il mio ultimo viaggio in Germania, ho avuto l’onore di consegnare delle targhe, simbolo di amicizia e di collaborazione tra la cultura italiana e quella tedesca.
Attraverso questo gesto simbolico, abbiamo voluto costruire un ponte ideale tra il Sud Italia e le comunità italiane ormai pienamente integrate nel tessuto sociale e culturale tedesco. Le targhe rappresentano un segno di riconoscenza ed un impegno condiviso verso il dialogo interculturale, la promozione della bellezza, della memoria e della creatività.
Il riconoscimento è stato conferito a Maurizio Del Greco, Enrico Lo Verso, Fabio Massa, Grazia Cavallo Müller, Luca Paglia, ESA Colonia, BSF.

Il mio tour in Irpinia

Stamattina mi sono fatto un lungo tour in terra irpina, attraversando, questa volta in auto, paesi che, un tempo, attraversavo con la mia bellissima bicicletta. Ma in quell’epoca ero giovane ed ero ben allenato per andare in bicicletta. E così stamattina mi sono trovato a passare in alcuni dei luoghi descritti ne “L’agente della Terra di Mezzo”, come Mirabella, Grottaminarda, Fontanarosa, Paternopoli, Castelfranci, Villamaina, Gesualdo, Frigento, ricordando quelle giornate trascorse, sudato, ma felice, sui pedali della mia mountain bike. Insomma un bel giro nel cuore verde dell’Irpinia, che ti riconcilia con il mondo e con la vita!!!

La Gente della Terra di Mezzo

Cara Teresa, è da un po’ che non ti scrivo, ed ho avuto le mie buone ragioni per non farlo. Le giornate sono troppo brevi per scorrere queste terre, ed il tempo è ancor più breve per raccontarle. Il tempo, se esiste, è trascorso veloce, sono invecchiato: le due ruote, che mi hanno accompagnato nelle indimenticabili giornate di luce e di sole, sono state soppiantate da quattro ruote, più stabili e sicure per chi comincia a tentennare e di sicurezze non ne ha più tante. Il polverone ha cecato gli occhi ai cani e siamo rimasti soli in mezzo alla via, la via che avrebbe dovuto portarci verso il futuro, il progresso, l’Eldorado, che a tratti ci era stato promesso dopo il terremoto.
Mi trovo al bivio per Andretta. Ho lasciato lì Celestina ed ho fatto due passi a piedi sulla statale che taglia il Formicoso. Una striscia d’asfalto che divide un’altura piatta e priva di vegetazione. In altri tempi ti avrei raccontato ancora che questa via segue il tracciato della Via Appia Antica, ma adesso non ne ho più voglia. Le cose non mi attirano più, o, almeno, non quanto le persone e le loro storie. Sono arrivato fino al guardrail che protegge gli automobilisti più audaci in una curva troppo stretta e falsa. Mi sono fermato ed ho guardato. Le ginocchia poggiate contro la barriera, poi il vuoto, ed il ventre poggiato ad un parapetto metallico. È freddo, mi procura i brividi, che però non sono nulla al cospetto di quello che avrei provato poco dopo. Ero distratto dallo smartphone che mi segnalava l’arrivo di un messaggio, ma una volta riposto nella tasca posteriore del pantalone, sono stato costretto a sollevare lo sguardo. Costretto dalle ansie del momento che mi trascino dietro ovunque io vada e che, a volte, mi spingono ad avere una fretta che non si addice alla bellezza del luogo in cui mi trovo. Resto senza fiato, ancora una volta questa terra così cruda e dura mi lascia senza fiato. Cerco un contatto con la realtà: mi volto dapprima verso destra. La via da dove sono venuto è deserta. Mi volto, poi, a sinistra; poco più avanti, al centro esatto dell’incrocio, ci sono dei cartelli stradali: Bisaccia, Calitri, Lacedonia, Andretta. Bisaccia, il paese di Franco, Lacedonia, quello di Mario, Calitri, quello di Franca. Ho un piccolo seme piantato in ciascuno di questi paesini disseminati su queste alture impervie, ma fertili. Mi volto d’improvviso, alzando, poi, lo sguardo di fronte a me. Questi luoghi mi sono così familiari che non posso non pensare che in una vita passata li abbia abitati. In fondo li riconosco istintivamente, emotivamente, a pelle, e a naso. Tutto mi è familiare, i colori, i panorami, gli odori e d’istinto mi accorgo di sentirmi a casa, accolto in un abbraccio tenero, tipico di una madre premurosa, che teme la partenza del figlio, che non vuole che vada, che gli da cibo in abbondanza per legarlo a se, per sempre.
Ho alzato lo sguardo ed ho guardato verso Sud, attraversando con la vista un terreno all’apparenza brullo, privo di vegetazione da fusto. Qui sotto c’è Morra De Sanctis, e li più avanti, sulla sinistra c’è il lago di Conza. E ancora Lioni, Teora, Materdomini, Calabritto, poi lo sguardo si alza verso l’imponenza austera dell’Appennino. È la magnificenza del massiccio dei Monti Picentini, un massiccio immenso, ricco di acqua e di fitta vegetazione, che divide la terra irpina da quella salernitana. Questi luoghi, un tempo, furono luoghi di spionaggio, di guardia, e di scontro tra il ducato di Benevento e quello di Salerno, che in epoca longobarda, si fronteggiarono con aria di sospetto e di sfida. Ora sono luoghi materni, di accoglienza e di ricordo, di partenze e di ritorni. (Inedito da: “La Gente della Terra di Mezzo)

Dicono di me

Una cosa mai vista

Vi mostro una cosa che forse non vedrete mai nella vostra vita. Presso l’Agenzia Spaziale Europea di Colonia, in un hangar, hanno replicato la superficie lunare, e lo hanno fatto in una maniera impressionante. La sabbia che costituisce la regolite, ossia il materiale di cui è fatta la Luna, è talmente sottile, come l’originale, che non è possibile camminarci sopra, se non con una tuta spaziale ed un respiratore, pena l’ingresso di quella sabbia nei polmoni e quindi nel sistema circolatorio, arrecando danni gravissimi.

Gabriele Italia

Ho conosciuto Gabriele Italia poco più di un anno fa. Ci siamo conosciuti a Düsseldorf, in occasione della presentazione dei nostri libri presso l’istituto Dante Alighieri presente in città. Gabriele è un ragazzo dalla spiccata sensibilità, con un cuore grande, la mente lucida e tanta voglia di vivere. Gabriele ha scritto un libro, che si intitola “Io sono Gabriele”, nel quale parla di tutte le difficoltà che attraversa una persona con disabilità ogni singola giornata della sua vita. Gabriele è uno di quelli che, quando ci parli, ti fa venire la voglia di vivere. E a lui dobbiamo molto, perché è stato un grado di raccontarla la sua disabilità e di esorcizzarla. Vi consiglio di leggere il suo libro. Intanto io e Gabriele siamo amici.

Tutti in una bottiglia

Al termine della bellissima e lunghissima serata del 13 Aprile ( in verità eravamo già al 14, perché erano le 3.30 del mattino), abbiamo regalato a Maurizio del Greco, una bottiglia destinata a divenire un pezzo da collezione di tutta la storia che stiamo costruendo. La bottiglia è stata autografata da scrittori, scrittrici, editori, registi, attori, e consegnata al nostro grande amico Maurizio Del Greco, in segno di stima e di amicizia.
Poi, si sono riversati tutti nella mia camera in hotel per fare baldoria e siamo tornati immediatamente ai tempi del liceo!

Di ritorno dalla tournée in Germania

Sì conclude la mia quarta avventura in terra germanica, e si chiude con un bilancio decisamente positivo: in cinque giorni abbiamo percorso circa mille km, presentato i miei due libri, “L’inaffondabile” e “A mezz’ora da tutto”, presso la prestigiosa Stadt Bibliothek di Duisburg e presso l’associazione Mondo Aperto di Colonia. La sera di domenica 13 aprile, in occasione della prima edizione del premio Approdi d’Autore in Germania, sono stati donati dall’onorevole Simone Billi oltre duecento copie di “A mezz’ora da tutto”, e soprattutto ho ricevuto una menzione speciale ed una bellissima pergamena con attestazioni di stima e riconoscimento.
Insomma sono tornato stanco, ma di una stanchezza bella, carica di positività e di aspettative.
E non può mancare un ringraziamento a chi ha reso possibile tutto ciò, Maurizio Del Greco, che con Patrizia Pili hanno organizzato delle giornate fitte di impegni e cene luculliane, tenendo testa a scrittori, editori, attori e registi.