Letture dal Bosco su Canale 21

Si parla ancora di “Letture dal Bosco”

Germano e il Lago Laceno

Germano l’ho incontrato una mattina di Luglio. Era un sabato o forse una domenica. Poco conta, perché qui il tempo sembra essersi fermato. La strada che porta a Lago Laceno è una striscia d’asfalto scura che si srotola tra i crinali di un monte sempre verde, sempre ricco di vegetazione. Ha la sua base a Bagnoli Irpino ed è da lì che la via si biforca portando, da un lato, ad Acerno, e dall’altro, inerpicandosi su per il monte, dove l’aria trova refrigerio, e la cincia canta in sincrono con il picchio. Germano è un tipo diffidente , poco avvezzo ai rapporti umani, guida le sue mucche, di razza podolica e tanto gli basta. Io mi sono seduto da un lato, sul pianoro che riempie la valle stretta tra le cime più famose del Laceno. Dietro di me svetta alto il Cervialto, che con i suoi 1800 mt è una delle cime più alte dell’Appennino centro meridionale. Ci troviamo sul massiccio dei Monti Picentini, roccaforte degli Irpini, quando facevano parte della confederazione dei Sanniti. Un popolo forte, ostile, ribelle, forse il più forte e ribelle di tutte le popolazioni del Sannio. Guerrieri indomiti, usavano contro le legioni dell’esercito romano le tecniche della guerriglia, quella che si usa ancora oggi negli attacchi nelle foreste. Salivano, scendevano su e giù per i monti, praticando attacchi fulminei che lasciavano senza scampo. La conoscenza del territorio era l’elemento chiave di quella tecnica. Sapevano bene come e dove muoversi, dove attaccare e dove nascondersi. Un vantaggio non da poco, in un’epoca in cui non esistevano mappe, ne cartacee, ne tantomeno digitali. Ma l’esercito Romano non tollerò a lungo un tale affronto e poco tempo dopo quelle popolazioni, fiere ed indomite, furono sconfitte e relegate ai margini della storia, praticandogli la damnatio memoriae. Tale evento, se da un lato fu deleterio per le popolazioni dell’epoca, dall’altro permise che le stesse su evolvessero secondo una propria cultura e propri codici morali e legislativi di riferimento. Tale isolamento, accentuato ancor più dall’abbandono della via Appia Antica, che attraversava una parte dell’Irpinia, tagliando in due l’altopiano del Formicoso, per dar spazio alla via Appia Nuova, ossia la via Traiana, inaugurata dall’imperatore Traiano, e con il suo inizio nella città di Benevento, aveva generato una progenie altrettanto forte ed autonoma, capace di vivere in zone impervie e con un clima inclemente, che avrebbe facilmente demoralizzato le altre popolazioni dell’impero. A niente servì l’innesto di una popolazione prelevata nell’area Picentina, da cui deriva il nome di monti Picentini. I Picentini si amalgamarono bene con gli irpini, creando una popolazione ancora più fiera ed autonoma. Quelle caratteristiche ancestrali si possono notare bene ancora oggi nelle popolazioni locali.
Germano è un inconsapevole portare di quei geni che lo rendono altezzoso ed autonomo, mandriano di poche parole, ma esperto conoscitore del territorio e del proprio mestiere.
La prima parola ce la siamo detta quando una delle sue mucche si è avvicinata troppo a me, finendo per calpestarmi un piede. Fortunatamente il terreno morbido sotto le scarpe ha scaricato bene il peso dell’animale. Ne sono uscito con qualche contusione e qualche dolore al piede. Germano si è rivolto a me chiedendo se mi fossi fatto male, ma senza creare allarmismi o inutili ansie. “Gli animali sono pesanti e questo è il loro territorio. Probabilmente non ti ha nemmeno visto”, sentenziò con un linguaggio scarno ed essenziale.
“Si sa che la vista delle mucche è scadente” , rispondo io, più per attaccare bottone che per una reale necessità di trasmettere quell’informazione. Probabilmente, lui, mandriano di professione, ne sapeva molto più di me, e non tanto perché lo avesse studiato sui libri, ma per esperienza diretta, sul campo.
Caccio prontamente dallo zaino una bottiglia di Taurasi, regalatami da un’amica e portata sul campo proprio con l’intento di farlo trasbordare dallo stato solido della bottiglia a quello liquido delle vene.
Germano, dapprima diffidente, guarda la scena con un piglio accigliato, poi, senza proferire parola, si allontana, arrivando alla sua tracolla, appoggiata su di un palo, tirandone fuori una pezza di formaggio ed un coltellino. Il formaggio era avvolto in uno straccio di cotone, si siede accanto a me, ne apre i lembi e ne taglia due fette. Tanto era brutto a vedersi dall’esterno, quanto era candido, compatto e bello nella parte interna. Il coltello affonda come se fosse burro, il profumo di fieno di pascoli d’alta quota si libera nell’aria e me lo porge con una inaspettata gentilezza. Poi mi passa anche il coltellino. “Provvedi tu stesso a togliere la crosta che può contenere delle muffe”.
“Lo produci tu?” Chiedo con l’aria impacciata di chi di formaggi non ne sa poi molto.
“Lo produco io” ribatte rapido lui, precisando che dopo averlo prodotto lo fa maturare per almeno quattro mesi in una grotta, nei pressi della propria abitazione. “Una grotta naturale”, precisa, “e non, di certo, una di quelle artificiali che si usano oggi per far maturare in fretta i formaggi. Il formaggio ha bisogno del suo tempo, e se acceleri il processo, quello che ottieni non sarà più un formaggio di qualità, ma uno dei tanti formaggi industriali, fatti per far arricchire qualche spregiudicato industriale, impoverendo i mandriani, che, tuttalpiù, gli vendono il latte per quattro spiccioli”.
“La solita storia che si ripete, dei furbetti che cercano di approfittarsi dell’economia di massa, e dei poveri cristi che lavorano sodo per portare a casa un tozzo di pane”, concludo io.
“Esattame, proprio così” risponde lui, mentre allunga il braccio per prendere il bicchiere che avevo riempito di nero aglianico.
Il vino fa sciogliere il sangue e le lingue, così Germano mi racconta di essere di Materdomini. Ci tiene a precisare che non vive nella frazione, ma in una casa di campagna. Di mestiere fa il vaccaro. Possiede oltre 100 vacche, che accudisce con il fratello, Pino, che nel momento in cui parliamo, è dall’altra parte del pianoro, con una parte della mandria e tre dei sette cani che li seguono.
“Non sapevo che i vaccari si spostassero con i cani”, gli dico io, lanciandogli l’assist per scioglierlo definitivamente.
“Pensavi che solo i pecorari avessero i cani? Ti sbagliavi di grosso. I cani svolgono un lavoro importante e delicatissimo, perché tengono insieme la mandria e non lasciano che i singoli animali si muovano autonomamente.”
“A Materdomini non ci sono mai stato”, gli ribatto io, cambiando completamente discorso.
Germano sgrana gli occhi, come se avessi commesso un sacrilegio. “ Non è possibile che tu non conosca il santuario di San Gerardo Maiella. Materdomini è famosa per quello. Per il resto altro non è se non un piccolo agglomerato di case , appartenenti al comune di Caposele.”
“Mi dispiace deluderti, ma davvero non ci sono mai stato, ma considerata la bontà dei vostri formaggi, di certo verrò a farci un giro”.
“Aspetta, ribatté prontamente Germano, non tutti i formaggi di Materdomini sono buoni, anzi, direi che sono piuttosto mediocri. Invece il mio formaggio è eccellente, ma , come vedi, dietro questo sapore c’è un lavoro enorme”.
“Ma la mandria la tenete sempre su questo pianoro?” Chiedo un po’ titubante.
Germano accenna un sorriso: “ certo che no. Hai mai sentito parlare di transumanza?”
“Ovvio che ne ho sentito parlare” rispondo prontamente io, che la materia la conoscevo per davvero.
“Bene, e ora la vedi in atto. Ogni anno, per la stagione estiva, io e Pino trasciniamo la mandria fin quassù.”
“A piedi?” Chiedo con un pizzico di meraviglia.
“Il grosso si, viene a piedi. Poi, ci sono gli animali più giovani, ma anche quelli più vecchi che vengono trasportati con dei camion. Una volta qui, posso pascolare libere per tutto il periodo estivo. Abbiamo costruito una recinzione leggera, solo per la notte”.
Germano butta un’occhiata furtiva all’orologio. Capisco che è tempo che vada.
“Devo mungere le vacche, e ne avremo per un po’,” disse con l’aria di chi era costretto ad abbandonare il convivio.
Mi lascia andare e gli do una pacca sulla spalla. Germano è un gran lavoratore. Ha un’età indefinita, tra i trenta e i quarant’anni. Indossa un jeans ed una t shirt. Ma soprattutto è un uomo generoso. Prima di andare via, avvolge di nuovo la pezza di formaggio nel fazzoletto di cotone, poi me lo porge: “questo è un regalo per te”.
Io lo accetto commosso. Non se ne trovano più in giro di uomini così. (Inedito da “La Gente della Terra di Mezzo, Giuseppe Tecce”)

La Gente della Terra di Mezzo

Cara Teresa, è arrivato un altro inverno, ed è arrivato tardi, e sono ancora qui, con la mia tazza di tè, a guardare fuori dalla finestra in attesa di uno spiraglio di sole. Il freddo pungente non si è fatto ancora sentire, eppure siamo a fine gennaio, ma i meteorologi promettono neve nel prossimo fine settimana. Piove, ora, e rifletto su come i cambiamenti del clima stiano influendo sulle nostre abitudini di vita e sui cicli della natura. La neve, un tempo deprecata, ora viene chiesta, invocata, per i tanti poteri che contiene. Un contadino mi ha spiegato che la neve è il più importante diserbante selettivo: ha la capacità di distruggere in maniera mirata le erbe infestanti, quelle, per intenderci, che parassitano ai danni delle vigne, degli alberi da frutto e delle più importanti coltivazioni umane. E poi, contiene la preziosa acqua, che, imprigionata in uno strato di ghiaccio, viene rilasciata lentamente durante la primavera, irrorando di vita le valli ed i colli. Quanti beni preziosi possediamo, eppure ci consideriamo poveri. Ma poveri di cosa? O per cosa? O è, piuttosto, il nostro atavico senso di inferiorità che viene fuori, a tratti, per ricordarci che la nostra civiltà contadina si è discostata poco dai saperi dei nostri antenati. Sono cambiati i mezzi di produzione. Oggi il trattore si usa ovunque, ma i saperi restano immutati, le culture, i cicli lunari, l’avvicendamento delle colture, sono sempre uguali a se stessi, senza reali rotture con il tempo in cui si originò il sapere umano. Ancora oggi, riti pagani si mescolano a superstizioni e riti scaramantici, creando un unicum culturale che affonda le proprie origini nelle più antiche popolazioni che vivevano in questi luoghi. Teresa, io mi sento profondamente legato a loro e non vivo come senso di inferiorità, ciò che, al contrario, considero come importante punto di forza. Il contadino, a differenza dell’impiegato aziendale è il vero custode della vita su questo pianeta, perché attraverso la sua arte soddisfa il bisogno di sostentamento di centinaia di persone. Perché il grano ed il vino sono intrinsecamente dotati di una ricchezza che travalica quelle degli ori, delle corone e degli arazzi di qualsiasi re. Il suo sapere è alla base di ogni civiltà. Se un popolo non si alimenta in maniera corretta, quel popolo sarà destinato all’oblio per sempre. Poi ti succede di ascoltare storie di emigrazioni. I figli di Liliana sono andati via da Morra ed ora vivono in America, fanno la vita americana. Me li immagino mangiare cibi spazzatura, diventare obesi e vivere in casette piene di ogni confort. Ma non è mica vita quella, cara Teresa, ma l’anticamera della morte, fisica e soprattutto dell’anima e della cultura. Non si può tagliare i ponti con le proprie radici. L’anima si ammala se non sa da dove proviene, ed il corpo, a ruota, si trasforma, si deforma, si allarga. (Inedito tratto da “La Gente della Terra di Mezzo, Giuseppe Tecce”)

Piazzetta Don Ciccio Romano

Questa sera con una bella cerimonia è stata intitolata una pizzetta del Triggio all’avvocato Francesco Romano, da tutti conosciuto come Don Ciccio, uomo di sinistra, grande oratore, avvocato penalista che portò avanti tante battaglie, una su tutte quella contro il mercato dei Valani. Un abbraccio grande alla famiglia, alla moglie Sig.ra Pina, ai figli Fiorella, Antonio Bruno e Gianfranca. Alla fine della cerimonia c’è stato qualcuno che ha intonato Bella Ciao, che stranamente ha cantato anche il sindaco. Ma questo ci ha ricordato che la resistenza non fu un fenomeno identitario di una sola parte politica, ma di più anime provenienti anche dall’area Cattolica e Cristiana.

Intervista a radio RCS75

Giornata veramente piena oggi: ho rilasciato una bella intervista alla radio di Salerno RCS75, con la giornalista Claudia Izzo

Intervista a Giuseppe Tecce: Tramonti Occidentali

Archiviata la seconda edizione del Festival Letture dal Bosco

Sì chiude la seconda edizione (la prima istituzionalizzata) del Festival “Letture Dal Bosco” a Lago Laceno. Il Festival è stato molto partecipato ed il bellissimo bosco di faggi del Piano dei Vaccari ci ha accolti con un clima fresco ed amorevole. Grazie a tutti coloro che hanno partecipato all’evento, a Mariano Graus che ha partecipato in rappresentanza della Graus Edizioni, a Pietro Graus, che non ha mancato di farci sentire la sua vicinanza, anche se non presente, a Marta Krevsun autrice di bellissime poesie, che ci ha portato un’aria di giovinezza e di bellezza. Un ringraziamento anche agli altri due membri della giuria: Rosanna Lemmo, che, come al solito, è stata impeccabile e professionale, e a Maria Grazia Nazzaro che si è prestata con grande attenzione al nostro gioco. Ci sono stati i primi vincitori dell’evento: Domenico Spinelli, terzo classificato, Nuccia Maresca, seconda classificata e Stefania Napolitano, prima classificata. A loro le bellissime opere d’arte prodotte da Avventura di Latta di Napoli. Un ringraziamento a La Vie En Rose Fiori e Piante che ha superato se stesso, realizzando la corona simbolo del Festival di una bellezza ineguagliabile. E un grazie anche a Michela Ottobre, che ha concluso la manifestazione con il rito per il “Piccolo Popolo”.
Ci vediamo l’anno prossimo, sempre nella terza domenica di Luglio!

Al Passo di Mirabella

Al Passo di Mirabella passano due asini, carichi di ogni ben di Dio, accompagnati da un uomo, che li precede, con un bastone in mano e vestito di tutto punto. I due asini sono attrezzati con basto e soma. I carichi che pendono ai lati del grosso addome fanno pensare alle coppie di caciocavalli, appese al bastone per l’essiccazione. Percorrono la Statale 90, ossia la via delle Puglie, e lo fanno in direzione di Foggia. Camminano al margine della strada, per non intralciare il traffico. Hanno il passo lento di chi conosce bene la fatica del camminare e sa bene come dosare le energie per raggiungere i propri obiettivi. Le auto, come al solito, sfrecciano sulla nazionale senza curarsi troppo dell’insolita scena, a differenza degli indigeni, assiepati davanti ai bar, che forti del giorno festivo e complice un clima mite, sono in tanti per strada a chiacchierare. Alcuni riprendono l’insolita scena con il telefonino, e ridono di gusto. È da tempo che, da queste parti, non si vedeva un asino, figuriamoci due, guidati da un uomo silenzioso e forte. Io sono mosso da una gran curiosità e mi incammino verso di loro. Non ci metto troppo a raggiungerli. Sono lenti, hanno il passo cadenzato, e la schiena curva per il carico. L’uomo ha una pancia pronunciata, una barba incolta, ma ha il viso buono. Ha l’aspetto di uno sulla quarantina, ed ha il capo coperto da un cappello scuro a falda. Li affianco, e cammino sul marciapiede accanto a loro. L’uomo si gira, fa per parlarmi, ma poi si volta di nuovo verso la strada, senza pronunciare una parola. Un’occasione persa, penso io, che, invece, cercavo il contatto visivo oltre a quello della parola. Gli sorrido, in quel battito di ciglia che si volta verso di me. Gli sorrido più per l’imbarazzo che mi trasmette il suo sguardo cupo e buono, che per una reale gioia.
Che ne pensi di fermarti per una birra? Gli dico con voce ferma e tono basso. Si gira ancora verso di me ed annuisce. L’invito è stato accolto. Gli faccio cenno di seguirmi, e mi metto davanti alla simpatica carovana, sotto lo sguardo attento degli indigeni, che mi guardano con un piglio tra il divertito e l’invidioso, promuovendo la sfacciataggine. Li conduco fino al bar che era poco più avanti. Mi fermo e, prima che si fermassero a loro volta gli animali, mi presento: sono Giuseppe, dico, allungandogli la mano in segno di saluto. Lui mi tende la sua e ci avvinghiamo in una stretta vigorosa: piacere, sono Nello. Camminiamo da oltre quattro ore, e questa sosta è provvidenziale. Faccio strada verso la porta del bar, ma mi accorgo che lui si attarda, armeggiando con gli animali, anch’essi stremati per la fatica. Gli stacca la soma, poggiandola sul tubolare di ferro che delimita il marciapiede, poi, con un po’ di affanno si avvia ciondolante verso la porta di ingresso del bar, dove ero in sua attesa. Mi guardo intorno, in cerca di un posto dove sederci, lo trovo nello spazio antistante l’ingresso. Prendiamo posto all’unico tavolino rimasto libero. Il cameriere arriva subito ed ordiniamo due peroni ghiacciate ed un bel po’ di taralli. (Brano inedito, tratto da “La Gente della Terra di Mezzo” di Giuseppe Tecce)

La motivazione del premio Approdi d’Autore

Ringrazio tutti per gli auguri e vi svelo le motivazioni per le quali sono stato premiato con il premio letterario “Approdi d’Autore” ad Ischia!

Ho vinto il premio letterario Approdi d’Autore

Siamo giunti al “Day After”, il giorno dopo di tutto, ma anche il giorno in cui tutto può avere inizio. È il giorno delle opportunità, ed anche il giorno dei ringraziamenti! La serata era cominciata con un video di Maurizio De Giovanni, con un bellissimo ringraziamento a Pietro Graus, perché la sua carriera, un po’ di anni fa, prese l’avvio proprio con il premio Approdi d’Autore (tra l’altro il suo primo premio letterario). Ieri sera lo stesso premio l’ho ricevuto io, ed è stato in assoluto il mio primo premio letterario. Ma come ho detto, è anche il giorno dei ringraziamenti, in primis a Pietro Graus che è un editore davvero illuminato, precisando che non è un mero stampatore di libri, come tanti fanno, ma è un vero editore, nel senso più antico della parola: l’editore è non solo quello che seleziona l’opera, ma anche colui che l’accompagna all’altare. Un grazie di cuore va al mio amico Maurizio Del Greco, con il quale condivido pienamente questo pezzo di viaggio, che tante soddisfazioni ci sta dando e ci darà. Un grazie anche a Marta Krevsun, magnifica conduttrice della serata, donna dalla profonda sensibilità, e padrona incontrastata del palco. E ancora un grazie a Maria Baldares efficace direttrice del mio ufficio stampa, giornalista attenta, sagace e fedele braccio destro nella mia comunicazione. Un grazie a tutto lo staff della Graus Edizioni, fatto di ragazze, ed un ragazzo, attenti, premurosi e professionali. Insomma oggi, mi godo un po’ il premio che vedete in foto, opera di un artista napoletano, ma da domani di torna già al lavoro!

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