Dopo la vittoria al “Premio Internazionale Spoleto Art Festival”, sezione letteratura, con il mio romanzo “Tramonti Occidentali”, mi avete sommerso di affetto e attestazioni di stima. Non posso che essere grato per la valanga di auguri e complimenti ricevuti, sia sui social che in privato. Il vostro supporto mi da un’energia preziosa che mi spinge a guardare avanti, verso nuovi orizzonti e verso sfide ancor più ambiziose. Ora si continua a sognare e lavorare! La prossima tappa? Il film ispirato al romanzo che inizierà le riprese nella prossima primavera. E poi ci sono altri obiettivi all’orizzonte, forse grandi, ma le sfide sono fatte per essere affrontate… e vinte. P.S. nella foto il servizio fotografico fatto sotto la “Tower Bridge” dopo aver appreso la notizia della vittoria.
Una mattina qualsiasi, di un qualsiasi mercoledì di fine Agosto, mi arriva la comunicazione: ho vinto, con la mia opera “Tramonti Occidentali”, il Premio Internazionale Spoleto Art Festival. Un riconoscimento importantissimo che corona un periodo di grande lavoro e grandissimi sacrifici. Un periodo, nello stesso tempo, bellissimo per la preziosità del tempo donato e di quello ricevuto. Un premio che è un riconoscimento anche per tutte le persone che sono state e mi sono ancora vicine, che hanno creduto in me e che credono nei grandi traguardi che possiamo raggiungere insieme. Un grazie grandissimo al mio editore Pietro Graus e alla Graus Edizioni che mi ha accolto con gioia nella sua bellissima realtà, e con il quale sto intraprendendo un percorso di vita che era impensabile fino a poco tempo fa. Un grazie grandissimo anche a chi mi sostiene e sopporta tutti i giorni, a partire dal meraviglioso Maurizio Del Greco, Rosanna Lemmo, Maria Baldares e a tutte le amiche che mi supportano e sopportano. Credo fermamente che un risultato del genere si ottenga, sempre, con un grande lavoro di squadra e la mia squadra è imbattibile. Ad maiora!
I quattro peccati capitali di Londra: 1) ad eccezione di quelle famose di Abbey Road, non ci sono strisce pedonali a Londra. E di km a piedi ne ho fatti davvero tanti, ma nulla da fare; 2) non si trovano cestini per i rifiuti, nemmeno a pagarli oro. Eppure a terra non si vedono cartacce o cicche di sigarette. Ma dove diavolo li mettono: in tasca? 3) non si trovano bagni. È incredibile, ci sono centinaia di migliaia di persone per strada, ma non si trovano bagni, e la maggior parte dei locali in centro espongono cartelli: non cercate bagni qui! 4) l’ultimo peccato mortale, ma non meno grave, è che si mangia malissimo. Non hanno cultura alimentare e bisogna arrangiarsi alla meglio. Stasera per mangiare, finalmente, bene mi sono rifugiato in un ristorante Georgiano, e finalmente godo!
Coltivo questo pezzo di mondo con alacre assiduità, perché il particolare è sempre parte del tutto, e il tutto entra in ogni particolare.
A Grottaminarda ho trovato una casa, del colore delle arance di Sicilia, con un cane e quattro gatti, e in quella casa mi sono sentito a casa. Ha un grande giardino con alberi di mele e fichi e ulivi tutt’intorno. Un’amaca e un dondolo, messi in primo piano, su uno sfondo fatto di terra e poesia. In cielo c’è la luna, piena e tonda, luminosa come non mai, che illumina un cielo d’agosto terso e caldo. Il canto delle cicale non smette mai, nemmeno quando dalle Pleiadi pezzi di stelle si staccano per cadere sul pianeta, lasciando scie luminescenti per palpitanti emozioni. Il cuore batte forte, scaldando corpi che non vogliono cedere all’inedia della sera. L’indolenza delle anime si scontra presto con la verità del luogo. Generazioni sapienti di contadini maturi hanno coltivano per secoli quei terreni, ricavandone frutti e nutrimento. Zampe di vacche podoliche e pingui maiali hanno calpestato quelle terre, dove ora giace inerme, riversa in terra, un’unica foglia di fico, intrisa degli umori corporali e seminata come si fa con il grano. Non è il tempo dell’autunno, quando le foglie cadono come gocce di pianto dai crinali obliqui dei rami protetti. Non è ancora il tempo delle cadute, ma la foglia verde giace in terra, stemperando nei minerali del terreno gli ultimi suoi istanti di vita. Chiaramente è stata strappata via, chiaramente è stata messa lì, a ridosso dell’amaca, dove il cane amico, gioca scodinzolando a nuovi padroni. Il grillo abbassa la testa al mio passaggio, poi la rialza sistemandosi il cilindro. La mia capigliatura sciatta e rada nulla ha da spartire con la chioma lunga e profumata della padrona della casa. Ma nonostante il diverso, porto con orgoglio il trilby che nasconde le cicatrici del mio capo, e rassegnato mi preparo per il viaggio notturno nel cuore dell’Irpinia.
Le rane non hanno ancora smesso di gracidare, piccole luci sparse lungo il sentiero indicano la direzione che porta all’acqua. Il cane dalla coda dondolante, flemmatico mi scruta: ha una bianca peluria ed il passo di un pastore. Lei, invece, è ancora distesa sull’amaca, sazia di ogni sentimento, satolla fino all’orlo, satura di sudore e di ispirazione. Ha lunghi capelli neri, sciolti sulle spalle, mentre sorseggia una Peroni, guarda sorridendo la scena del cane che imbratta il nuovo padrone. Lo osserva divertita, poi dice di essere impaziente, che da donna ha terminato il tempo dell’attesa, che se non otterrà il tutto e subito, mollerà le redini e lascerà cadere la storia nell’oblio. Ma tu giovane donna non sai che la fretta porta sempre cattivi consigli e che la prima legge della vita è quella che ci impone di essere grati per quello che si ha. La gratitudine è il sentimento che ci riappacifica con la vita, la gratitudine apre le porte dell’invisibile, permettendoci di entrare in una dimensione che depone l’onirico in favore dell’essenza. Lei è giovane, lui non lo è più. Lei è governata dagli ormoni, lui da un senso di riappacificazione con il mondo. Lui le prende la testa tra le mani: “tesoro mio, abbi fede, tutto si sistemerà. Dai il tempo al tempo di fare il suo lavoro, sii orgogliosa delle mie vittorie, così come io lo sono delle tue. Gioisci per ogni nostro incontro, come il giubilo per il giorno di festa, come il giubileo delle anime che si incontrano per sempre, come l’incrocio dei corpi che si danno piacere. Tu ancora non lo sai, ma stiamo facendo la storia, presi dentro a un vortice di bellezza senza confini, dove tu sei la protagonista indiscussa. Dalle tue labbra pendono i battiti d’ali delle farfalle, dalla tua bocca possono sorgere fonti incontaminate di acque argentate. Ma se tu molli ora, prima ancora di averci provato, prima ancora di cominciare il percorso, se tu molli ora, avrai per sempre il rimorso ed un peso all’addome, che mal si addice ad una giovane donna, dal portamento delicato”. Così dicevano i due, dimentichi, quasi, della missione che dovevano portare a compimento quella notte, quale pegno del loro amore, quale sigillo chiuso sopra a un mondo impenetrabile agli altri, invisibile ai più. “Questa sera è una promessa, che scomparirà nel nulla se uno dei due smette di provarci. Sii costante, come lo sei in tutto ciò che fai, abbi la pazienza che hanno i forti, e mantieni sempre il sorriso che apre le porte e i cuori”. Ora è tempo di andare, la nostra eterna promessa, passa da un cammino che vale come luminosa promessa nel cammino buio che ci accingiamo a percorrere. A mezzanotte in punto, si parte”.
Viaggiare di notte assume un gusto particolare: una sorta di salto nel tempo, come quando da bambini non riuscivamo a cogliere i dettagli del paesaggio. Alle undici e quaranta lei si alza con indolenza dall’amaca che rimane dondolante. Lui ha già preparato uno zaino, con frutta, acqua e qualcosa da mangiare. Lei resta ancora vicina all’amaca, non vuole distaccarsene, non vuole cominciare il cammino. Si stropiccia gli occhi, per respingere un sonno che avanza, un sogno che arriva ed uno che se ne va. Alle undici e cinquanta sono abbracciati davanti al cancello. Lei palpita di sentimento puro, lui pende dalle sue labbra, dalla sua pelle giovane e sudata, come quella di una gazzella sfuggita all’attentato di un predatore. A mezzanotte in punto il cancello si apre, comincia il cammino di una vita, il sogno di una notte, l’afflato che li muoverà fino al mattino. Hanno deciso di arrivare fino a Lioni, di farlo di notte, come un tempo facevano i loro nonni, quando, per un voto o per diletto, ci si spostava da una collina all’altra, da una valle all’altra.
Lei riprende fiato, colore e profuma di rose. Lui mastica una liquirizia e odora di tabacco. Lui ha lo zaino sulle spalle, la mano in quella di lei. A mezzanotte e cinque minuti partono, passo dopo passo, carezza dopo carezza, sussurro dopo sussurro. Non ci vuole molto ad arrivare sulla provinciale che con poco più di due curve li porta a Carpignano. La Madonna, che da sempre abita quel luogo, li saluta alzando la mano, poi scostandosi i capelli gli augura buon viaggio. Da questo punto il percorso si fa in salita, si fa serio, i grilli cantano, la luna illumina il contado.
Salendo la salita la fatica arranca e il crinale del monte si fa più vicino. I passi passano in fretta, strusciando l’asfalto graffiato della via. Ad ogni masseria un cane abbaia, saluta con la coda e avvisa il socio più vecchio. Qualche cane si avventa sulla recinzione, ed i covoni di fieno hanno contorni nitidi al chiarore della luna. Un tasso ci taglia la strada, cammina goffo, taglia la via e si rituffa tra i campi. Non ha fatto caso alla nostra presenza, o forse non gli interessa. Sono le due quando tagliamo il bivio di Gesualdo, scegliendo di andare dritti sulla nazionale. A quest’ora non c’è gente, non c’è traffico, ma solo un via vai di curiosi scoiattoli dal mantello grigio. Poco più avanti di Pagliara, una famiglia di cinghiali, curiosa tra le nostre cose, grugnendo come maiali da recinto e amichevoli come un cane. Anatre da cortile starnazzano, allarmando la padrona, che dorme poco, accende la luce e si affaccia. “Chi c’è laggiù?” Grida, in direzione nostra, che con un poco di imbarazzo diciamo di essere viandanti, che per un voto alla Madonna, andiamo a piedi a Lioni. Due scoiattoli e tre marmotte ci seguono da un pezzo, sperando di ricevere il premio per tanta fedeltà. Spezzetto un po’ di pane e lo tiro in loro direzione. Gridano impazziti per il premio ricevuto, si fermano, ringraziano e sgranocchiano. Ci buttiamo giù per la discesa, che dopo le ultime case di Pagliara, porta dritta alla Mefite, poi a Santa Felice, ed infine a Rocca San Felice. La strada è secondaria, non ha più illuminazione. Io accendo una torcia, proseguiamo spediti. I cuori battono all’unisono quando un cane, di grossa taglia ci viene incontro con aria minacciosa. È pastore, pare del Caucaso, e il grugno sporco gli da un aspetto ancora più temibile. Ci annusa, ringhia, ci annusa ancora, sente l’odore del nostro cane. Siamo persone di fiducia, ci saluta con un inchino e si rifugia in una stalla, dove vacche succulente lo allatteranno fino al mattino.
La Mefite si fa sentire, con i suoi effluvi curativi e mortali. Le masserie nei pressi cominciano a prender vita. È l’ora in cui i contadini cominciano le attività nei campi, l’ora fresca che induce al lavoro; riposeranno quando il sole sarà alto allo zenit ed anche le cicale smetteranno di cantare. Dopo un breve tratto in salita siamo al cimitero di Rocca San Felice, dove ci compiaciamo di essere vivi e alla luce dei lumini ci scambiamo un bacio come segno propiziatorio e scaramantico. “Non è semplice essere vivi, oggi giorno, e per essere morti ci vuole meno coraggio”, dice lei, che afferra la bottiglia per il collo e ne butta giù un sorso, nella speranza che l’acqua diventi presto vino. Ma il miracolo non accade e le labbra si serrano forti al collo di lui, con la speranza di suggerne il nettare fatto di globuli rossi e globuli bianchi, dal colore amaranto, come il succo del melograno, come il vino novello, come la scorza del carmasciano lasciato ad invecchiare tra le vinacce. Ancora un poco e siamo al bivio di Sant’Angelo dei Lombardi, davanti all’ospedale illuminato, che fa bella mostra di se, silenzioso, nella notte nitida. Solo un gatto passa di lì, ci snobba e tira dritto. Ma si sa che i gatti sono diffidenti, e degli umani non hanno confidenza, con la speranza, nemmeno recondita, di dominarli, in un mondo fatto al contrario, di gatte solitarie che portano da mangiare ad umani da compagnia. Sono secoli che lo desiderano, ed il loro volere prima o poi si avvererà, per l’intanto filano via dritti con aria schifata, con passo regale e felpato. Ancora qualche curva e la sagoma sciapita di un templare ci viene contro, con la spada sguainata e sollevata, l’elmo calato sulla testa, la visiera ben abbassata sopra agli occhi, ed un mulo al posto del cavallo. Mi viene da ridere, ma lo salutò con un gesto della mano, sento un moto di piacere che sale dall’ armatura. Accanto a noi tira dritto, non ha tempo da sprecare, deve andare in guerra, perché la santa l’ha perduta ormai da un pezzo. Viene dal Goleto, dove ha riposato, per secoli fecondi di riposo e umanità. Ancora poche curve e siamo giunti alla metà. Un murales con un bambino in procinto di lagnarsi, ci accoglie con gran sorpresa e colorazioni. Alle sei in punto siamo nella piazza, dominata dalla chiesa della Santissima Assunta Maria, che dopo averci lasciati a Carpignano, ci accoglie come una madre che aspetta l’arrivo del figliolo.
Noi ci guardiamo, l’alba sta sorgendo appena e sopra agli Appennini, tra gli Alburni e i Picentini, si levano nuvole di fumo, come fuochi d’artificio, suffumigi di benessere animici. Noi ci abbracciamo, ci baciamo e cadiamo stremati su una panchina. Dormiamo.
Dopo chilometri, percorsi rigorosamente a piedi, entro finalmente nella famosa libreria di Notting Hill, sbircio tra gli scaffali e cosa esce fuori? Incredibile ma vero!
C’è una straordinaria armonia nella coesistenza degli opposti che abitano questo mondo. In un medesimo istante, sotto lo stesso cielo, l’umanità si muove tra estremi che si abbracciano in una danza eterna. Mentre qui, il sole infuocato spinge la terra al limite dell’aridità, altrove il freddo avvolge le cime innevate, sussurrando storie di gelo e di abbracci. Mentre in un angolo del mondo la primavera tesse i suoi colori, dall’altro, l’autunno riveste gli alberi di sfumature rosse e dorate, donando bellezza e malinconia al paesaggio. In questo caleidoscopio di contrasti, non c’è contraddizione ma l’essenza stessa della vita: il caldo e il freddo, la fioritura e la caduta delle foglie, il secco e l’umido, convivono in un equilibrio misterioso e perfetto. La terra ci ricorda che tutto esiste, tutto ha un senso nel suo tempo e nel suo luogo. Ci ricorda che, sebbene ognuno viva nel proprio pezzo di realtà, c’è un legame invisibile che ci unisce, facendoci partecipi di uno stesso respiro universale. Così, mentre il mondo si muove e muta, restiamo consapevoli che la bellezza non è mai in un solo luogo, ma ovunque. E in questo fluire, la vita trova la sua pienezza, nutrendosi della diversità, degli opposti che non si scontrano ma si abbracciano, come in una danza eterna. In fondo, lo stesso vale per la giovinezza e la vecchiaia: non si inseguono, ma coesistono, intrecciandosi nello stesso tempo e nello stesso luogo. Mentre un bambino scopre per la prima volta il mondo con occhi innocenti, un anziano, poco distante, contempla quei medesimi paesaggi con la profondità di chi ha attraversato tante stagioni. Sono due sguardi diversi sulla stessa realtà: uno proiettato verso il futuro, l’altro rivolto a custodire il passato. Questa simultaneità crea un equilibrio silenzioso: la freschezza e l’entusiasmo del giovane danno nuova linfa, mentre la saggezza e la calma dell’anziano offrono radici e stabilità. Non c’è opposizione, ma una coesistenza che arricchisce entrambe le parti, con un continuo scambio di energie.
Carissimi amici, se avete una copia di questo libro, tenetevela ben stretta, perché da oggi è diventato a tutti gli effetti un libro da collezione. Questa edizione è completamente esaurita, sicuramente ne seguirà un’altra, con un altro editore e con un altro titolo, in una versione rivista, e, pertanto, se avete questo libro, conservatevelo!
Sono io L’oggetto dei tuoi desideri Ciò cui tu aspiri E che mai sarai. Io, Il sicuro e l’insicuro Il tenero ed il duro, Genio maledetto Per arte ed intelletto. Sono io L’eterno insoddisfatto Cui la vita ha dato Ed io maltratto. Sono la mela Caduta accanto all’albero Il tarlo che la rode E la talpa che non vede. Sono io che Aspiro ad esser tutto E tu stai fuori ad osservare Vedi e non comprendi Che la vita scorre nelle vene Il vino è buono ma non conviene. Sono io Maldestro e distratto Incapace in ogni atto Cui tu aspiri E che mai sarai .
Gerardo era arrivato in fretta, dopo la mia chiamata. Era arrivato con una Golf nera, tutta smantellata, con il paraurti anteriore appeso da un lato, il faro mancante, ed un lunghissimo struscio sulla fiancata, dallo stesso lato. Era arrivato da Rocca San Felice, alle diciannove in punto. Io ero seduto all’ombra di un fico, proprio di fronte all’abitazione. Davanti a me un tavolino tondo di ferro, lavorato, credo, artigianalmente e quattro sedie in ferro battuto. Io non sapevo, di preciso, dove mi trovassi, né tantomeno sapevo la distanza tra quell’abitazione ed il centro abitato più vicino. Queste cose le avrei scoperte in seguito. Ciò che vedevo era ciò che esisteva, dal mio punto di vista, e ciò che vedevo era una casetta a due piani, di forma rettangolare, colorata di un giallo paglia, e sulla sinistra, attaccata ad essa, un’ulteriore casetta, anch’essa rettangolare, più piccola e colorata di bianco. Tra il giardino in cui sedevo, e la casa gialla c’era una strada; stretta, con un’unica carreggiata, ma messa bene, appena asfaltata, che contrastava con il disordine che c’era tutto intorno. E tutto intorno a me, c’era il disordine: un trattore arrugginito, da un lato, un altro trattore dal quale era stato asportato un pezzo anteriore, appezzamenti di terra coltivati a foraggio, dove il grosso del foraggio era stato tagliato e sistemato in grosse rotoballe, con scarti di paglia sparsi sul terreno, che il vento forte della sera spargeva anche sulla strada. Ce n’era di vento sabato sera, nonostante fossimo solo al primo week end di agosto. Tutt’intorno, gli alberi non davano l’idea di essere molto in forma: rami secchi, foglie ingiallite e spazzate via dal vento. Il vento, quello sì che sapeva fare bene il suo mestiere, sabato sera. Soffiava forte da sud-ovest il vento di libeccio, spazzando via l’afa del giorno, zittendo le cicale, mettendo fine alla quiete calda della controra, riponendo al sicuro e a riposo la bestia del grano, che aveva poco da fare, ormai, ora che il grano era stato mietuto. Qualcuno, però, già dalle parti del Formicoso, da dove provenivo, mi aveva avvisato che, nonostante la mietitura anticipata dal gran caldo, la bestia del grano continuava a scorrazzare indisturbata per i campi tagliati della zona ed in tanti avrebbero giurato di averla vista nell’arco dell’ultima settimana. Mi ero fermato al margine della strada, poco prima del bivio per Guardia Lombardi, e mi ero messo a fare conti con un simpatico signore che armeggiava su un trattore. Non ci volle molto che la combriccola si allargasse e che si finisse a parlare proprio di mietitura e della bestia del grano. Tutti i presenti erano certi di averla vista almeno una volta nella vita, confermando l’antico proverbio: “una volta nella vita non si nega a nessuno”. Più complicata diventava la faccenda quando il discorso si spostava verso gli avvistamenti fatti nel periodo successivo alla mietitura. A quel punto il gruppetto si spaccava in due parti: da un lato c’erano Antonio, Pasquale e Carminuccio, tutti e tre di una zona più vicina a Guardia Lombardi, che sostenevano che dopo la mietitura era impossibile osservare la bestia, perché era venuto meno il suo habitat naturale. Dall’altro lato c’erano Luigi, Generoso e Gerardo, che erano della zona di Oscata, che sostenevano di aver avvistato la bestia anche dopo la mietitura. Uno di loro, addirittura, si era spinto a farmene una descrizione: “era come una faina ma con una lunga coda bianca”, sollevando le ilarità dell’altra parte che, tra sghignazzi e sgomitate, sosteneva che fosse, per l’appunto, una faina. Gerardo di tutto ciò, però, non ne sapeva nulla e poco gli interessava. Parcheggiata la Golf davanti alla casa bianca, era sceso, venendo dritto verso di me, con la mano allungata in avanti, in segno di saluto. Era alto poco più di un metro e sessanta, rotondo quel tanto che serviva da dargli un aspetto da contadino rubicondo. La mano callosa, che indicava una vita fatta di fatica manuale nei campi, contrastava con la pelle liscia della mia; una mano da ufficio, da uomo cittadino, poco avvezzo ad avere a che fare con i lavori manuali. Ci stringiamo la mano, è gioviale e cordiale. Mi sciolgo, mi metto a mio agio e divento cordiale come lui. Si siede di fronte a me, e comincia subito a parlare: “da dove vieni?” Gerardo la tua domanda si presta ad una duplice interpretazione: con la domanda “da dove vieni” vuoi chiedere la mia città di provenienza, oppure il luogo da cui provengo e dove ero prima di venire qui? Gerardo ci pensa un po’, poi, con tutta tranquillità mi dice: “no, no, voglio sapere proprio di dove sei?” Poi, con un mezzo sorrisetto, aggiunge: “che mi frega da dove stai venendo oggi”. “Ecco”, rispondo io, con altrettanto sorriso, “ora sì che la domanda è più chiara: vengo da Benevento”. Gerardo si illumina: “Benevento! La frequentavo spesso, venti anni fa, mi dice. Ma è ancora la bella cittadina di allora?” Cerco di tagliare corto: “la città resta sempre la bella città di una volta, solo che è amministrata male”. Mi fa qualche domanda sull’amministrazione, ma cerco di glissare: “Gerà, sono venuto per riposarmi, non di certo per parlare di politica”. Gerardo sorride, comprende il mio disappunto e cambia subito argomento. Mi racconta, come se ci conoscessimo da sempre, che per tre anni era rimasto bloccato a letto, con una brutta ernia del disco, che lo aveva quasi paralizzato. “Pesavo 67 kg, prima di quell’episodio, poi, che vuoi farci, i farmaci, il cortisone, l’immobilità mi hanno ridotto così. Ora di kg ne peso 94”. “Non va bene” gli faccio eco, “sei ancora giovane e dovresti rimetterti in forma”. “Giovane” sorride lui. “Quanti anni mi dai?” Lo guardo, lo scruto, poi sparo la mia sentenza: “A mio avviso non hai più di 56 anni”. Gerardo sorride divertito: “di anni ne ho 62”. “Complimenti”, rispondo. “Al di là della faccenda del peso, non te li porti male”. “Due cose mi hanno salvato dal calvario: le bestie”, ed indirizza lo sguardo verso i cani, i gatti, che scorrazzavano liberamente sotto ai nostri piedi e poi alle mucche che pascolavano poco più in là. “E poi”, gli faccio io di rimando. “E poi”, continua lui illuminandosi in un sorriso ancora più luminoso, “mia moglie e mio figlio”. Poi si ferma, ci pensa su un po’, poi continua: “è la mia quarta moglie, sia ben inteso. Ho già due figlie grandi, di 40 e 35 anni che vivono lontano da qui. Quest’ultimo mio figlio, il maschio, ha ventidue mesi”. “Me lo fai conoscere?” gli chiedo con spontaneità. “Ora sono in Ucraina. Lei è di Odessa, ed è andata lì per stare un po’ con la famiglia. Ma credo che sia quasi ora di tornare”. Gerardo si commuove a parlare dell’ultima moglie e soprattutto del tanto atteso figlio maschio. Se ne accorge e cerca di togliersi dall’impaccio: “ora devo governare e chiudere gli animali”. Appena si alza dalla sedia, accorrono una decina di cani ed un gatto dalla coda arricciata. Gli chiedo se fossero tutti suoi quei cani. Lui mi risponde che solo i due pastori scozzesi, Alfonso e Rita, erano propriamente i suoi cani, tutti gli altri erano dei cuccioli randagi della zona, che un po’ per volta si erano aggregati e che, ora, facevano parte della sua famiglia allargata. Li chiamava tutti per nome, ed avevano tutti un nome di persona: Alfonso, Rita, Franco, Gennaro, Anna, e così via di seguito, per quanti cani c’erano. Capii subito che, a dispetto dell’aspetto fisico, il suo cuore era grande e che, per lui, non c’era poi tanta differenza tra animali ed esseri umani: tutti, a suo avviso, erano dotati di un’anima e, in quanto tali, erano degni della sua compagnia e della sua custodia. Mi accompagnò, frettolosamente, nella camera che mi aveva riservato per la notte, al secondo piano della casa gialla. Passammo attraverso una grande sala da pranzo, poi salimmo delle scale esterne, e da lì apri la porta che dava nella camera da letto, che affacciava sul retro della casa. Lui scese, indaffarato, per sistemare le mucche e le tante pecore che pascolavano libere tutto intorno. Le sistemò in un grande recinto, ed io lo guardavo orgoglioso. La notte, però, l’ho passata in bianco, per via del campanaccio appeso al collo di Carolina, la mucca più grande, che, quella notte, ha fatto un concerto solo per me. (Inedito da “I racconti della Terra di Mezzo”, di Giuseppe Tecce)
Il Mazzamauriello deve essersi svegliato presto stamattina, per prepararmi tutti i dispetti che mi ha propinato. Sono certo di aver lasciato le chiavi di Celestina sempre al solito posto, ieri sera, quando sono rientrato. Avevo svuotato le tasche del pantalone di due corposi mazzi di chiavi, che avevo deposto nel piatto di ceramica colorata, che faceva bella mostra di se proprio accanto al porta sigari in radica di noce. Le chiavi erano al sicuro dentro a quel piatto, me lo ricordo bene. Eppure stamattina non ci sono più. In casa tutti dormono ancora, è l’alba, e solo gli audaci e gli insonni sono già in piedi. Credo di non riconoscermi in nessuna delle due categorie, pur essendo già sveglio da un po’. Di certo non posso definirmi insonne, e sempre con certezza posso affermare di non appartenere alla categoria degli ignavi. Ma nemmeno oltremodo audace potrei definirmi, quanto piuttosto aduso alle comodità dell’era moderna. Nonostante tutto, nonostante tutti gli accorgimenti, le chiavi non ci sono più. Mi metto a cercare. La prima cosa che mi viene in mente è di guardare nelle tasche del giubbotto, appeso all’appendiabiti di fianco alla porta. Infilo la mano nella tasca destra, poi in quella sinistra ed infine di nuovo in quella destra. Delle chiavi nessuna traccia. Subito dopo passo in rassegna le tasche del pantalone, tutte, quelle del giubbotto giallo, di quello verde e di quello blu. Nulla da fare, Teresa, il caso vuole che le chiavi non si trovino. Il caso poi? Se vogliamo così chiamare il Mazzamauriello, tante altre cose si dovrebbero attribuire al caso. Teresa, il Mazzamauriello è un piccolo gnomo che si nasconde in casa per far dispetti. Li pensa di giorno, quando si nasconde dagli sguardi sagaci ed inopportuni degli abitanti della casa e li realizza di notte, quando esce allo scoperto, certo di non esser visto. In tanti ne hanno sentito la presenza, che si manifesta attraverso il rumore dei passi e delle sue malefatte, in pochi possono dire di averlo visto. Io mi onoro di rientrare in quei pochi che possono affermare di averlo visto, il Mazzamauriello. Come potrei descrivertelo: un omino piccolo, alto non più di due mele sovrapposte, con delle gambette esili. In testa aveva un copricapo rosso, senza la punta, al di sotto del quale fuoriusciva una folta capigliatura disordinata. Addosso aveva una camicia bianca con un panciotto scuro, come scuro era anche il pantalone aderente. Era pressappoco come appare nelle rappresentazioni classiche. Mi è apparso nel dormiveglia, quando un tonfo sordido ha attratto la mia attenzione. Attraverso la fessura della palpebra sinistra, appena sollevata, lo osservai. Pensai anche di alzarmi per prenderlo: sarebbe stato uno scoop mai visto fino ad allora. Ma un peso enorme sovrastava le mie membra e mi teneva incollato al letto. Non riuscii nemmeno a sollevare il capo, che risprofondai nel sonno più profondo dove a lungo mi intrattenni con elfi e fate in un bosco, illuminato solo dalla luna piena. Mangiammo bacche e bevemmo fermentati, che, vagamente, assomigliavano al vino. Mi parlarono di un loro lontano parente, che gli umani delle mie parti sono adusi chiamare la bestia del grano: uno gnomo anch’esso, abitante dei campi di grano, che si diverte a far muovere come onda, nelle giornate in cui l’aria è più calda e ferma. È soprattutto nell’ora della controra che entra in azione, quando minore è la presenza umana, il sole alto nel cielo, ed il caldo determina correnti ascensionali che fanno librare in volo i falchi e gli avvoltoi. E fu proprio nell’ora immota che, un giorno, mi tuffai tra le spighe imbiondite dal sole, correndo nell’ affannosa gara per acchiappare la bestia, che, inesorabilmente, vinse la sfida a me lanciata. Fu allora che intravidi code pelose, dal colore fulvo, a volte a punta bianca, spuntare sopra le cime del grano, prendendosi gioco dell’ira delle scimmie pelate. Corsi più forte del vento, feci cento capriole, rimasi senza fiato, ma, come sempre accade, non riuscii a catturare la bestia. Il grano continuò a piegarsi in onde sempre più profonde, nonostante l’assenza di vento: me ne andai con il rammarico di non poter raccontare nulla di nuovo rispetto a quanto narrato nei ritornelli dei canti a lui dedicati. Lega la bestia alla fascina, che paghi pena per la rovina. Stringila forte, stringila bene, legala all’ultimo covone, che paghi pegno per la stagione. Lega la bestia forte allo stelo, fallo subito, senza pietà, prima che attacchi e ti mandi steso. Me ne andai dal campo, con in mano una spiga appuntita come una forchetta, spigolosa come solo la natura sa essere, morbida ed accogliente nello stesso tempo. Voglio capire dove, in casa, possa nascondersi il mio personale Mazzamauriello. Mi premuro di spostare finanche l’armadio per scorgere qualche fessura nel muro, all’interno della quale potrebbe abitare. Teresa, mi sono soffermato finanche a riflettere sulle sue possibili abitudini di vita. Un essere, copia in scala ridotta di un essere umano, un corpo biologico, può mai sopravvivere senza ingerire cibo? A rigor di logica direi di no. È ovvio pensare che anche quel corpo, per quanto piccino possa essere, abbia bisogno di immettere nel proprio circuito chimico, quegli elementi che precorrono alla vita. Ma non ho mai trovato rimasugli di cibo, in giro, ne tantomeno sono scomparse cibarie di mia proprietà. Il mistero si infittisce, e continuo a cercare ovunque le tracce della sua presenza e soprattutto le chiavi. Faccio il giro dell’intera casa, facendo sempre meno attenzione a chi stava ancora dormendo. La sorpresa della sparizione si stava trasformando in ansia ed in rabbia. Torno nel luogo in cui tutto ha avuto inizio e, come per magia, appoggiati sul piatto svuotatasche, sono ben in evidenza i due mazzi di chiavi che tanto mi avevano fatto penare. Resto sbalordito, mi guardo intorno, non c’è nessuno. Prendo con gran fretta le chiavi, prima che possano sparire di nuovo. Le tocco, sono vere, sono materialmente esistenti, sono freddo metallo, che si scalda in fretta a contatto con le mie mani. Le chiavi di casa le sistemo nello zaino, le chiavi che rimettono in vita Celestina le ripongo, con cura, nella tasca del pantalone. Credo che sia ora di uscire di casa, senza pensare a nulla, tanto il Mazzamauriello mi ha fatto fesso per l’ennesima volta e gli eventi, che ho visto con i miei stessi occhi, è meglio ascriverli a fenomeni soprannaturali. Quanto meno tutelo la mia integrità mentale, senza stare a scervellarmi troppo. (Inedito da La Gente della Terra di Mezzo, di Giuseppe Tecce)