Dal 20 al 25 novembre sarò in Germania, per una serie di appuntamenti organizzati in maniera magistrale dal mio amico regista, Maurizio Del Greco. Con me ci sarà il mio editore Pietro Graus e altri scrittori della Graus Edizioni. Il mini tour prevede delle tappe presso alcuni centri di cultura italiana e all’Agenzia Spaziale Europea di Colonia, dove saremo in compagnia di alcuni importanti scienziati italiani. Agli appuntamenti ufficiali, seguiranno una serie di appuntamenti non ufficiali, ma di grandissima importanza. Insomma si prospetta un nuovo tour de force, che affronto sempre con grande entusiasmo, per abbracciare i tanti italiani che verranno a salutarci!
Da questa squadra formidabile, della casa editrice Graus Edizioni, sta per arrivare il libro dell’anno: “L’Inaffondabile”, ispirato alla storia vera del Bayesian, scritto a quattro mani da me e da Attilio D’Arielli. Un libro formidabile. Il primo che scandaglia seriamente tutte le ipotesi dell’affondamento, facendolo in modo originale, stuzzicando l fantasia e la curiosità del lettore. Il libro esce il 19 novembre, a tre mesi esatti dal disastro, e può essere già preordinato al seguente indirizzo:
L’uomo in questa fotografia non è un povero, né un mendicante, né un vagabondo. Questo uomo è Lev Tolstoj: uno dei giganti della letteratura russa, conosciuto in tutto il mondo, ma pochi conoscono la straordinaria storia dietro questa foto. A cinquant’anni, Tolstoj cadde in una profonda depressione. La sua tristezza aumentava di giorno in giorno, senza una ragione apparente. Tolstoj era un conte, uno degli uomini più ricchi del suo paese, famoso in tutto il mondo. Eppure, era infelice. «Il denaro non era niente, il potere non era niente. Si vedevano persone che avevano entrambi ed erano infelici. Anche la salute non contava molto; c’erano persone malate piene di voglia di vivere e persone sane che appassivano, angosciate dalla paura di soffrire». Un giorno, passeggiando per il viale Afanasevsky, vide un orfano e, mosso dalla compassione, lo portò a casa sua. E per la prima volta da tanto tempo, si sentì bene. Si dimenticò di sé stesso, dei suoi problemi, della sua tristezza. Da quel momento, Tolstoj rinunciò ai suoi abiti da gentiluomo, ai suoi lussi e privilegi, e iniziò a condurre una vita semplice, donando ciò che possedeva ai bisognosi. «Non parlarmi di religione, di carità, di amore», diceva spesso, «ma mostrami la religione nelle tue azioni». Tolstoj fu anche il primo teorico della non violenza, predicava la fraternità tra i popoli e le sue idee ispirarono un’altra grande figura del XX secolo, Mahatma Gandhi. Fino al giorno della sua morte continuò ad aiutare gli altri, e per questo molti lo consideravano pazzo. In un mondo in cui conta solo il possedere, l’avere cose e persino persone, dove tutti vogliono prendere ma nessuno sa dare, Tolstoj sembrava un folle. Un giorno, un suo vecchio amico, che al contrario di Tolstoj viveva nel lusso e nella comodità, gli disse: «Che senso ha fare tutto questo? Che ti importano gli altri? Dovresti pensare a te stesso». Al che Tolstoj rispose: «Se senti dolore, sei vivo, ma se senti il dolore degli altri, sei umano».
Ed eccoci alla grande notizia: Sono stato parte integrante di un grande progetto della Graus Edizioni, che mi ha visto coinvolto insieme al grande scrittore Attilio D’Arielli, nella realizzazione, a quattro mani, di un romanzo, che potrei definire epico.
Si tratta di un’opera ispirata alla storia vera del Bayesian, dal momento della partenza nel suo ultimo viaggio, fino al momento dell’affondamento, avvenuto il 19 agosto scorso. Ma non solo, attraverso una serie di personaggi ( giornalisti, investigatori, pescatori, ingegneri, ecc…) abbiamo scandagliato tutte le possibili ipotesi sulle cause che hanno portato all’evento nefasto. Un romanzo che corre sul filo del thriller per sfiorare, poi, l’inchiesta giornalistica. Un romanzo che non nego di definire epico, che riporta, per la prima volta nella storia della gloriosa Casa Editrice Graus, il nome di Pietro Graus, quale autore della prefazione. Il libro si può preordinare e pre acquistare al seguente link:
Mi colpiscono moltissimo queste braccia incrociate, l’attesa senza resa e senza manifesta paura. La bellezza, la forza gigantesca e mite allo stesso tempo. Questa donna per cui noi temiamo e tremiamo non teme e non trema. Ed è già un manifesto.
La prima foto ufficiale di “Ver Sacrum, Arte Cultura e Società”. Ci siamo quasi tutti, e mandiamo un saluto a Franco Lp e Maurizio Del Greco, e Cinzia De Nigris, oltre che al nostro Presidente Onorario Pietro Graus, assenti giustificati.
Non temere il giorno in cui non sarai più qui, ma cerca piuttosto di vivere in modo tale che il tuo ricordo sia un invito a una risata, a una stretta di mano, a una tavola imbandita. La vita di chi lascia questo mondo continua solo nei cuori che ha toccato, e non nelle fredde casse di legno. Dopo poche generazioni, si svanisce; lascia dunque il segno in chi è presente oggi.
Quando hai più di 50anni ti capita spesso di pensare al tempo che è passato e a quello che rimane. Ti ritrovi a fare un pò di conti pensando a quanto hanno vissuto i tuoi parenti più stretti: i miei antenati mediamente hanno vissuto 80 anni. E così ti ritrovi a contare gli anni che ti restano, se pure dovesse andare tutto bene. Valutando le probanilità genetiche gli anni non sono molti ma ci sono. C’è stato un tempo in cui non contavo il tempo rimanente perché avevo sempre la percezione di essere sempre e per sempre. Non c’era letteralmente niente da contare. La vita era come continui lampi improvvisi e non ti metti certo a contare il tempo di un lampo. Non si tratta di dire se era meglio prima o adesso, ma di riconoscere il punto in cui siamo adesso e trarne il meglio. Il tempo che passa ci fa perdere elasticità e vigore nella parte del corpo che agisce, ma c’è un’altra parte del corpo, una parte che curiosamente chiamiamo anima, e invece è solo il luogo del corpo che conosciamo poco, che è in contatto col mistero, con l’altrove, con il Divino. Ecco, a questa parte del corpo il tempo che passa dona profondità e può rimuovere il rigido, il meccanico, e renderci lievi, capaci di entrare e uscire, ci permette di sentirci una rosa e un filo di vento, ci permette di piangere e di sentire veramente una carezza. Il tempo che passa non è una sconfitta e non è una vittoria. Non c’è niente da misurare. La vita non è una pizza a metro di cui poi ti resta solo l’orlo. La vita non è solo la schiena che duole e la vista che si abbassa. È anche una nuova consapevolezza, una pazienza, una comprensione, una generosità. Accettare le proprie e le altrui fragilità, giudicare gli altri e se stessi con benevolenza, ricavare goia dalle piccole cose, essere accoglienti e tolleranti, amare la terra che si calpesta e tutti gli esseri che la popolano. Questa è la migliore eredità per il tempo che ci resta. Kronos e Kairos. Contando gli anni, mi torna in mente quando mio padre, stanco del miei malesirivizi giovanili, si convinse che qualcuno mi aveva fatto una fattura e mi portò a Calitri da Zi Michele, aggiustaossa, guaritore e mago. Zi Michele abitava in campagna. Appena entrati zi Michele mi portò nel suo malazeo e da un sacchetto di canapa prese una manciata di fagioli che pose sulla boffetta. Poi prese altri 10 fagioli contati e li mise di fianco alla manciata. Infine tolse alcuni fagioli dal mucchietto e 5 fagioli dai dieci. Mi guardò e disse: ” vagliò, li fasulli tuii songo assai, li mii stanno fenenno. Non sprecare i tuoi fagioli altrimenti alla fine li rimpiangerai. Usciti dal malazeo, disse a mio padre che aveva fatto l’incantesimo per togliere la fattura e non pretese niente come compenso. Oggi contavo li fasulli re zi Michele lo calitrano e sono convinto che l’antica saggezza irpina non fallisce mai.
Quando hai più di 50anni ti capita spesso di pensare al tempo che è passato e a quello che rimane. Ti ritrovi a fare un pò di conti pensando a quanto hanno vissuto i tuoi parenti più stretti: i miei antenati mediamente hanno vissuto 80 anni. E così ti ritrovi a contare gli anni che ti restano, se pure dovesse andare tutto bene. Valutando le probanilità genetiche gli anni non sono molti ma ci sono. C’è stato un tempo in cui non contavo il tempo rimanente perché avevo sempre la percezione di essere sempre e per sempre. Non c’era letteralmente niente da contare. La vita era come continui lampi improvvisi e non ti metti certo a contare il tempo di un lampo. Non si tratta di dire se era meglio prima o adesso, ma di riconoscere il punto in cui siamo adesso e trarne il meglio. Il tempo che passa ci fa perdere elasticità e vigore nella parte del corpo che agisce, ma c’è un’altra parte del corpo, una parte che curiosamente chiamiamo anima, e invece è solo il luogo del corpo che conosciamo poco, che è in contatto col mistero, con l’altrove, con il Divino. Ecco, a questa parte del corpo il tempo che passa dona profondità e può rimuovere il rigido, il meccanico, e renderci lievi, capaci di entrare e uscire, ci permette di sentirci una rosa e un filo di vento, ci permette di piangere e di sentire veramente una carezza. Il tempo che passa non è una sconfitta e non è una vittoria. Non c’è niente da misurare. La vita non è una pizza a metro di cui poi ti resta solo l’orlo. La vita non è solo la schiena che duole e la vista che si abbassa. È anche una nuova consapevolezza, una pazienza, una comprensione, una generosità. Accettare le proprie e le altrui fragilità, giudicare gli altri e se stessi con benevolenza, ricavare goia dalle piccole cose, essere accoglienti e tolleranti, amare la terra che si calpesta e tutti gli esseri che la popolano. Questa è la migliore eredità per il tempo che ci resta. Kronos e Kairos. Contando gli anni, mi torna in mente quando mio padre, stanco del miei malesirivizi giovanili, si convinse che qualcuno mi aveva fatto una fattura e mi portò a Calitri da Zi Michele, aggiustaossa, guaritore e mago. Zi Michele abitava in campagna. Appena entrati zi Michele mi portò nel suo malazeo e da un sacchetto di canapa prese una manciata di fagioli che pose sulla boffetta. Poi prese altri 10 fagioli contati e li mise di fianco alla manciata. Infine tolse alcuni fagioli dal mucchietto e 5 fagioli dai dieci. Mi guardò e disse: ” vagliò, li fasulli tuii songo assai, li mii stanno fenenno. Non sprecare i tuoi fagioli altrimenti alla fine li rimpiangerai. Usciti dal malazeo, disse a mio padre che aveva fatto l’incantesimo per togliere la fattura e non pretese niente come compenso. Oggi contavo li fasulli re zi Michele lo calitrano e sono convinto che l’antica saggezza irpina non fallisce mai.