In fondo, ognuno di noi, a modo suo, combatte una guerra invisibile. C’è chi affronta le proprie paure, chi lotta contro le insicurezze, chi sfida la solitudine o i dolori del passato. Siamo tutti guerrieri, immersi nelle nostre battaglie quotidiane, anche se non lo mostriamo al mondo. Ma alla fine, al di là di tutte le sfide e dei conflitti interiori, siamo tutti alla ricerca di una cosa: un po’ di amore. Un amore che possa darci conforto, forza, speranza. Un amore che ci faccia sentire visti, ascoltati, accettati. Perché è questo che ci rende umani: la ricerca di connessione e affetto, nonostante le tempeste che portiamo dentro.
Sono nato in una terra di mezzo, che non è ne mare, ne montagna. Una terra che ancora vivo, dove i ritmi della natura scandiscono ancora il tempo, dove puoi ancora osservare gli animali andare in letargo quando arriva l’inverno, e il contadino mietere il grano in estate.
Qualcuno ha detto che sono un provinciale, ma io ribatto che non sono un provinciale, bensì un bucolico, un campestre con l’attitudine al bohémien.
Da giovane ho letto molti autori della letteratura russa, sia quelli dell’epoca d’argento che quelli dell’epoca doro. E non è un caso che l’artista che più di tutti mi è rimasto nel cuore, sia proprio un bucolico, un campestre, un campagnolo.
Si chiamava Sergej Esenin, morì giovane, suicida, in un hotel di San Pietroburgo, in circostanze alquanto sospette. E il manifesto della sua poesia, così legata al mondo contadino è : “Confessioni di un Teppista”, di cui allego il testo. Buona lettura:
Non a tutti è dato cantare, E non tutti possono cadere come una mela Sui piedi degli altri. Questa è la più grande confessione, Che mai teppista possa rivelarvi. Io porto a bella posta la testa spettinata, Lume a petrolio sopra le mie spalle. Mi piace illuminare nelle tenebre L’autunno spoglio delle vostre anime. E mi piace quando una sassaiola di insulti Mi vola contro, come grandine di rutilante bufera, Solo allora stringo più forte tra le mani La bolla tremula dei miei capelli. È così dolce allora ricordare Lo stagno erboso e il suono rauco dell’ontano, Che da qualche parte vivono per me padre e madre, Che se ne fregano di tutti i miei versi, E che a loro sono caro come il campo e la carne, Come la pioggia fina che rende morbido il grano verde a primavera. Con le loro forche verrebbero a infilzarvi Per ogni vostro grido scagliato contro di me. Miei poveri, poveri contadini! Voi, di sicuro, siete diventati brutti, E temete ancora Dio e le viscere delle paludi. O, almeno se poteste comprendere, Che vostro figlio in Russia È il più grande tra i poeti! Non vi si raggelava il cuore per lui, Quando le gambe nude Immergeva nelle pozzanghere autunnali? Ora egli porta il cilindro E calza scarpe di vernice. Ma vive in lui ancora la bramosia Del monello di campagna. Ad ogni mucca sull’insegna di macelleria Da lontano fa un inchino. E incontrando i cocchieri in piazza, ricorda l’odore del letame dei campi nativi, Ed è pronto a reggere la coda d’ogni cavallo, come fosse uno strascico nuziale. Amo la patria! Amo molto la patria! Anche con la sua tristezza di salice rugginoso. Adoro i grugni infangati dei maiali E nel silenzio della notte, la voce limpida dei rospi. Sono teneramente malato di ricordi infantili, Sogno delle sere d’aprile la nebbia e l’umido. Come per scaldarsi alle fiamme del tramonto S’è accoccolato il nostro acero. Ah, salendo sui suoi rami quante uova, Dai nidi ho rubato alle cornacchie! È lo stesso d’un tempo, con la verde cima? È sempre forte la sua corteccia come prima? E tu, mio amato, Mio fedele cane pezzato?! La vecchiaia ti ha reso rauco e cieco Vai per il cortile trascinando la coda penzolante, E non senti più a fiuto dove sono portone e stalla. O come mi è cara quella birichinata, Quando si rubava una crosta di pane alla mamma, e a turno la mordevamo senza disgusto alcuno. Io sono sempre lo stesso. Con lo stesso cuore. Simili a fiordalisi nella segale fioriscono gli occhi nel viso. Srotolando stuoie d’oro di versi, Vorrei dirvi qualcosa di tenero. Buona notte! A voi tutti buona notte! Più non tintinna nell’erba la falce dell’aurora… Oggi avrei una gran voglia di pisciare Dalla mia finestra sulla luna. Una luce blu, una luce così blu! In così tanto blu anche morire non dispiace. Non m’importa, se ho l’aria d’un cinico Che si è appeso una lanterna al sedere! Mio buon vecchio e sfinito Pegaso, M’occorre davvero il tuo trotto morbido? Io sono venuto come un maestro severo, A cantare e celebrare i topi. Come un agosto, la mia testa, Versa vino di capelli in tempesta. Voglio essere una gialla velatura Verso il paese per cui navighiamo.
In ogni luogo, in ogni paese, in ogni borgo, per quanto piccolo possa essere, si incontrano sempre tre personaggi: il letterato, l’artista e il filosofo. Non c’è nulla da fare, è una regola ferrea che si applica a qualsiasi luogo e che continua a stupirmi ovunque io vada. Se pure ci fossero soli tre abitanti in un borgo, essi sarebbero esattamente un letterato, un artista e un filosofo. E se un luogo fosse abitato da meno di tre persone, a esempio una, stai pur certa che quell’unica persona sommerebbe in sé le caratteristiche di tutti e tre i personaggi. Anche perché per vivere da soli, e soprattutto se si vive da soli, c’è bisogno di una preparazione oltremodo al di sopra del normale. C’è bisogno di filosofia, di poesia e di arte: solo in questo modo si può avere la possibilità di sopravvivere. Sopravvivere alle difficoltà, alla fame e soprattutto al silenzio. Una classica esperienza di incontro, una di quelle esperienze da manuale l’ho fatta a Rocca San Felice, piccolissimo e scenografico paesino posto sui colli del pre Appenino irpino. Come al solito di buon mattino mi sono prefissato di allietare la mia giornata andando a fare visita a qualche luogo dell’alta Irpinia. Era da tanto che avevo in mente di ritornare a Rocca, e di rivedere la mefite. La domenica di fine estate promette bene, l’aria non eccessivamente calda invoglia al buonumore e alle lunghe pedalate fuori porta.
Pedalare è un esercizio del corpo, dell’anima e della mente. È un incontro con i pensieri, ed è un luogo a sé stante, dove il corpo ha un ruolo importante, ma non fondamentale, perché se c’è un carburante che permette al corpo di macinare chilometri, quello è realizzato dalla mente. Durante le pedalate, la mente e l’anima si fondono in un tutt’uno che è interessato solo alla bellezza di ciò che proviene da fuori. La sensazione di effimero del paesaggio impone, come regola ferrea, quella di incamerare, per quanto più possibile, le immagini di paesaggi unici al mondo, che profumano di storia e di bellezza a ogni curva.
L’indolenza dell’Irpinia, traspare da una finestra,che come il più bello dei quadri, fa bella mostra di sé, nel salotto buono della casa. Dietro ai vetri, la valle del Calore, il monte Tuoro e la verde Irpinia!
Una giornata memorabile, quella del 14 settembre di un anno fa, quando a Sant’Agata de Goti, nella bellezza mozzafiato del Chiostro di San Francesco, fu messa in scena una trasposizione teatrale di Ljuba senza scarpe. C’erano un po’ tutti i personaggi, compreso il lupo Fenrir.
Da quel momento lo, la mia carriera di scrittore, ha preso il volo. E un ringraziamento a tre persone in particolare: a Pietro Graus, a Maurizio Del Greco e a Michela Ottobre, che quella serata aveva organizzato in modo accurato e minuzioso.
L’autunno visto da qui, è la stagione più bella dell’anno. Da qui, intendo dall’appennino centro meridionale, da quella propaggine della Campania che si stringe tra la Puglia e la Basilicata. Qui già a fine agosto comincia l’Autunno (non per nulla le genti di queste parti sono solite dire “Austo capo re vierno, trad. Agosto è l’inizio dell’inverno). Già a Settembre cominciano tutte quelle attività tipiche della preparazione per il letargo invernale: si accatasta la legna, si preparano le conserve, sia di frutta che di pomodoro, si prepara il vino, si preparano i sottolio. Qui è la natura che detta legge. I ritmi di vita sono dettati ancora dalla natura. I contadini preparano il terreno: tra poco ci sarà la semina del grano. Gli animali vanno alla ricerca spasmodica di fonti di cibo da conservare. Molti di loro andranno in letargo e avranno bisogno di scorte alimentari. Il sole, finalmente diventa tiepido, e di mattina le valli si riempiono di nuvole basse. Finalmente arriva l’autunno da queste parti, e ci prepariamo al periodo più bello dell’anno. Chi ama questa stagione quanto me? ❤️ #Autunno #RitornoAllaNatura #VitaAutentica #Campagna #Tradizioni
Torniamo a parlare di “Ljuba senza scarpe”. Lo farò in occasione della Conferenza che terrò, il prossimo 27 Novembre, a Napoli presso il GREN (Gruppo di Ricerche Esoteriche Napoletano). Il mio intervento sarà sul seguente argomento: “Ljuba senza scarpe e il Neopaganesimo”.
Per gli interessati alla tematica, vi darò aggiornamenti più in là sul luogo (zona Piazza Carlo III a Napoli) ed orario.
A volte basta guardare in alto per sentirsi liberi. Le nuvole, con le loro forme mutevoli e leggere, stanno lì a ricordarci che tutto passa, anche i pensieri più pesanti. Oggi mi voglio fermare un attimo, osservare il cielo, e lasciarmi trasportare da quella calma che solo le nuvole sanno regalarmi.
IMPORTANTE: Lo speciale evento della presentazione di “Tramonti Occidentali” a Benevento, presso il Caffè dell’Orto, a causa di condizioni meteo avverse, è stato spostato al giorno 19 settembre alle ore 19, sempre al Caffè dell’Orto, in via Marco da Benevento 10. Segnatevi la data e ci vediamo Giovedì 19 Settembre. Sarò, sempre, in compagnia di Angelo Moretti, Grazia Caruso e Monica Carbini.