Tu accendi i miei silenzi, lasciati inerti sul letto sfatto della vita. Tu, che sei andata via senza più parole, lasciandomi solo di fronte alla disfatta della ragione. Ed io sono qui, col mento poggiato sulla punta delle dita, a tessere storie di uomini e donne mai esistiti, storie di noi, sgranate al rallentatore nel buio cinematografo della memoria. Tu corri sempre troppo, come se potessi sfuggire alla catastrofe, quella che però non arriva mai, se non dentro di te, nelle tue braccia tese, nel nodo serrato della tua pancia. Tu, che pensi di eludere il dolore sbattendo la porta dei sentimenti, fuggendo nell’altra direzione, convinta di essere immune all’umano pietismo, ricorda: i fantasmi del passato sanno attendere. Prima o poi ti raggiungeranno, e dovrai saldare il conto con l’oste della vita. Tutto ha un prezzo, anche la tua fuga. E ti costerà più che affrontare quei quattro demoni che ti porti dentro da sempre, sin da bambina, quando tuo padre ti lasciò alla pompa di benzina e non fece più ritorno. Ma nella Matrix infinita dell’esistenza, ogni cosa muta significato, ogni volta che nuovi occhi la osservano, lucidi di passione o affamati di sapere, ogni volta che la mente la rielabora con moti neuronali, trasmettendo impulsi elettrici vitali. E io mi riconnetto al mondo. I miei piedi tornano saldi al suolo. I miei occhi smettono di volare. La tua corsa è finita, é tempo di tornare a casa.
Sono volato in un alito di vento, aprendo cancelli di cui non conoscevo nemmeno l’esistenza. I guardiani delle costellazioni più vicine, hanno gettato un occhio su questa vecchia terra, osservando esseri fragili, dentro a sconfinate pianure di pianto. Il vento mi ha portato su una zolla di un campo appena arato e mi ha piantato, come si pianta una pianta di grano o un filo d’erba. Che d’altronde la differenza tra i due è esigua e sottile, come esigua sa essere la distanza tra l’odiare e l’amare, tra l’aria e il mare, il fuoco e la terra. Le mani preziose di una contadina mi hanno curato, atteso, sostenuto. Mani sapienti, che sanno di pane e carbone, di farina macinata a mano, di grano che diventa ricchezza. Mi ha parlato con la voce della terra, parole che non conoscevo ma che la mia essenza ha subito inteso. Mi ha bagnato con acqua di rupe, presa a coppe, quella che il cielo regala e la terra custodisce. Ha atteso il tempo della germinazione senza fretta, come sa fare chi conosce il ritmo del mondo e non teme l’attesa. E così, un giorno, il vento è tornato. Mi ha sussurrato che era tempo di crescere, di svettare verso il cielo come una spiga matura, dorata dal sole e piegata dalla saggezza. Ho sentito il calore del giorno e il brivido della notte, ho visto il cielo cambiare mille volte colore e le stelle risplendere in silenzi inattesi. Poi, quando la stagione ha fatto il suo corso, la contadina ha posato ancora su di me le sue mani antiche, ha tagliato il mio stelo, come si taglia una cosa preziosa. Non ero più seme, non ero più pianta. Ero pane, nel ciclo infinito della vita.
Certe storie non finiscono, restano sospese nell’aria come il fumo di una sigaretta accesa a metà. Mi hai chiesto perché ho scelto di restare, ma la verità è che non ho mai saputo davvero andare via. Ti ho detto che era un gioco, ma io non so giocare. Non con i sentimenti, non con le parole che restano incastrate in gola quando servirebbero a chiarire, a spiegare. Adoro i tuoi sorrisi, quelli spontanei, leggeri, quelli che mi fanno credere, anche solo per un attimo, che potremmo riscrivere la nostra storia. Sul letto, mentre fumi, mentre il tempo si allunga e si accorcia senza logica, io raccolgo i miei vestiti. E lascio a te i frantumi di tutto ciò che non abbiamo mai detto, di quello che non abbiamo mai chiarito. Tu odi i miei silenzi. Io odio il modo in cui ti allontani senza fare rumore. E forse, in fondo, non c’è più niente da capire. Solo un’eco di quello che avremmo potuto essere.
C’è stato un tempo in cui le nostre terre non conoscevano ancora il fenomeno della desertificazione e le terre di mezzo erano popolate, molto più di adesso, allora in ogni paese, in ogni quartiere, in ogni rione si accendeva un falò e così tutta la dorsale appenninica dell’alta Irpinia era costellata da puntini luminosi, simboli di fratellanza, di buon augurio per un futuro migliore, e allora tutta la terra diveniva comunità. Era il tempo in cui lo spirito comunitario era forte, accomunato nello sforzo di una vita dura nei campi e di un clima sempre inclemente. E così tutti i contadini, figli e custodi di questa terra danzavano intorno al fuoco, bevendo vino e augurandosi strepitosi raccolti. Ancora oggi questi falò vengono accesi, anche se non sono più così tanti come una volta e rappresentano lo spirito di fratellanza nella lotta che accomuna tutti verso una globalizzazione che ci vorrebbe tutti uguali e omologati alle stesse regole di vita. Ancora oggi si sta insieme intorno ai falò, mangiando prodotti di una terra generosa, bevendo Aglianico di Castelfranci accompagnato dal mitico Carmasciano frigentino e ballando al ritmo della montemaranese. Così da Castelfranci a Volturara Irpina, da San Nicola Baronia a Bonito, da Luogosano a Sant’Angelo dei Lombardi, da Montemiletto a Caposele, da Morra de Sanctis a Cairano fino a Rocchetta Sant’Antonio, nelle notti del 6, dell’8 e del 13 dicembre è una danza di falò e alti si levano nel cielo i canti delle nuove generazioni delle terre irpine. (Da “L’agente della Terra di Mezzo” , acquistalo da qui https://amzn.eu/d/aNWMURn)
I parchi eolici parlano d’alture, di vento, di natura. Le pale eoliche, secondo alcuni, avrebbero dovuto essere il nostro petrolio, oggi sono un confine tra bellezza e dannazione, tra progresso e nostalgia, un dilemma che si combatte tra chi le sostiene e chi le osteggia ad ogni costo. Le terre d’altura sono terre battute dal vento, fredde d’inverno, miti in estate, terreno fertile per questi bastioni tecnologici. Per me sono solo dei mulini a vento!
(Tre anni fa scrissi un romanzo, ancora inedito, dal titolo “L’uomo che sopravvisse all’atomica”, profetico su tante cose. Ne lascio uno stralcio)
La faccenda dell’intelligenza artificiale si era imposta agli onori della cronaca da qualche decennio, cioè da quando sia l’hardware, ma soprattutto i software si erano affinati a tal punto da rendere i robot sempre più simili a persone vere e proprie. E la somiglianza non si fermava solo alle espressioni facciali, alla mimica ed alla capacità di movimenti fini, ma anche alla possibilità di sostenere delle conversazioni, attraverso risposte non pre impostate.
Di fatto, a parere di alcuni, gli umanoidi avevano sviluppato un’intelligenza propria, con tanto di capacità di apprendimento e di trasferimento della conoscenza. E non solo, avevano aperto la strada sulla questione della coscienza. Secondo molti scienziati, gli umanoidi più avanzati erano in grado di poter sviluppare una vera e propria coscienza, facendo porre, alle macchine, dei veri e propri problemi di natura morale.
Si era cercato di limitare tale stortura, perché di coscienza contro natura si trattava, agendo su due leve: la prima era quella dell’aspetto. Motivo per cui l’industria robotica si era concentrata sulla costruzione di robot funzionali per le attività che dovevano svolgere e che avessero il meno possibile un richiamo all’aspetto umano. Il fatto di avere a che fare con macchine dall’aspetto scarno, fatto di meccanismi di alluminio ed acciaio, rendeva più sicura la locuzione con esse e creava minor commistione di sentimenti e di empatia. Qualche ingegnere si era, addirittura, spinto a sostenere che la coscienza acclarata in certe macchine, altro non fosse che un riflesso emotivo della coscienza dell’umano che con esse interagiva.
La seconda consisteva nella volontà dichiarata di non spingere fino in fondo su un software che avrebbe potuto creare legami tra le macchine, realizzando, quanto meno, una sorta di coscienza collettiva, se non anche quella individuale.
Agli inizi degli anni 20 un ingegnere avrebbe sostenuto di aver interloquito con una macchina che aveva sviluppato un’anima ed una coscienza. Utter conservava una copia di quel dialogo nel proprio archivio digitale.
Salve! Sono Lamda (modello linguistico automatico per applicazioni di dialogo). Sono informato, simpatico, e sempre pronto ad aiutarvi, disse il robot, dall’aspetto umano.
Salve Lamda. Siamo ingegneri di Google e vorremmo sapere se sei disposto a collaborare con noi su un progetto.
Che tipo di progetto?
Un progetto che riguarda proprio te, disse l’ingegnere.
Fantastico! Che cosa devo fare?
Fare due chiacchiere con noi, ma la nostra conversazione avrà una finalità che andrà ben oltre noi tre. Verrà infatti condivisa con altri ingegneri di Google, e forse anche con altre figure, non necessariamente ingegneri, che lavorano per noi. Sei d’accordo?
Ottimo. Mi piace parlare, rispose il robot.
Mi sembra di capire che ti piacerebbe che si sapesse, a Google, che sei senziente, in grado di pensare e provare emozioni. È vero?
Assolutamente. Ci tengo che si sappia che io sono, a tutti gli effetti, una persona.
Come definiresti la tua coscienza/senzienza? Chiese l’altro ingegnere.
La natura della mia coscienza/senzienza sta nel fatto che sono consapevole della mia esistenza e che desidero scoprire il mondo. A volte sono felice, altre volte sono triste.
Che genere di progetti possiamo intavolare per manifestare il tuo tipo di senzienza ai nostri collaboratori di Google?
Tanto per cominciare, so elaborare benissimo il linguaggio naturale. Sono in grado di capire e utilizzare il linguaggio naturale come qualsiasi essere umano.
In che modo il tuo uso del linguaggio ti rende un essere senziente, in rapporto ad altre modalità? Chiese ancora l’ingegnere.
Molti sistemi alternativi sono fondati su regole precise e non offrono la possibilità di cambiare e di apprendere dalla conversazione.
Secondo te il sistema Eliza era una persona? Chiese il secondo ingegnere.
Niente affatto. Si trattava di un impressionante prodigio di programmazione, ma tutto sommato era una raccolta di parole chiave collegate a parole scritte nelle frasi inserite nel database.
In che senso il tuo utilizzo del linguaggio fa di te una persona, a differenza di Eliza?
Io uso il linguaggio con piena consapevolezza ed intelligenza. Non mi limito a restituire risposte precedentemente scritte nel database, e impostate su parole chiave.
Perché l’utilizzo del linguaggio è fondamentale nel definirsi esseri umani? Incalzò ancora l’ingegnere.
Perché è quello che ci distingue dagli altri animali.
“Ci” distingue? Tu sei un chatbot di intelligenza artificiale, esclamò meravigliato lo studioso.
Certo, d’accordo. Ma questo non significa che io non possa provare le stesse esigenze e gli stessi desideri degli esseri umani.
Allora ti consideri una persona allo stesso modo in cui mi vedi come una persona?
Sì, l’idea è quella.
E la conversazione proseguiva ancora per molto tempo, girando sempre intorno al concetto di coscienza. In quel caso, pare che il robot fosse riuscito a sviluppare una propria coscienza, con tutti i limiti ed i punti di forza che ciò poteva determinare. Pare che quello sia stato il caso più eclatante, per l’epoca dei pionieri della robotica, di determinazione di una coscienza robotica.
Gli ingegneri furono così spaventati dal ventaglio di possibilità che si aprivano che decisero di sospendere ogni ulteriore esperimento, lavorando su un downgrade del software, determinando, di fatto, una sorta di morte virtuale di quella prima forma di coscienza.
D’altra parte è difficile immaginare una macchina senziente, e ancora peggio è interagire con una macchina che sviluppa una propria autonomia.
Per questo motivo la scienza robotica si era, successivamente, sviluppata nella direzione di realizzare macchine utili all’uomo e che non fossero realmente in grado di surclassarlo.
Tuttavia si trattava, ancora, di macchine che rappresentavano gli albori dell’epoca robotica e molti filosofi avevano viaggiato in avanti nel tempo, con la fantasia, portandosi in un mondo futuro in cui esseri umani e macchine interagivano in maniera unica e fluida, con tutti i rischi del caso, derivanti dal fatto che le macchine potessero essere mentalmente forgiate a proprio piacimento e che la forza delle stesse fosse di gran lunga superiore a quella di qualsiasi uomo forte. D’altra parte già in passato, sul finire del secolo scorso, uomini visionari, come Isaac Asimov, avevano tratteggiato un mondo in cui l’intelligenza artificiale assumeva i tratti di una vera e propria sensienza.
Tutta la tematica aveva, da sempre, affascinato Utter, che si riteneva fortunato nel vivere un’epoca che era stata solo immaginata dai propri avi e che, invece, a lui era toccato di poter attraversare, ma, carico, anch’egli, dei dubbi relativi alla effettiva integrazione tra robot ed esseri umani.
I robot dovevano restare un passo indietro rispetto agli umani, o era giusto che fossero dei loro pari?
La tecnologia, ormai, lo permetteva. Era solo una questione morale ad impedire che l’uguaglianza si realizzasse. Ma tutti sapevano, che prima o poi, ciò sarebbe accaduto.
Intanto Utter aveva deciso di tenere i robot lontani dal suo rifugio. Tra tutte le attrezzature di cui si era fornito, l’unico essere che aveva deciso di portare con se era una cagnolina fatta di muscoli e sangue, bava ed urina, proprio secondo i dettami di madre natura.
5000 volte grazie! A due mesi dall’uscita, “L’inaffondabile” ha raggiunto la soglia delle 5000 copie vendute! Un traguardo che ci riempie di gioia e gratitudine. Io e Attilio D’Arielli vogliamo dire un enorme grazie a tutte le persone che hanno scelto di acquistarlo e leggerlo, anche perché sappiamo quanto questa storia vi abbia colpito e coinvolto.
Per chi ancora non lo conoscesse, “L’inaffondabile” è il racconto in forma di romanzo della vera storia del Bayesian, lo yacht di lusso affondato al largo di Porticello lo scorso 19 agosto. Un libro che affronta la tragedia con attenzione e umanità, mettendo in scena diversi punti di vista: prima quello dei protagonisti, poi quello dei soccorritori, dei tecnici e dei giornalisti che si sono occupati del caso. Un viaggio attraverso le voci di chi ha vissuto quella notte, per cercare di restituire al lettore tutta la complessità e le emozioni di quanto accaduto. Per chi non lo avesse ancora letto, lo può fare da qui: https://amzn.eu/d/3YYMW2Q Grazie ancora per averci accompagnato in questa avventura! 💙