𝑼𝒏 𝒗𝒊𝒂𝒈𝒈𝒊𝒐, 𝒖𝒏𝒂 𝒔𝒕𝒓𝒂𝒅𝒂, 𝒖𝒏 𝒕𝒓𝒂𝒈𝒖𝒂𝒓𝒅𝒐!


Stamattina, passeggiando tra le mura del Castello di San Barbato a Manocalzati, pensavo a quanta strada ho fatto negli ultimi anni. Strada percorsa davvero, tra presentazioni, incontri, chilometri macinati, e strada percorsa dentro, tra parole, pagine, emozioni condivise.
E poi, proprio mentre riflettevo su L’inaffondabile e sul traguardo incredibile delle 5000 copie, è arrivata la chiamata di Attilio. E ho sorriso. Perché ogni viaggio ha senso solo quando è condiviso.
Grazie a chi ci ha letto, a chi ci leggerà, a chi ha vissuto e vivrà questa storia insieme a noi. Se ancora non lo avete fatto, potete trovarlo qui:

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Intanto la nostra rotta continua.

Il giorno della Candelora

(Il brano è tratto da “La Gente della Terra di Mezzo”, di Giuseppe Tecce)
È il giorno della Candelora, e guardando attraverso i vetri della finestra, scorgo una bellissima giornata di sole. Mi affaccio, l’aria è fredda, pungente, insensibile. Un sottile strato di ghiaccio ha ricoperto tutto il mondo nel raggio del mio sguardo: i tetti, gli ulivi, i fili d’erba, l’orto, i boschi, e tutto il promontorio delle Surte. Sembra di essere finiti in un luogo incantato, fascinoso e a tratti estraneo. Anche le auto parcheggiate hanno subito la stessa sorte, e la stessa Celestina è ricoperta da uno spesso strato bianco, che ne cambia, quasi, i connotati. Mi sono stropicciato gli occhi, ed ho dovuto aguzzare la vista per poter vedere meglio sotto quella patina e riconoscerne la forma. Si, è lei, e sembra quasi chiamarmi per una partenza avventurosa. Non vedi che bella giornata di sole, mi sta dicendo. Certo fa freddo, l’aria asciutta tra poco si riscalderà sotto il lavorio incessante dei raggi solari, e, di certo, non è il giorno più adatto per starsene a casa a poltrire. In effetti, guardando intorno mi accorgo che la giornata è piena di luce, ed il cielo terso, gonfio di un azzurro pari a quello della mia Celestina, invita a ben altre avventure.
Teresa, il giorno della Candelora è un giorno sacro per le popolazioni dell’Appennino. È il giorno che decide, di fatto, se siamo usciti dall’inverno, o se ci siamo ancora imbrigliati dentro. Fa parte di quei saperi antichi di cui spesso ti ho parlato e che rappresentano l’essenza stessa della cultura contadina, intrisa di cristianesimo e di paganesimo, senza neppure saperlo. Il giorno del 2 febbraio era, già in antichità, dedicato alla dea Iunio Februa, ossia Giunone Februata, dea che era propiziatrice della guarigione dalle febbri, che anche anticamente, circolavano proprio in questo periodo. In antichità le donne, già dopo le calende di gennaio, giravano per le strade reggendo in mano fiaccole accese, per purificare i campi e le città, cosa che è stata pari pari ripresa dal rito delle candele accese della candelora. Ancora una volta torna l’antica contrapposizione tra la luce e le tenebre. Così come nel giorno di Santa Lucia si accendono falò su tutta la dorsale appenninica, per propiziare la vittoria della luce sulle tenebre, cosa che avverrà nel giorno del Sol Invictus, cioè il 25 di Dicembre, così nel giorno della candelora, si celebra la vittoria definitiva della luce. Le giornate sono decisamente più lunghe, la natura si prepara alla primavera ormai prossima e nell’aria si percepisce un sentore forte di vita. La morte delle tenebre è stata sconfitta, si deve festeggiare. Si tratta di riti che si perdono nella notte dei tempi, preservati, oggi, dal cristianesimo che si è fatto portatore e custode di quegli antichi saperi. E di luce, oggi, ce n’è in abbondanza, sembra quasi soverchiare, a tal punto che per guardare oltre il tetto bianco della casa di fronte, devo strizzare gli occhi, filtrando la luce per osservare i boschi immobili e ghiacciati della collina a sud ovest.

La decisione è presa, oggi, tanto per cambiare, si esce. Destinazione: ignota. Intanto si esce, si deciderà poi, con Celestina, dove andare.
Vestito di tutto punto scendo in cortile, e Celestina vista da vicino è ancora più impressionante: lo strato di ghiaccio che la ricopre è più spesso di quanto potesse apparire. Entro, metto in modo. Mi sembra di essere nel castello di Frozen. Al di là del freddo, che sarà facilmente abbattuto dall’aria calda che uscirà copiosa dai bocchettoni frontali, devo trovare un rimedio per pulire i vetri, in particolare quello anteriore, quello posteriore e quello superiore che mi impedisce di guardare ciò che più amo, cioè il cielo. Vado in garage, da qualche parte devo aver sistemato il raschietto per il ghiaccio. Credo di averlo usato di rado e, di sicuro, non lo uso da un paio di anni. Capire dove sia finito è un’impresa ardua. A sensazione apro il baule di plastica che sembra chiamarmi sulla destra. Mi metto a scavare e giù, in fondo, vedo sporgere il lato affilato del raschietto. Sono stato fortunato, lo tiro fuori e in pochi minuti faccio la barba a Celestina, liberando, di tutto punto, i vetri dall’acqua bianca che li copriva. Il resto della carrozzeria resta imprigionata tra i ghiacci che ne ammorbidiscono il colore, facendolo apparire di un bell’azzurro pastello. Non mi preoccupo. So che non appena avrò voltato l’angolo, uscendo dalla zona d’ombra, il sole farà il suo dovere, ripulendola completamente dalla corazza fastidiosa.
Il motore è ben caldo, i due cilindri spingono a dovere ed il passaggio automatico dalla benzina al gas sembra quasi far spegnere il motore, una sorta di extrasistole del cuore meccanico, presto compensata dalla spinta decisa dei pistoni. Siamo pronti, mi siedo, mi aggiusto, metto la cintura e partiamo. Svolto l’angolo e, come previsto, la sfera infuocata del sole mi investe con tutta la sua potenza benefica. Cammino piano per far durare il più a lungo possibile il momento, magico e carico di benefico calore. Schiaccio un po’ di più sul pedale dell’acceleratore ed il turbo comincia a fare il suo lavoro. Tutto gira come si deve, tranne l’idea di dove andare. Decido di lasciar fare tutto a Celestina ed al caso: esco sulla via principale, svolto a sinistra e poi a destra. La via è larga e comoda e dopo un paio di rettifili e qualche curva mi ritrovo a Castel Del Lago, una piccola ma movimentata frazione di Venticano, famosa solo perché qui si effettua il cambio dei pullman che vanno a Napoli, ed anche per via della fermata del bus per Roma. Ovunque c’è gente che è costretta a spostarsi, per motivi di lavoro o, peggio ancora, per motivi di salute. Su uno di quegli autobus, mi è capitato, un giorno, di conoscere delle persone che avevano fatto un processo migratorio inverso, cioè dalla grande città, Napoli, si erano trasferite nel nostro territorio, considerato, a loro dire, più vivibile e a dimensione d’uomo, mantenendo il lavoro nella grande città. Ciò lì costringeva ad un pendolarismo quotidiano, che affrontavano con un gran sorriso sulle labbra e con grande forza di spirito. D’altronde, mi confidò uno di loro, se pure fossi rimasto a Napoli, avrei impiegato lo stesso tempo per andare a lavoro. Arrivare da Fuorigrotta al Centro Direzionale, soprattutto di mattina o nelle ore di punta, avrebbe implicato di rimanere imbottigliati nel traffico, con conseguente stress e peggioramento della qualità della vita. Si, è vero che da qui non vedo il mare, continuò, ma sono circondato da un immenso mare verde che, ogni mattino, mi riempie di gioia e di serenità. Teresa, il mondo è pieno di storie come questa, che, per quanto strabilianti possano sembrarti, ti fanno pensare alle mille sfaccettature dell’animo umano, ed io sono sempre convinto che, alla fine, resta pur sempre una questione di karma. Però permettimi di pensare, in modo forse un po’ troppo poetico, che svegliarsi all’alba con il canto del gallo non ha eguali, e d’altronde i pesci del golfo non fanno rumore. Teresa, preferirò sempre l’entroterra al mare, è il mio destino, il mio personale karma.
Tutta questa storia dei migranti al contrario, mi ha fatto pensare ad un amico, si chiama Carlos, che ha, anche lui, una storia bellissima di migrazione all’inverso. Abbiamo trovato l’obiettivo della giornata, fare due chiacchiere con lui per farci raccontare la sua storia.
Come spesso accade, Celestina aveva già imboccato la via giusta, e forse aveva già immaginato dove saremmo andati a parare e doveva solo trovare il modo di comunicarmelo. Da Castel del Lago proseguiamo dritto. La via è piuttosto agevole e, dopo esser passati sotto al cavalcavia dell’autostrada per Bari, unico segno di modernità in questa terra antica, qualche curva ci porta sulla sommità di una collina da cui si domina la valle sottostante tracciata dal fiume Calore. Ancora qualche curva e ci accoglie il ridente villaggio di Calore, che prende il nome dall’omonimo fiume che lo attraversa. Si tratta di un piccolo agglomerato di case che costituiscono una frazione del ben più grande centro di Mirabella Eclano, che, però, dista da qui ancora qualche chilometro. Celestina lo attraversa con naturale disinvoltura, fino a quando si presenta la prima vera salita della zona, che da questo punto in poi è fatta di colline dolci, anche nell’aspetto, con un continuo sali e scendi che ben si potrebbe associare all’idea delle montagne russe.
Celestina arranca, il piccolo motore ruggisce, devo scalare la marcia, arrivando fino alla sommità della salita, che attraversa tutto il piccolo centro abitato, sfociando, di nuovo, sulla nazionale che avevamo lasciato più in basso. Lascio passare due autovetture che sfrecciano verso il fondo della valle, per immettermi sulla nazionale. È un susseguirsi di belle costruzioni moderne, con rifiniture ben fatte e tetti spioventi, in uno stile quasi nordico. E poi capannoni adibiti a depositi e supermercati. I grandi supermercati sono il segno più tangibile della modernità. Sono arrivati ovunque, soddisfacendo i principali bisogni di tutti, un po’ come i grandi mall dei cinesi, che pure si susseguono numerosi lungo questo tratto di strada. Senza quasi accorgermene ricomincia la salita, dura, sfiancate e lunga. È la stessa che facevo in sella alla mia bicicletta, con la dovuta lentezza e con il gusto di ammirare il panorama. Il panorama è sempre lo stesso, dolci colline baciate dal sole, vigneti, la bella sede di degustazione di Mastroberardino, che col suo rosso pompeiano risalta dentro a quell’immenso mare di verde. Sono giunto a Piano Pantano, l’ennesima manciata di case sparse lungo il nastro della strada. Il nome la dice lunga sulle condizioni storiche del luogo, sicuramente luogo di raccoglimento delle acque piovane, che, forse in passato erano più copiose di adesso, formando dei pantani, che si sa, sono poco salubri. Ma neppure questo ha fermato la mano dell’uomo, desiderosa di farsi spazio su questa terra, addomesticando, per quanto possibile la natura e rendendola vivibile. Al termine della striscia di case, dopo aver superato la zona archeologica dell’antica Aeclanum, l’ennesima salita, ripida, dritta, sale sul crinale della collina, sulla sommità della quale svetta un bell’esemplare di Pino marittimo. Attraversato l’abitato del Passo di Mirabella, ennesima frazione della vicina Mirabella Eclano, prendo la strada che svolta a destra, in direzione di Frigento. Due centri commerciali, posti l’uno di fronte all’altro mi accolgono al passaggio, con decine di macchine parcheggiate a destra e a sinistra. Non sono ammesse distrazioni, manca ancora un pezzo di strada, e, manco a farlo apposta, sarà tutta in salita. E che salita, dura sfiancante, per chi la doveva percorrere a piedi nell’antichità, per le bestie da soma caricate di tutto punto, che erano costrette a seguire i mercanti dell’epoca, per i ciclisti che vi si avventurano ancora oggi, ed anche per le autovetture che nel giro di pochi chilometri sono costrette a salire ad un’altezza di quasi mille metri. La via diventa tortuosa, e ad ogni curva si sale di parecchio. I tornanti sono larghi, ed agevoli. Celestina, nonostante il suo piccolo cuore, si trova perfettamente a suo agio e sembra quasi divertirsi, senza risentire dello sforzo della passeggiata. Sento il sibilo del turbo, che ogni tanto prende vita, spingendo la pimpante Celestina su per il monte, e con essa, anche me, che ho l’onore di guidarla. All’improvviso la via diventa dritta come la lama affilata di un coltello. Bisogna essere attenti, perché invoglia a correre, ma le insidie sono sempre dietro l’angolo. La prima e più insidiosa delle distrazioni è data, come sempre, dal paesaggio, che da quassù comincia ad essere di tutto rispetto. Sulla destra svetta il monte Tuoro, in tutta la sua imponenza e subito dietro prende forma il massiccio dei Monti Picentini. Le valli scavate tra il promontorio del Formicoso, sul quale mi sto arrampicando, ed i monti posti di fronte sono attraversate da diversi fiumi, denotando immediatamente un territorio ricco di acqua e di fertili terre. Il bacino imbrifero posto sotto al massiccio dei Monti Picentini è il più grande d’Europa e disseta le popolazioni di gran parte della Campania e quasi l’intera Puglia. Un prezioso contenitore che ha generato vita e ricchezza nella zona, oggi, troppo spesso mal amministrato e sacrificato in nome del Dio denaro.
Il bivio per Gesualdo mi accoglie con semplicità: un cartello informativo con una freccia, mi indica di svoltare a destra e di proseguire, poi, dritto per giungere in paese. La strada si fa leggermente in discesa: svetta maestoso il grande castello che fu dimora di Carlo Gesualdo, principe di Venosa. Forse sarebbe il caso di chiamare Carlos, per avvisarlo della mia presenza in paese per fare due chiacchiere con lui. A ben pensare, potrebbe anche non essere qui. Il sole splende anche per lui, e potrebbe essere andato ovunque. Mi accosto al margine della strada, mi fermo e provo a telefonarlo. Il telefono squilla a vuoto: ecco, potrebbe essere impegnato in altre attività e forse sono venuto inutilmente. Uno scrupolo attraversa la mia coscienza: dovevo accertarmi prima della sua disponibilità. Riprovo a chiamare ed ancora il telefono squilla a vuoto. Nulla da fare, butto lo smartphone sul sedile vuoto accanto a me, inserisco la marcia e lentamente mi avvio verso il centro abitato. Sono arrivato fin qui, di certo non posso tornare indietro e troverò qualcosa da fare. Pensavo così quando il telefono comincia a squillare, il tempo di riaccostarmi al margine della strada: Pronto, Giuseppe, soy Carlos! L’accento fortemente spagnolo mi fa intendere subito che si tratta proprio di Carlos. Un sorriso mi si stampa sul volto, sembro quasi inebetito. La giornata pare stia prendendo la piega giusta.

La bravura non basta

C’è una regola che vale in ogni campo della vita, da quella amorosa a quella lavorativa:
“Essere bravi è importante, ma non è tutto.” Di persone talentuose è pieno il mondo. La vera differenza la fa la caparbietà.
Vince chi non molla. Chi ci prova, ci riprova e poi prova ancora. Chi non si arrende davanti ai fallimenti, chi non si pone limiti di tempo e insegue il suo obiettivo con determinazione, senza aspettare il momento perfetto, perché il momento perfetto non esiste, o forse è adesso, nonostante le sue imperfezioni. Tanti, troppi, invece, se la danno a gambe levate davanti alla prima difficoltà!
Quindi se credi in qualcosa, non fermarti. Insisti.
Alla fine, la differenza tra chi ce la fa e chi no, sta tutta lì.

5000 volte grazie

5000 volte grazie!
A due mesi dall’uscita, “L’inaffondabile” ha raggiunto la soglia delle 5000 copie vendute! Un traguardo che ci riempie di gioia e gratitudine.
Io e Attilio D’Arielli vogliamo dire un enorme grazie a tutte le persone che hanno scelto di acquistarlo e leggerlo, anche perché sappiamo quanto questa storia vi abbia colpito e coinvolto.

Per chi ancora non lo conoscesse, “L’inaffondabile” è il racconto in forma di romanzo della vera storia del Bayesian, lo yacht di lusso affondato al largo di Porticello lo scorso 19 agosto. Un libro che affronta la tragedia con attenzione e umanità, mettendo in scena diversi punti di vista: prima quello dei protagonisti, poi quello dei soccorritori, dei tecnici e dei giornalisti che si sono occupati del caso.
Un viaggio attraverso le voci di chi ha vissuto quella notte, per cercare di restituire al lettore tutta la complessità e le emozioni di quanto accaduto.
Per chi non lo avesse ancora letto, lo può fare da qui: https://amzn.eu/d/3YYMW2Q
Grazie ancora per averci accompagnato in questa avventura! 💙

Il chianchiere di Nusco

Quante strade portano a Nusco, tutte diverse, ma tutte contorte allo stesso modo. Che si provenga da est o da ovest, bisogna arrampicarsi su per la collina, attraverso strade che sembrano serpenti sinuosi e sfuggenti.
Ettore, quelle strade, le percorreva ogni mattina, per aprire la bottega di famiglia, che si tramandava da generazioni. Ettore era il chianchiere di Nusco, anche se a Nusco non ci viveva più. Con più precisione Ettore viveva durante il giorno nella sua bottega, mentre di sera tornava a dormire nella casa che aveva acquisito con il matrimonio. Ettore aveva sposato Teresina, la figlia del barbiere di Teora, e proprio a Teora, nella piazza centrale aveva la sua casa, grande, ampia, luminosa, con lunghi balconi sovrastati da archi sorretti da colonne. La sua abitazione vista dall’esterno sembrava un palazzo di signorotti medievali, con richiami in pietra e grandi finestre dall’aspetto sinistro e gotico. Sul balcone lui ci stava d’estate, quando, di sera, tornato dal lavoro, si levava di dosso il fetore del sangue raffermo e sul balcone sorseggiava vini di ogni terra, sognando viaggi in lande lontane, dove lo aspettavano donne docili e sorridenti, dall’aspetto morbido e tondeggiante, come le donne di Botero. Ad Ettore la carne piaceva assai, soprattutto quella che stava addosso alle donne, che le forme gliele facevano immaginare fertili e propense ad essere amate. E quella carne proprio non se la toglieva dalla testa. Immaginava di sezionarne un pezzo, che so, magari un pezzo della pancia. Immaginava di inciderlo con un coltellaccio da macellaio, o con un bisturi, ed immaginava di osservarne gli strati di pelle, ben attaccati tra loro, che ricoprivano uno spesso strato di lardo. Il lardo, se lo immaginava bianco, candido come la neve, e nulla aveva a che fare con le miserie di un corpo umano. Sia ben inteso che quelle erano solo fantasie, malate se vogliamo, ma pur sempre fantasie erotiche provenienti dalla mente di una persona, che mai e poi mai, avrebbe fatto male ad alcuno, e men che meno ad una donna. Lui, Teresina non l’aveva mai tradita fisicamente, ma solo nella fantasia, con quelle donne rubiconde e spensierate, che non gli comportavano nessun impegno né dispendio di energie. Ettore di energie non ne aveva tante e non voleva spenderle, di certo, invano. Le poche che possedeva, se le voleva conservare per vivere una vita serena, almeno fino a novant’anni. Aveva calcolato, infatti, che spendendo il minor numero possibile di energie ogni giorno, avrebbe accumulato un surplus energetico, che, secondo alcuni suoi complessi calcoli, gli avrebbero permesso di superare agevolmente i novanta anni.
Ettore era un uomo saggio e previdente. All’epoca dei fatti, di anni, ne aveva già cinquantaquattro, ma, nonostante ciò, si era premurato di programmare il suo futuro più prossimo e quello più remoto. Lui e Teresina non avevano figli, e la cosa cominciava a pesargli. Aveva quattro nipoti e sperava che almeno uno di loro, figli di suoi fratelli, potesse portare avanti la tradizione di famiglia, assumendo le redini di quell’attività che si svolgeva senza soluzione di continuità da alcuni secoli. D’altra parte quale altro modo esisteva per poter sfidare il tempo ed i secoli, se non quello di tramandare un’identica attività di generazione in generazione a esseri umani della stessa discendenza genetica?
Quel nipote, Antonio, l’unico che sembrava avere una predisposizione per l’attività di chianchiere, se lo portava sempre in bottega. Antonio viveva a Torella dei Lombardi e a Nusco ci arrivava per altre vie. Gli piaceva attraversare i fitti boschi che crescevano rigogliosi proprio sul fondo della valle, alla quale si accedeva dalla stretta via che passava davanti al cimitero. Il bosco, poi, si inerpicava sulla collina di fronte e ricopriva con vegetazione fitta tutte le colline a seguire, fino ad arrivare poco sotto Nusco. Il bosco era cosi fitto che durante le estati, Antonio, di tanto in tanto si fermava sotto quelle fronde, in cerca di frescura e di ossigeno. Antonio, di anni ne aveva venticinque, all’epoca dei fatti. Era un ragazzo forte, robusto il giusto per essere adatto ad un lavoro che lo costringeva a restare in piedi per tutto il giorno. Aveva le scocche rosse su guance paffute, ricoperte di una peluria sottile e rada. Non aveva il volto da barba e nessuno, nella sua famiglia, aveva mai osato farsela crescere. “La barba è per i Signori”, diceva il padre, “e noi Signori non siamo. La povera gente come noi, non ha tempo per pensare a certi vezzi o a spendere soldi per curare quei peli sulla faccia. Noi siamo fatti per lavorare sodo, sotto al sole e per sudare. La nostra faccia deve essere pulita, per darci onore e dignità, perché richiede meno cure ed è più facilmente lavabile”. Ma Antonio, ai discorsi del padre, non ci faceva nemmeno più caso. Era, ai suoi occhi, il solito vecchio brontolone, anche se vecchio non lo era per davvero.
Ettore aveva il vezzo di indossare sempre un camice immacolato, ed ogni mattina ne indossava uno pulito ed inamidato. Il servizio della pulizia e della stiratura con amido era compito di Teresina, che lo faceva con amore e dedizione. D’altra parte, Teresina non aveva figli e tutte le sue attenzioni erano rivolte al marito, o almeno così pensavano i ben pensanti, che vedevano dall’esterno la fotografia della famiglia perfetta, con il marito dedito al lavoro e la moglie tutta casa e chiesa, dedita ai lavori domestici. Timorata di Dio, Teresina, per carità. Andava in Chiesa tutti i giorni e certi giorni lo faceva anche più volte al giorno. Andava in Chiesa, si inginocchiava, pregava e si batteva il petto, proprio sopra a quel cuore, che, ogni tanto, batteva per chi non proprio doveva battere.
Anche quella mattina Ettore, indossò il camice pulito, bianco immacolato e si incamminò per la via di Nusco. Con la sua piccola autovettura, attraversò Teora, poi Lioni, prendendo, infine il solito svincolo che lo avrebbe portato sopra Nusco. E a Nusco ci arrivò in poco tempo, perso, come sempre nei suoi pensieri, con lo sguardo smarrito nei rami degli alberi che costeggiavano, verdi e rigogliosi, la via.
La bottega era nella strada principale che dalla piazza centrale, portava alla piazza più piccola sopra al paese. Una sorta di corridoio elegante della cittadina, lungo la quale si praticava il consueto struscio serale, soprattutto nei fine settimana, quando le donne, in particolare quelle in età da marito, imbellettate alla buona e meglio passeggiavano avanti e indietro, con stivali alla moda indossati sopra pantaloni attillati e corpetti stretti e corti che non lasciavano nulla all’immaginazione. Antonio, che giovane lo era ancora, e che di ormone ne aveva da vendere era solito sostare, nel tardo pomeriggio proprio sull’uscio del locale, osservando con attenzione tutte le ragazze che lì davanti passavano, gettando occhiate più o meno maliziose.
“Entra dentro”, diceva Ettore, che di guai in giro già ne vedeva troppi e che pretendeva che il nipote si occupasse solo del negozio di famiglia, con poche distrazioni e nessuna frequentazione. Temeva, che, se il nipote avesse trovato una donna, avrebbe mandato all’aria tutti i buoni propositi di cui lo aveva caricato, lasciandolo, magari, di nuovo solo a portare avanti la chiachieria, e senza alcuna prospettiva di futuro.
Ma chiedo al lettore, ora, di non divagarsi in altre argomentazioni e di concentrarsi su quanto avvenne quella mattina. Ettore, aperta la bottega come ogni mattina, dopo essersi fatto il segno della croce, che sempre segnava l’inizio della giornata lavorativa, si stirò il camice bianco, tirandolo verso il basso, con lo scopo di eliminare quelle fastidiose grinze che, in genere, si formavano quando restava seduto in auto per raggiungere Nusco. Subito dopo, con un gesto meccanico, automatico, si infilò le mani in tasca, voltandosi per entrare nel locale retrostante la bottega, quello in cui si conservavano le carcasse da sfasciare, prima di poterle esporre in vetrina. Nella tasca destra, però, qualcosa attirò la sua attenzione. Al tatto, sentì qualcosa, che prese tra due dita, il pollice e l’indice, che cominciarono, d’istinto a roteare, appallottolando quel qualcosa che restava ancora misteriosamente in tasca.
La sensazione tattile era strana, come se stesse toccando dei fili di sottile seta, che avevano anche difficoltà ad appallottolarsi. Sempre senza pensarci, estrasse la mano dalla tasca, portando le due dita davanti agli occhi. Quello che vide lo lasciò senza parole: erano dei peli, aggrovigliati in una piccola matassa irta e setosa. Ma la cosa più strana, fu che i peli che aveva in mano non erano peli qualsiasi, ma, erano con ogni evidenza, peli pubici. La cosa lo lasciò molto perplesso: perché mai dei peli, che con ogni evidenza, erano appartenuti ad un pube, erano finiti nella sua tasca?
La cosa diventava più misteriosa, soprattutto se si considerava il fatto concreto che Ettore di peli, addosso, non ne aveva. Infatti era solito ripulirsi di tutto, perché nel mestiere che faceva era facile contaminare il cibo con qualche pelo, e, per questo motivo, onde evitare problemi di ogni sorta, aveva preso la sana abitudine di togliere tutti i peli che crescevano sul suo corpo. E lo faceva con una cura maniacale, e con una cadenza precisa: ogni dieci giorni, non appena i peli cominciavano a fare capolino da sotto all’epidermide, ecco che si metteva all’opera e, con pazienza certosina, eliminava dalla propria pelle ogni forma di peluria, proprio come si fa con i peli del maiale dopo l’ora della sua festa. Ovviamente si faceva aiutare da Teresina, per giungere nei posti più irraggiungibili, come, ad esempio, dietro la schiena o sulle natiche. E Teresina, faceva anche quello, mostrando amore e dedizione, ripulendolo di ogni singolo pelo che crescesse sulla sua pelle. D’altra parte lo faceva anche per se stessa, perché tutelava, in quel modo, il lavoro del marito, che attraverso i guadagni del suo lavoro, le permetteva di fare una vita, tutto sommato, agiata e serena. Teresina lo faceva con dedizione, ma senza passione alcuna. Nemmeno quando vedeva il corpo denudato del marito, ormai, si lasciava prendere da brividi passionali. “Marito mio”, diceva, “siamo vecchi per certe cose, e le passioni giovanili son ben lontane dal nostro essere. Ora l’unica cosa che ci resta è pensare alla nostra salute e prepararci al meglio per la vecchiaia”.
Ettore, però, rimase immobile, con la matassa di peli pubici tra le dita, il cuore che batteva all’impazzata. La mente, che fino a quel momento aveva fluttuato tra i pensieri quotidiani della bottega e le forme generose delle donne di Botero, ora si accendeva di sospetto. Non disse nulla a Teresina quella sera, limitandosi ad osservarla con uno sguardo più curioso del solito, quasi come se la vedesse per la prima volta. La moglie, ignara della tempesta che si agitava nell’animo del marito, continuò le sue abitudini quotidiane con un fervore che a Ettore sembrava improvvisamente sospetto. Sempre in chiesa, sempre assorta in preghiera, sempre così devota. Troppo devota. Ettore decise di non dirle nulla, ma di investigare con astuzia, servendosi di piccoli stratagemmi. Cominciò col rientrare all’improvviso a casa in orari improbabili, fingendo di aver dimenticato qualcosa. Altre volte, la sera, diceva di essere stanco e si ritirava prima, per poi alzarsi di soppiatto e appostarsi dietro la finestra. Notò che Teresina non mancava mai di recarsi in chiesa, ma c’era qualcosa nei suoi movimenti, nella rapidità con cui attraversava la strada, che lo rendeva ancora più inquieto e sospettoso. Non sembrava la camminata di una moglie devota, ma quella di un’adultera prudente.
La faccenda si faceva seria e doveva andare fino in fondo, per scoprire cosa si nascondesse dietro quel comportamento maldestro di Teresina. Decise di sacrificare la bottega e di affidarla a suo nipote Antonio. Il ragazzo, forte e paffuto, si sentì investito di una responsabilità che accolse con entusiasmo, ma che gestì con la leggerezza tipica dei suoi venticinque anni. Un giorno, mentre Ettore si appostava tra le ombre della piazza di Teora per osservare i movimenti della moglie, Antonio si fece sorprendere in bottega da Concetta, una giovane vedova di Nusco, famosa per il suo carattere focoso e la sua incontenibile voglia di compagnia. La donna si avvicinò al bancone e iniziò a trattare il prezzo della carne con una serie di moine che resero Antonio rosso come un pomodoro. Lui, impacciato, le offrì uno sconto generoso, ma si trovò ben presto con le mani tra le sue forme prosperose, mentre lei rideva di gusto. Il tutto sotto gli occhi di mezza Nusco, che il giorno dopo già raccontava l’episodio con dovizia di dettagli piccanti.
Ma torniamo a Ettore. Dopo settimane di sospetti e appostamenti, la conferma arrivò in una mattina di sole pallido. Si era nascosto dietro il grosso gelso che fiancheggiava la sua casa, con il cuore che si agitava in petto come una bestia feroce. Poi lo vide. Il parroco, Don Carmine, usciva furtivamente dalla sua abitazione. La veste era un po’ sgualcita, il passo frettoloso, e con un gesto rapido si asciugava la fronte sudata. Ettore rimase pietrificato. Il sangue gli salì alla testa, la rabbia gli chiuse la gola, ma si trattenne. Non disse nulla, tornò alla bottega con il volto impassibile e si immerse nel lavoro, ma dentro di sé la fiamma della vendetta già bruciava.
Per giorni osservò Teresina con uno sguardo glaciale, ma senza affrontarla. La lasciò agire, le permise di continuare nel suo gioco sacrilego, fino a quando non decise che era giunto il momento di colpire. Un’altra mattina, ancora più limpida della precedente, Ettore fece finta di uscire per andare in bottega, ma si appostò dietro casa, sperando di sorprendere gli amanti nel pieno della loro tresca. Così gli successe di vedere Don Carmine varcare la soglia della sua abitazione, con la solita furtività e attese, stringendo i pugni fino a far sbiancare le nocche. Dopo qualche minuto, spalancò la porta con un calcio. La scena che gli si presentò davanti, fu degna di un racconto boccaccesco. Don Carmine, con la tonaca ormai abbandonata su una sedia, si accingeva a impartire una benedizione molto particolare alla sua Teresina. Lei, con le mani giunte e gli occhi chiusi, sembrava in estatica attesa di una grazia divina, che, di certo, non sarebbe provenuta dal cielo. Ettore si fece avanti con un ruggito che fece tremare i vetri:
“E brava la mia santarella! Manco San Gennaro c’ha ‘sto miracolo!”
Don Carmine, colto in flagrante, si affrettò a raccattare la tonaca, ma nell’agitazione gli si impigliò tra le gambe, facendolo rovinare a terra come un sacco di farina. Teresina, con un grido soffocato, tentò di ricomporsi, ma il marito non le diede tregua:
“E dicimi, ‘sta benedizione te la fai fare sempre a gambe aperte?”
Il parroco riuscì a rimettersi in piedi e, con il volto paonazzo e il sudore che gli colava lungo le tempie, si precipitò verso la porta, inciampando un’altra volta nello zerbino. Uscì in strada, con la tonaca ancora semiaperta, mentre Ettore rideva come un forsennato. Teresina, livida, si rannicchiò su una sedia, incapace di sostenere lo sguardo del marito. Ettore, ora padrone della scena, le si avvicinò, poggiando le mani sui fianchi.
“Non dirai nulla?” balbettò lei.
Ettore sospirò, poi si avvicinò alla finestra e si accese un sigaro. Dopo un lungo tiro, esalò il fumo e rispose:
“No, Teresì. Ma da oggi, invece di andà a messa, ti metti a lavà i camici. E questa volta, senza lasciarci dentro le prove del peccato.”
Così dicendo, uscì di casa con la dignità di un uomo che, sebbene tradito, aveva avuto la sua vendetta. E alla bottega, raccontando la storia ad Antonio, rise ancora più forte, mentre il giovane nipote cercava di spiegare alla vedova Concetta che quel giorno, purtroppo, la carne era finita.
(Inedito tratto da “I racconti dell’Irpinia”, di Giuseppe Tecce)

Dalla mia nota a “Tramonti Occidentali”

Oggi, dovendo inviare una copia del mio romanzo “Tramonti Occidentali”, ad un’amica giornalista, la mia attenzione si è soffermata su una nota, che avevo scritto subito prima dell’inizio del romanzo. La nota recita così:
“Alla fine di un lungo cammino, in un mondo dove la speranza sembra vacillare e la luce dell’umanità a volte appare flebile, questo
libro è dedicato a voi: agli ultimi, ai disperati, a coloro che in ogni giorno e in ogni gesto cercano ancora il segno tangibile della mano di Dio.
È per voi che ancora credete nella forza della solidarietà, per voi che cercate amore e trovate Amore.
A voi che siete il cuore grande dell’Italia, a voi che ancora vi commuovete dinanzi ai Tramonti Occidentali.”
Una nota, che nel mio immaginario avevo dedicato sia agli ultimi, quelli che stentano a vivere al di fuori dei binari di una vita ordinaria, e sia in omaggio delle forze dell’ordine, che, ogni giorno, con dedizione e senso del dovere, tengono in piedi un paese, dove, troppo spesso, si tende a fare i furbetti. Non per altro, uno dei protagonisti del mio libro è un carabiniere, il carabiniere Peppe Moccia, luogotenente dei carabinieri sull’isola di Lampedusa.
Non so perché, ma oggi, questa nota mi è piaciuta più del solito!!

Ljuba senza scarpe e gli Elfi di Gran Burrone

Quando leggo notizie come questa, che fanno riferimento ad esseri in piena connessione con la natura (in questo caso Gli Elfi di Gran Burrone, nel pistoiese), mi ritorna in mente il mio Ljuba, protagonista di “Ljuba senza scarpe”, di cui vi lascio uno stralcio:

Vorrei non raccontarvi il mio sogno, ma portarvici dentro.
Non finì nemmeno di pronunciare quelle parole che dal fondo della stanza si alzò un vento, freddo e sferzante che divenne forte a tal punto da spegnere i restanti mozzoni di candele.
Ljuba continuava a tenere gli occhi chiusi, mentre i tre si guardavano intorno spaventati ed incuriositi.
La stanza piombó nel buio, ma fu solo per poco, perché nel volgere di pochi istanti furono avvolti dalla luce bluastra della luna piena. Le pareti scomparvero e si ritrovarono circondati da tronchi di alberi ad alto fusto, fitti, ma non tanto da non lasciar trapelare la luce della luna che splendeva lassù, tonda e candida in mezzo ad un cielo scuro ma terso.
Ljuba scese dall’albero, sul quale era salito per avvistare qualcosa , decisamente a proprio agio con i piedi nudi che usava imitando il modo delle scimmie.
Dobbiamo raggiungere il gruppo per compiere i riti per Freyja nel blót d’autunno, disse rivolgendosi ai tre rimasti ai pedi dell’albero. Dobbiamo affrettarci per vivere in pace e propiziarci la stagione del lungo inverno.
Chi….chi è Freyja pronunciò con voce sommessa Milena, mentre gli altri restavano sbalorditi per quanto visto ed udito.
Freyja è la dea dell’amore , della fertilità, ma anche della guerra e della morte. Ma è ora di metterci in marcia, dobbiamo unirci al blót prima che sorga la luce del sole. Si odono già i canti in lontananza.
Dalla cima dell’albero ho scorto dei fuochi verso nord, ed è lì che dobbiamo dirigerci.
Ljuba si incamminò di gran lena attraverso la boscaglia non eccessivamente fitta, camminando, quasi correndo, su un tappeto morbido di foglie cadute , come da sempre accade, nelle grandi foreste decidue del nord Europa.
Il clima autunnale di metà ottobre imponeva, a quelle latitudini, un abbigliamento ben più confortevole di quello da serata di cena casalinga che indossavano, e ben presto sia Katia che Milena cominciarono lamentarsi per il freddo.
Il freddo non esiste, sentenziò Ljuba, che non provava nessuna empatia per i due; piuttosto correte che i vostri muscoli flaccidi , da allevamenti in gabbia, si riscalderanno. Poi troveremo un gran fuoco e li sarete di nuovo al sicuro.
Katia era sbalordita , sia per quello che stava vivendo sia per le parole pronunciate dal suo uomo, che , in quelle condizioni, stentava a riconoscere.
Sembrava un lupo selvaggio , in cerca di preda, che alzava il naso al cielo per percepirne l’odore, lo annusava e d’istinto sapeva come muoversi.
Le sovvenne l’idea di un documentario visto tempo addietro, su di un bambino cresciuto da un branco di lupi, che divenuto adulto ne ripeteva le modalità .
Ljuba , mi stai facendo paura , ma sei tu il ragazzo lupo del documentario?
Ma no, disse lui sorridendo, ma come potrei, conosci la mia storia; diciamo che mi trovo più a mio agio in luoghi come questo che dentro quattro mura.
E si udì un tonfo provenire dal lato destro.
I quattro si fermarono all’unisono, voltandosi in quella direzione. Nel buio della foresta Ljuba non intravide nulla.
Sono gli elfi, che ci stanno seguendo. Bisogna essere attenti, possono essere molto cattivi, e tirò fuori dalla tasca delle rune, le prese in mano, le strinse in un pugno che diresse nella direzione del rumore. Pronunciò delle parole incomprensibili.
Ecco ora gli elfi dovrebbero starci lontano, ma riprendiamo a correre , il tempo stringe.
Ah, ecco a cosa servivano quelle pietre incise che continuavo a trovarti nelle tasche dei pantaloni e che mi hanno quasi distrutto la lavatrice, disse seccata katia. Accennó un sorrisetto, e riprese la corsa alle spalle del gruppo.
Marco era il più silenzioso di tutti, ancora incredulo per quanto stesse accadendo.
Ma è reale tutto ciò? Si chiedeva tra se, e non riusciva a trovare risposta. Siamo nel metaverso? Come diavolo siamo finiti qui? Pensava , aveva mille domande, ma non trovava le risposte. Però il freddo che provava era reale, il vento della fredda notte nordica tagliava la pelle del volto. Rallentò un attimo, si toccò il volto, poi toccò un albero, e infine il muschio che ne cresceva alla base. Tutto era perfetto, e l’analisi sensoriale era in linea con quanto provato fino ad allora nella sua vita.
Ljuba è un essere davvero magico, pensò e forse, per questo Katia ha tanto paura di parlare della Rainbow family. Corsero, camminarono e corsero di nuovo, a seconda delle asperità del terreno. Giunsero in prossimità di una radura , dove diversi uomini giravano in cerchio intorno ad un gran falò, e a distanza di alcuni metri, un cerchio più ampio, di sole donne, girava nella direzione contraria.
Una di esse si staccò dal cerchio e avvicinatasi pose una domanda in una lingua sconosciuta ai più, ma non a Ljuba.
Questi si girò verso gli amici e disse: ci chiede se abbiamo fame.
Mi sono permesso di rispondere a nome del gruppo, che non abbiamo fame.
Si certo, ben fatto, lo incoraggiarono gli altri.
Katia, alla vista di quella donna, dal fisico asciutto e completamente nuda, mostró dei segni di disagio.
Una rabbia antica cominciò a montare dal basso, a pervaderle il corpo, una rabbia che esplose nel momento esatto in cui Ljuba cercò di invitarli a prendere parte al rito orgiastico che si stava compiendo.
L’urlo di Katia riecheggiò in tutte le valli che circondavano l’altura sulla quale erano arrivati, tremarono le foglie degli alberi e le acque si incresparono. Si misero in allerta i cervi, e le linci, si svegliarono le famiglie delle api, che percepirono le vibrazioni dell’aria. Il suo urlo durò ben 5 minuti, continuo, senza respiro, senza esitazioni. Si fermò il carosello di uomini e donne intorno al fuoco, si voltarono tutti verso la fonte del rumore assordante e stridulo, ma nessuno ebbe il coraggio di fermarla o di tapparle la bocca.

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Punti di vista

Questione di punti di vista.
Ricordo che in età giovanile facevo dei dipinti, facenti parte di una serie intitolata “dentro le cose”, dove degli squarci , portavano la vista fin dentro le cose, nelle quali, inesorabilmente, l’osservatore trovava l’universo.
Questione di punti di vista!

Direzione Palermo

Continua, inarrestabile, il cammino del nostro “L’inaffondabile”. Questa volta saremo ospiti nei luoghi prossimi a quelli della tragedia. Saremo a Palermo presso l’ex Fonderia Oretea, il 21 Febbraio alle 16.30. L’ingresso sarà gratuito e parleremo ancora di mare con importanti esperti della materia, eminenti esponenti della Lega Navale Italiana. Vi aspettiamo numerosi.

Metti un pomeriggio…

Metti un pomeriggio con Teresa Manes…sempre in scuderia Graus Edizioni

#ilragazzodaipantalonirosa