Nella grande famiglia del Corriere dell’Irpinia ho i miei punti di riferimento: Rosa Bianco, giornalista e critica letteraria, e soprattutto il Direttore, Gianni Festa, che con la sua immensa esperienza, è la nostra stella polare.


Dalla scrittura scaturirà l'intero Mondo!
Nella grande famiglia del Corriere dell’Irpinia ho i miei punti di riferimento: Rosa Bianco, giornalista e critica letteraria, e soprattutto il Direttore, Gianni Festa, che con la sua immensa esperienza, è la nostra stella polare.


Arriva il periodo delle feste, i tempi rallentano un pò, e si cominciano a fare i bilanci di fine anno. Posso subito dire che il 2025 è stato un anno strepitoso: ho portanto a casa ben sei premi importanti, una partecipazione alla prestigiosa Fiera del Libro di Torino, ben due presentazioni al Parlamento Europeo a Bruxelles e una alla Camera dei Deputati a Roma, ben due tournee in Germania, due ospitate in radio nazionali, un bellissimo servizio al TG3 regionale. Ho cominciato a scrivere per due riviste importanti: Il Corriere dell’Irpinia, settimanale cartaceo , fondato addirittura nel 1923, e per Masticadores.com una rivista internazionale di arte e cultura. Con l’Associazione Ver Sacrum, di cui sono Presidente, abbiamo fatto la terza edizione del “Festival Letture dal Bosco”, che sta crecendo di anno in anno in modo esponeziale, mentre già stiamo lavorando alla quarta edizione, sempre la terza domenica di Luglio, sempre nei boschi di Lago Laceno. Quest’anno ha visto la luce uno dei miei libri a cui tengo di più, “Racconti Dall’Irpinia”, e abbiamo venduto un sacco di libri, tra “L’Inaffondabile”, “Tramonti Occidentali” e lo stesso “Racconti dall’Irpinia”. In verità ho anche scritto in nuovo libro, credo il più bello tra quilli scritti finora, ma che vedrà la luce con l’anno nuovo. Insomma un anno pieno di soddisfazioni
intanto se non li avete ancora letti, vi lascio i link degli ultimi tre libri:
L’inaffondabile: https://www.amazon.it/Linaffondabile-Attilio-DArielli/dp/B0DMQR7MCB/ref=sr_1_4?__mk_it_IT=%C3%85M%C3%85%C5%BD%C3%95%C3%91&crid=2JRIN0S501FJB&dib=eyJ2IjoiMSJ9.KDed9t38Zg3FBDbpuFsID1MotpAO9ewSgVoEvn4EpKbNC-gGHgQTD8b1HYNKwJpur1maF2l5gkF5SRRMaIyZ4Adb1JmRf4Gg0rWylOUjikovxsv2KH9kS6oPZE3TNDsAMC6r15hiiNpIALcc4uORo16jpnIBkwBL5h00q0mgMPw.Zi9a2JbqJem9CkrW1W39ZYUH5pbVuFEqgcFZynYXgY4&dib_tag=se&keywords=giuseppe+tecce&qid=1766167173&sprefix=giuseppe+tecce%2Caps%2C112&sr=8-4

Sono nato in una valle, sotto a una montagna, dove il rospo resta immobile sul bordo dello stagno e la talpa continua a scavare gallerie che non portano da nessuna parte. Sono nato nel luogo dove il sole è più vicino e non perché esso si avvicini a me, ma perché le terre d’altura si spingono naturalmente verso l’alto, tendendo le braccia verso l’infinito, verso mondi ancora da scoprire. Sono nato nel luogo in cui le cicogne depongono i cesti pieni di cuccioli di ogni specie, per andare ad abbeverarsi allo stagno, le cui acque verdi richiamano i colori del mio sangue. Il picchio vola senza sosta tra una quercia e un leccio e in alto vola la farfalla dai colori forti. La lepre non ha più paura di essere catturata, perché le volpi sono sempre sazie e i cinghiali raccontano carezze. Sono nato in una valle, dove il sapore del mare è lontano e cerchiamo con costanza l’odore delle castagne, che più si confanno alla natura delle persone che la vivono. La natura è matrigna, ma addomesticata agli usi degli umani, sollevando gli indifesi dai torti della vita. La vista si alza a volo d’uccello, radente e severa, tra le colonne dei soldati, che imberbi presidiano la terra, fino ad accorgersi che soldati non sono, ma pali di campagna.

Carissimi amici, sono lieto di informarvi, che il 31 Gennaio, torna Letture Dal Bosco, in una versione invernale. Ovviamente non la faremo in un bosco vero, ma si svolgerà nella selva dei libri della Libreria Raffaello al Vomero, Napoli. Ci vediamo il giorno 31 alle ore 17, puntuali.

Massimo Bisotti, in un suo libro scrive: “e non potrai mai ritornare nell’esatto punto da dove sei partita. Perché nel frattempo avrai maturato nuovi occhi per guardare posti che mentre andavi hai abbandonato. Non avrai più la stessa percezione, né per riconoscerli né per rivederli uguali. Per questo indietro non si torna, per questo indietro non si può più tornare, nemmeno se lo vuoi. […] quando pensi di non essere più in grado di riconoscere un luogo è perché ad essere cambiata di posto sei tu”.
In realtà tutto questo assunto è errato. Il concetto che il passato sia immodificabile è stato superato dagli studi di alcuni fisici quantistici, in primis John Archibald Wheeler, che formula il celebre esperimento della scelta ritardata. Dice: “No phenomenon is a phenomenon until it is an observed phenomenon”, che tradotto brutalmente suona così: prima dell’osservazione, il passato non è completamente deciso.
Sostanzialmente dice nella meccanica quantistica il passato non è un fatto pienamente definito finché non avviene la misura nel presente.
Non cambiamo ciò che è accaduto.
Decidiamo cosa è accaduto.
Ma anche altri fisici hanno flirtato con questa idea, per esempio Yakır Aharonov, con le sue teorie di causalità bidirezionale.
In sostanza io sintetizzo dicendo che puoi tornare indietro da dove eri partita, perché è l’osservatore che decide che valore dare al passato e quindi può dirigersi anche in un’altra direzione. Spero di essere stato abbastanza chiaro.

L’entroterra campano è abitato da Sanniti ed Irpini, e su questa divisione è stato creato e fomentato l’antagonismo tra le due “etnie”. Purtroppo, tutto questo rientra nell’antico disegno romano del “dividi et impera”, trasportato in epoca moderna, creando rivalità anche laddove non dovrebbero esistere. Il Sannio era, nell’antichità, una federazione di popoli: i Pentri, i Caudini, gli Irpini e i Carrucini. Ebbene sì, gli Irpini vivevano proprio sopra e sotto l’Appennino a Sud dell’attuale Campania. Gli abitanti di Benevento, all’epoca Maloenton, e poi Maleventum, erano Irpini, al pari delle genti che vivevano più a Sud e a Est, nell’attuale provincia di Avellino. Come direbbe qualcuno: “Benevento, Avellino, una faccia una razza”.
Però poi le cose sono andate storte, la rivalità calcistica c’ha messo il carico da novanta ed è successo quel che è successo. Io, invece, sono ancora oggi il “trait-d’union” tra Sannio ed Irpinia: originario dell’Irpinia, vissuto a Benevento e tornato di buon grado nella meravigliosa terra Irpina. Conosco pregi e difetti dei due territori, i due diversi modi di pensare, le differenti economie ed ho conoscenze trasversali da una parte e dall’altra. Ma se qualcuno mi chiede come mi sento, io rispondo che mi sento Irpino, forte e combattivo, come lo erano le genti di una volta, che non facevamo distinzione tra le due province e vivevano in armonia con i nostri bellissimi territori. Nelle mie vene scorre ancora il sangue dei lupi.

Ieri al Museo Archeologico Virtuale di Ercolano, è stata premiata una folta delegazione Irpina. Sembriamo quasi un plotone d’esecuzione. Una giornata fantastica. Grazie ancora a Ciro Iengo.
La voce più autorevole del Mezzogiorno, il decano del giornalismo nel Sud Italia che è anche il mio Direttore e maestro: Signore e Signori Gianni Festa, in una bella intervista rilasciata per il TgR Campania.
Clicca il link in basso per vedere l’intervista.
Questa mattina, nella bellissima cornice del Museo Archeologico Virtuale di Ercolano ho ricevuto il prestigioso premio “Persona Speciale Marcellino De Baggis” per volontà del patron Ciro Iengo, a cui va il mio più sincero ringraziamento. Con me, la squadra Irpinia, con Franca Avella, Rosa Bianco, Pasquale Luca Nacca, Giuseppe Pelullo Peppino

Da tempo mi interrogo sul senso dell’Europa, su dove sia rimasto custodito il nucleo identitario che ci ha resi ciò che siamo. La storia di due amici d’infanzia, Ettore e Paolo, nati nello stesso paese, ma cresciuti in mondi oramai diversi, mostra bene questo cambiamento.

Ettore e Paolo erano amici da sempre. Quasi coetanei, erano cresciuti nello stesso paese, nella valle dell’Ufita. Stesse scuole, stesse amicizie, stesso giro di ragazze. Ettore e Paolo erano cresciuti a Sturno fino a diventare adulti. Solo allora le loro strade si erano divise. Ettore andò a Roma a studiare per diventare ingegnere. Il suo sogno era sempre stato quello di costruire grattacieli. Paolo lo sapeva bene, che Ettore camminava sempre con lo sguardo rivolto verso l’alto, come se dovesse acchiappare il cielo. E una volta diventato davvero un ingegnere si era trasferito a Milano. Il suo sogno, però, rimase infranto, perché invece di costruire grattacieli, finì in una multinazionale a progettare condotte per il gas. Il lavoro lo gratificava, aveva una moglie, e ogni tanto si concedeva una passeggiata in giro per la metropoli. Erano gli anni 90 ed Ettore a Milano si sentiva a casa. Aveva stretto qualche amicizia, ci si scambiava qualche favore e spesso anche una chiacchiera. Era ancora la Milano da bere, quella che faceva bella mostra di sé sui tabelloni pubblicitari. Ettore in quell’epoca aveva poco più di trent’anni. Paolo, invece, da Sturno non aveva mai voluto andarsene. Aveva fatto i suoi studi facendo il pendolare a Napoli, ma tornando sempre al suo piccolo paese. Paolo era diventato un docente di lettere, ed insegnava nel liceo locale. Anche lui si era sposato e aveva due figli, un cane e una gatta nera. Erano gli anni novanta anche in Irpinia e Paolo amava fare lunghe passeggiate in mezzo alla natura e guardare il calcio alla tv. Gli amici erano quelli di sempre, e la domenica era obbligatoria la presenza in chiesa. Per Paolo era normale passare il tempo in chiesa a fare le prove dei canti domenicali, e, ogni tanto, non disdegnava nemmeno di fare il Rosario.

Ettore, invece, era rimasto immerso nel mood milanese, impegnato, così com’era nel suo lavoro, frequentando happy hour e locali alla moda. Non c’aveva nemmeno fatto caso, ma con il passare degli anni, anche il tessuto sociale di Milano era radicalmente cambiato. Un po’ alla volta, senza accorgersene gli stranieri avevano progressivamente trasformato la fisionomia culturale della città, portando in città le loro usanze, costumi e religioni. Ettore si adattò ai nuovi costumi, come ci si adatta alle stagioni: senza pensarci troppo, finì persino per giustificare quei cambiamenti, come se fossero un esito inevitabile del tempo moderno. Paolo, invece, non aveva dovuto cambiare un bel nulla. Le anziane donne del paese continuavano ad andare a messa, le processioni rallegravano le strade del paese, così come era sempre stato, almeno nell’ultimo millennio. Di forestieri se ne vedevano pochi, e quei pochi che c’erano, erano integrati al tessuto sociale, sposando pienamente le tradizioni locali. Ettore e Paolo si incontrarono dopo 35 anni, tra grandi abbracci e qualche lacrima. Si incontrarono proprio a Sturno, dove il tempo sembrava scorrere lento e dove si ritrovarono a discutere del tempo che era passato, del cambio di stile di vita e della bellezza del vivere in paese, ricordando quando erano giovani e vigorosi. Non ci volle nulla che la discussione prendesse un’altra direzione, cominciando a confrontare quello stile di vita con quello della città, in particolare di una città cosmopolita come Milano. Presto le argomentazioni scivolarono verso il tema della poca sicurezza che, oramai, nelle città, sempre più affollate di persone provenienti da altri paesi e da altre culture, appartenenti a credo religiosi diversi, spesso contrastanti con le basi del nostro vivere civile, era venuta meno. Molto spesso le grandi città, italiane, ma anche e forse ancor di più quelle europee, erano diventate un crocevia di religioni troppo diverse dalla nostra, di donne abbigliate con abiti che talvolta lasciavano scoperti solo gli occhi e qualche volta nemmeno quelli, e spesso affollate di persone che non sempre erano compatibili con l’ordinamento morale che aveva retto la nostra convivenza. Paolo si guardò intorno e vide l’ordine che regnava nel suo paese, posto ai piedi dell’Appennino centro meridionale, e pose una questione: “forse i nostri paesi, per troppo tempo tacciati di arretratezza e di un eccessivo legame con antiche tradizioni, sono diventati lo scrigno che custodisce i veri valori della nostra società”.
“Il senso religioso delle nostre piccole comunità è un segno identitario di appartenenza ad una cultura cristiana, che è la stessa che ha forgiato le regole e l’identità di tutti i popoli europei. I piccoli borghi sono, ancora oggi, i custodi di quella identità, persa oramai in molte grandi città, e in quanto tali, sono i portatori dei principi fondanti della democrazia e della civiltà europea”. Siamo noi”, disse ancora in uno slancio di entusiasmo, “ancora una volta, lo scrigno che conserva la scintilla generativa della nostra cultura. Salvare i piccoli borghi dal declino, significa salvare l’intera nostra civiltà”.
