A Palermo

Anche Palermo è stata espugnata. Nella prestigiosa cornice della ex Real Fonderia Oretea, già opificio della famosa famiglia Florio, alla presenza di tutti i Presidenti delle Leghe Navali di ogni dove della Sicilia, di eminenti luminari universitari di ingegneria navale, e di esperti di meteorologia, e con la presenza del Vice Sindaco di Palermo, abbiamo parlato di mare, di imbarcazioni, di marinai, e de L’inaffondabile, che però è affondato al largo di Porticello.
Grazie alle tantissime persone che hanno presenziato all’evento e a chi ha voluto lasciare una testimonianza del bellissimo pomeriggio trascorso insieme. Un grazie a Patrizia Tirendi e a Giuseppe Ballistreri, per l’organizzazione e per l’accoglienza.
Ad maiora!

E ora sono Irpino

Avete presente i rotoli tibetani delle preghiere? Quelli che girano e diffondono spiritualità nell’aria? Ecco, ora ne ho uno anch’io, sempre con me, sul mio anello. Un piccolo amuleto che ruota con i pensieri e i giorni, raccogliendo il vento e il silenzio del luogo dove sto: l’Irpinia.
E a proposito di Irpinia… da oggi posso dirlo ufficialmente: sono irpino a tutti gli effetti! La mia residenza è finalmente qui, tra i monti e i borghi dell’alta Irpinia, terra che da sempre mi appartiene e a cui, ora, appartengo anch’io.
Le radici non sono solo quelle in cui nasciamo, ma anche quelle che scegliamo.

Ninive

Nelle vie strette di Ninive o nei giardini fioriti di Londra, dietro ai chiaroscuri dei marmi o nelle fessure dei monumenti, il tempo scorreva con un lento girovagare, mentre un cielo plumbeo su un campo verde , gocciolava come neve che si scioglie al sole.
Il vecchio dalle rughe arate dei campi asciutti, cantava, fasciato dai tulle portati a mano dai putti alati, che, come nuovi Pegaso, vagavano dalle Perseadi alle terre intrise del sangue di Medusa.
Il vento sussurrava nuove profezie, che si insinuavano tra le colonne sbrecciate del tempio, accarezzando il volto delle sfingi addormentate, mentre sfogliava con dita arcaiche i papiri segreti custoditi nella pancia della storia.
Un cane passava scodinzolante, tra le rovine dei giardini pensili, che sovrastavano le torri che svettavano oltre le nebbie del tempo;
Il ticchettio di passi senza nome si mescolava al pianto delle fontane,
mentre l’eco del sole morente si stemperava nel Tigri.
Forse, tra le ombre lunghe della sera,
ancora puoi udire quel canto ininterrotto, come un lamento che sfida il destino, sussurrando ai secoli l’ultima preghiera.

La tua corsa

Tu accendi i miei silenzi, lasciati inerti sul letto sfatto della vita.
Tu, che sei andata via senza più parole, lasciandomi solo di fronte alla disfatta della ragione.
Ed io sono qui, col mento poggiato sulla punta delle dita, a tessere storie di uomini e donne mai esistiti, storie di noi, sgranate al rallentatore nel buio cinematografo della memoria.
Tu corri sempre troppo, come se potessi sfuggire alla catastrofe, quella che però non arriva mai, se non dentro di te, nelle tue braccia tese, nel nodo serrato della tua pancia.
Tu, che pensi di eludere il dolore sbattendo la porta dei sentimenti, fuggendo nell’altra direzione, convinta di essere immune all’umano pietismo, ricorda: i fantasmi del passato sanno attendere. Prima o poi ti raggiungeranno, e dovrai saldare il conto con l’oste della vita.
Tutto ha un prezzo, anche la tua fuga. E ti costerà più che affrontare quei quattro demoni che ti porti dentro da sempre, sin da bambina, quando tuo padre ti lasciò alla pompa di benzina e non fece più ritorno.
Ma nella Matrix infinita dell’esistenza, ogni cosa muta significato, ogni volta che nuovi occhi la osservano, lucidi di passione o affamati di sapere, ogni volta che la mente la rielabora con moti neuronali, trasmettendo impulsi elettrici vitali.
E io mi riconnetto al mondo. I miei piedi tornano saldi al suolo. I miei occhi smettono di volare.
La tua corsa è finita, é tempo di tornare a casa.

Sono arrivate!

Sono arrivate le maglie de “L’inaffondabile”, e sono proprio belle!

Sono volato

Sono volato

Sono volato in un alito di vento, aprendo cancelli di cui non conoscevo nemmeno l’esistenza. I guardiani delle costellazioni più vicine, hanno gettato un occhio su questa vecchia terra, osservando esseri fragili, dentro a sconfinate pianure di pianto. Il vento mi ha portato su una zolla di un campo appena arato e mi ha piantato, come si pianta una pianta di grano o un filo d’erba. Che d’altronde la differenza tra i due è esigua e sottile, come esigua sa essere la distanza tra l’odiare e l’amare, tra l’aria e il mare, il fuoco e la terra.
Le mani preziose di una contadina mi hanno curato, atteso, sostenuto. Mani sapienti, che sanno di pane e carbone, di farina macinata a mano, di grano che diventa ricchezza.
Mi ha parlato con la voce della terra, parole che non conoscevo ma che la mia essenza ha subito inteso. Mi ha bagnato con acqua di rupe, presa a coppe, quella che il cielo regala e la terra custodisce. Ha atteso il tempo della germinazione senza fretta, come sa fare chi conosce il ritmo del mondo e non teme l’attesa.
E così, un giorno, il vento è tornato. Mi ha sussurrato che era tempo di crescere, di svettare verso il cielo come una spiga matura, dorata dal sole e piegata dalla saggezza. Ho sentito il calore del giorno e il brivido della notte, ho visto il cielo cambiare mille volte colore e le stelle risplendere in silenzi inattesi.
Poi, quando la stagione ha fatto il suo corso, la contadina ha posato ancora su di me le sue mani antiche, ha tagliato il mio stelo, come si taglia una cosa preziosa. Non ero più seme, non ero più pianta. Ero pane, nel ciclo infinito della vita.

Inno alla Madre

Madre, madre lucente 

Cerco te,

Nella notte oscura. 

Cerco te

Nei meandri del 

Labirinto della notte.

Cerco te , madre

Quando il mio animo

Ha bisogno di riposo

Di ristoro.

Cerco te 

Nella veglia e nel sonno

Signora della notte .

Onoro te

Invoco te

Nel tuo aspetto di fanciulla,

Amante , madre, 

Vegliarda.

Illumina

Il buio delle nostre notti.

Risplendi nella nostra vita.

Apporta inizi, pienezza, 

Manifestazione, e apporta fine,

Morte, per ciò che non serve, 

Per ciò che è superfluo, 

Per ciò che è inutile.

Signora della notte

Vedo i tuoi occhi 

Negli occhi delle tue sacerdotesse.

Sento 

La tua presenza 

Nel mio cuore, 

Nel pulsare inarrestato della terra, 

Nel ritmo delle maree.

Tu che sei signora delle acque,

Tu che sei signora del cielo, 

Tu che sei signora dei boschi, 

Vieni a portare la tua luce. 

Illuminaci della tua presenza, 

Permettici di espanderci, 

Nel calore, nel torpore 

Del tuo abbraccio materno.

Tu che tutto sai, 

Tu che tutto puoi,

Permettici di accedere

Alla saggezza, alla sapienza 

Che queste donne 

Hanno custodito 

Nei secoli che ci precedono.

Permettici di esperire

A pieno 

L’estasi dei nostri corpi,

I templi che portiamo e custodiamo, 

Giorno per giorno.

Fa si che siamo degni 

Custodi della tua fiamma

Che arde

Dentro di noi.

Fa si che riusciamo a vedere

Al di là del velo 

Che ci separa dal mondo dei vivi.

I vivi al di là del velo, 

Coloro che ci accompagnano 

In un mondo

Al di là della materia 

Che vediamo.

Madre cosmica,

Diana, Dia Jana, 

Consacro a te, 

O Luna splendente, 

L’amore che provo ,

Il corpo su cui ho il dominio

In questo ciclo vitale.

Vieni, vieni tra di noi, 

Insinuati, inebriaci, 

Così come i fumi, 

La luce che attraverso le foglie

Arriva fin sulla terra. 

I fumi che la terra sprigiona

Le nebbie che salgono.

Vieni a noi 

Respiriamo la tua essenza, 

Tu sei la benvenuta,

Luna splendente, 

Diana, Dia Jana. 

Benvenuta.

(Da “L’uomo che sopravvisse all’atomica”, inedito)

Certe storie

Certe storie non finiscono, restano sospese nell’aria come il fumo di una sigaretta accesa a metà. Mi hai chiesto perché ho scelto di restare, ma la verità è che non ho mai saputo davvero andare via. Ti ho detto che era un gioco, ma io non so giocare. Non con i sentimenti, non con le parole che restano incastrate in gola quando servirebbero a chiarire, a spiegare.
Adoro i tuoi sorrisi, quelli spontanei, leggeri, quelli che mi fanno credere, anche solo per un attimo, che potremmo riscrivere la nostra storia. Sul letto, mentre fumi, mentre il tempo si allunga e si accorcia senza logica, io raccolgo i miei vestiti. E lascio a te i frantumi di tutto ciò che non abbiamo mai detto, di quello che non abbiamo mai chiarito.
Tu odi i miei silenzi. Io odio il modo in cui ti allontani senza fare rumore. E forse, in fondo, non c’è più niente da capire. Solo un’eco di quello che avremmo potuto essere.

L’agente della Terra di Mezzo

C’è stato un tempo in cui le nostre terre non conoscevano ancora il fenomeno della desertificazione e le terre di mezzo erano popolate, molto più di adesso, allora in ogni paese, in ogni quartiere, in ogni rione si accendeva un falò e così tutta la dorsale appenninica dell’alta Irpinia era costellata da puntini luminosi, simboli di fratellanza, di buon augurio per un futuro migliore, e allora tutta la terra diveniva comunità. Era il tempo in cui lo spirito comunitario era forte, accomunato nello sforzo di una vita dura nei campi e di un clima sempre inclemente. E così tutti i contadini, figli e custodi di
questa terra danzavano intorno al fuoco, bevendo vino e augurandosi strepitosi raccolti.
Ancora oggi questi falò vengono accesi, anche se non sono più così tanti come una volta e rappresentano lo spirito di fratellanza nella lotta che accomuna tutti verso una globalizzazione che ci vorrebbe tutti uguali e omologati alle stesse regole di vita. Ancora oggi si sta insieme intorno ai falò, mangiando prodotti di una terra generosa, bevendo Aglianico di Castelfranci accompagnato dal mitico Carmasciano frigentino e ballando al ritmo della montemaranese.
Così da Castelfranci a Volturara Irpina, da San Nicola Baronia a Bonito, da Luogosano a Sant’Angelo dei Lombardi, da Montemiletto a Caposele, da Morra de Sanctis a Cairano fino a Rocchetta Sant’Antonio, nelle notti del 6, dell’8 e del
13 dicembre è una danza di falò e alti si levano nel cielo i canti delle nuove generazioni delle terre irpine.
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