Stamattina mi sono fatto un lungo tour in terra irpina, attraversando, questa volta in auto, paesi che, un tempo, attraversavo con la mia bellissima bicicletta. Ma in quell’epoca ero giovane ed ero ben allenato per andare in bicicletta. E così stamattina mi sono trovato a passare in alcuni dei luoghi descritti ne “L’agente della Terra di Mezzo”, come Mirabella, Grottaminarda, Fontanarosa, Paternopoli, Castelfranci, Villamaina, Gesualdo, Frigento, ricordando quelle giornate trascorse, sudato, ma felice, sui pedali della mia mountain bike. Insomma un bel giro nel cuore verde dell’Irpinia, che ti riconcilia con il mondo e con la vita!!!
Cara Teresa, è da un po’ che non ti scrivo, ed ho avuto le mie buone ragioni per non farlo. Le giornate sono troppo brevi per scorrere queste terre, ed il tempo è ancor più breve per raccontarle. Il tempo, se esiste, è trascorso veloce, sono invecchiato: le due ruote, che mi hanno accompagnato nelle indimenticabili giornate di luce e di sole, sono state soppiantate da quattro ruote, più stabili e sicure per chi comincia a tentennare e di sicurezze non ne ha più tante. Il polverone ha cecato gli occhi ai cani e siamo rimasti soli in mezzo alla via, la via che avrebbe dovuto portarci verso il futuro, il progresso, l’Eldorado, che a tratti ci era stato promesso dopo il terremoto. Mi trovo al bivio per Andretta. Ho lasciato lì Celestina ed ho fatto due passi a piedi sulla statale che taglia il Formicoso. Una striscia d’asfalto che divide un’altura piatta e priva di vegetazione. In altri tempi ti avrei raccontato ancora che questa via segue il tracciato della Via Appia Antica, ma adesso non ne ho più voglia. Le cose non mi attirano più, o, almeno, non quanto le persone e le loro storie. Sono arrivato fino al guardrail che protegge gli automobilisti più audaci in una curva troppo stretta e falsa. Mi sono fermato ed ho guardato. Le ginocchia poggiate contro la barriera, poi il vuoto, ed il ventre poggiato ad un parapetto metallico. È freddo, mi procura i brividi, che però non sono nulla al cospetto di quello che avrei provato poco dopo. Ero distratto dallo smartphone che mi segnalava l’arrivo di un messaggio, ma una volta riposto nella tasca posteriore del pantalone, sono stato costretto a sollevare lo sguardo. Costretto dalle ansie del momento che mi trascino dietro ovunque io vada e che, a volte, mi spingono ad avere una fretta che non si addice alla bellezza del luogo in cui mi trovo. Resto senza fiato, ancora una volta questa terra così cruda e dura mi lascia senza fiato. Cerco un contatto con la realtà: mi volto dapprima verso destra. La via da dove sono venuto è deserta. Mi volto, poi, a sinistra; poco più avanti, al centro esatto dell’incrocio, ci sono dei cartelli stradali: Bisaccia, Calitri, Lacedonia, Andretta. Bisaccia, il paese di Franco, Lacedonia, quello di Mario, Calitri, quello di Franca. Ho un piccolo seme piantato in ciascuno di questi paesini disseminati su queste alture impervie, ma fertili. Mi volto d’improvviso, alzando, poi, lo sguardo di fronte a me. Questi luoghi mi sono così familiari che non posso non pensare che in una vita passata li abbia abitati. In fondo li riconosco istintivamente, emotivamente, a pelle, e a naso. Tutto mi è familiare, i colori, i panorami, gli odori e d’istinto mi accorgo di sentirmi a casa, accolto in un abbraccio tenero, tipico di una madre premurosa, che teme la partenza del figlio, che non vuole che vada, che gli da cibo in abbondanza per legarlo a se, per sempre. Ho alzato lo sguardo ed ho guardato verso Sud, attraversando con la vista un terreno all’apparenza brullo, privo di vegetazione da fusto. Qui sotto c’è Morra De Sanctis, e li più avanti, sulla sinistra c’è il lago di Conza. E ancora Lioni, Teora, Materdomini, Calabritto, poi lo sguardo si alza verso l’imponenza austera dell’Appennino. È la magnificenza del massiccio dei Monti Picentini, un massiccio immenso, ricco di acqua e di fitta vegetazione, che divide la terra irpina da quella salernitana. Questi luoghi, un tempo, furono luoghi di spionaggio, di guardia, e di scontro tra il ducato di Benevento e quello di Salerno, che in epoca longobarda, si fronteggiarono con aria di sospetto e di sfida. Ora sono luoghi materni, di accoglienza e di ricordo, di partenze e di ritorni. (Inedito da: “La Gente della Terra di Mezzo)
Vi mostro una cosa che forse non vedrete mai nella vostra vita. Presso l’Agenzia Spaziale Europea di Colonia, in un hangar, hanno replicato la superficie lunare, e lo hanno fatto in una maniera impressionante. La sabbia che costituisce la regolite, ossia il materiale di cui è fatta la Luna, è talmente sottile, come l’originale, che non è possibile camminarci sopra, se non con una tuta spaziale ed un respiratore, pena l’ingresso di quella sabbia nei polmoni e quindi nel sistema circolatorio, arrecando danni gravissimi.
Ho conosciuto Gabriele Italia poco più di un anno fa. Ci siamo conosciuti a Düsseldorf, in occasione della presentazione dei nostri libri presso l’istituto Dante Alighieri presente in città. Gabriele è un ragazzo dalla spiccata sensibilità, con un cuore grande, la mente lucida e tanta voglia di vivere. Gabriele ha scritto un libro, che si intitola “Io sono Gabriele”, nel quale parla di tutte le difficoltà che attraversa una persona con disabilità ogni singola giornata della sua vita. Gabriele è uno di quelli che, quando ci parli, ti fa venire la voglia di vivere. E a lui dobbiamo molto, perché è stato un grado di raccontarla la sua disabilità e di esorcizzarla. Vi consiglio di leggere il suo libro. Intanto io e Gabriele siamo amici.
Al termine della bellissima e lunghissima serata del 13 Aprile ( in verità eravamo già al 14, perché erano le 3.30 del mattino), abbiamo regalato a Maurizio del Greco, una bottiglia destinata a divenire un pezzo da collezione di tutta la storia che stiamo costruendo. La bottiglia è stata autografata da scrittori, scrittrici, editori, registi, attori, e consegnata al nostro grande amico Maurizio Del Greco, in segno di stima e di amicizia. Poi, si sono riversati tutti nella mia camera in hotel per fare baldoria e siamo tornati immediatamente ai tempi del liceo!
Sì conclude la mia quarta avventura in terra germanica, e si chiude con un bilancio decisamente positivo: in cinque giorni abbiamo percorso circa mille km, presentato i miei due libri, “L’inaffondabile” e “A mezz’ora da tutto”, presso la prestigiosa Stadt Bibliothek di Duisburg e presso l’associazione Mondo Aperto di Colonia. La sera di domenica 13 aprile, in occasione della prima edizione del premio Approdi d’Autore in Germania, sono stati donati dall’onorevole Simone Billi oltre duecento copie di “A mezz’ora da tutto”, e soprattutto ho ricevuto una menzione speciale ed una bellissima pergamena con attestazioni di stima e riconoscimento. Insomma sono tornato stanco, ma di una stanchezza bella, carica di positività e di aspettative. E non può mancare un ringraziamento a chi ha reso possibile tutto ciò, Maurizio Del Greco, che con Patrizia Pili hanno organizzato delle giornate fitte di impegni e cene luculliane, tenendo testa a scrittori, editori, attori e registi.
Porterò con orgoglio la mia corona di spine: come un novello Gesù, camminerò verso il Golgota. Attraverserò la città vecchia, tra ali di folla, a volte muta a volte rumorosa.
Ci sarà chi gioirà, chi mi compatirà e chi mi sputerà addosso. Questi ultimi saranno in numero maggiore, perché umanamente è più semplice distaccarsi dal dolore, soprattutto quando non è il proprio. Ma camminerò sempre a testa alta con un mantello che coprirà le mie spalle nude e fragili, marchiate con i colori dell’arcobaleno, e con un copricapo, così come ho sempre fatto in tutta la mia vita. Le feste urlanti degli sciacalli e i banchetti ululanti dei lupi, non sono mai finiti, se non sono finiti dentro a pozzo, che ho prosciugato, a volte, con un pezzo di carta assorbente. Gli assoli dissonanti di individui stonati mi hanno perseguitato da sempre. E accendendo la radio ho ascoltato storie diverse dalla mia, ma, allo stesso modo, cariche di solitudine, saggezza e sofferenza. Ma io camminerò ancora a testa alta e porterò con orgoglio la mia corona di spine, che mi è stata donata da un mondo che corre e che non potrà capire mai ciò che io provo.
Non mi è dato sapere come lascerò questa terra, su quale aeroplano fuggirò, innalzandomi su mondi sconfinati di terre verdi ed acque blu.
Non mi è dato sapere come verrà quell’aeroplano a prendermi, ne dove atterrerà. So solo che un giorno accadrà e non potró rifiutare il viaggio. Non mi è dato sapere l’orario della partenza, né tantomeno preparare la valigia. Per oltrepassare il bardo basterà la propria presenza. E quella dovrà essere cosciente, imponente, determinata e saggia, perché non sono ammessi cambi di biglietto, né tantomeno cambi di tragitto. Il mondo delle illusioni finisce così, con lampi colorati e coriandoli sciolti nell’acqua. Non mi è dato sapere se sarò accompagnato, né se sarò accolto con un aperitivo di benvenuto, come si fa qui, su questa terra misera di sentimenti e ricca di paure. La musica, però, voglio sceglierla io e voglio un sottofondo dei Sigur Ros, le tastiere piatte e gli archi che tessono trame oniriche, su una ritmica ossessiva e piatta. Voglio sognare, come ho fatto nelle notti più belle, baciato dal caldo delle stelle, dalla luce blu dell’universo, quando ho danzato sopra montagne di problemi e ho sorvolato le cime più alte che incoronano le mie valli. Non mi è dato sapere, ma io già so.