Il fall foliage

Gli scarponi da trekking di Tito calpestavano con veemenza il tappeto di foglie bronzee che ricopriva il terreno. Era il tempo maturo del “fall foliage”, il tempo in cui, per magia le chiome di tutti gli alberi decidui che formavano quell’immensa foresta, in sincrono, decidevano di virare dal verde intenso dell’estate ad un colore che sfumava con mille tonalità tra il rame ed il rosso vinaccia.

Il passo era svelto, lo sguardo fisso al terreno. L’odore di foglie bagnate era penetrante, sovrastato solo dall’odore dei funghi che nascevano improvvisi, a ciuffi, più o meno folti, subito dopo le piogge, in quella stagione in cui il clima non era più caldo, ma ancora non sinceramente freddo.

Si tirò su il bavero della giacca. La faretra tamburellava ad ogni passo contro la schiena, producendo un rumore di bastoncini di legno che cozzavano tra loro.

Le nuvole si erano diradate, a tal punto da permettere a timidi raggi di sole di penetrare tra il fogliame ancora fitto della foresta, disegnando paesaggi onirici, che facevano da cornice a scene di minuti cervi in cerca di cibo o di volpi in cerca delle ultime scorte di cibo prima del grande sonno invernale. Tommasina e Gerry non erano più nei suoi pensieri. L’unico suo pensiero era quello di arrivare in fretta al rifugio senza essere assalito da un ulteriore attacco di panico. Sapeva bene che in tutto quello che gli accadeva, giocava un ruolo importante l’adrenalina, che le surrenali producevano in maniera soverchia ed anche non coordinata con i reali stimoli esterni. Eppure, pur conoscendone la chimica, ne era vittima ed era piombato in un loop dal quale aveva difficoltà ad uscire. Per questo era stato a lungo in cura con uno psichiatra, un amico di vecchia data, che soleva ripetergli: Tito sei troppo sensibile, dovresti strafottertene.

(Inedito tratto da “Tecnica di Seduzione”, di Giuseppe Tecce)

Space Cowboy compie 30 anni!

Era il 1994 quando i Jamiroquai ci portarono nello spazio con il loro inconfondibile sound acid jazz e funk, regalando al mondo “Space Cowboy”. Un pezzo che, con i suoi groove irresistibili e l’inimitabile voce di Jay Kay, ha segnato un’epoca e continua a far ballare intere generazioni.

Trent’anni dopo, “Space Cowboy” è più vivo che mai, un classico senza tempo che ci ricorda quanto siano stati rivoluzionari i Jamiroquai nel portare freschezza e sperimentazione nella scena musicale degli anni ‘90. Un inno alla libertà, al movimento e all’energia, che ci fa viaggiare ancora oggi con la stessa magia di allora.

Che dite, lo rimettiamo in loop? 🚀✨

Ex libris – Giuseppe Tecce

Guccini e dintorni

Questa sera mi sono concesso una scorpacciata di Guccini, e all’improvviso, è partita: “La ragazza dietro al banco mescolava birra chiara e seven up, il sorriso da fossette e denti era da pubblicità, come i visi alle pareti di quel piccolo autogrill”. La mente è subito tornata a un tempo lontano, quando quella era la colonna sonora di intere serate trascorse nella mia Opel Corsa grigia. Ricordo la pompa di benzina dietro le poste centrali, l’unica con il self-service: si faceva la coda per fare rifornimento, avvolti dall’odore di gas di scarico. Non esistevano marmitte catalitiche e i carburatori delle motociclette puzzavano terribilmente di benzina.
E ora mi ritrovo qui, a pensare a un’epoca che non esiste più. Forse non è un caso se oggi, ad ascoltare Guccini, siamo in pochi: quelli della Generazione X o giù di lì!

Ricevo e pubblico

Ricevo e pubblico:

Recentemente ho avuto il piacere di immergermi nel mondo di “Ljuba senza scarpe”, un’opera che trascende i confini tradizionali dell’arte e della narrazione. Quest’opera non è semplicemente una raccolta di pagine, ma un viaggio, un’esperienza che si snoda attraverso le sfumature dell’animo umano.
Ljuba, il protagonista, è ritratto con una maestria tale da renderlo quasi tangibile al lettore, come se le sue avventure e i suoi pensieri fossero i nostri.
Un aspetto che rende questa opera unica è la sua capacità di esplorare temi profondi come l’amore, il viaggio, la gioia e il dolore, senza mai diventare didascalica o predicatoria. Tecce ci guida attraverso questi sentieri emotivi con una delicatezza che risuona profondamente, lasciando un’impressione duratura.
La scrittura è fluida, ricca e coinvolgente, capace di trasportare il lettore in luoghi e tempi lontani, ma sempre incredibilmente vicini al cuore.
Un aspetto distintivo di “Ljuba senza scarpe” è la sua capacità di sfumare i confini tra il reale e il surreale. Tecce crea un’atmosfera quasi mistica, dove la realtà interiore dei personaggi si fonde con gli elementi paranormali, offrendo ai lettori momenti di profonda riflessione su temi esistenziali.
In conclusione, “Ljuba senza scarpe” è un’opera che sfida e arricchisce, invitando i lettori a esplorare le profondità della psiche umana e la complessità delle relazioni interpersonali. È un libro che lascia un segno, stimolando una riflessione profonda e duratura@Recentemente ho avuto il piacere di immergermi nel mondo di “Ljuba senza scarpe”, un’opera che trascende i confini tradizionali dell’arte e della narrazione. Quest’opera non è semplicemente una raccolta di pagine, ma un viaggio, un’esperienza che si snoda attraverso le sfumature dell’animo umano.
Ljuba, il protagonista, è ritratto con una maestria tale da renderlo quasi tangibile al lettore, come se le sue avventure e i suoi pensieri fossero i nostri.
Un aspetto che rende questa opera unica è la sua capacità di esplorare temi profondi come l’amore, il viaggio, la gioia e il dolore, senza mai diventare didascalica o predicatoria. Tecce ci guida attraverso questi sentieri emotivi con una delicatezza che risuona profondamente, lasciando un’impressione duratura.
La scrittura è fluida, ricca e coinvolgente, capace di trasportare il lettore in luoghi e tempi lontani, ma sempre incredibilmente vicini al cuore.
Un aspetto distintivo di “Ljuba senza scarpe” è la sua capacità di sfumare i confini tra il reale e il surreale. Tecce crea un’atmosfera quasi mistica, dove la realtà interiore dei personaggi si fonde con gli elementi paranormali, offrendo ai lettori momenti di profonda riflessione su temi esistenziali.
In conclusione, “Ljuba senza scarpe” è un’opera che sfida e arricchisce, invitando i lettori a esplorare le profondità della psiche umana e la complessità delle relazioni interpersonali. È un libro che lascia un segno, stimolando una riflessione profonda e duratura

Ljuba

Il mondo visto dal basso

Seduto su una panchina gigante, mi sento piccolo in un mondo che sembra estendersi all’infinito. Eppure, è proprio in questa percezione di piccolezza che riscopro la mia vera grandezza. Ogni individuo, anche il più minuto, è parte di un meccanismo complesso e delicato, in cui ogni ingranaggio ha il suo ruolo essenziale. Senza di noi, quella ruota si incepperebbe, quel movimento si arresterebbe, per sempre.


Essere piccoli non significa essere insignificanti. Significa avere il coraggio di osservare l’immensità con umiltà e consapevolezza, sapendo che il nostro contributo, per quanto piccolo possa sembrare, è fondamentale per l’equilibrio di tutto ciò che ci circonda.
Guardando il panorama, seduto su questa panchina, mi accorgo che l’orizzonte è solo un limite apparente. Noi, con i nostri sogni e le nostre azioni, siamo capaci di spingerci oltre, facendo girare l’ingranaggio di questo mondo vasto e meraviglioso.

L’importanza di ascoltare ciò che accade a Lampedusa.

Oggi ho avuto l’occasione di partecipare a due eventi molto importanti: la marcia del Comitato 3 Ottobre che, questa mattina, è partito dal centro di Lampedusa, arrivando fino alla famosa Porta d’Europa (commovente è stato il momento di preghiera e la deposizione delle corone di fiori per le vittime della tragedia del 3 Ottobre 2013). Altro momento importante è stata, questa sera, l’inaugurazione del Giardino dei Giusti, proprio al belvedere sopra al porto vecchio. Il giardino custodirà i nomi di tutti i giusti, che con il loro sogno umanitario sono da esempio per l’umanità intera. Sono persone semplici, magari pescatori, che hanno salvato vite umane. Ebbene stasera ho avuto la fortuna di ascoltarli anche quei pescatori, li ho visti commuoversi quando raccontavano gli eventi che li hanno fatto diventare dei supereroi. Ma supereroi lo sono diventati solo per noi, perché per loro era tutto normale: loro hanno fatto l’unica cosa che si doveva fare quando, andando per mare, trovi persone in difficoltà e in pericolo di morte.
Bisogna ascoltare quello che succede a Lampedusa, perché quello che succede a Lampedusa dovrebbe entrare bene nel cervello dei politici europei, che, al contrario, sulla pelle della povera gente ci costruiscono le loro carriere politiche. Ascoltare Lampedusa vuol dire ascoltare l’umanità.

Ecco come va la vita

La vita non è facile, e non è scritto da nessuna parte che debba esserlo.
Nessuno ha il diritto di essere servito e riverito solo per il fatto di esistere. La realtà è fatta di sfide quotidiane, di battaglie contro nemici visibili e invisibili, che dobbiamo affrontare per guadagnarci il nostro posto sotto il sole.
Mi dispiace, ma la vita è così. Anche se oggi cercano di farci credere che sia tutto rose e fiori, la verità è un’altra: non possiamo sottrarci al dolore, alle delusioni e alle difficoltà. Possiamo solo decidere come affrontarle. Essere resilienti, mantenere la rotta nonostante le tempeste e lottare per ciò che ci sta a cuore.
Non permettete a nessuno di dirvi che siete fuori strada solo perché scegliete di lottare invece di arrendervi. Perché il vero successo non sta nell’avere una vita facile, ma nel trovare il coraggio di affrontare le difficoltà con dignità e determinazione.

Parlami Ancora

Tutte le cose sono state create per essere amate. Quest’albero è stato creato e mandato sul pianeta per essere amato, e lo stesso vale per le pietre che ne delimitano l’aiuola, per il terreno che lo sostiene, senza contare poi tutti gli esseri che lo abitano e che da esso ne traggono forza e sostanza. Tutto ciò che era animato ed inanimato in quel micro universo, era degno e necessitava di amore. Luisa si era dapprima fermata e poi accovacciata, accanto all’albero che si ergeva, solitario, al centro del marciapiede che costeggiava la larga strada nella periferia sud di Napoli. Il puzzo dei gas di scarico saturava l’aria ed era nauseabondo, mischiandosi con i miasmi che salivano dalla griglia di una fogna che era poco più avanti. Luisa non ci faceva caso, lei era abituata a quell’odore forte ed acre, che riempiva le narici, attraversava i seni nasali e stringeva la gola in una morsa, che talvolta la induceva a tossire. Una volta accovacciatasi, in quell’universo vi era entrata di diritto, da umile spettatrice e mai interferendo con esso, se non come osservatore.

Eppure Luisa, acuta studiosa ed osservatrice della realtà, conosceva bene la teoria dell’osservatore nella meccanica quantistica che si riassumeva nella teoria del doppio taglio, attraverso i lavori di John Wheeler.

Quella teoria suggeriva che la realtà a livello quantistico non era definita fino a quando non veniva osservata. In altre parole, le particelle subatomiche potevano esistere in molti stati possibili contemporaneamente (una sovrapposizione di stati), ma quando veniva effettuata una misurazione, esse ‘sceglievano’ uno stato definitivo in cui esistere.

L’esperimento del doppio taglio dimostrava, per l’appunto, questo concetto in modo chiaro e nitido. Quando gli elettroni venivano sparati attraverso due fessure in direzione di uno schermo, essi creavano un modello di interferenza che faceva supporre che ogni particella passasse attraverso entrambe le fessure contemporaneamente, comportandosi come un’onda. Tuttavia, se si poneva un dispositivo di misurazione per osservare attraverso quale delle due fessure passasse la particella, queste ultime smettevano di creare un modello di interferenza e si comportavano come particelle classiche, passando attraverso una fessura o attraverso l’altra, ma non da entrambe.

Luisa interpretava ciò rifacendosi alla massima di Protagora, secondo cui l’uomo era la misura di tutte le cose, di quelle che sono per ciò che sono, e di quelle che non sono per ciò che non sono, e alla massima del Daishonin, che faceva riferimento all’esistenza di “tremila regni” in ogni istante di vita. In entrambi i casi la sostanza della realtà non mutava, secondo l’aspetto di Luisa: l’uomo costruiva il proprio percorso di vita attraverso le migliaia di scelte cui era costretto a sottoporsi in ogni singolo istante della propria esistenza. Nulla era affidato al caso o al destino, tutto era minuziosamente costruito attraverso un lavorio incessante di scelte consapevoli o meno.

Rassegna stampa