Il giorno dopo

Il giorno dopo aver ricevuto un premio, ancora meglio se importante, è sempre tremendo: ti assalgono mille pensieri, sul lavoro fatto e su quello che devi ancora fare. Ti poni in una prospettiva complicata, e pensi al grande lavoro che dovrai fare, di scritto e di relazioni, per mantenere sempre fede a ciò che hai già raggiunto. Insomma, per me, il giorno dopo è sempre un giorno complicato e riflessivo.

Premio internazionale Spoleto Art Festival per la Letteratura

A Spoleto ci arrivi sempre per la cultura. Qui tutto respira di arte e cultura. La città intera lo fa, con le sue mille gallerie d’arte, i caffè letterari, nascosti nei vicoli, e ancora con i negozi di tappeti, di ceramiche, e con le mille e mille attività culturali che vi si svolgono: rassegne musicali, rassegne cinematografiche, letterarie, artistiche, ecc.
Oggi è stata la mia prima volta a Spoleto, e ci sono entrato a testa alta e dalla porta principale. Il conferimento del premio internazionale Art Festival di Spoleto, è stato, insieme al premio Approdi D’Autore di Ischia, la ciliegina sulla torta di un anno magnifico, nel quale io e Tramonti Occidentali ne abbiamo fatta di strada. E non è finita ancora qui…. Ci sono, in serbo, ancora altre sorprese! Non finisce qui!
Intanto il premio di oggi lo voglio condividere con Pietro Graus e con Maurizio Del Greco, con i quali facciamo squadra…. E squadra che vince, non si cambia!

I miei primi 25 anni nel sociale

In questi giorni festeggio i miei primi 25 anni di attività nel mondo del sociale.
Quando ho cominciato a muovere i primi passi in questo mondo ero un ragazzino, con una laurea in Giurisprudenza e tanti sogni da realizzare.
Avrei potuto fare l’avvocato, o forse l’impiegato pubblico, ma sarebbe stato troppo scontato. Chi mi conosce, sa bene che sono una persona eclettica, a cui non piacciono le etichette, a cui piace essere fuori dagli schemi, ma sempre e per sempre dalla parte delle persone più fragili, degli svantaggiati, di coloro che hanno bisogno di sostegno, sia fisico che morale.
Si, sono 25 anni che mi occupo di sociale e lo faccio, con gli amici di una vita, in una delle zone più svantaggiate d’Italia. Lo facciamo con pochi soldi, con poche risorse umane, con pochi servizi territoriali, ma con tanto amore, tanti sorrisi, perché ci divertiamo da morire, pur facendo cose serissime.
È proprio vero quello che si dice: se scegli un lavoro che ami, non lavorerai nemmeno un giorno della tua vita. Ora, sono quasi tre anni che mi sono preso carico delle persone anziane della piccola comunità di Sturno, un piccolo comune dell’Alta Irpinia, e continuo a farlo con assiduità quotidiana e tanta passione, tutto per far sì che loro stiano un po’ meglio, per portare quei servizi che sui nostri territori mancano e per animare una comunità che ha poche risorse da mettere in campo.
Sono 25 anni che faccio il lavoro più bello del mondo!

Tecnica di Seduzione

Ciao sono Roman, disse lui, tendendole la mano.

Roman? Rispose lei, guardandolo con sospetto.

Si, sono Roman Stepanovich Dorosh, piacere di conoscerti. Sono giorni che ti osservo. Ti dai un gran da fare per la nostra terra, la nostra patria e per i nostri uomini.

Ciao, sono Natalka, Natalka Ivanivna Diachenko, rispose lei, sfiorandogli appena la mano, indaffarata com’era a portare sacchi di riso verso il lato sud della piazza.

Fai presto Natalka, non perder tempo, urlava un gruppetto di donne, intente a cucinare su grandi fornelli da campo, posti proprio nella direzione in cui Natalka trasportava i sacchi.

Tutto intorno c’era il caos: uomini e donne danzavano al ritmo di musiche popolari sparate a palla, altri gettavano mobili e quello che trovavano nel grande fuoco acceso ai margini della piazza. A stento i furgoni carichi di viveri, scortati da uomini della polizia, riuscivano a passare attraverso la Boulevard Lesi Ukrainky, arrivando fino alla piazza Nezaleznosti, che tutti, ma proprio tutti, ormai chiamavano semplicemente Majdan.

Majdan in ucraino vuol dire piazza, ma nell’immaginario collettivo di un popolo quella si identificava con l’unica piazza della nazione, dove quaranta milioni di cuori battevano all’unisono, anelando quella libertà che per troppo tempo era stata negata.

Aspetta che ti aiuto, disse Roman, sembri così fragile, e saltò giù dal basso muretto che cingeva la piazza. Prese tre sacchi di riso, che erano appoggiati di lato, ma dovette subito lasciarne uno.

Sono pesanti, ci devi mettere tutta l’energia che hai per portarli. Eh sì, ci avevo visto lungo. Sei una vera patriota. Lo diceva con affanno, mentre teneva a stento i due sacchi, tirati per i bordi in juta, camminando con piccoli passi e tendendo il busto all’indietro per trovare il punto di equilibrio.

 Stai zitto e aiutami. È quasi l’ora del pranzo e tutta quella gente, tra poco, vorrà mangiare. Credi che le rivoluzioni si facciano senza cibo?

Che caratterino che sta tirando fuori la biondina. Certo che ti aiuto.  Mi è venuto già l’affanno. Per fortuna sono rimasti solo due sacchi di riso.

E quei dodici sacchi di patate laggiù in fondo, rispose lei, senza nemmeno dargli il tempo di finire la frase.

E quei dodici sacchi di patate, ripetè Roman sconsolato. Per la patria questo ed altro e gli spuntò un gran sorriso sul volto, fatto di pelle chiara bucata da due grandi occhi blu, profondi come il mare.

Il freddo era già pungente in quella fine di novembre del 2013, e mille sbuffi di vapore si alzavano al cielo dalle bocche delle miglia di persone accorse per manifestare la propria volontà di libertà.

La manifestazione, cominciata in modo spontaneo, come un corteo contro le intromissioni russe nelle vicende politiche ucraine, si era trasformata presto in un vero e proprio sit in permanente, con persone che si davano il cambio in maniera continuativa.

Nella piazza c’erano tende un po’ dappertutto. Qualcuno si riparava dal freddo e ci dormiva anche. A tratti la folla era oceanica. Qualcuno parlava o cantava dal palco che era stato montato sulla parte nord.

Cataste di ferri vecchi e di copertoni usati sbarravano in parte le strade di accesso. Alcuni varchi, presidiati da uomini armati, venivano aperti per lasciare l’accesso ai furgoni che trasportavano cibo e alle ambulanze, che si davano un gran da fare. C’era sempre qualcuno da soccorrere e capitava spesso che gli animi si scaldassero a tal punto da terminare con qualche scazzottata.

“Un po’ di attenzione”, chiese la voce della ragazza con i capelli corti sul palco. “Un attimo di attenzione, passo il microfono a Serhiy Nigoyan, che declamerà i versi del nostro sommo poeta Taras Ševčenco”.

Salì sul palco un ragazzo, uno come tanti, con un maglione di pail, fatto a larghe strisce orizzontali dai color sgargianti, con una folta barba nera, ed un cappello di lana, calato fin sopra alla fronte.

Il ragazzo prese il microfono, in maniera piuttosto goffa, si presentò e senza andare troppo per le lunghe, cominciò:

E gloria, cavalieri della libertà, a voi

Dio non vi abbandonerà.

Continuate a combattere, siate sicuri di vincere!

Dio vi aiuta nella vostra battaglia

Perché fama e libertà marciano con voi

E la verità è dalla vostra parte.

Le parole rimbombarono con forza nella piazza zittita all’unisono. I presenti ascoltarono con attenzione, ed il battito di mani, iniziato solitario, in qualche punto della piazza, diventò un suono contagioso che coinvolse tutti i presenti. Migliaia di mani battevano all’unisono e migliaia di bocche gridavano, alternativamente, Tasas Šcevčenco e Nigoyan.

Il ragazzo, sul palco, prese vigore, perdendo in parte la naturale timidezza, arringando il popolo con parole dure come la sferza che li trascinava verso un mondo libero dal giogo della mentalità sovietica. Era il vento di libertà che soffiava forte dall’Europa ed inondava la piazza Euromajdan.

Nigoyan sarebbe stato il primo a cadere sotto i colpi dei “berkut”di Janukovyč, ma in quel momento nessuno lo sapeva. Nessuno sapeva che la pacifica rivolta, che stava contagiando l’intero paese, sarebbe stata sedata nel sangue. I giovani sono programmati per costruire un futuro libero di volare in alto, e non per essere ancorati a vecchie ideologie, talvolta stantie.

Nella piazza era tornato, in forma più sommessa, il brusio. Gli sbuffi di vapore dalle bocche si mischiavano con il fumo dei fuochi accesi, per mitigare il rigore del primo vero freddo invernale. Da qualche parte si levarono al cielo bottiglie di vodka. Qualcuno ne aprì di nuove e riempì i bicchierini, che quasi ogni partecipante, aveva con sé. Ci fu un brindisi generale alla gloria Ucraina, a Taras Šcevčenko e a Nigoyan.

Un manifestante sollevato dagli altri, porse un bicchiere di vodka allo stesso Nigoyan, che lo raccolse di buon grado, chinandosi in avanti, sollevandolo poi verso il cielo e benedicendolo, poi, alla gloria Ucraina. In quello stesso istante, partì forte dagli altoparlanti, l’inno nazionale. La piazza si fermò di nuovo, commossa per il momento che stava vivendo. In quel momento non importava se fossero sopravvissuti o meno alla rivolta, avevano già accumulato la forza per vivere in eterno.

(Inedito tratto da “Tecnica di seduzione”, di Giuseppe Tecce)

Nigoyan

Nelle mie terre sconosciute

In queste terre, dove la vita segue ancora il ritmo delle stagioni, si respira un’aria di tradizioni antiche e modernità che avanza. Qui, dove Agosto è considerato il primo mese dell’inverno e i contadini iniziano ad accumulare cataste di legna, l’economia gira attorno alla raccolta dell’uva e alla vinificazione. I paesaggi sembrano usciti da illustrazioni di manuali ambientalisti, e la parola data con una stretta di mano ha ancora un valore incalcolabile.

Nonostante ciò, pochi giorni fa, una giornalista ha osato definire queste terre come “sperdute dal mondo e da Dio”, dimostrando una visione stolta e miope. Non ha capito che, al contrario, queste sono le terre all’avanguardia nel rinnovato rapporto con l’ambiente, dove la sostenibilità non è solo una parola, ma una pratica quotidiana.

Ebbene, qui, tra queste colline e vigneti, tra pochi giorni si terrà il G7 sulla sicurezza e sull’intelligenza artificiale. Una terra che tanto sperduta non è, ma che per alcuni giorni sarà al centro dell’attenzione del mondo intero. Siamo orgogliosi di ospitare i grandi del pianeta per discutere di temi cruciali per il futuro dell’umanità. Mirabella Eclano, con le sue eccellenze di prodotti e di uomini, si prepara ad accogliere il mondo.

(Nella foto una masseria nei pressi di Fontanarosa)

Ho conosciuto un lupo

Oggi, davanti al supermercato di Sturno, mi sono trovato davanti questo bestione. Era fermo, nella posa dell’attenzione. Poi mi ha visto e si è allontanato di corsa. Bellissimo e senza collare. Ho pensato che fosse un lupo cecoslovacco, ma, in realtà, ci stava anche che fosse un lupo vero e proprio. D’altra parte non aveva un collare, e il paese si trova al margine di boschi che si estendono per diversi chilometri, verso zone di montagna, più alte e più impervie. Forse aveva fame ed era in cerca di cibo? Chissà. O forse è stato tutto un film girato nella mia testa.

Secondo voi è un lupo?

Ciò che tutti cerchiamo, anche se non si dice!

In fondo, ognuno di noi, a modo suo, combatte una guerra invisibile. C’è chi affronta le proprie paure, chi lotta contro le insicurezze, chi sfida la solitudine o i dolori del passato. Siamo tutti guerrieri, immersi nelle nostre battaglie quotidiane, anche se non lo mostriamo al mondo.
Ma alla fine, al di là di tutte le sfide e dei conflitti interiori, siamo tutti alla ricerca di una cosa: un po’ di amore. Un amore che possa darci conforto, forza, speranza. Un amore che ci faccia sentire visti, ascoltati, accettati. Perché è questo che ci rende umani: la ricerca di connessione e affetto, nonostante le tempeste che portiamo dentro.

Dove sono nato

Sono nato in una terra di mezzo, che non è ne mare, ne montagna. Una terra che ancora vivo, dove i ritmi della natura scandiscono ancora il tempo, dove puoi ancora osservare gli animali andare in letargo quando arriva l’inverno, e il contadino mietere il grano in estate.

Qualcuno ha detto che sono un provinciale, ma io ribatto che non sono un provinciale, bensì un bucolico, un campestre con l’attitudine al bohémien.

Da giovane ho letto molti autori della letteratura russa, sia quelli dell’epoca d’argento che quelli dell’epoca doro. E non è un caso che l’artista che più di tutti mi è rimasto nel cuore, sia proprio un bucolico, un campestre, un campagnolo.

Si chiamava Sergej Esenin, morì giovane, suicida, in un hotel di San Pietroburgo, in circostanze alquanto sospette. E il manifesto della sua poesia, così legata al mondo contadino è : “Confessioni di un Teppista”, di cui allego il testo. Buona lettura:

Non a tutti è dato cantare,
E non tutti possono cadere come una mela
Sui piedi degli altri.
Questa è la più grande confessione,
Che mai teppista possa rivelarvi.
Io porto a bella posta la testa spettinata,
Lume a petrolio sopra le mie spalle.
Mi piace illuminare nelle tenebre
L’autunno spoglio delle vostre anime.
E mi piace quando una sassaiola di insulti
Mi vola contro, come grandine di rutilante bufera,
Solo allora stringo più forte tra le mani
La bolla tremula dei miei capelli.
È così dolce allora ricordare
Lo stagno erboso e il suono rauco dell’ontano,
Che da qualche parte vivono per me padre e madre,
Che se ne fregano di tutti i miei versi,
E che a loro sono caro come il campo e la carne,
Come la pioggia fina che rende morbido il grano verde a primavera.
Con le loro forche verrebbero a infilzarvi
Per ogni vostro grido scagliato contro di me.
Miei poveri, poveri contadini!
Voi, di sicuro, siete diventati brutti,
E temete ancora Dio e le viscere delle paludi.
O, almeno se poteste comprendere,
Che vostro figlio in Russia
È il più grande tra i poeti!
Non vi si raggelava il cuore per lui,
Quando le gambe nude
Immergeva nelle pozzanghere autunnali?
Ora egli porta il cilindro
E calza scarpe di vernice.
Ma vive in lui ancora la bramosia
Del monello di campagna.
Ad ogni mucca sull’insegna di macelleria
Da lontano fa un inchino.
E incontrando i cocchieri in piazza,
ricorda l’odore del letame dei campi nativi,
Ed è pronto a reggere la coda d’ogni cavallo,
come fosse uno strascico nuziale.
Amo la patria!
Amo molto la patria!
Anche con la sua tristezza di salice rugginoso.
Adoro i grugni infangati dei maiali
E nel silenzio della notte, la voce limpida dei rospi.
Sono teneramente malato di ricordi infantili,
Sogno delle sere d’aprile la nebbia e l’umido.
Come per scaldarsi alle fiamme del tramonto
S’è accoccolato il nostro acero.
Ah, salendo sui suoi rami quante uova,
Dai nidi ho rubato alle cornacchie!
È lo stesso d’un tempo, con la verde cima?
È sempre forte la sua corteccia come prima?
E tu, mio amato,
Mio fedele cane pezzato?!
La vecchiaia ti ha reso rauco e cieco
Vai per il cortile trascinando la coda penzolante,
E non senti più a fiuto dove sono portone e stalla.
O come mi è cara quella birichinata,
Quando si rubava una crosta di pane alla mamma,
e a turno la mordevamo senza disgusto alcuno.
Io sono sempre lo stesso.
Con lo stesso cuore.
Simili a fiordalisi nella segale fioriscono gli occhi nel viso.
Srotolando stuoie d’oro di versi,
Vorrei dirvi qualcosa di tenero.
Buona notte!
A voi tutti buona notte!
Più non tintinna nell’erba la falce dell’aurora…
Oggi avrei una gran voglia di pisciare
Dalla mia finestra sulla luna.
Una luce blu, una luce così blu!
In così tanto blu anche morire non dispiace.
Non m’importa, se ho l’aria d’un cinico
Che si è appeso una lanterna al sedere!
Mio buon vecchio e sfinito Pegaso,
M’occorre davvero il tuo trotto morbido?
Io sono venuto come un maestro severo,
A cantare e celebrare i topi.
Come un agosto, la mia testa,
Versa vino di capelli in tempesta.
Voglio essere una gialla velatura
Verso il paese per cui navighiamo.

Rocca San Felice

In ogni luogo, in ogni paese, in ogni borgo, per quanto piccolo possa essere, si incontrano sempre tre personaggi: il letterato, l’artista e il filosofo. Non c’è nulla da fare, è una regola ferrea che si applica a qualsiasi luogo e che continua a stupirmi ovunque io vada. Se pure ci fossero soli tre abitanti in un borgo, essi sarebbero esattamente un letterato, un artista e un filosofo. E se un luogo fosse abitato da meno di tre persone, a esempio una, stai pur certa che quell’unica persona sommerebbe in sé le caratteristiche di tutti e tre i personaggi. Anche perché per vivere da soli, e soprattutto se si vive da soli, c’è bisogno di una preparazione oltremodo al di sopra del normale. C’è bisogno di filosofia, di poesia e di arte: solo in questo modo si può avere la possibilità di sopravvivere.
Sopravvivere alle difficoltà, alla fame e soprattutto al silenzio.
Una classica esperienza di incontro, una di quelle esperienze da manuale l’ho fatta a Rocca San Felice, piccolissimo e scenografico paesino posto sui colli del pre Appenino irpino.
Come al solito di buon mattino mi sono prefissato di allietare la mia giornata andando a fare visita a qualche luogo dell’alta Irpinia. Era da tanto che avevo in mente di ritornare a Rocca, e di rivedere la mefite.
La domenica di fine estate promette bene, l’aria non eccessivamente calda invoglia al buonumore e alle lunghe pedalate fuori porta.

Pedalare è un esercizio del corpo, dell’anima e della mente. È un incontro con i pensieri, ed è un luogo a sé stante, dove il corpo ha un ruolo importante, ma non fondamentale, perché se c’è un carburante che permette al corpo di macinare chilometri, quello è realizzato dalla mente. Durante le pedalate, la mente e l’anima si fondono in un tutt’uno che è interessato solo alla bellezza di ciò che proviene da fuori. La sensazione di effimero del paesaggio impone, come regola ferrea, quella di incamerare, per quanto più possibile, le immagini di paesaggi unici al mondo, che profumano di storia e di bellezza a ogni curva.

(Tratto da “L’Agente della Terra di Mezzo, di Giuseppe Tecce, edito da BookaBook editore)

Il quadro sull’Irpinia

L’indolenza dell’Irpinia, traspare da una finestra,che come il più bello dei quadri, fa bella mostra di sé, nel salotto buono della casa. Dietro ai vetri, la valle del Calore, il monte Tuoro e la verde Irpinia!