Sintesi della prima serata sanremese


Le canzoni sono in tipico stile sanremese e, di fatto, sono l’antitesi della vera musica che si ascolta alla radio o su Spotify.
La ferragnez era a dir poco imbarazzante: a un certo punto mi sono vergognato io per lei.
L’altro tipo col nome di un dentifricio, sotto evidente effetto di qualche sostanza, ha spaccato mezza scenografia, rivelandosi, di fatto, il vero bullo della serata, che sarebbe stato giusto espellere dalla manifestazione.
Note positive?
2 note positive
La bellezza di Elodie, sulla quale non si discute (la canzone lasciava molto a desiderare)
Il pezzo di Ariete, che ha portato un po di freschezza, restando un po sopra le righe di una serata stantia e retrò.
Al di là dell’enorme baraccone che si muove con e dietro Sanremo, continuerò a pensare che non rappresenti la musica italiana, però è un divertente show ricco di spunti da criticare e questo piace davvero tanto a noi italiani.
Ps: i musicisti dell’orchestra, che sono i veri protagonisti, sono bravissimi, così come i vari maestri che si sono succeduti. Bravi, bravi, bravi.
Ps ps: stamattina mi ha svegliato all’alba la luna piena attraverso la tendina. È in buon segno, nonostante tutto.

Terremoto in Turchia e Siria

Solo chi ha vissuto un terremoto di tale entità, come il terremoto dell’irpinia del 1980, può capire la paura e le speranze di questa gente. Un abbraccio forte a tutte le popolazioni colpe da questo immane disastro

Firma la petizione per eliminare ogni censura al discorso di Zelensky a Sanremo

Vabbhe le petizioni magari non cambiano il mondo, ma è un modo per alzare il velo su una faccenda così delicata come quella della guerra in Ucraina. Facciamo in modo di far sentire la nostra voce e far sì che questo grande Presidente, Zelensky, di un grande popolo, possa parlare a Sanremo senza alcun tipo di censura.
Perdi 5 minuti, e firma la petizione. Non cambierà il mondo, ma accendiamo un faro di speranza su un grande popolo.
Slava Ucraini!

https://www.change.org/p/a-favore-della-partecipazione-di-zelensky-senza-censure-al-festival-di-sanremo?recruiter=false&utm_source=share_petition&utm_medium=facebook&utm_campaign=psf_combo_share_initial&utm_term=psf_combo_share_initial&recruited_by_id=a84b0ba0-a648-11ed-b0ec-9b725ad653fa&utm_content=fht-35500301-it-it%3A4

Io, Celestina ed il Castello

Oggi siamo stati sotto attacco di hacker, ma Celestina ed io ce ne siamo andati in giro per castelli!

L’arco della Via Lattea e la dea Nut

Questo bellissimo collage ritrae, in alto, l’arco della Via Lattea ripreso dal nostro Stefano Maraggi Photography e, in basso, la divinità egizia Nut, dea del cielo, raffigurata come una donna nuda, ricoperta di stelle, con le mani ed i piedi a terra, inarcata su Geb, la terra (altre volte Nut è raffigurata anche come una vacca).

I riti della Candelora e la dea Brigitte

Anche quest’anno noi, soci dell’associazione Sabba De Nuce, abbiamo rispettato i riti della Candelora!

Ph. di Giuseppe Mercone

Il Soffio Sul Mulino è la nostra struttura d’eccellenza

Squadra quasi al completo, oggi, per questo importantissimo giorno di festa: oggi ricorre il primo anno di gestione de “Il Soffio sul Mulino” da parte della cooperativa sociale Medina, di cui mi onoro di essere anche il Presidente.
È stato un anno difficile, di sacrificio e di grandissime soddisfazioni. Abbiamo preso in mano una struttura che era cadente, l’abbiamo rimessa in sesto, e ne abbiamo fatto una macchina da corsa, la migliore che c’è sul mercato locale.
La nostra squadra è composta da giovani donne ed uomini motivati, professionisti, amanti del proprio lavoro e pronti a sacrificarsi per gli altri.
Sentiamo forte l’affetto della comunità che ci circonda che è tornata ad essere orgogliosa di avere nel proprio territorio una struttura di eccellenza, come ci ha ricordato il Sindaco di Sturno, che ci ha onorato della sua presenza.
Grazie a tutti per questo primo anno insieme.
Ad maiora!

Candelora e San Biagio nell’entroterra campano

Dicette Cannelora: ‘a vierno stammo fora. Rispunnette san Biase: vierno mo trase. Ma dicette ‘a vecchia antica: tanno ‘a vierno stammo fora quanno ‘a foglia ‘e fica è quanto ‘o pere ‘e voie.

Alla Candelora dall’inverno siamo fore,
risponnette San Biase: vierno mo trase!
Disse la talpa da dentro la tana:
dura ancora una quarantana.
Commentò la vecchia antica:
tanno vierno è uscito fuori quanno
è allungata di un palmo la foglia di fica.
Chiosò la strega: una cosa è sicura,
l’inverno arriva quando arriva e dura finché dura.

Le Janare di San Lupo

LE JANARE: UN RACCONTO MEDIEVALE

Gettando lo sguardo verso il punto dove tramonta il sole, appare un orrido dirupo di rocce strapiombanti sulle balze scoscese e selvagge di un torrente, il cui nome evoca sinistri sortilegi: il torrente “delle Ianare”. Lo cavalca un maestoso ponte di pietra ad una sola arcata. Si resta ammirati guardandolo dal letto dei torrente; ed un pò anche inquietati dalla strana ed indefinibile sensazione di arcano che suscita dentro. In questi luoghi aleggiano le ombre di antiche leggende, di lontane superstizioni, forse frutto di miti ancestrali legati al cuho di antiche divinità infere.
C’è qui, chc sorge dall’alveo dei tottente, un grande masso, con la sommità, affiorante di qualche metro sopra il livello dell’acqua, simile al dorso di un animale.
Esso dà origine ad un piccolo specchio d’acqua ai suoi piedi.
Il nome del luogo dà ragione della sua singolare fama: “vurv’ d’ ‘r nfien’” nel dialetto locale vuol dire “pozza dell’inferno”.
Un tempo si credeva, infatti, che sotto quella roccia si celasse un accesso alle dimore stigee, ai luoghi infernali, donde il Principe dell’Abisso in persona sortiva per mostrarsi alle sue adoratrici, le “janare” e partecipare ai loro riti sabbatici in alcune particolari notti dell’anno. Costoro erano femmine votate al demonio che, pcr sortilegio di magia, ungendosi il petto d’un unguento incantato, prendevano la consistenza dell’aria e, volando, penetrava nelle dimore degli uomini a compiere i loro malefici.
Esse si riunivano a concilio, provenienti da più parti, nella gola del torrente, in prossimità del varco sommerso tra il nostro mondo e quello degli inferi: donde il nome del luogo: “coste delle janare”.
Di certo si sa solo che vi è un andito sommerso sotto la roccia e che talvolta, in modo imprevedibile, si forma um gorgo nella pozza d’acqua che risucchia tutto quello che galleggia in quel momento.
Una storia strana ed affascinante che risale ai secoli bui del medioevo racconta che presso questo luogo, dopo una notte di riti sabbatici e di connubi delle” janare” con il demonio, fu trovata, adottata da una coppia senza figli di pastori di capre, una bimba appena nata.
Divenuta fanciulla essa era di fattezze così aggraziate che, per quanto assai schiva, ed incline piuttosto alla solitudine dei boschi e dei pascoli dove conduceva le sue capre, suscitò senza volerlo l’attenzione impudica di un signore non più giovane del vicino castello di Limata (di cui oggi rcsta qualche insignificante rudere, ma al tempo controllava la valle del Calore ed il tratto della “via Latina” che da Telesia conduceva a Benevento).
Costui avendola scorta che leggiadramente danzava nuda dopo aver preso il bagno sul masso di roccia che sovrasta una vasta pozza d’acqua, poco oltre l’attuale ponte sul torrente detto ‘‘delle janare” ed in essa specchiava le sue acerbe grazie, se ne invaghì morbosamente, e tentò di averla con la forza.
Ma poiché la giovinetta si sottrasse alle impudiche voglie del vecchio signore, questi, per vendicare il rifiuto subìto diffuse la voce di averla scorta, egli ed altre persone da lui prezzolate, più volte compiere, in perfetta nudità, pratiche lubriche evocative del demonio, in quel particolare luogo che godeva fama di essere il ritrovo delle ‘‘janare”, e dove ella stessa era stata raccolta appena nata, frutto del concepimento di alcune di quelle streghe con il Signore delle Tenebre’.
La superstizione e la fama sinistra delle ‘‘janare” convinsero il popolino, che, sorpresa un giorno la ragazza mentre dissetava le sue capre nello specchio d’acqua, la affogarono in esso.
Compiuto il delitto, non fu però possibile recuperare il corpo, perchè un gorgo, improvvisamente, lo avvolse e lo trascinò sotto le acque. Da allora,, di tanto in tanto, qualcuno diceva di aver veduto, di notte, una fanciulla bellissima danzare nuda sulla roccia sopra la pozza d’acqua, ma di non averla potuta avvicinare perché essa si tuffava subito nella pozza e scompariva.
Un giorno, però, dopo qualche secolo un giovane ricco e di buona famiglia, ultimo discendente del vecchio signore di Limata, incredulo di quanto si raccontava, si nascose per diverse notti dietro una grande ginestra che sorgeva in quel luogo, e quando scorse la fanciulla non poté più distog1iere lo sguardo e la mente da essa; quando quella scomparve nell’acqua, egli si tuffò e la seguì.. Il suo corpo non fu mai più ritrovato, ma dopo di lui altri giovani sono scomparsi, in quel luogo.
Un’aura sinistra di maleficio vi aleggia ancora oggi, e fino a tempi abbastanza vicini a noi si evitava di transitarvi dopo il tramonto nel timore di imbattersi nelle janare” e di restarne perduti per sempre.

IL POZZO DELLA JANARA” (R’ puzz’ d’ la janara)

In epoca non precisata, ma certamente lontana dai nostri giorni, viveva in San Lupo una janara ormai avanti negli anni, che un tempo era stata una splendida fanciulla, e poi donna, con lunghissimi capelli neri ed occhi scuri e ammaliatori, ed un corpo flessuoso e così voluttuoso ed inebriante che essa era la prediletta del Principe dei Demoni e la prima a cui Egli si concedeva dopo le danze sabbatiche.
Ora che il suo aspetto non era più quello di un tempo, ed altre avevano preso quel posto nel cuore del suo Signore, ella si sentiva stringere il petto d’invidia e di odio per le janare più giovani che ne godevano i favori; avrebbe fatto qualsiasi magia, incantesimo o delitto pur di riavere lo splendore ormai tramontato del suo corpo.
Così sfogava il suo interno livore nuocendo, come più poteva agli esseri umani.
Entrava di notte nelle case come soffio di vento, passando spesso per la gattaiola, o talvolta sotto l’uscio, o per le fessure delle finestre, ed attraverso ogni altro orifizio, anche il più piccolo che vi fosse:
“torceva” i bambini nelle culle, rendendoli infermi per sempre quando pure fossero scampati alla morte; opprimeva spesso il petto agli adulti ed ai vecchi soffocandoli o lasciandoli ammalati per molto tempo, incapaci di lavorare, con grave disgrazia per la famiglia; azzoppava o uccideva le bestie domestiche nelle stalle, danneggiava sia le provviste facendole marcire, sia gli attrezzi da lavoro ed ogni altra cosa che le capitava per le mani.
Certo anche le sue infauste sorelle facevano allo stesso modo, ma essa metteva un fervore così particolare in tali malefici che le sue nequizie sopravanzavano di molto quelle delle sciagurate compagne.
Avvenne perciò che una notte la nostra janara, essendosi cosparso il petto con il magico unguento e trasformatasi in soffio di vento, entrò nel pagliaio di un contadino, che vi dormiva, durante la buona stagione, con i pochi attrezzi da lavoro e qualche animale domestico.
La malefica strega prese allora il basto per l’asino e lo gettò nel pozzo che si trovava accanto al pagliaio.
La notte seguente la janara tornò, prese una gallina che stava nel pagliaio e la gettò nel pozzo.
Lo starnazzare dell’animale svegliò il contadino, che però non poté far altro che ascoltare gli scherni della janara, invisibile ai suoi occhi.
La terza notte la janara fu di nuovo nel pagliaio, prese la capretta che era legata davanti ad esso e la gettò nel pozzo.
Il contadino questa volta fu lesto, e corso al pozzo, buttò le mani nell’aria e sentì di aver afferrato i lunghi capelli della strega, pur senza poterla vedere.
Allora quella gli disse: “che tien’ ‘nman’ ?, �pilì” rispose l’altro, “e i’ m’ n’ fuje com l’anguill”’ replicò la janara lasciando vuote le mani dello sfortunato contadino.
Allora quell’uomo, che benché povero di mezzi era tuttavia ricco d’ingegno, pensò al modo di liberarsi per sempre della malefica donna con uno stratagemma.
Il mattino appresso, essendo giorno di mercato, comprò un basto nuovo e ben lucidato, una gallina ed una capretta più giovani e con le penne più lucenti ed il pelo più morbido di quelle che aveva perduto; spese così i pochi soldi che aveva, stimando tuttavia necessario quel sacrificio.
Fattosi notte egli finse di dormire e quando senti nel pagliaio come un soffio di vento che vi penetrava, balzò in piedi e gettò le mani nell’aria come aveva fatto il giorno prima.
La janara si avvide di essere presa e stavolta temette che potesse venirgliene qualche danno.
Tuttavia si affidò ancora all’inganno e disse: “che tien’ ‘nman’ ?; ma il contadino che intanto s’era ben consigliato, le rispose; “fierr’ e acciaje”, rendendo vana così ogni possibilità di fuga per la strega. Ella allora pensava atterrita tra sé al modo con cui l’uomo avrebbe potuto nuocerle e cercava affannosamente nella sua mente un rimedio.
Essendo il suo corpo aereo non poteva certo essere uccisa, almeno fino all’alba, quando esso avesse ripreso materialità, e la notte era ancora lunga e forse qualche compagna avrebbe potuto udire le sue richieste di aiuto e liberarla….o essa stessa avrebbe potuto sfuggire con qualche sotterfugio….
Similmente pensava il contadino, consapevole dei rischi per sé di quella lunga attesa; così si determinò ad attuare il suo piano.
Si rivolse dunque alla janara, e con tono di voce calmo e rassicurante le disse di non aver alcun timore, perché egli non intendeva affatto farle male, ma anzi la ringraziava per avergli fatto scoprire, sia pure involontariamente, una proprietà preziosa dell’acqua del suo pozzo: quella di ringiovanire i corpi che vi fossero stati immersi.
E le mostrò il basto nuovo, la gallina e la capretta che aveva comprato, facendole credere che fossero gli stessi che ella aveva gettato nel pozzo e che lui aveva tirato fuori rinnovati e ringiovaniri dal contatto con l’acqua miracolosa.
Le disse anche di temere che purtroppo quel prodigio non sarebbe durato ancora a lungo perché, con il caldo dell’estate, il pozzo sarebbe presto divenuto secco.
E mentre diceva queste cose aprì la mano che tratteneva i capelli della janara e ringraziandola nuovamente la lasciò libera.
La perfida donna, convinta dalle parole udite, dall’atteggiamento inaspettato del contadino, da ciò che egli le aveva mostrato e più ancora dalla brama che la divorava di riacquistare la giovinezza perduta del suo corpo, credette all’incantesimo dell’acqua del pozzo.
Così si gettò in esso, e mentre vi cadeva pronunziò la formula per riacquistare la materialirà del proprio corpo, affinché esso potesse essere del tutto immerso nell’acqua prodigiosa.
La luna che si specchiava nel fondo del pozzo fu l’ultima cosa che vide.
Quando il contadino senti il tonfo e lo spruzzo d’acqua che risaliva , chiuse subito la bocca con un grande lastrone di pietra che stava poggiato sul bordo, e poi vi gettò sopra molta terra, così che non rimanesse neanche un piccolo pertugio donde potesse uscire la janara, una volta scoperto l’inganno; all’alba passato l’effetto del balsamo magico che la rendeva come l’aria, avrebbe definitivamente riacquistato il suo corpo materiale e sarebbe annegata.
Quando il fatto fu risaputo nessuno volle più prendere di quell’acqua, ed il pozzo, per timore, venne ricoperto totalmente con un cumulo di terra e vi furono messe molte pietre sopra; tra di esse, con gli anni, crebbe una grande ginestra che lo ricoprì; poi col tempo si perse del tutto il ricordo del luogo.
Chi ha raccontato questa storia ignorava dove fosse quello che da allora fu chiamato “‘R puzz’ d’ la janara”, ma era convinto che rovistando tra le mappe e le antiche carte, qualcuno un giorno lo avrebbe scoperto.
E forse sarà proprio così; a noi basta averne conservato la memoria.

LE JANARE: UNA STORIA MODERNA

Si racconta che in tempi non lontani viveva in questo paese una donna che, fin da fanciulla, essendo trovatella, era stata allevata nella casa di una megera in fama di essere janara
Costei aveva iniziato la giovinetta alle arti del maleficio, e le aveva rivelato la formula per un intruglio magico che, unto con esso il petto, donava alle janare il potere di trasmutarsi in soffio di vento e volare nel luogo dei loro satanici concili, presso il “ponte delle janare”, tra gli impervi dirupi e le rimbombanti acque del sottostante vallone.
Divenuta adulta ella, che nessuno voleva in moglie a causa dei malvagi sortilegi che il popolo le attribuiva, si acconciò a vivere “more uxorio”(come una moglie, ma senza essere sposata) con un uomo storpio, vecchio e malato, che possedeva una casa ed un campo, nel quale lavorava l’unico suo figliuolo, giovane e di bell’aspetto.
La malefica donna, non amando quell’uomo e ancor meno il suo ragazzo, e desiderando impossessarsi dei loro beni, si determinò ad usare i suoi malefici contro costoro, e presto condusse a morte il padre e mise il figlio in grave pericolo di vita.
Ma la Provvidenza Divina non consentì che la strega portasse a compimento l’infame disegno, ed il giovane presto si riprese e guari.
Ella tuttavia compiva ogni azione ed ogni sortilegio contro di lui per farlo uscire di senno.
E già la sua mente vacillava, quando una notte, destato da strani rumori, vide la strega, per il pertugio della serratura, che si ungeva il petto con un intruglio e, spalancata la finestra si gettava da essa nel vento e come soffio d’aria spariva.
Allora, entrato nella stanza della matrigna, si dette a cercare la misteriosa pozione, e trovatala la sostituì nell’ampolla con dell’olio, al quale il filtro prodigioso era molto simile.
Quando venne il tempo di un nuovo concilio per le streghe, la donna, ignara, compì il rito consueto si cosparse il petto con il contenuto dell’ampolla, e gettandosi dalla finestra, affidò il corpo al vento perché, presa la consistenza dell’aria, la conducesse al sabba infernale.
Ma questa volta il vento non la sorresse perché ella si era cosparsa non del magico intruglio ma di comune olio, il corpo si schiacciò sul selciato della via sottostante, e la perfida janara rese l’anima al suo Signore, il Demonio.

Le coste d’ l janare

Unguent, unguent, famm leggia leggia mò e semp
e mannm a la noce d’ Bnvient
sopra a acqua e sopra a vient
e sopra a ogn mal tiemp.

Accussì diceva sott a ‘r pont de le janare
già ‘ncuoll a Satanass che la prtava
‘r viennrdì a mezanott e parteva Rosa
‘p s’ì a sfrnà soot a la noce.

E là cu Gioconda, Matteuccia e Boiarona
s’accuchiavn avide e assatanate
cu chill spirt sanguign e ‘ndiavlat
che ‘s n’ mpossessavn p’n’ora bona.

Strizz d’ sangue e spruzz d’sperma
tuorn tuorn a chill albr ‘nfcuat
allucch e fremiti arrivate all’orgasmo
dent ‘a n’ vortice, ammscat cul e piett.

Ma prima che ‘r uall cantass
e ‘s’ sntess ’r tuocc d’ l’Ave Maria
ognuna ‘s n’eva trnà p’ sotta a ‘r’uscio
stamaledetta chi s’ trvava ancora p’ la via.

Chella notte Rosa facìu cchiù tard
e ‘a ‘r prim tuocc cadìu chi la prtava;
scumparìu ‘r cruapio e la lasciau sola,
denta a ‘na grotta, sott a’ la costa trvau rpar.

tratto da:
Racconti, miti e leggende della terra di San Lupo
di Ugo Simeone
versi di:
Pellegrino Tomasiello.

La Madonna di Montevergine, ossia Mamma Schiavona

Il Santuario della Madonna di Montevergine è situato sul massiccio montuoso del Partenio, ad un’altezza di 1270 metri. Durante il mese di settembre nelle abitudini di larghi strati della popolazione avviene il tradizionale pellegrinaggio a Montevergine.

Questa meta di devozione conferma così il suo ruolo storico, che la vuole come il primo lu9ogo di culto, dedicato a Maria, che esercitò fin dall’epoca medievale un fortissimo richiamo per i pellegrini in un’ampia area geografica. Qui, nella cappella edificata intorno al XIII secolo da Filippo I d’Angiò, è stata riportata dopo l’ultimo restauro del 2012 la famosissima icona della Madonna di Montevergine. Realizzata su tavole di pino è alta 4 metri e 30 e larga 2 metri e 10. Raffigura una “maestà”, cioè Maria in trono con il Bambino Gesù seduto sulla sua gamba sinistra, che guarda la Madre trattenendo con la manina destra un lembo del suo manto.

L’effigie raffigura una Madonna nera, sulla quale sovrasta la scritta: “Nigra et formosa es, amica mea” parafrasi di una famosa espressione riportata nel Cantico dei Cantici . Il culto delle Vergini nere, di origine medioevale, rappresenta l’immagine concreta del principio femminile universale, in quanto la sostanza nera rappresenta il principio della Materia prima, che si trova nelle viscere della Terra. In tal senso il richiamo va oltre che alla stessa Cibele anche all’Iside egiziana, che come “Virgo paritura”, riportato come iscrizione spesso sul suo basamento, rappresentava appunto quella Materia prima, di colore nero, allo stato di minerale, come e quando viene estratta dai filoni metalliferi, che aspetta di essere fecondata dai raggi del sole. E la Vergine (Materia prima/ Madre per eccellenza) incarna l’Archetipo della fondazione dell’Esistere.

Intorno alla Madonna di Montevergine ruotano non solo storie dallo sfondo teologico, ma anche tante tradizioni e leggende che uniscon sacro e profano. 

 Una tradizione antica, che prende il nome di Juta è quella di salire a piedi verso il santurario nel mese di settembre in occasione della festa del 12 settembre in onore della Madonna Nera . La “juta” infatti è proprio l’ “andata” a Montevergine che sin da tempi antichi avveniva con qualsiasi mezzo, a piedi o sui carri. 

La leggenda che si confonde con la realtà in uno dei culti più seguiti in sud Italia ruota proprio attorno a quel misterioso quadro inserito nel complesso monastico, attorno al quale sono stati raccontati una miriade di vicende su cui  la stessa critica storica e artistica è profondamente divisa.

Il maestro Roberto De Simone nella sua raccolta “Rituali e canti della tradizione in Campania” celebra la Madonna nera con queste parole:

“Esse sono tutte belle, tranne una che è brutta e perciò fugge su di un alto monte, Montevergine”. Perchè secondo la tradizione, le Madonne sorelle erano 6 bianche ed una nera, la Madonna di Montevergine, che per il colore della sua pelle era considerata la più “brutta” delle “7 sorelle” . Da qui l’appellativo “Schiavona”, cioè straniera. Così la Madonna, offesa, si rifugiò sul monte Partenio, giustificando la sua “fuga” così:

“…si jo song brutta allora loro hanna venì fino è cà ‘n gopp a truvà! (se io sono brutta, allora loro dovranno venire fino a quassù per farmi visita!)”.

La storia poi si ribalta, la Mamma Schiavona diventa la più bella delle sorelle, tanto da essere festeggiata due volte, a febbraio e a settembre. 

La leggenda 
Ma perché la Madonna nera sia riconosciuta come coLei che tutto può e tutto perdona è spiegato in una storia che si fa risalire al 1256, quando due giovani omosessuali furono scoperti a baciarsi e ad amarsi. Uno scandalo per l’intera comunità dell’epoca che reagì denudando e cacciando dal paese i due innamorati che furono legati ad un albero sul Monte Partenio, in modo che morissero di fame o fossero sbranati dai lupi. La Vergine, commossa dalla loro vicenda e dal loro amore, li liberò dalle catene e permise alla giovane coppia di vivere apertamente il loro sentimento di fronte ad un’intera comunità che, attestato il Miracolo, non poté far altro che che accettare l’accaduto. Da allora la Madonna “nera”, stupenda, è celebrata per il suo manto protettivo sugli ultimi, sui deboli, sui poveri, sugli emarginati. Come spiegano i più affezionati a questo rito arcaico e antichissimo, Mamma Schiavona è la madre dal cuore grandissimo che perdona tutto ai suoi devoti che scalano la montagna fino a raggiungere il suo santuario. Anche se per verità di cronaca l’Abbazia di Montevergine deve la sua origine non già ad un’apparizione della Madonna, o a qualcosa di simile, ma a quello spirito ascetico mariano di San Guglielmo e dei suoi discepoli, che, non senza ispirazione divina, vollero costruire a Montevergine un faro di devozione alla Madonna, consacrandole su quel monte una chiesa e dedicandole il primitivo cenobio.