Giorni di poesia

Come stai? Molto bene!
Ho preso la macchina, sono andato in ufficio!
Il caffè al solito bar
Ho fame, pranzo
Ho sete, bevo
Ho sonno, dormo
Le sigarette, il vino, le donne, il gioco!
Ho un cavallo,
L’ho bardato,
Domani parto!

Nella foto: il famoso editore Pietro Graus, Tramonti Occidentali , ed un vino esclusivo, il Madro delle cantine Ifalco_vini di Paternopoli.

L’UNICA CALDAIA ROMANA AL MONDO


Una scoperta straordinaria, unica al mondo, che si trova negli scavi della Villa Della Pisanella a Boscoreale.
La Villa della Pisanella, situata nella campagna romana di Boscoreale (Napoli), costituisce uno dei tanti insediamenti produttivi che, in epoca romana, erano sparsi nei sobborghi settentrionali di Pompei. Purtroppo questi insediamenti, salvo rari casi, non sono stati oggetto di scavi sistematici, ma solo esplorazioni parziali. Questi scavi rapidi, effettuati senza alcuna sistematica scientifica, avevano l’obiettivo di recuperare preziosi reperti oggi sparsi in vari musei del mondo.
Le prime testimonianze della Villa Della Pisanella risalgono al novembre 1868, quando Modestino Pulzella, ripercorrendo le fondamenta di un muro, trovò alcune strutture murarie preesistenti. Continuando gli scavi, sono stati trovati alcuni mosaici. Gli scavi si sono poi dovuti fermare perché il proprietario del terreno vicino, Vincenzo De Prisco, ha evidenziato il pericolo di danni al suo terreno. Solo nel settembre 1894 furono ripresi gli scavi, che continuarono fino al giugno 1895. Questa volta proprio per iniziativa di De Prisco che, evidentemente, non temeva più “danni. ” Ecco come è venuto alla luce il famoso “Tesoro di Boscoreale”, venduto sensazionalmente all’estero a causa di un fallimento della legislazione a tutela del patrimonio culturale. Ci fu un’altra interruzione, che durò circa un anno, prima che gli scavi riprendessero nel maggio 1896. Così vennero alla luce le terme romane e la caldaia, trovate intatte, con tutte le loro tubature. De Prisco ha poi effettuato il restauro di parte della villa, trasformandola in una sorta di museo (prima che si decidesse di riseppellirla). Ed è proprio durante la vita del “Museo De Prisco” che i Fratelli Alinari hanno avuto la possibilità di scattare questa straordinaria foto.
La caldaia era dotata di veri rubinetti per regolare il flusso dell’acqua. Le valvole erano di tipo maschile: il cilindro superiore è stato poi inserito nel corpo della valvola e, perforandolo, ha chiuso e aperto il flusso d’acqua con una rotazione di 90 gradi. La produzione di questo tipo di meccanismi da parte della Collegia Fabrorum doveva rispettare norme precise, analoghe a quelle definite oggi dall’UE, che conosciamo attraverso il lavoro di Frontinus: De aquae ductu urbis Romae.
La caldaia e i tubi erano in piombo ma le valvole erano in bronzo e fuse in un unico blocco utilizzando stampi. Il collegamento con i tubi di piombo è stato realizzato tramite saldatura. Invece della fiamma ossidrica, sono state utilizzate piccole barre a punta piatta (un tipo di cacciavite), le cui punte erano state riscaldate a caldo grazie all’uso di fucine portatili. Inoltre, è stato utilizzato un filo saldatore con lega di piombo al 70%. Per il flusso (prodotto che favorisce la distribuzione del nuovo metallo sulla superficie da saldare, proteggendolo dall’ossidazione) è stata probabilmente utilizzata la resina di pino.
Per quanto riguarda l’attuale ubicazione della caldera, grazie alle informazioni fornite dal Nobile Di Castroreale, è noto che è conservata nella sezione tecnologica del Museo Archeologico Nazionale di Napoli (MANN). Sezione in fase di ristrutturazione e non aperta al pubblico.

Fotografia: fratelli Alinari.

Manuale D’amore

Tutte le cose sono state create per essere amate. Quest’albero è stato creato e mandato sul pianeta per essere amato, e lo stesso vale per le pietre che ne delimitano l’aiuola, per il terreno che lo sostiene, senza contare poi tutti gli esseri che lo abitano e che da esso ne traggono forza e sostanza. Tutto ciò che era animato ed inanimato in quel micro universo, era degno e necessitava di amore. Luisa si era dapprima fermata e poi accovacciata, accanto all’albero che si ergeva, solitario, al centro del marciapiede che costeggiava la larga strada nella periferia sud di Napoli. Il puzzo dei gas di scarico saturava l’aria ed era nauseabondo, mischiandosi con i miasmi che salivano dalla griglia di una fogna che era poco più avanti. Luisa non ci faceva caso, lei era abituata a quell’odore forte ed acre, che riempiva le narici, attraversava i seni nasali e stringeva la gola in una morsa, che talvolta la induceva a tossire. Una volta accovacciatasi, in quell’universo vi era entrata di diritto, da umile spettatrice e mai interferendo con esso, se non come osservatore.

Eppure Luisa, acuta studiosa ed osservatrice della realtà, conosceva bene la teoria dell’ osservatore nella meccanica quantistica che si riassumeva nella teoria del doppio taglio, attraverso i lavori di John Wheeler.

Quella teoria suggeriva che la realtà a livello quantistico non era definita fino a quando non veniva osservata. In altre parole, le particelle subatomiche potevano esistere in molti stati possibili contemporaneamente (una sovrapposizione di stati), ma quando veniva effettuata una misurazione, esse ‘sceglievano’ uno stato definitivo in cui esistere.

L’esperimento del doppio taglio dimostrava, per l’appunto, questo concetto in modo chiaro e nitido. Quando gli elettroni venivano sparati attraverso due fessure in direzione di uno schermo, essi creavano un modello di interferenza che faceva supporre che ogni particella passasse attraverso entrambe le fessure contemporaneamente, comportandosi come un’onda. Tuttavia, se si poneva un dispositivo di misurazione per osservare attraverso quale delle due fessure passasse la particella, queste ultime smettevano di creare un modello di interferenza e si comportavano come particelle classiche, passando attraverso una fessura o attraverso l’altra, ma non da entrambe.

Luisa interpretava ciò rifacendosi alla massima di Protagora, secondo cui l’uomo era la misura di tutte le cose, di quelle che sono per ciò che sono, e di quelle che non sono per ciò che non sono, e alla massima del Daishonin, che faceva riferimento all’esistenza di “tremila regni” in ogni istante di vita. In entrambi i casi la sostanza della realtà non mutava, secondo l’aspetto di Luisa: l’uomo costruiva il proprio percorso di vita attraverso le migliaia di scelte cui era costretto a sottoporsi in ogni singolo istante della propria esistenza. Nulla era affidato al caso o al destino, tutto era minuziosamente costruito attraverso un lavorio incessante di scelte consapevoli o meno.
(Inedito, dal mio “Manuale D’Amore”)

La Mefite

Finalmente trovo l’ennesimo cartello, fatto di legno, consumato dal tempo, sul quale a malapena si legge: “Mefite”, con una freccia che ne indica la direzione. La vegetazione si è fatta più fitta e tutto intorno al cartello ci sono dei cespugli, probabilmente di mirti e di rosa canina. Seguo la direzione della freccia, si deve imboccare una strada laterale rispetto a quella che stavo percorrendo. La via si fa ancora più sconnessa, e l’asfalto scompare del tutto. Davanti a me c’è una larga striscia di terreno battuto, delimitata sul lato sinistro da una staccionata in legno, che indica l’unico percorso percorribile. A ondate mi arriva al naso un odore nauseabondo di zolfo, capisco di essere arrivato nel luogo sacro. La staccionata finisce in uno slargo, anch’esso in terra battuta, e sembra quasi che si sia fatto di tutto per evitare che le persone giungessero fin quaggiù.
Subito dietro la staccionata svetta un palo con un cartello dalle dimensioni più grandi rispetto agli altri. Mi avvicino, c’è una scritta grande, ma in parte consumata dagli agenti atmosferici. Mi avvicino e leggo: “ESALAZIONI PERICOLOSE, VIETATO AVVICINARSI ALL’AREA CIRCOSTANTE IL LAGO”.
Be’ in effetti il vento soffia in direzioni variabili, dapprima verso il fondo della valle, portando aria pulita e ossigenata, poi, d’improvviso, in direzione opposta portando su, fino allo spiazzo, gli effluvi benefici e letali nello stesso tempo. Poggio la bicicletta alla staccionata, mi fermo a fotografarla. È bellissima e si staglia nitida rispetto alle bellezze naturalistiche della vallata circostante. Arrivo là dove la strada sterrata forma un altro slargo, mi avvicino ancora alla staccionata e vedo, proprio sotto di me, il laghetto della Mefite. In effetti, come è normale che sia di questi tempi, la mancanza di acqua fa sembrare quel luogo più una pozzanghera che un laghetto. Vedo chiaramente un foro nel terreno, tutto intorno la vegetazione è quasi completamente assente, e la terra assume sfumature diverse che vanno dal colore della sabbia, al giallo ocra, colori sicuramente determinati dalla presenza di zolfo. C’è un silenzio tutt’intorno che gioisce e spaventa nello stesso tempo, dal fondo del cratere si intravede un fiume di acqua che scorre sotterraneo, e si ode il ribollire tipico delle zone in cui vi è un’attività geotermica così forte. Il vento, amico fino a quel momento, visto che spirava dalle mie spalle in direzione della valle, cambia d’improvviso direzione portando verso di me una zaffata di odore acre e solforoso. Lo respiro, e il naso inizia a bruciarmi terribilmente. Sembra quasi che una sostanza causticante sia entrata in contatto con le mucose, rendendo dolorante tutta la parte interna del naso fino alla faringe, e capisco, ben presto, chi comandi da queste parti. La dea Mefite ha rimesso le cose al loro posto e ha fatto capitare a quello straniero visitatore, fin troppo ardito da pensare di avvicinarsi ancora al laghetto nonostante gli avvisi dei cartelli circostanti, un piccolo assaggio della sua potenza, dei suoi poteri donati da madre natura.
Mi copro immediatamente il naso e la bocca con la mano e mi porto un lembo della t-shirt dinanzi a esse. Mi allontano, le mucose bruciano, mi fermo in un posto più sicuro, e comincio a soffiare dal naso e a sputare quel sapore di zolfo che è rimasto imprigionato dentro di me. Capisco che è tempo di andare, riprendo la bici, e proseguo lungo quella stessa strada che mi aveva portato lì, fino al fondo della valle. Ora non scende più, ma sale. Vedo sulla sommità della collina che mi sovrasta delle pale eoliche, sono le stesse che ho attraversato nel percorso di andata. Prendo una stradina laterale, particolarmente scoscesa e rapidamente mi porto sotto di esse. Sono bellissime mentre girano nel silenzio e dominano l’intera vallata d’Ansanto. C’è un unico cespuglio sotto di loro, rigoglioso di foglioline e di calici rossi. È una rosa canina. Appoggio la bici delicatamente sul terreno e mi siedo accanto alla rosa a godere dell’impareggiabile bellezza della natura di questo angolo d’Irpinia.
(da L’agente della Terra di Mezzo)

Come è nata Margherita…la pizza!

L’uomo sulla destra era Raffaele Esposito… Quest’uomo ha rivoluzionato un piatto considerato “povero” e lo ha trasformato in un piatto famoso in tutto il mondo..
È stato l’inventore della pizza Magherita..
Prima la pizza era un piatto popolare nei quartieri poveri della città di Napoli, si preparava solo la pizza marinara, con salsa di pomodoro, aglio e origano, senza formaggio..
Nell’anno 1889, durante la visita di re Umberto I e della regina Margherita di Savoia nella città di Napoli, lo chef Raffaele Esposito volle sorprendere la regina preparando una pizza con i colori della bandiera italiana, con il rosso della salsa di pomodoro, il bianco del formaggio mozzarella e verde del basilico..
Nel 1889 a Napoli nasce la pizza Margherita grazie al “pizzaiuolo” Raffaele Esposito…

DA DOVE DERIVA LA PAROLA “ITALIA?”

L’etimologia del nome “Italia” è stata un enigma affascinante per linguisti e storici, oggetto di molteplici ricostruzioni che hanno prodotto un variegato corpus di ipotesi. Queste ipotesi spaziano da spiegazioni linguistiche rigorose a suggestive narrazioni mitologiche. Uno dei miti più persistenti è quello di un re di nome Italo, il cui regno avrebbe dato il nome alla regione.

Ma una teoria ben accreditata suggerisce che il nome “Italia” derivi dal termine Italòi, utilizzato dai Greci per designare una tribù che abitava l’estrema punta meridionale della penisola italica, nei pressi dell’odierna Cirò. Nell’antichità, infatti, il nome “Italia” indicava principalmente la parte meridionale della penisola, come attestato dai coloni greci in Calabria, che si definivano Italioti, abitanti dell’Italìa.

Un’altra ipotesi affascinante, che non contraddice la precedente, è che il nome “Italia” sia legato al culto del vitello (in latino vitulus, in umbro vitlu), suggerendo che il termine significasse “abitanti della terra dei vitelli”. Questa teoria trova eco nelle tradizioni agricole dell’Italia meridionale, dove i bovini avevano un ruolo centrale nella vita economica e culturale.

Vi è poi una teoria che collega il nome “Italia” al greco Aithàleia (Αιθαλεια), che significa “ardente, fumosa”. Questo termine descriveva perfettamente una terra caratterizzata da manifestazioni vulcaniche imponenti, come l’Etna e le Eolie, visibili ai primi migranti dal Mediterraneo orientale. Strabone menziona questa radice nel nome del fiume Νέαιδος, oggi il Neto, che si traduce in “navi bruciate”, sostenendo il mito secondo cui le donne dei migranti, giunte alla foce del fiume, avrebbero impedito ai loro uomini di riprendere il mare bruciando le navi. La stessa radice si ritrova nel nome dell’isola vulcanica Linosa, chiamata Aethusa nelle carte del ‘500.

È anche plausibile che le coste meridionali della Calabria, un tempo molto più verdi, abbiano ospitato i primi bovini podolici importati dal Ponto Eusino. La memoria di questi grandi vitelli bianchi potrebbe spiegare la connessione con il termine vituli. Tuttavia, la differenza di pronuncia nella vocale iniziale di vituli e Italia ha portato alcuni studiosi a preferire l’ipotesi di derivazione da Aithàleia.

Ciò che è certo è che il nome “Italia” inizialmente si riferiva solo alla parte più meridionale della penisola, una terra ricca di leggende, mitologie e suggestioni che, attraverso i secoli, ha saputo affascinare chiunque abbia cercato di comprenderne le origini e il significato.

FONTI

  • Giacomo Tripodi e Felice Vinci, Tracce di una arcaica geografia descrittiva in alcuni toponimi mediterranei,

Cos’è uno chef

Che cos’è uno chef?
Un artista della cucina, un maestro che con passione e dedizione trasforma ingredienti semplici in creazioni culinarie straordinarie?
No!
Uno chef è un concentrato d’amore con sembianze umane.
Questo è Maria Carmela Tarantino, rinomata chef de Il Mulino della Signora. #ChefLife #CucinaGourmet #EsperienzaUnica #ArteCulinaria

Attenzione a chi voti. L’Europa è una cosa seria

Domani e dopodomani si voterà per le elezioni europee. Saremo chiamati a scegliere i nostri rappresentanti nel Parlamento Europeo. Aleggia forte lo spirito dell’astensionismo, ma bisogna ricordare bene che l’astensionismo non è lo strumento migliore, ne per governare bene, ne tantomeno per cambiare le cose. L’Europa ha bisogno di essere più unita, di cominciare a ragionare seriamente su una politica di difesa comune, e su tante altre cose da unificare. In Europa c’è bisogno di più Europa, di una maggiore coesione ed affiatamento. E ricordate che mentre molti europei disprezzano l’Europa, ci sono persone , non troppo distanti da noi, che combattono e muoiono per raggiungere il sogno europeo. Per questo motivo, ci portiamo addosso il peso della nostra responsabilità di essere europei che non possiamo tradire nelle urne. La campagna elettorale, folkloristica come al solito, ci insegna che bisogna essere molto attenti al nome che scriveremo sulla scheda elettorale: quella persona sarà il nostro rappresentate presso l’Istituzione più alta del continente europeo. Ci sono in circolazione ancora vecchi tromboni della politica nostrana, che non hanno saputo far bene all’Italia, figuriamoci ad un’istituzione cosi importante come quella europea. Ci sono, al contrario, persone molto adeguate al ruolo, moderate, giuste, dedite al lavoro. Alcune di essere sono appena uscite dall’incarico di parlamentare europeo. La persona che io sosterrò ha avuto una presenza certificata del 98,3% di presenze in Parlamento nella scorsa legislatura, battendosi per le esigenze e le necessità del nostro territorio. Insomma state attenti al nome che scriverete sulla scheda, perchè potrebbe rivoltarvisi contro e soprattutto andate a votare, la democrazia la si esercita, e non è una mera faccenda di nome.

Quante strade ha l’arte?

Quante sono le strade dell’arte?
Infinite, ovviamente, risponderete voi. Eppure, ciascuno deve trovare la strada per la propria arte e , talvolta, le strade convergono e si incrociano. La strada di Tramonti Occidentali e quella di Francesco si sono incrociate proprio oggi! Francesco è un artista di valore, uno di quelli che ha studiato all’accademia delle Belle Arti a Napoli e insieme abbiamo elaborato ed immaginato un progetto che metta insieme l’arte della narrazione e l’arte visiva. Ne usciranno fuori delle novità bellissime!
Stay tuned!

Pianta albero, fai un figlio, scrivi un libro

C’è un proverbio zen che dice: nella vita bisogna fare tre cose, un figlio, un libro e piantare un albero. Oggi ho fatto l’ultima delle tre cose: ho piantato un albero! Siate sempre accorti nei confronti delle generazioni future.